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Dei Diritti e dei Doveri

gen 31, 2013   //   by Ines Desideri   //   Blog, Parole nel tempo  //  7 Comments

Non avrei avuto alcunché da dire sull’intervento di Roberto del 27 di gennaio se non per le parole “dovere” e “diritto” usate nella stessa frase. Per giunta unite dal trattino! :-)

Perché, mi si chiederà, me la prendo con queste parole? Perché sono alla base di una civiltà che non ha bisogno di un fucile mitragliatore per tutelare i propri diritti.

Cioè una civiltà democratica come quella italiana.

Una che conosce bene la parola “DIRITTO” ma che ha completamente dimenticato e perfino disprezza la parola “DOVERE”.

La base di una civiltà democratica così presto degenera nel caos.

L’unica cura per prevenirlo è che la minima pena considerata per il minimo crimine sia la GOGNA.

Un minimo crimine è la sciatteria, in qualunque disciplina!

Ernesto Carbonelli
Toronto

Chi fa la lingua?

gen 27, 2013   //   by Ines Desideri   //   Blog, Parole nel tempo  //  15 Comments

Cara Ines,
nel suo ultimo commento Fausto Raso (che saluto cordialmente), fa un accenno ai “soloni che si piccano di fare la lingua”. Lascerei da parte l’urticante caratteristica di “piccarsi” che, a parer mio, rientra nell’andazzo generale, non solo in fatto di lingua.

“Fare la lingua”, questo è il punto, secondo me. Chi fa la lingua, o meglio chi ha il diritto-dovere di fare la lingua e chi no? “No olofrastico”, non ci piove.
Secondo me, una volta definita una normativa, indispensabile per il corretto uso di qualunque lingua, che è un “bene collettivo” (non proprietà di pochi eletti!), a fare la lingua sono le persone che ne usufruiscono e inevitabilmente la plasmano perché possa meglio soddisfare le molteplici esigenze comunicative, che non sono fisse e immutabili nel tempo ma che col passare del tempo si diversificano.
Quando dico che a fare la lingua sono le persone che ne usufruiscono non significa che ognuno può arbitrariamente stravolgere la normativa e usare la lingua come gli garba: le regole linguistiche devono essere rispettate, al pari di tutto ciò che è un bene collettivo, ma senza perdere di vista la plasticità e la dinamicità che, a parer mio, sono alla base della vera comunicazione.
L’obiettivo primario della lingua è comunicare, trasmettere informazioni, conoscenze, esperienze e altro: una lingua è il mezzo (il veicolo) che permette il passaggio di tutto questo da chi parla o scrive a chi ascolta o legge.
L’autista del “veicolo” ha ovviamente l’obbligo di rispettare le regole del codice linguistico, ma questo codice dovrebbe essere sfrondato di diverse regole, che chiamerei secondarie e che sono diventate in alcuni casi obsolete, le quali rendono più difficoltoso il viaggio. Un uso eccessivamente inamidato della lingua è anacronistico e può pregiudicare, in molti casi, il raggiungimento dell’obiettivo primario per il quale la lingua fu concepita nella notte dei tempi.

In chiusura, una nota (provocatoria se vogliamo) che mi viene spontaneo evidenziare, dopo aver visitato il Forum Acta Plantarum, suggerito da Aldo Piglia, al quale vanno i miei ringraziamenti e la mia stima.
Quando sarà disponibile in rete un’opera simile che raccolga la normativa della lingua italiana, chiara, non soggetta a letture diversificate e alla quale tutti possano accedere, senza bisogno di “rompersi la testa” nella ricerca di tale o talaltra regola?

Cari saluti a tutti
Roberto

Il Nome nel nome: la deonomastica

gen 16, 2013   //   by Ines Desideri   //   Blog, Parole nel tempo  //  42 Comments

Ancora protagonista Francesco Totti (da “Tutte le barzellette su Totti raccolte da me”, i cui proventi sono stati devoluti all’Unicef):

Totti sta registrando una pubblicità per la tv:
- Vieni al Cepu, ci ho andato anch’io!

A un esame di italiano il professore domanda a Totti:
- Mi saprebbe recitare la poesia 8 marzo?
E lui:
“Be’ … 8 m ‘arzo, 8 e un quarto faccio colazione, 8 e mezzo sto a allenamme a Trigoria…

Totti all’esame di inglese. Il professore:
- Mi traduca questa frase: “Che Dio t’assista”.
Totti senza pensarci risponde:
- What God taxi driver!

Suvvia, Francesco, non offenderti: si fa per celia! :D

Cari amici,
il libro “Dal nome proprio al nome comune” del linguista Bruno Migliorini (1896-1975) tratta i vocaboli che derivano dai nomi propri. Lo stesso studio appassionò successivamente anche T. Enzo La Stella, che scrisse “Dalie, dedali e damigiane” e creò il neologismo deonomastica, che significa “studio dei vocaboli derivanti da nomi propri”.

Celia è un deonomastico. Definito nei vocabolari come “scherzo, burla, specialmente verbale”, lo troviamo nel gergo teatrale dell’area fiorentina, come ciana. La parola riprende il nome di una giovane commediante, dal temperamento scherzoso e burlesco, che recita la parte di una serva di nome Celia. Secondo alcuni autori l’attuale modo di dire far celia deriva da far la Celia.
(da “Il Malmantile riacquistato” di Perlon Zipoli, pseudonimo di Lorenzo Lippi, 1606-1665).

La deonomastica è, a mio avviso, un campo della linguistica che riserva sorprese molto interessanti. Ne scopriremo insieme alcune e spero che siano apprezzate anche da voi, amici.
Ora scusatemi, ma sono convalescente ed è meglio che mi copra con la santuzza. ;-)

A tutti un cordiale ciao ciao
Ines

Di nuovo Natale

dic 18, 2012   //   by Ines Desideri   //   Blog, Parole nel tempo  //  28 Comments

Amici carissimi,
è di nuovo Natale e, come un anno fa, desidero augurare a tutti voi Buone Feste e serenità.
Ma desidero anche ringraziarvi di cuore per l’affetto che mi avete dimostrato, per essermi stati vicini – a dispetto delle distanze che sembrerebbero separarci – in un anno che per me e la mia famiglia è stato molto delicato.
Siete grandi e grande è la riconoscenza che nutro, credetemi.
Un abbraccio
Ines

Delle trascrizioni e delle traduzioni

dic 10, 2012   //   by Ines Desideri   //   Blog, Parole nel tempo  //  30 Comments

Cari tutti,
ad un giovane frate fu assegnato dal superiore di copiare di nuovo il sacro grande libro.
Dopo tanta fatica e nel mezzo dell’opera gli venne in mente di chiedere se dopo tante copie non fossero mai stati fatti errori di trascrizione.
Il superiore gli rispose brusco che il sacro grande libro era d’ispirazione divina pertanto ciò non sarebbe stato mai possibile. La copia che gli aveva dato da copiare era stata vergata dalle sue stesse mani e ottenuta direttamente da una molto antica presente nella biblioteca segreta insieme all’originale e accessibile solo agli eletti.
Una mattina andando al suo scrittoio il giovane frate vide il superiore accasciato su una panca laterale: sembrava che piangesse. Si avvicinò all’anziano fratello e vide lacrime a fiotti sgorgare dagli occhi stanchi.
Nel chiedere spiegazioni il giovane sentì il vegliardo biascicare parole sconnesse; poi capì che era andato a controllare l’originale del grande sacro libro e aveva notato che la frase: “La vita dei frati deve essere celebrata” era stata trascritta in antichità con: “La vita dei frati deve essere celibata”!
Come faceva adesso a non piangere il povero vecchio frate?

A parte l’ilarità suscitata dall’esempio per illustrare quello che poteva succedere con le trascrizioni fatte dagli amanuensi, prendiamo un esempio particolare: Elio Vittorini è il traduttore, Ernest Hemingway l’autore.
Il titolo originale di uno dei numerosi racconti di Hemingway è “The Gambler, the Nun and the Radio”, che fu così tradotto da Vittorini: “Monaca e messicani, la radio”.
Nel tradurre il racconto, Vittorini omise diversi passaggi, ma ciò che più colpisce è un evidente errore geografico:
Hemingway: “Mr Frazer grew very fond of Seattle, Washington.”
Vittorini: “Frazer voleva un gran bene a Seattle, sull’Atlantico.”

Ora vi chiedo se mai avete avuto l’impressione che quello che state leggendo è più frutto della fantasia del traduttore e non l’intenzione dello scrittore! :-)

Cordialmente
Ernesto Carbonelli

Dal soldo al soldato

nov 30, 2012   //   by Ines Desideri   //   Blog, Parole nel tempo  //  23 Comments

Forse non tutti sanno che c’è una “parentela etimologica” tra il soldo e il soldato. Vogliamo vederla? Anzi, scoprirla? Cominciamo dal soldo, che è una moneta – ormai scomparsa dalla circolazione – di basso valore: la ventesima parte di una lira (prima dell’avvento dell’euro). Il suo valore, dunque, era talmente infimo che noi, per mettere in risalto il fatto che una determinata cosa non vale assolutamente nulla diciamo, infatti, che “non vale un… soldo”.
In origine, però, non era affatto cosí: il termine soldo indicava una moneta pesantissima e, per tanto, di ‘immenso’ valore. Si pensi ai Romani, che chiamavano “nummus aureus solidus” o, semplicemente, “solidus” , la moneta (‘nummus’) di oro massiccio. Il termine, dunque, ha cambiato di significato (si fa per dire) per il mutare dei costumi e delle condizioni storiche in cui vivono i parlanti: la perdita di valore della moneta ha tolto valore anche al suo nome. Questa premessa sul soldo per vedere, appunto, la parentela con il soldato. Occorre, però, tornare indietro nel tempo in cui gli eserciti erano formati dai cosí detti mercenari, vale a dire da gente che si metteva a disposizione, o meglio al servizio, di un signore o di uno Stato ricevendone un compenso. Questo compenso era chiamato ‘soldo’ (perché consisteva in moneta, ‘solidus’) e coloro che lo percepivano erano chiamati “assoldati”, vale a dire arrolati per guadagnarsi il ‘soldo’. Da assoldato – per il solito processo linguistico – è venuto il “soldato”, termine che si è conservato anche ora che i soldati non sono piú mercenari.
E a proposito di mercenari, il vocabolo non vi dice nulla? Analizziamolo assieme: dal latino “mercenarius”, derivato di ‘mercedem’ (mercede, paga). Il mercenario, quindi, è «colui che serve gli altri per mercede».
Il vocabolo era molto “in voga” alla fine del Medio Evo e nel Rinascimento in quanto designava, appunto, le truppe mercenarie, che servivano chi piú pagava, combattendo senza passione e senza ‘fede’ (politica).
Fausto Raso

Tra presente e passato

nov 21, 2012   //   by Ines Desideri   //   Blog, Parole nel tempo  //  30 Comments

Cara Ines,
per favore, risparmiami “intrigante”!
Oggi tutto “intriga” ed è quindi intrigante: dai film ai libri, dai pettegolezzi ai dibattiti televisivi; anche le persone possono “intrigare” ed essere intriganti. Si esagera con questo aggettivo, fino ad adoperarlo diverse volte a sproposito, con il rischio di equivoci, se non di brusche cadute di stile.
Interessante, coinvolgente, trascinante, stimolante, appassionante, entusiasmante sono più che sufficienti, in quanto a varietà e intensità, per descrivere qualcosa che cattura vivamente l’interesse.
Rispondendo a Fausto Raso ho usato “carinerie”: una monelleria (lo confesso) per vedere le reazioni della nostra simpatica compagnia.
Se tutto tace significa che piace? Toh, m’è venuta una rima!
Oggi le cose e le persone sono “carine”, cioè né belle né brutte, in quanto essere carini significa spesso essere gentili, cordiali, affabili, generosi (e via discorrendo).
Si dicono o si fanno “carinerie”, che sono parole o gesti di garbo, di buona educazione, di riguardo verso qualcuno.
Su “essere persone squisite” abbiamo già argomentato in precedenza, concludendo che non siamo mica cannibali, vero, caro Ernesto? Un salutone!

Eccoci quindi alle prese con un vocabolario che si adegua alle mode e, nello stesso tempo, a domandarci se sia il caso o no di gettare dalla torre il vocabolario dei termini arcaici.
Difendiamo (ed è giusto farlo) le parole “a rischio di estinzione”, se conservano una specificità che si confà all’evolversi della lingua.
Lasciamo gli arcaismi agli accademici, ai linguisti e a quanti altri vogliano coltivare la passione della ricerca e dello studio delle parole che è giocoforza estromettere per raggiunti limiti di età.

Note a margine, cara Conduttrice.
Con Ernesto s’era parlato di Montepulciano d’Abruzzo, non di cinabro (solfuro di mercurio), che ha un bel colore rosso, ma non si può bere!
Ballare un lotulento: dubito che ballare su una pista lotulenta (fangosa) sia consigliabile.
Noi oscitanti (pigri, indolenti)? Non si direbbe, anzi siamo tutti seduli (diligenti), lepidi (arguti) e azzimati, all’occorrenza: niente calzoni corti, sandali e calzini, s’era detto l’estate scorsa.
“Chi si loda s’imbroda”: perché?

Concludo con i “veroni” leopardiani:
“d’in su i veroni del paterno ostello
porgea gli orecchi al suon della tua voce” (A Silvia)

Cari saluti a tutti
Roberto

L’autunno delle parole

nov 12, 2012   //   by Ines Desideri   //   Blog, Parole nel tempo, Senza categoria  //  18 Comments

“Si sta come
d’autunno
sugli alberi
le foglie.”

Cari amici,
nella poesia “Soldati” (1918) Giuseppe Ungaretti riassume in quattro versi la caducità dell’esistenza, paragonandola alle foglie degli alberi.
Le vediamo, in questa stagione dell’anno, sfoggiare le tinte calde dell’agonia, ostinarsi a un ramo, poi cadere e abbandonarsi ai capricci del vento.

Probabilmente anche alcune parole – come le foglie – sono destinate a morire.
Sono circa tremila i vocaboli in via d’estinzione: tra questi troviamo garrulo, sapido, uggioso, ondivago, calepino, ghiribizzo, celia e l’elenco potrebbe continuare.
Negli ultimi anni diverse iniziative sono state promosse in difesa delle così dette parole desuete e, a mio avviso, è giusto che siano risparmiate all’oblio (altro vocabolo a rischio di estinzione?), poiché costituiscono una parte significativa del nostro patrimonio lessicale.
Ma, nonostante gli inevitabili mutamenti, la Storia si ripete e sicuramente, in passato, sono state combattute battaglie simili per salvare altre parole.

Non chiamiamo albagia la magia dell’alba: “Caro, ricordi l’albagia sul mare?”
“Beviamo un cinabro?” … Non è un digestivo!
“Permette questo lutolento, signora?”: siamo sicuri che sia un ballo?
Colluvie non fa pensare alla marca di un collutorio e sedulo a un blando sedativo? La lepidezza è una particolare forma di obesità? Possiamo definire azzimata un’abbuffata di pane azzimo?

Parole dimenticate: a torto o a ragione?
La “i prostetica” non gode di buona salute: meglio così?
Gli arcaismi sono un vezzo?
Non siate oscitanti, amici: aspetto i vostri commenti, ma non ditemi che sto fuori come i veroni: potrei offendermi.

Buona giornata e un :-) a tutti.
Ines Desideri

Le parole che non troviamo

nov 2, 2012   //   by Ines Desideri   //   Blog, Parole nel tempo  //  28 Comments

Cari amici,
“ … Ma soprattutto parole piene: per comunicare.”: così si concludeva la mia introduzione al nuovo blog, poco più di un mese fa.
Oggi si commemorano i Defunti. Le parole che leggerete dopo questa breve premessa hanno la pienezza dei sentimenti nobili e, nel contempo, sono parole che nascono dal desiderio di esprimere e comunicare lo stato d’animo che accompagna il tempo del dolore.
A tutti voi, amici, un saluto affettuoso.
A te, carissimo Luigi, semplicemente Grazie, per ora.
Ines

Queste che leggerete sono parole di profonda tristezza.
Ma, purtroppo, sono anch’esse parte del nostro vivere.
Ieri sera sono andato a trovare un mio carissimo amico. Ha 67 anni e lavora da quando ne aveva 14. Fa il terrazziere.
Non ricordo che abbia mai fatto tre giorni di vacanza.
Aveva due figli, che lavoravano con lui. Il primo “si è” Perso 12 anni fa, a 28 anni, per problemi sentimentali.
Il secondo l’ha Perso l’altra sera, in un incidente stradale. Aveva 34 anni.
Mentre andavo a casa sua, pensavo a Cosa avrei potuto dirgli. Ma ogni “parola” mi pareva vuota, “stupida”, inutile, in più.
Quando l’ho visto gli ho detto “Ciao Ferruccio” e ho sentito che tutte le parole del mondo erano svanite. Disperse in quel vento che chiamiamo Dolore.
Mandi
Luigi Girardi

Da Toronto con furore

ott 29, 2012   //   by Ines Desideri   //   Blog, Parole nel tempo  //  33 Comments

Cara Ines,
Il pastificio di Xantippe ha sfornato una buona quantità di “fini fini”. La didascalia dice che verranno conditi con sugo di costato stracotto al tartufo bianco.
Da mettere sulla Magna Carta di Luigi? Che ne dici?

http://www.facebook.com/photo.php?fbid=4087303134221&l=72094f4433

La gentile Angela ti chiede se gli orrori (sì ORRORI) ortografici e grammaticali debbano essere condivisi dagli editori; io mi aggancio essendo dell’opinione che definitivamente chi prende la parte del leone dei ricavati ha la responsabilità di produrre qualcosa di qualità. Il “manoscritto” può contenere errori ma il prodotto finale no!
Allora io direi che se i lettori trovano errori, essendo il prodotto difettoso, lo possono rimandare all’editore e chiedere i soldi indietro!

Vedo spesso usato il “c’ho” al posto di “ho” o “io ho” e chiedo se questa forma sia corretta. Per me si dovrebbe pronunciare “kò”, comunque errato, ma l’opinione è solo mia, per ora.

Non mi meraviglia più di tanto che nelle università italiane succedano le stragi cui accenni. Quando sento alcune persone, miei compagni di scuola, quindi oggi della classe docente appena passata, essere appellati quali dottori, ingegneri e professori, ricordandoli come egregi somari che amavano tanto la “squola”, ma tanto da ripetere ogni classe tre volte, oggi non sono solo somari ma anche presuntuosi!
Lupus in fabula: quel pediatra doveva ritornare “alla silo” o no?

Pfui, che frase lunga di sopra! Ho imparato ad usare frasi corte e al punto dall’immersione totale nell’inglese. I lunghi panegirici a volte circolari non mi sono mai piaciuti. Meno ancora quelle frasi che ti lasciano in sospeso. Come la pensi cara trattrice? È stato chiesto ma ci ha sorvolato.

Ricordo che in Latino due negazioni affermano e recentemente se ne è parlato. La pagina della Crusca è piuttosto sintetica; come è venuto ad essere che una delle parti negative in Italiano è divenuta un rafforzativo? C’è una storia precisa o è diventato d’uso comune col tempo?

Vogliamo abbandonare le maiuscole reverenziali? Siamo sicuri che sia un valido motivo quello di appiattire il discorso? In molte lingue tutti i nomi proprii si scrivono con la maiuscola, perfino in inglese, che vogliamo a tutti i costi adottare, le maiuscole sono usate come il prezzemolo che entra dappertutto… vogliamo esaminare la faccenda?

A Toronto staremo a mollo, grazie a Sandy, per qualche giorno perciò il festival degli spiritelli sarà di tenore piuttosto basso. Vedremo di rimediare qualche foto di cocuzze scolpite, se non ci riesco pazienza, inutile dire “piove governo ladro”.
Ma da dove viene questa espressione?

A tutti una buona e felice settimana
Ernesto Carbonelli

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