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L’autunno delle parole

nov 12, 2012   //   by Ines Desideri   //   Blog, Parole nel tempo, Senza categoria  //  18 Comments

“Si sta come
d’autunno
sugli alberi
le foglie.”

Cari amici,
nella poesia “Soldati” (1918) Giuseppe Ungaretti riassume in quattro versi la caducità dell’esistenza, paragonandola alle foglie degli alberi.
Le vediamo, in questa stagione dell’anno, sfoggiare le tinte calde dell’agonia, ostinarsi a un ramo, poi cadere e abbandonarsi ai capricci del vento.

Probabilmente anche alcune parole – come le foglie – sono destinate a morire.
Sono circa tremila i vocaboli in via d’estinzione: tra questi troviamo garrulo, sapido, uggioso, ondivago, calepino, ghiribizzo, celia e l’elenco potrebbe continuare.
Negli ultimi anni diverse iniziative sono state promosse in difesa delle così dette parole desuete e, a mio avviso, è giusto che siano risparmiate all’oblio (altro vocabolo a rischio di estinzione?), poiché costituiscono una parte significativa del nostro patrimonio lessicale.
Ma, nonostante gli inevitabili mutamenti, la Storia si ripete e sicuramente, in passato, sono state combattute battaglie simili per salvare altre parole.

Non chiamiamo albagia la magia dell’alba: “Caro, ricordi l’albagia sul mare?”
“Beviamo un cinabro?” … Non è un digestivo!
“Permette questo lutolento, signora?”: siamo sicuri che sia un ballo?
Colluvie non fa pensare alla marca di un collutorio e sedulo a un blando sedativo? La lepidezza è una particolare forma di obesità? Possiamo definire azzimata un’abbuffata di pane azzimo?

Parole dimenticate: a torto o a ragione?
La “i prostetica” non gode di buona salute: meglio così?
Gli arcaismi sono un vezzo?
Non siate oscitanti, amici: aspetto i vostri commenti, ma non ditemi che sto fuori come i veroni: potrei offendermi.

Buona giornata e un :-) a tutti.
Ines Desideri

Le parole che non troviamo

nov 2, 2012   //   by Ines Desideri   //   Blog, Parole nel tempo  //  28 Comments

Cari amici,
“ … Ma soprattutto parole piene: per comunicare.”: così si concludeva la mia introduzione al nuovo blog, poco più di un mese fa.
Oggi si commemorano i Defunti. Le parole che leggerete dopo questa breve premessa hanno la pienezza dei sentimenti nobili e, nel contempo, sono parole che nascono dal desiderio di esprimere e comunicare lo stato d’animo che accompagna il tempo del dolore.
A tutti voi, amici, un saluto affettuoso.
A te, carissimo Luigi, semplicemente Grazie, per ora.
Ines

Queste che leggerete sono parole di profonda tristezza.
Ma, purtroppo, sono anch’esse parte del nostro vivere.
Ieri sera sono andato a trovare un mio carissimo amico. Ha 67 anni e lavora da quando ne aveva 14. Fa il terrazziere.
Non ricordo che abbia mai fatto tre giorni di vacanza.
Aveva due figli, che lavoravano con lui. Il primo “si è” Perso 12 anni fa, a 28 anni, per problemi sentimentali.
Il secondo l’ha Perso l’altra sera, in un incidente stradale. Aveva 34 anni.
Mentre andavo a casa sua, pensavo a Cosa avrei potuto dirgli. Ma ogni “parola” mi pareva vuota, “stupida”, inutile, in più.
Quando l’ho visto gli ho detto “Ciao Ferruccio” e ho sentito che tutte le parole del mondo erano svanite. Disperse in quel vento che chiamiamo Dolore.
Mandi
Luigi Girardi

Da Toronto con furore

ott 29, 2012   //   by Ines Desideri   //   Blog, Parole nel tempo  //  33 Comments

Cara Ines,
Il pastificio di Xantippe ha sfornato una buona quantità di “fini fini”. La didascalia dice che verranno conditi con sugo di costato stracotto al tartufo bianco.
Da mettere sulla Magna Carta di Luigi? Che ne dici?

http://www.facebook.com/photo.php?fbid=4087303134221&l=72094f4433

La gentile Angela ti chiede se gli orrori (sì ORRORI) ortografici e grammaticali debbano essere condivisi dagli editori; io mi aggancio essendo dell’opinione che definitivamente chi prende la parte del leone dei ricavati ha la responsabilità di produrre qualcosa di qualità. Il “manoscritto” può contenere errori ma il prodotto finale no!
Allora io direi che se i lettori trovano errori, essendo il prodotto difettoso, lo possono rimandare all’editore e chiedere i soldi indietro!

Vedo spesso usato il “c’ho” al posto di “ho” o “io ho” e chiedo se questa forma sia corretta. Per me si dovrebbe pronunciare “kò”, comunque errato, ma l’opinione è solo mia, per ora.

Non mi meraviglia più di tanto che nelle università italiane succedano le stragi cui accenni. Quando sento alcune persone, miei compagni di scuola, quindi oggi della classe docente appena passata, essere appellati quali dottori, ingegneri e professori, ricordandoli come egregi somari che amavano tanto la “squola”, ma tanto da ripetere ogni classe tre volte, oggi non sono solo somari ma anche presuntuosi!
Lupus in fabula: quel pediatra doveva ritornare “alla silo” o no?

Pfui, che frase lunga di sopra! Ho imparato ad usare frasi corte e al punto dall’immersione totale nell’inglese. I lunghi panegirici a volte circolari non mi sono mai piaciuti. Meno ancora quelle frasi che ti lasciano in sospeso. Come la pensi cara trattrice? È stato chiesto ma ci ha sorvolato.

Ricordo che in Latino due negazioni affermano e recentemente se ne è parlato. La pagina della Crusca è piuttosto sintetica; come è venuto ad essere che una delle parti negative in Italiano è divenuta un rafforzativo? C’è una storia precisa o è diventato d’uso comune col tempo?

Vogliamo abbandonare le maiuscole reverenziali? Siamo sicuri che sia un valido motivo quello di appiattire il discorso? In molte lingue tutti i nomi proprii si scrivono con la maiuscola, perfino in inglese, che vogliamo a tutti i costi adottare, le maiuscole sono usate come il prezzemolo che entra dappertutto… vogliamo esaminare la faccenda?

A Toronto staremo a mollo, grazie a Sandy, per qualche giorno perciò il festival degli spiritelli sarà di tenore piuttosto basso. Vedremo di rimediare qualche foto di cocuzze scolpite, se non ci riesco pazienza, inutile dire “piove governo ladro”.
Ma da dove viene questa espressione?

A tutti una buona e felice settimana
Ernesto Carbonelli

Perle di saggezza … mancata

ott 15, 2012   //   by Ines Desideri   //   Blog, Parole nel tempo  //  32 Comments

Anni fa, Mitì Vigliero Lami ha pubblicato “Lo stupidario della maturità“, un libro spassoso che racconta le “perle” dei maturandi, particolarmente lucenti per l’italiano, il latino e la storia.
Ma le perle più tragicamente divertenti non sono quelle degli studenti, bensì quelle dei loro professori. E qui, il mare dove le perle nascono più abbondanti è quello dell’italiano.
E’ certo che i docenti universitari di “quei” professori appartengono alla “categoria” cui si riferisce Fausto Raso ne “Il cattivo italiano”. Ci sono oggi. Forse, purtroppo, ci sono da tanto tempo.

Curiosità. Uno scrittore italiano, che con un solo libro è diventato (qui da noi) “più famosissimo di Pinocchio”, mesi fa sul Corriere sosteneva che “qual è” si scrive con l’apostrofo: lui lo scrive così, perchè è giusto così.
Complimenti allo scrittore… e al Corriere.
Nota. Lo stesso scrittore è spesso in televisione, con Fabio Fazio, dove continua a tenere lezioni… su tutto e di più.

Alla faccia di docenti e scrittori geniali.
Un festoso Mandi mandi.
Luigi Girardi

Il galateo

ott 8, 2012   //   by Ines Desideri   //   Blog, Parole nel tempo  //  22 Comments

Gentile Ines,
francamente la Sua domanda “Galateo: chi era costui?” mi è sembrata strana, perché non sapevo che questa parola fosse associata al nome di un personaggio esistito.
Dall’enciclopedia Treccani.it:
“GALATEO – È il titolo di un famoso trattato italiano d’argomento educativo, scritto da monsignor Giovanni Della Casa [1503-1556], che dice di averlo dettato a richiesta di messer Galateo, sotto il qual nome alcuni videro Galeazzo (lat. Galataeus) Florimonte, vescovo di Sessa (1478-1567); altri Antonio Galateo, insigne medico e scienziato napoletano, autore di un libriccino sopra l’educazione.”
Il titolo originale è “Galateo ovvero de’ costumi” e raccoglie “consigli e ammaestramenti sulla maniera di conversare, di vestire, di stare a tavola, di comportarsi nella vita di relazione; in senso figurato e più comune [si intende] il complesso di convenienze che regolano i rapporti esterni fra persone, educazione, buona creanza” (vocabolario Treccani.it).

Dal capitolo XXII – “Sul linguaggio da tenere, durante la conversazione: chiarezza, onestà; evitare parole sconce o dal doppio senso”:
“ Le parole, sì nel favellare disteso come negli altri ragionamenti, vogliono esser chiare, sì che ciascuno della brigata le possa agevolmente intendere …; dico che le parole vogliono essere chiare; il che averrà, se tu saprai scegliere quelle che sono originali di tua terra, che non siano perciò antiche tanto che elle siano divenute rance e viete, e, come logori vestimenti, diposte o tralasciate … se le parole che tu arai per le mani saranno non di doppio intendimento, ma semplici, percioché di quelle accozzate insieme si compone quel favellare che ha nome enigma et in più chiaro volgare si chiama gergo … E dèi sapere che, comeché due o più parole venghino talvolta a dire una medesima cosa, non di meno l’una sarà più onesta e l’altra meno.”

Ho riportato i passaggi più significativi, perché riguardanti il linguaggio consigliato, dando risalto all’importanza della chiarezza delle parole (“si ché ciascuno della brigata le possa agevolmente intendere”), della semplicità del linguaggio e della cura nella scelta della parola più appropriata, perché “l’una sarà più onesta e l’altra meno”.
Cordiali saluti
Angela

Il cattivo italiano

ott 1, 2012   //   by Ines Desideri   //   Blog, Parole nel tempo  //  34 Comments

Il doppio senso è voluto: la lingua italiana, parlata o scritta scorrettamente, diventa cattiva; l’italiano, che non si pone il problema di esprimersi in modo corretto, è cattivo nei confronti della nostra madrelingua.
Ci sono parole vuote per definizione (come “convergenze parallele” regalateci dalla politica), ci sono parole estremamente pregnanti (libertà, onestà, progresso, giustizia, equità, ecc.) che diventano vuote se utilizzate da capipopolo in malafede per ingannare l’uditorio (non mi ricordo di aver mai ascoltato un direttore aziendale che pensasse al bene dell’azienda nel fare discorsi “patriottici”).
Ma ci sono parole che diventano vuote perché usate in modo sbagliato.

A tutti noi sarà capitato di evidenziare e criticare errori altrui, commessi nel parlare e nello scrivere, pronti però ad essere criticati a nostra volta quando ci scappa un errore.
Le categorie più biasimate sono quelle più a rischio, perché parlano in pubblico. Abbiamo comprensione per gli errori commessi in un’intervista fatta a caldo. Sorridiamo per allenatori, calciatori, ciclisti, ecc. che sbagliano (ricordate la gag dei primi anni della TV con il ciclista [Tognazzi?] che diceva: “Sono contento di essere arrivato uno” ?), ma siamo più severi nei confronti di politici e giornalisti di radio e TV. Siamo, giustamente, ancora più severi con i giornalisti della carta stampata, con gli scrittori che – anche quando hanno fretta – hanno quanto meno la possibilità di rileggere quanto scritto.

Ho l’impressione che ci sia una categoria che rimane in ombra, ma che in fatto di errori non scherza e, tenendo conto del presunto livello culturale, è altamente biasimevole: mi riferisco agli “intellettuali” in genere, agli studiosi di tutte le discipline umanistiche, tecniche e scientifiche.

Per avviare la discussione su questo tema vorrei presentare due casi di sciatteria linguistica, di pressapochismo da parte di persone che dovrebbero essere in prima fila a dare il buon esempio.
E non sono nemmeno i peggiori riscontrati, ma solo gli ultimi.

1. Ho scaricato da Internet il testo di un Dizionario di botanica edito dalla Società degli Studi Naturalistici della Romagna, e ho trovato tante perle. Non mi riferisco agli errori di battitura, all’ordine alfabetico impreciso né ai rimandi a voci inesistenti. Questi dovrebbero essere banali errori non visti o addirittura aggiunti proprio in fase di revisione delle bozze di stampa, tipici di quest’epoca senza i mitici proti.
A menti eccelse, concentrate su una tematica complessa, si possono perdonare anche errori considerati gravi per un ragazzino delle medie, come congiuntivi scomparsi, concordanza dei tempi stridente, correlazioni strampalate, ecc.
Ma mi sembra che possiamo pretendere che degli esperti non scrivano in modo incomprensibile o addirittura l’esatto contrario di quello che hanno in testa.
Ecco un capovolgimento del significato, con l’aggravante che si tratta di una frasetta che esprime un concetto elementare:

NEUTRO – Termine poco usato, sinonimo molto più noto di sterile, per indicare un fiore i cui organi riproduttivi risultano inefficienti.

C’è scritto che “neutro”, pur essendo poco usato, è un termine molto più noto di “sterile”. In realtà è l’esatto contrario: in Botanica, neutro si usa quasi esclusivamente riferito all’acidità di un terreno.
Ho controllato: lo stesso identico errore si ripete TUTTE le volte che nel libro si vorrebbe definire quale sinonimo è più usato (“noto” mi sembra un po’ impreciso).
Se ne deduce che l’autore di questo libro è più “noto” di Linneo.

2. Una trasmissione culturale ascoltata venerdì 28 settembre su Radio 24 (per fortuna che questa è una delle migliori emittenti italiane).
Ho acceso la radio a trasmissione già iniziata e non ho sentito il nome della persona invitata dal conduttore ad illustrare il progetto al quale sta lavorando. Comunque è un esperto di antichi manoscritti arabi, tradotti a suo tempo in inglese (70%), francese (20%), italiano, ecc. che verranno ritradotti in tante lingue nazionali, per via mediata, partendo cioè dalle traduzioni già disponibili.
Questo esperto ha affermato che gli antichi manoscritti riguardano letteratura, storia, racconti per bambini, studi scientifici: sono “testi variegati”.
Sono rimasto un po’ scosso. Sono passati tanti decenni da quando ho smesso di andare a scuola, la memoria vacilla, forse mi sbaglio; ormai devo fare i conti con l’analfabetismo di ritorno.
Fortunatamente il mio vecchio Zingarelli mi ha confortato:
variegato, dal latino VARIEGATUS. Distinto di colori vari, spec. a strisce. | camelie _ | tessuto _ | penne _ | marmo _ |.
Questo esperto meriterebbe di ricevere in regalo una vaschetta di gelato variegato al caffè, ma alla maniera di Stanlio ed Ollio.
Aldo Piglia

Dalla parabola alla… parola

set 27, 2012   //   by Ines Desideri   //   Blog, Parole nel tempo  //  8 Comments

A proposito di parole, vogliamo vedere che cosa è questa parola? Se apriamo un qualsivoglia vocabolario della lingua italiana possiamo leggere: “Gruppo di suoni con cui si indica un oggetto o si esprime un’idea; la loro rappresentazione grafica”. Non siamo soddisfatti però, perché ancora non conosciamo il significato “intrinseco” del termine e la sua origine. Questa volta il latino classico non ci viene in aiuto – come nella maggior parte dei casi – perché nella lingua di Cicerone la parola era chiamata “verbum” (il verbo, infatti, è la parola per eccellenza). Dobbiamo rifarci al tardo latino – quello della Chiesa – dove incontriamo la “parabola”, divenuta in seguito “paravola”, connessa con i termini greci “para-bàlo” (‘getto presso’)’, quindi “paragono”, vale a dire faccio una comparazione. La parabola si può definire, infatti, un “paragone, un racconto allegorico a sfondo morale”. Basti pensare alle parabole evangeliche. In origine, per tanto, la parabola era un insegnamento, un discorso morale. Con il trascorrere del tempo, per attenuazione del significato originario acquisí l’accezione di “detto”, “motto” e, per estensione, qualsiasi voce articolata (fonema) esprimente un concetto, una… parola, appunto, e si sostituí al latino “verbum” che si volle evitare per il significato sacro, attribuitogli nel Vangelo, di “Messia”, vale a dire la “parola fatta carne”. Lo stesso verbo “parlare” non è altro che il latino “parabolare” (raccontare parabole).

E sempre a proposito di parole, ci sono quelle “piene” e quelle “vuote”. Quante volte vi sarà capitato di sentir dire: “Quell’oratore ha tenuto un discorso di parole vuote”; ha parlato ma non ha detto nulla. Che cosa sono, dunque, le parole “vuote”? Sono parole prive di… significato, al contrario di quelle “piene”, ovviamente piene di… significato. Vediamo ora, per sommi capi, i due gruppi di parole. Appartengono alla schiera delle parole “piene”: a) i verbi (lavorare); b) gli aggettivi (bello, questo); c) gli avverbi (sempre, domani); d) i numerali (ottavo, dodicesimo); e) i nomi in generale (amico, fratello, barbiere). Fanno parte delle parole “vuote”, invece, quelle che servono a sostituire o a collegare tra loro le parole “piene” di una proposizione, e precisamente: 1) i pronomi (io, che, quale); 2) le interiezioni (oh, mah, ohi); 3) le preposizioni (da, con, su); 4) le congiunzioni (e, se, ma); 5) gli articoli (il, la, un).

Non si può concludere l’argomento senza riportare un pensiero di Francesco De Sanctis: “La parola è potentissima quando viene dall’anima e mette in moto tutte le facoltà dell’anima ne’ suoi lettori; ma, quando il dentro è vuoto e la parola non esprime che sé stessa, riesce insipida e noiosa”.
Fausto Raso

Se tornasse Cicerone

set 21, 2012   //   by Ines Desideri   //   Blog, Parole nel tempo  //  17 Comments

Cara Ines,
questo è il titolo del capitolo d’apertura del libro di Cesare Marchi “Siamo tutti latinisti”, Bur 1986.
Marchi sogna di andare a spasso per Roma con Cicerone. Prendono il tram e l’avvocatissimo comincia a notare i mille vocaboli latini tuttora in auge: obliterare, audio, video, pro capite, erga omnes, una tantum, urbi et orbi, sine die, super, vademecum, mutatis mutandis, ipse dixit, ubibel sito maior, alea iacta est, bonus-malus, a latere, e via discorrendo.
Al tempo del libro, c’era la polemica per l’abolizione del latino nelle scuole. E Cicerone s’infiamma: “E’ una lingua fatta di cose, non di parole, che elimina il superfluo, gli arabeschi mentali. In latino, lingua seria, è impossibile tradurre le pause di riflessione, le convergenze parallele, il quadro delle emergenze prioritarie e l’ottica programmata nel ventaglio delle ipotesi”.
E qui Cicero parte con una filippica inedita, eccetera, eccetera. Si potrebbe obiettare al grande avvocato che, se invece di Catilina, avesse dovuto vedersela con un Moro o un Andreotti, difficilmente l’avrebbe spuntata. Ma l’autore non voleva indisporre l’irascibile Marco Tullio.
Il libro tratta l’argomento “latino” con la verve e l’umorismo che fanno dei libri di Marchi dei piccoli capolavori: trattare argomenti serissimi con un sorriso.
E con un sorriso saluto questo bel sito.
Luigi Rancati

Allacciare le cinture di sicurezza: si parte!

set 20, 2012   //   by Ines Desideri   //   Blog, Parole nel tempo  //  10 Comments

“Che colpa abbiamo, io e voi, se le parole, per sé, sono vuote? Vuote, caro mio. E voi le riempite del senso vostro, nel dirmele; e io nell’accoglierle, inevitabilmente, le riempio del senso mio. Abbiamo creduto d’intenderci, non ci siamo intesi affatto!”

Cari amici,
ho scelto questo brano – tratto da “Uno, nessuno e centomila” di Luigi Pirandello – per inaugurare il nuovo spazio “Parole nel tempo”: un viaggio nel mondo – affascinante e insieme misterioso – della lingua e dei linguaggi, dei gerghi e dei dialetti; ma anche un viaggio nel tempo, poiché le parole da sempre riflettono gli inevitabili cambiamenti sopraggiunti nella storia di ognuno e nella Storia dell’Umanità.
Parole per comprendere, per conoscere, per approfondire. Ma soprattutto parole piene: per comunicare.

Benvenuti, amici. Brindiamo insieme.
Ines

Vero o falso?

set 2, 2012   //   by Ines Desideri   //   Blog, Letteratura  //  31 Comments

“Generalmente ciò che detestiamo negli altri lo detestiamo perché lo sentiamo anche nostro. Non ci danno fastidio i difetti che noi non abbiamo” ( Miguel de Unamuno, scrittore e filosofo spagnolo, 1864-1936).

Non condivido questo pensiero, ma mi farebbe piacere conoscere le vostre opinioni, cari amici. Grazie.

Ines

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