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E’ finito il Carnevale?

feb 19, 2013   //   by Ines Desideri   //   Blog, Parole nel tempo  //  28 Comments

Carnevale, nella diocesi ambrosiana, è finito “formalmente” alle 24.00 di sabato, “sostanzialmente” all’ora in cui le persone sono andate a dormire, chi alle ventuno, con le galline, chi alle tre perché la serata carnascialesca andava a gonfie vele.

Il Carnevale dei politicanti inizia a Capodanno e finisce a San Silvestro. Quando, in periodo di elezioni, ricevo posta dei vari partiti la straccio senza aprirla perché, da qualunque parte arrivi, sono solo fanfaluche per poveri dementi. Quest’anno ho voluto controllare se era cambiato qualcosa: sorridendo amaro, a partire dalla terza busta ho ripreso a stracciarle senza aprirle.

Perbacco, come il Parbleu francese, è nato come alternativa ad un uso scorretto del nome di Dio, che – a sua volta – era nato come modo di dire sostitutivo di una bestemmia. Ma, come sempre succede in questi casi, il trascorrere dei secoli ha fatto perdere la nozione della sua origine e quindi non è più considerata una parolaccia.
D’altra parte per secoli abbiamo usato correttamente la parola testa, che però veniva usata dai Romani al posto di caput, con intento offensivo. Adesso nell’usare questa parola dobbiamo stare attenti a che non venga intesa come forma contratta di una frase estremamente volgare ed offensiva.

Domande: perché nei paesi cattolici a bestemmiare sono soprattutto gli uomini “credenti”?
Perché un cieco è un ipovedente, un disabile è un diversamente abile, ecc. con tutti gli eufemismi già trattati nel blog, ma un non credente (ateo, agnostico, di altra confessione o religione) è un miscredente?
Perché in questo caso non si usa una forma senza connotazione negativa?

Aldo Piglia

In maschera!

feb 7, 2013   //   by Ines Desideri   //   Blog, Parole nel tempo  //  25 Comments

La Maschera

Vent’anni fa m’ammascherai pur’io!
E ancora tengo er grugno de cartone
che servì p’annisconne quello mio.
Sta da vent’anni sopra un credenzone
quella Maschera buffa, ch’è restata
sempre co’ la medesima espressione,
sempre co’ la medesima risata.
Una vorta je chiesi: – E come fai
a conservà lo stesso bon umore
puro ne li momenti der dolore,
puro quanno me trovo fra li guai?
Felice te, che nun te cambi mai!
Felice te, che vivi senza còre!
La Maschera rispose: – E tu che piagni
che ce guadagni? Gnente! Ce guadagni
che la gente dirà: Povero diavolo,
te compatisco… me dispiace assai…
Ma, in fonno, credi, nun j’importa un cavolo!
Fa’ invece come me, ch’ho sempre riso:
e se te pija la malinconia
coprete er viso co’ la faccia mia
così la gente nun se scoccerà…
D’allora in poi nascónno li dolori
de dietro a un’allegria de cartapista
e passo per un celebre egoista
che se ne frega de l’umanità!

Trilussa

Dei Diritti e dei Doveri

gen 31, 2013   //   by Ines Desideri   //   Blog, Parole nel tempo  //  7 Comments

Non avrei avuto alcunché da dire sull’intervento di Roberto del 27 di gennaio se non per le parole “dovere” e “diritto” usate nella stessa frase. Per giunta unite dal trattino! :-)

Perché, mi si chiederà, me la prendo con queste parole? Perché sono alla base di una civiltà che non ha bisogno di un fucile mitragliatore per tutelare i propri diritti.

Cioè una civiltà democratica come quella italiana.

Una che conosce bene la parola “DIRITTO” ma che ha completamente dimenticato e perfino disprezza la parola “DOVERE”.

La base di una civiltà democratica così presto degenera nel caos.

L’unica cura per prevenirlo è che la minima pena considerata per il minimo crimine sia la GOGNA.

Un minimo crimine è la sciatteria, in qualunque disciplina!

Ernesto Carbonelli
Toronto

Chi fa la lingua?

gen 27, 2013   //   by Ines Desideri   //   Blog, Parole nel tempo  //  15 Comments

Cara Ines,
nel suo ultimo commento Fausto Raso (che saluto cordialmente), fa un accenno ai “soloni che si piccano di fare la lingua”. Lascerei da parte l’urticante caratteristica di “piccarsi” che, a parer mio, rientra nell’andazzo generale, non solo in fatto di lingua.

“Fare la lingua”, questo è il punto, secondo me. Chi fa la lingua, o meglio chi ha il diritto-dovere di fare la lingua e chi no? “No olofrastico”, non ci piove.
Secondo me, una volta definita una normativa, indispensabile per il corretto uso di qualunque lingua, che è un “bene collettivo” (non proprietà di pochi eletti!), a fare la lingua sono le persone che ne usufruiscono e inevitabilmente la plasmano perché possa meglio soddisfare le molteplici esigenze comunicative, che non sono fisse e immutabili nel tempo ma che col passare del tempo si diversificano.
Quando dico che a fare la lingua sono le persone che ne usufruiscono non significa che ognuno può arbitrariamente stravolgere la normativa e usare la lingua come gli garba: le regole linguistiche devono essere rispettate, al pari di tutto ciò che è un bene collettivo, ma senza perdere di vista la plasticità e la dinamicità che, a parer mio, sono alla base della vera comunicazione.
L’obiettivo primario della lingua è comunicare, trasmettere informazioni, conoscenze, esperienze e altro: una lingua è il mezzo (il veicolo) che permette il passaggio di tutto questo da chi parla o scrive a chi ascolta o legge.
L’autista del “veicolo” ha ovviamente l’obbligo di rispettare le regole del codice linguistico, ma questo codice dovrebbe essere sfrondato di diverse regole, che chiamerei secondarie e che sono diventate in alcuni casi obsolete, le quali rendono più difficoltoso il viaggio. Un uso eccessivamente inamidato della lingua è anacronistico e può pregiudicare, in molti casi, il raggiungimento dell’obiettivo primario per il quale la lingua fu concepita nella notte dei tempi.

In chiusura, una nota (provocatoria se vogliamo) che mi viene spontaneo evidenziare, dopo aver visitato il Forum Acta Plantarum, suggerito da Aldo Piglia, al quale vanno i miei ringraziamenti e la mia stima.
Quando sarà disponibile in rete un’opera simile che raccolga la normativa della lingua italiana, chiara, non soggetta a letture diversificate e alla quale tutti possano accedere, senza bisogno di “rompersi la testa” nella ricerca di tale o talaltra regola?

Cari saluti a tutti
Roberto

Il Nome nel nome: la deonomastica

gen 16, 2013   //   by Ines Desideri   //   Blog, Parole nel tempo  //  42 Comments

Ancora protagonista Francesco Totti (da “Tutte le barzellette su Totti raccolte da me”, i cui proventi sono stati devoluti all’Unicef):

Totti sta registrando una pubblicità per la tv:
- Vieni al Cepu, ci ho andato anch’io!

A un esame di italiano il professore domanda a Totti:
- Mi saprebbe recitare la poesia 8 marzo?
E lui:
“Be’ … 8 m ‘arzo, 8 e un quarto faccio colazione, 8 e mezzo sto a allenamme a Trigoria…

Totti all’esame di inglese. Il professore:
- Mi traduca questa frase: “Che Dio t’assista”.
Totti senza pensarci risponde:
- What God taxi driver!

Suvvia, Francesco, non offenderti: si fa per celia! :D

Cari amici,
il libro “Dal nome proprio al nome comune” del linguista Bruno Migliorini (1896-1975) tratta i vocaboli che derivano dai nomi propri. Lo stesso studio appassionò successivamente anche T. Enzo La Stella, che scrisse “Dalie, dedali e damigiane” e creò il neologismo deonomastica, che significa “studio dei vocaboli derivanti da nomi propri”.

Celia è un deonomastico. Definito nei vocabolari come “scherzo, burla, specialmente verbale”, lo troviamo nel gergo teatrale dell’area fiorentina, come ciana. La parola riprende il nome di una giovane commediante, dal temperamento scherzoso e burlesco, che recita la parte di una serva di nome Celia. Secondo alcuni autori l’attuale modo di dire far celia deriva da far la Celia.
(da “Il Malmantile riacquistato” di Perlon Zipoli, pseudonimo di Lorenzo Lippi, 1606-1665).

La deonomastica è, a mio avviso, un campo della linguistica che riserva sorprese molto interessanti. Ne scopriremo insieme alcune e spero che siano apprezzate anche da voi, amici.
Ora scusatemi, ma sono convalescente ed è meglio che mi copra con la santuzza. ;-)

A tutti un cordiale ciao ciao
Ines

Carpe diem

gen 1, 2013   //   by Ines Desideri   //   Attualità, Blog  //  16 Comments

“Sai… gli antichi Egizi avevano una bellissima credenza sulla morte. Quando le anime si presentavano in paradiso gli dei facevano due domande e a seconda di come rispondevano venivano ammessi o no: hai trovato la gioia nella tua vita? La tua vita ha portato gioia agli altri?” (dal film “The bucket list” – 2008)

“Non è mai troppo tardi”: questo è il (pessimo, a mio avviso) titolo italiano del film da cui è tratta la frase citata. Protagonisti un cinico, spregiudicato Jack Nicholson – che sembra recitare sé stesso, tanto gli viene naturale immedesimarsi nel ruolo – e un saggio, elegante Morgan Freeman.
La critica cinematografica italiana – tranne La Stampa – ha stroncato la pellicola. A me è piaciuta: “De gustibus …” o “Questione di feeling”, poco importa, ma mi è piaciuta.

Cari amici,
inauguriamo il nuovo anno parlando di gioia, secondo lo spunto offerto dalla frase proposta, per arrivare insieme al “Carpe diem”, che ritengo sia il tema centrale del film, del quale – tra l’altro – mi farebbe piacere parlare con voi, qualora lo aveste visto.
Può portare gioia alla vita altrui chi non l’ha trovata nella propria?

Bertornati in Attualità, amici. A tutti un cordiale ciao ciao.
Ines

Di nuovo Natale

dic 18, 2012   //   by Ines Desideri   //   Blog, Parole nel tempo  //  28 Comments

Amici carissimi,
è di nuovo Natale e, come un anno fa, desidero augurare a tutti voi Buone Feste e serenità.
Ma desidero anche ringraziarvi di cuore per l’affetto che mi avete dimostrato, per essermi stati vicini – a dispetto delle distanze che sembrerebbero separarci – in un anno che per me e la mia famiglia è stato molto delicato.
Siete grandi e grande è la riconoscenza che nutro, credetemi.
Un abbraccio
Ines

Delle trascrizioni e delle traduzioni

dic 10, 2012   //   by Ines Desideri   //   Blog, Parole nel tempo  //  30 Comments

Cari tutti,
ad un giovane frate fu assegnato dal superiore di copiare di nuovo il sacro grande libro.
Dopo tanta fatica e nel mezzo dell’opera gli venne in mente di chiedere se dopo tante copie non fossero mai stati fatti errori di trascrizione.
Il superiore gli rispose brusco che il sacro grande libro era d’ispirazione divina pertanto ciò non sarebbe stato mai possibile. La copia che gli aveva dato da copiare era stata vergata dalle sue stesse mani e ottenuta direttamente da una molto antica presente nella biblioteca segreta insieme all’originale e accessibile solo agli eletti.
Una mattina andando al suo scrittoio il giovane frate vide il superiore accasciato su una panca laterale: sembrava che piangesse. Si avvicinò all’anziano fratello e vide lacrime a fiotti sgorgare dagli occhi stanchi.
Nel chiedere spiegazioni il giovane sentì il vegliardo biascicare parole sconnesse; poi capì che era andato a controllare l’originale del grande sacro libro e aveva notato che la frase: “La vita dei frati deve essere celebrata” era stata trascritta in antichità con: “La vita dei frati deve essere celibata”!
Come faceva adesso a non piangere il povero vecchio frate?

A parte l’ilarità suscitata dall’esempio per illustrare quello che poteva succedere con le trascrizioni fatte dagli amanuensi, prendiamo un esempio particolare: Elio Vittorini è il traduttore, Ernest Hemingway l’autore.
Il titolo originale di uno dei numerosi racconti di Hemingway è “The Gambler, the Nun and the Radio”, che fu così tradotto da Vittorini: “Monaca e messicani, la radio”.
Nel tradurre il racconto, Vittorini omise diversi passaggi, ma ciò che più colpisce è un evidente errore geografico:
Hemingway: “Mr Frazer grew very fond of Seattle, Washington.”
Vittorini: “Frazer voleva un gran bene a Seattle, sull’Atlantico.”

Ora vi chiedo se mai avete avuto l’impressione che quello che state leggendo è più frutto della fantasia del traduttore e non l’intenzione dello scrittore! :-)

Cordialmente
Ernesto Carbonelli

Dal soldo al soldato

nov 30, 2012   //   by Ines Desideri   //   Blog, Parole nel tempo  //  23 Comments

Forse non tutti sanno che c’è una “parentela etimologica” tra il soldo e il soldato. Vogliamo vederla? Anzi, scoprirla? Cominciamo dal soldo, che è una moneta – ormai scomparsa dalla circolazione – di basso valore: la ventesima parte di una lira (prima dell’avvento dell’euro). Il suo valore, dunque, era talmente infimo che noi, per mettere in risalto il fatto che una determinata cosa non vale assolutamente nulla diciamo, infatti, che “non vale un… soldo”.
In origine, però, non era affatto cosí: il termine soldo indicava una moneta pesantissima e, per tanto, di ‘immenso’ valore. Si pensi ai Romani, che chiamavano “nummus aureus solidus” o, semplicemente, “solidus” , la moneta (‘nummus’) di oro massiccio. Il termine, dunque, ha cambiato di significato (si fa per dire) per il mutare dei costumi e delle condizioni storiche in cui vivono i parlanti: la perdita di valore della moneta ha tolto valore anche al suo nome. Questa premessa sul soldo per vedere, appunto, la parentela con il soldato. Occorre, però, tornare indietro nel tempo in cui gli eserciti erano formati dai cosí detti mercenari, vale a dire da gente che si metteva a disposizione, o meglio al servizio, di un signore o di uno Stato ricevendone un compenso. Questo compenso era chiamato ‘soldo’ (perché consisteva in moneta, ‘solidus’) e coloro che lo percepivano erano chiamati “assoldati”, vale a dire arrolati per guadagnarsi il ‘soldo’. Da assoldato – per il solito processo linguistico – è venuto il “soldato”, termine che si è conservato anche ora che i soldati non sono piú mercenari.
E a proposito di mercenari, il vocabolo non vi dice nulla? Analizziamolo assieme: dal latino “mercenarius”, derivato di ‘mercedem’ (mercede, paga). Il mercenario, quindi, è «colui che serve gli altri per mercede».
Il vocabolo era molto “in voga” alla fine del Medio Evo e nel Rinascimento in quanto designava, appunto, le truppe mercenarie, che servivano chi piú pagava, combattendo senza passione e senza ‘fede’ (politica).
Fausto Raso

Tra presente e passato

nov 21, 2012   //   by Ines Desideri   //   Blog, Parole nel tempo  //  30 Comments

Cara Ines,
per favore, risparmiami “intrigante”!
Oggi tutto “intriga” ed è quindi intrigante: dai film ai libri, dai pettegolezzi ai dibattiti televisivi; anche le persone possono “intrigare” ed essere intriganti. Si esagera con questo aggettivo, fino ad adoperarlo diverse volte a sproposito, con il rischio di equivoci, se non di brusche cadute di stile.
Interessante, coinvolgente, trascinante, stimolante, appassionante, entusiasmante sono più che sufficienti, in quanto a varietà e intensità, per descrivere qualcosa che cattura vivamente l’interesse.
Rispondendo a Fausto Raso ho usato “carinerie”: una monelleria (lo confesso) per vedere le reazioni della nostra simpatica compagnia.
Se tutto tace significa che piace? Toh, m’è venuta una rima!
Oggi le cose e le persone sono “carine”, cioè né belle né brutte, in quanto essere carini significa spesso essere gentili, cordiali, affabili, generosi (e via discorrendo).
Si dicono o si fanno “carinerie”, che sono parole o gesti di garbo, di buona educazione, di riguardo verso qualcuno.
Su “essere persone squisite” abbiamo già argomentato in precedenza, concludendo che non siamo mica cannibali, vero, caro Ernesto? Un salutone!

Eccoci quindi alle prese con un vocabolario che si adegua alle mode e, nello stesso tempo, a domandarci se sia il caso o no di gettare dalla torre il vocabolario dei termini arcaici.
Difendiamo (ed è giusto farlo) le parole “a rischio di estinzione”, se conservano una specificità che si confà all’evolversi della lingua.
Lasciamo gli arcaismi agli accademici, ai linguisti e a quanti altri vogliano coltivare la passione della ricerca e dello studio delle parole che è giocoforza estromettere per raggiunti limiti di età.

Note a margine, cara Conduttrice.
Con Ernesto s’era parlato di Montepulciano d’Abruzzo, non di cinabro (solfuro di mercurio), che ha un bel colore rosso, ma non si può bere!
Ballare un lotulento: dubito che ballare su una pista lotulenta (fangosa) sia consigliabile.
Noi oscitanti (pigri, indolenti)? Non si direbbe, anzi siamo tutti seduli (diligenti), lepidi (arguti) e azzimati, all’occorrenza: niente calzoni corti, sandali e calzini, s’era detto l’estate scorsa.
“Chi si loda s’imbroda”: perché?

Concludo con i “veroni” leopardiani:
“d’in su i veroni del paterno ostello
porgea gli orecchi al suon della tua voce” (A Silvia)

Cari saluti a tutti
Roberto

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