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Meno male che ci sono i nonni

giu 14, 2013   //   by Ines Desideri   //   Blog, Parole nel tempo  //  19 Comments

Quando i miei nipoti, da piccoli, restavano a dormire da me, io avevo sempre tempo per addormentarli con favole o racconti. Quelli che preferivano erano reinventati partendo da quanto mi ricordavo de I racconti dello Zio Remo di Joel Chandler Harris con Fratel Coniglietto, Comare Volpe, Compare Lupo, ecc.
Purtroppo io ne avevo letti solo alcuni e in edizione condensata su dei volumi spaiati dell’Enciclopedia dei Ragazzi, che mio padre aveva comperato alla Fiera di Sant’Ambrogio (a Milano, la Fera de Oh bej, Oh bej).
Così’ mescolavo anche i ricordi di Topolino che aveva pubblicato diversi racconti a fumetti con gli stessi personaggi, ispirati ai racconti di Harris.

Raccontare favole ai bimbi chiede una certa serenità, più facile a trovare nei nonni. Sicuramente quella serenità che non potevano avere i genitori (compresi i miei) durante la seconda guerra mondiale. Possiamo far loro una colpa se non l’hanno fatto?
Anche adesso ci sono momenti difficili, ma non so se i genitori raccontano o meno favole ai figli. Non so nemmeno se l’hanno fatto le mie figlie, perché ho sempre preferito non interferire nei momenti di intimità tra genitori e figli.

Questo ricordo ha riportato alla luce un frammento di vita americana che gli editori italiani hanno cercato di importare. I volumi dell’Enciclopedia dei Ragazzi Mondadori presentavano tante grandi opere della letteratura mondiale. Mi vengono in mente delle saghe nordiche, Don Chisciotte, Mireille, Tartarino di Tarascona, poi la memoria fa cilecca.
Mi ricordo però la delusione quando ho scoperto che non erano le opere complete, ma solo dei condensati ad uso dei ragazzi. E’ forse per questo che quando negli anni Cinquanta Selezione del Reader’s Digest cominciò a pubblicare volumi che contenevano tre o quattro libri condensati, non li ho mai acquistati. E mi sembra che non abbiano avuto un gran successo.

Sono passati 50 anni ed abbiamo importato Twitter (ho scritto bene?), gli SMS, ecc.
Colpa di chi ce li ha presentati? Ma in questi 50 anni, che fine hanno fatto le lettere scritte a mano, i bigliettini d’amore, le cartoline di auguri?
La gente è cambiata e l’industria si adegua.
Si possono fare tanti paralleli del genere. Come giocare a carte in compagnia o da soli con una Play Station o simili.
Poi mi viene in mente una scenetta cui abbiamo assistito, anni fa, io e mia moglie, mentre passeggiando discutevamo dell’opportunità o meno di acquistare un cellulare: uno in due, logicamente.
Davanti a noi c’era una giovane coppia abbracciata: facevano fatica a camminare, non perché erano avviluppati uno all’altra, ma perché lei aveva un telefonino all’orecchio sinistro, lui all’orecchio destro e ognuno gestiva la propria telefonata come se non fossero assieme.

Al giorni d’oggi si mandano più messaggi, ma più brevi, si è più collegati, ma (secondo me) si comunica di meno.

Aldo Piglia

Dal pasto veloce alla comunicazione veloce

giu 3, 2013   //   by Ines Desideri   //   Blog, Parole nel tempo  //  11 Comments

Cari amici del blog,
io penso che l’evoluzione dei costumi sociali incida su tutti i comportamenti umani, dalle abitudini alimentari alla comunicazione.
Parlo delle abitudini alimentari perché ho notato che anche in Italia è esplosa la moda dei fast food, delle catene di ristorazione veloce e dei cibi precotti. Nello stesso modo anche in Italia si è diffuso un sistema comunicativo basato sulla sinteticità, perché la parola d’ordine è efficienza produttiva.

Lo scopo principale di queste modificazioni è migliorare la produttività. Mentre cento anni fa le più importanti attività umane servivano a soddisfare i bisogni primari, oggi si mira a un benessere economico sempre maggiore, ma per raggiungerlo bisogna aumentare la capacità produttiva, con gli strumenti tecnologici che abbiamo a disposizione ma soprattutto velocizzando tutte le attività e riducendo i tempi morti, che sono considerati improduttivi ai fini del benessere economico.

Comunicare è un elemento fondamentale dell’attività produttiva, ma ridurre il tempo dedicato alla comunicazione, sintetizzandola al massimo, permette di aumentare il tempo della produttività.
Così il bisogno di conservare e ampliare i rapporti umani rimane, ma si opta per un dispendio di tempo minimo, soprattutto quando si tratta di rapporti ricreativi, perché sottraggono ore alle attività che producono ricchezza.

Saluti a tutti
Gianni

Parola d’ordine: sintesi

mag 16, 2013   //   by Ines Desideri   //   Blog, Parole nel tempo  //  18 Comments

Per conservare una continuità con gli ultimi commenti sul tema precedente, circoscrivo il tema al linguaggio di Twitter e al mondo politico.

Secondo le statistiche il 70% dei deputati è presente sui social network, con una netta preferenza per Twitter, nome che deriva dall’inglese to tweet (cinguettare).
Ogni tweet può contenere un massimo di 140 caratteri. Da questo consegue la necessità di essere sintetici mantenendo l’efficacia comunicativa, ma è inevitabile che un linguaggio sincopato impedisce un’elaborazione chiara del messaggio che si vuole trasmettere e finisce per compromettere la qualità dei contenuti della discussione, mentre favorisce le battute istantanee e i messaggi ironici o denigratori.

Tornando ai politici, la loro adesione ai social network rappresenta il passaggio a una forma di comunicazione nuova tra il politico e il cittadino, perché vengono a mancare la mediazione dei giornalisti e la trasmissione a senso unico delle informazioni (delle quali ha parlato Roberto), mentre prevede la continua interazione tra i diversi partecipanti.
Secondo alcuni studi, riportati in “Openpolitica” da S. Spina, ricercatrice all’università di Perugia, solo una piccola percentuale di politici ha saputo cogliere i mutamenti del nuovo sistema comunicativo e le strategie più adatte per mettere in atto interazioni efficaci: assumere un comportamento aperto al dialogo con l’obiettivo di stabilire relazioni alla pari , rinunciando alla tendenza al monologo di stampo televisivo e alla trasmissione di messaggi autoreferenziali, sembra un traguardo ancora lontano.

Nello stesso tempo si è riscontrato un graduale passaggio da una lingua complessa a un linguaggio colloquiale con tendenza a forme gergali e all’utilizzo sempre più massiccio di vocaboli inglesi. Dalla contrazione di twitter, unito a un’altra parola inglese, nascono termini come: twadd, twam, twaiting, twetiquette, tweople, tweetaholic. Quest’ultimo vocabolo sintetizza la dipendenza dal social network.

Nota conclusiva: risulterebbe particolarmente difficile, secondo gli studiosi, tradurre in italiano social network; l’espressione rete sociale non renderebbe chiaramente l’idea dello scopo e delle funzioni di questo servizio.

Cordiali saluti
Angela

Strane allergie

apr 30, 2013   //   by Ines Desideri   //   Blog, Parole nel tempo  //  19 Comments

Quand’è primavera si risvegliano le allergie, per chi ne soffre. Allora, cara Ines, che ne dici di parlarne?
E’ ovvio che non mi riferisco alla rinite, agli starnuti e a disturbi di questo genere, ma alle parole e alle frasi per le quali molte persone manifestano un’allergia più o meno evidente.

Il Sig. Piglia, ad esempio, ha parlato di richieste fatte in modo urbano: posso fare / avrei voglia / mi lasci fare / mi dai il permesso…: ottimo, però molti non chiedono, pretendono! Voglio, voglio avere, voglio fare.
Per favore e grazie sono forme di educazione d’altri tempi, non solamente per i giovani; tutto pare dovuto e se questo atteggiamento ha attecchito tra gli adulti, a maggior ragione trova terreno fertile e diventa un’abitudine consolidata nei i bambini e nei ragazzi, i quali (come sappiamo) ricalcano i comportamenti degli adulti.

La fame di crescita, di realizzazione personale, di successo (Sig. Piglia) forse c’è, ma a parer mio è rivolta verso obiettivi a breve scadenza e, quel che più preoccupa, sono obiettivi che seguono le mode: un usa e getta che dagli oggetti si estende alle scelte che così diventano estremamente passeggere.
La crescita, la realizzazione personale, il successo come beni duraturi richiedono sacrifici, rinunce e fatiche, parole alle quali molti giovani e meno giovani sono allergici.

Cari saluti a tutti
Roberto

Come vivevamo

apr 14, 2013   //   by Ines Desideri   //   Blog, Parole nel tempo  //  26 Comments

Vorrei chiarire alla signora Angela il mio pensiero, evidentemente non mi ero espresso bene.

Non faccio assolutamente nessuna graduatoria di periodi, migliori o peggiori. Penso solo che ognuno di noi è figlio del suo tempo. Ritornando a vivere, non essendo possibile avere tutti i lati buoni di tutte le epoche, la maggior parte delle persone sceglierebbe l’epoca che conosce meglio e della quale ha apprezzato certi valori ed ha imparato a sopportare i disagi. Un’epoca che normalmente coincide con quella della giovinezza.

Come potrei definire migliore il periodo dell’infanzia della mia generazione? Di questa generazione fanno parte anche i bambini morti sotto i bombardamenti, come i 200 di Gorla, o trucidati dai nazisti, come a Stazzena, perché governanti (re e duce) insensati hanno dichiarato una guerra sbagliata; ne fanno parte tutti i bambini morti di malattia per le quali non c’erano ancora le medicine moderne (gli antibiotici sono arrivati in Italia dopo la guerra); ne fanno parte tutti i bambini che hanno frequentato solo le scuole elementari, per andare presto al lavoro, ecc.

Alleggerendo un poco il tono del discorso, la nostra generazione è quella che andava in giro in calzoni corti 365 giorni all’anno finché non andava a lavorare (o alle scuole superiori); quella che d’inverno, se non ancora più povero, si lavava con l’acqua tiepida della “boule” di acqua calda con cui andava a dormire in stanze gelide, con alla finestra rose di ghiaccio; che, per almeno due terzi della popolazione, usciva di casa per andare al gabinetto comune. E’ la generazione dei miei amici che mi hanno fatto sentire ricco, perché non ho mai avuto una lira in tasca, né giornalini, gelati, giocattoli, ecc. ma ho mangiato (magari poco) ma sempre, mezzogiorno e sera, e non tutti i miei amici hanno avuto questa fortuna.
Mio padre lavorava come operaio (a cottimo) ed alla sera faceva un secondo lavoro; la domenica si ingegnava come ciabattino e ci metteva le lunette sotto le suole delle scarpe perché durassero di più. E tanti miei amici, quando non andavano a scuola (con gli zoccoli di legno) giocavano a piedi nudi.

Anche allora c’erano gli Agnelli, i Pirelli, i Falk e tanti altri ricconi, come quelli che, poveretti, avendo a disposizione tanti soldi, sono scappati in Svizzera (ogni riferimento a certi politici non è puramente casuale), mentre i buoni elvetici respingevano anche quelli che sapevano che sarebbero andati incontro a morte certa.

Nessuno ci guardava, se parlavamo ci dicevano: “taci, che sei un bambino”. Nessuno ci guardava e quindi eravamo liberi, liberi di farci male, di picchiarci, di essere presi in giro da quelli più grandi, di stare a guardare intristiti se non eravamo considerati sufficientemente bravi per giocare, ma liberi di crescere e diventare adulti. Certo, abbiamo imparato a socializzare, ma anche con le cattive.
Con la stessa differenza che c’è tra un cane o un gatto in una fattoria, libero di vivere la vita piena, di fare lotte per sopravvivere, rispetto ad un animale da appartamento, sterilizzato, che mangia sempre e vive da “simil-cucciolo” per il doppio di anni.
Noi abbiamo vissuto in un modo più vicino a quello dei selvaggi che non ai bambini civilizzati di oggi: liberi.

Mi piacerebbe sentire il parere di Luigi Girardi, di Ernesto Carbonelli e degli altri nati prima del 1950.

Aldo Piglia

Giochiamo?

apr 4, 2013   //   by Ines Desideri   //   Blog, Parole nel tempo  //  23 Comments

Quando i bimbi giocano
e li odo giocare
qualcosa nella mia anima
comincia a rallegrarsi
e tutta quell’infanzia
che non ebbi mi viene
in un’onda di allegria
che non fu di nessuno.
Se chi fui è un enigma,
e chi sarò visione,
chi sono almeno questo
senta nel cuore.
(Guardando i bambini la mia anima si rallegra di Fernando Pessoa)

Due parole sui dialetti

mar 16, 2013   //   by Ines Desideri   //   Blog, Parole nel tempo  //  28 Comments

Vorrei tanto sbagliarmi, ma credo che l’unico modo per mantenere vive le lingue della propria terra, sia solo quello di impararle nella culla.
E ci sono realtà dove questo succede. Da un po’ di tempo (per un problema di mio padre) “frequento” l’ospedale di Udine. Lì, utenti, medici e personale parlano tutti friulano se evidentemente, dopo le prime battute, si accorgono che l’interlocutore lo capisce.
E la cosa simpatica (e corretta) è che, quando devono usare un termine specialistico che in friulano non esiste, lo dicono tranquillamente in italiano. Diversamente da coloro che – ergendosi a paladini (interessati) della madrelingua – “traducono” in friulano l’intraducibile.
Su una rete radio nazionale-regionale c’è una trasmissione (molto sovvenzionata) dove parlano esclusivamente in friulano.
L’altro giorno parlando di cucina, a proposito di un piatto, uno degli “esperti” della friulanità ha detto: ” … e kiste jè la maxime espression de gastronomie furlane.”: e questa è la massima espressione della gastronomia friulana.
Come dire al signor “paladino”, che il concetto di massimo e di espressione (con questo significato) in friulano non esistono?
E gastronomia ancora meno.
Non credo sia questo il modo di mantenere viva una lingua-dialetto.

A voi tutti, in friulano d.o.c.g.
Mandi mandi

Luigi Girardi

Vecio parlar…

mar 5, 2013   //   by Ines Desideri   //   Blog, Parole nel tempo  //  30 Comments

Vecchio dialetto che hai nel tuo sapore
un gocciolo del latte di Eva,
vecchio dialetto che non so più,
che mi ti sei estenuato
giorno per giorno nella bocca (e non mi basti);
che sei cambiato come la mia faccia
con la mia pelle anno per anno.

Girare mi dà fastidio, in mezzo a queste macerie
di te, di me. Dal dente accanito del tempo
avanzi non restano nel piatto, e meno
di tutto i cimiteri: devo dirti cimitero?
E’ vero che non può più esserci oramai
nessun parlare di néne-nonne-mamme? Che fa male
ai bambini il pètel e gran maestri lo sconsigliano?

Ma tu vecchio parlare, persisti. E seppur gli uomini
ti dimenticheranno senza accorgersene,
ci saranno uccelli -
due tre uccelli soltanto magari
dagli spari e dal massacro volati via -:
domani sull’ultimo ramo là in fondo
in fondo a siepi e prati,
uccelli che ti hanno appreso da tanto tempo,
ti parleranno dentro il sole, nell’ombra.

Andrea Zanzotto

E’ finito il Carnevale?

feb 19, 2013   //   by Ines Desideri   //   Blog, Parole nel tempo  //  28 Comments

Carnevale, nella diocesi ambrosiana, è finito “formalmente” alle 24.00 di sabato, “sostanzialmente” all’ora in cui le persone sono andate a dormire, chi alle ventuno, con le galline, chi alle tre perché la serata carnascialesca andava a gonfie vele.

Il Carnevale dei politicanti inizia a Capodanno e finisce a San Silvestro. Quando, in periodo di elezioni, ricevo posta dei vari partiti la straccio senza aprirla perché, da qualunque parte arrivi, sono solo fanfaluche per poveri dementi. Quest’anno ho voluto controllare se era cambiato qualcosa: sorridendo amaro, a partire dalla terza busta ho ripreso a stracciarle senza aprirle.

Perbacco, come il Parbleu francese, è nato come alternativa ad un uso scorretto del nome di Dio, che – a sua volta – era nato come modo di dire sostitutivo di una bestemmia. Ma, come sempre succede in questi casi, il trascorrere dei secoli ha fatto perdere la nozione della sua origine e quindi non è più considerata una parolaccia.
D’altra parte per secoli abbiamo usato correttamente la parola testa, che però veniva usata dai Romani al posto di caput, con intento offensivo. Adesso nell’usare questa parola dobbiamo stare attenti a che non venga intesa come forma contratta di una frase estremamente volgare ed offensiva.

Domande: perché nei paesi cattolici a bestemmiare sono soprattutto gli uomini “credenti”?
Perché un cieco è un ipovedente, un disabile è un diversamente abile, ecc. con tutti gli eufemismi già trattati nel blog, ma un non credente (ateo, agnostico, di altra confessione o religione) è un miscredente?
Perché in questo caso non si usa una forma senza connotazione negativa?

Aldo Piglia

In maschera!

feb 7, 2013   //   by Ines Desideri   //   Blog, Parole nel tempo  //  25 Comments

La Maschera

Vent’anni fa m’ammascherai pur’io!
E ancora tengo er grugno de cartone
che servì p’annisconne quello mio.
Sta da vent’anni sopra un credenzone
quella Maschera buffa, ch’è restata
sempre co’ la medesima espressione,
sempre co’ la medesima risata.
Una vorta je chiesi: – E come fai
a conservà lo stesso bon umore
puro ne li momenti der dolore,
puro quanno me trovo fra li guai?
Felice te, che nun te cambi mai!
Felice te, che vivi senza còre!
La Maschera rispose: – E tu che piagni
che ce guadagni? Gnente! Ce guadagni
che la gente dirà: Povero diavolo,
te compatisco… me dispiace assai…
Ma, in fonno, credi, nun j’importa un cavolo!
Fa’ invece come me, ch’ho sempre riso:
e se te pija la malinconia
coprete er viso co’ la faccia mia
così la gente nun se scoccerà…
D’allora in poi nascónno li dolori
de dietro a un’allegria de cartapista
e passo per un celebre egoista
che se ne frega de l’umanità!

Trilussa

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