U come Urrà…

set 9, 2014   //   by Ines Desideri   //   Blog, Parole nel tempo  //  10 Comments

… oppure, se preferite, Hurrà. Vi risparmio, cari amici, la parte iniziale di questo grido di esultanza, ossia hip! hip! :-) .

Secondo alcuni studiosi Urrà deriverebbe da Huzzah, l’urlo di gioia dei marinai inglesi del Settecento.
Vediamo, dunque, la spiegazione etimologica dell’Oxford English Dictionary:
Hurrah (1680) , alterazione di huzza, simile al grido emesso dai soldati tedeschi, danesi e svedesi. Probabilmente ripreso [dagli inglesi] durante la Guerra dei Trent’anni (1618-1648), veniva considerato l’urlo di combattimento dei Prussiani durante la Guerra di Liberazione (1812-1813).”

Secondo il nostro O. Pianigiani l’espressione proviene “dallo slavo Hu-raj, “al paradiso”. Grido delle truppe russe e specialmente de’ cosacchi, mentre si scagliano contro il nemico, derivato dalla idea che l’uomo che muore combattendo, va in paradiso (Altri lo dice dalla voce germanica di natura onomatopeica).”

Comunque sia, amici, sentitevi liberi di esultare, visto che sarò assente per alcuni giorni.
E sentitevi liberi di lasciare i vostri commenti, se vorrete.
Anche un Uffa, perché no? ;-)

A tutti voi un cordiale ciao ciao.
Ines

10 Commenti

  • Be’, cari amici: dall’uva alla vendemmia, dalla vendemmia al vino. Viene da sé.

    Viva il vino, dunque.
    Basta con la finzione. Basta con le menzogne.
    Confesso: sono iscritta all’AIS (Associazione Italiana Sommelier) e, perciò, ‘graaande’ intenditrice di vini. :D

    Prima di passare alla V, vediamo brevemente il significato simbolico dell’uva.

    L’uva ha sempre rappresentato l’allegoria della ricchezza e ancora oggi è simbolo di salute, benessere e prosperità.
    Michelangelo considera questo frutto simbolo di vita. Su un candido blocco di marmo di Carrara, egli scolpisce un Bacco giovane e longilineo, in cui coesistono due significati allegorici: la morte, rappresentata dalla pelle di leopardo – che tiene stretta nella mano – e un grappolo d’uva, simbolo della vita, furtivamente piluccato da un satiro, seduto su un tronco.
    Bacco porta una ghirlanda di pampini e di grappoli d’uva sul capo.
    La statua è conservata nel Museo nazionale del Bargello a Firenze.

    A tutti voi, amici, un cordiale ciao ciao.
    Ines

  • Ottima segnalazione, caro Luigi: grazie!

    “Il profumo del mosto selvatico”: bel titolo e bel film, a mio avviso.
    La scena che ci hai suggerito, poi, mette allegria.
    Proprio come metteva allegria la pigiatura dell’uva con i piedi. Anch’io ho avuto la fortuna di vederla, almeno due volte, quando ero bambina e i miei nonni paterni avevano un vigneto.
    Altri tempi. Bei ricordi.

    Un’altra barzelletta su un ubriaco, dai. ;-)

    Un uomo torna a casa a notte fonda, ubriaco. Entrando in camera da letto vede sé stesso riflesso nello specchio e, perso nei fumi della sbronza, pensa che sia un ladro.
    Esce di corsa, gridando, terrorizzato. Incontra una guardia.
    - Presto, venga con me! In casa mia c’è un ladro!
    La guardia lo segue e, una volta arrivata nella stanza da letto, dà un’occhiata allo specchio e:
    - Perché si agita tanto? Non vede che c’è già un mio collega?

    A tutti voi, cari amici, buona giornata.
    Ines

  • Uva. Ho avuto la fortuna di assistere, da ragazzino, al “pestà l’ua cui pjè”. All’inizio degli anni ’60, alcune famiglie di contadini, del mio paese, lo facevano ancora per mantenere, come tradizione e occasione di festa, una “pratica” che invece era stata una dura necessità.
    C’è un bellissimo (almeno per me) film, con Giancarlo Giannini che fa il “messicano”: “Il profumo del mosto selvatico”.
    Se non lo avete visto o non lo ricordate, vi lascio il titolo di un video, dove (con una straordinaria, quasi “onomatopeica” fotografia) si può rivedere il momento della sonora festa della pigiatura con i piedi.
    Su Youtube: la – festa – del – vino – minigonnetwork.flv

    Merita un’occhiata.
    Mandi mandi
    L.G.

  • Be’, ragazzi, confesso che cominciavo a sentirmi un po’ sola. ;-)
    Ragazzi: giustificatissimo, perché gli ultimi interventi sono stati lasciati da uomini.

    Caro Luigi,
    i termini che hai citato – audioleso, non vedente, operatore ecologico e l’elenco potrebbe continuare: vedi “di colore” (sic!) per i neri – rivelano, a mio avviso, l’ipocrisia di un linguaggio che si cura dell’apparenza e vorrebbe nascondere o edulcorare la realtà.
    Come dire un intervento di chirurgia estetica al vocabolario: si muta il nome delle cose, ma la realtà rimane quella che è, proprio come l’inganno di chi si sottopone a “ritocchini” periodici per sembrare più giovane o più avvenente.

    Caro Roberto,
    mi dispiace che tu abbia avuto questa “disavventura”. Ti auguro di guarire presto e bene.
    Riguardo al “processo di uniformazione” di cui parli: personalmente trovo contraddittorio, se non ambiguo, che si discuta di uguaglianza tra i due sessi e nello stesso tempo si reclami, per le donne, l’adozione di vocaboli – quali “sindaca, ministra, assessora,…” – che sottolineano una distinzione.
    Quanto all’uguaglianza, torno a dire che l’unica accezione che condivido è riferita al rispetto: ogni persona, sia essa donna o uomo, ha il diritto di essere rispettata e il dovere di rispettare.
    Donne e uomini hanno, dunque, pari/uguali diritti e doveri, ma non sono e non possono essere uguali. Per fortuna, secondo me.

    Grazie per i vostri gentili contributi, cari amici.

    U come Uva

    “Amo te, vite, che tra bruni sassi,
    pampinea, ridi ed a me, pia procuri
    il sapiente della vita oblio.”
    (G. Carducci, “Colloqui con gli alberi”)

    Qualcuno di voi ricorda quando, dopo la vendemmia, i grappoli di uva venivano schiacciati con i… piedi per procurare “il sapiente della vita oblio”?

    A tutti buona giornata
    Ines

  • Cara Ines,
    ecco due esempi pratici sull’uso di Uffa e Urrà ricavati da una recente “disavventura” personale.
    Uffa: mi sono fratturato un braccio.
    Urrà: finalmente mi hanno tolto il gesso e sto lentamente migliorando.

    A parer mio le differenze tra i due sessi andrebbero valorizzate, non cancellate. Tutto ciò che si scrive o si dice su questo argomento, accampando il pretesto della discriminazione, è dettato dalla pretestuosa convinzione che il raggiungimento della parità (concetto – rivendicazione – diritto indiscutibili) sia possibile solamente attraverso un processo di uniformazione che fa delle differenze un punto di debolezza e non un punto di forza come realmente è.
    Sottoscrivo TUTTO ciò che tu e Luigi affermate e soprattutto ammiro il coraggio delle persone come voi, che escono dal coro del “politicamente corretto” ed espongono le loro idee senza subire i condizionamenti della massa.

    Cari saluti a tutti
    Roberto

  • Anch’io mi domando (ma non così spesso, in realtà) quale strada prenderà questo “vitale” tema delle parole di genere: sindaco – sindaca, direttore – direttora, ministro – ministra , con poi, guardia, vigile, … ecc. .
    E quale sarà la strada non lo so, ma certamente assomiglierà molto a quella per la quale un sordo diventa audioleso, un cieco – non vedente , uno spazzino – operatore ecologico. Non ricordo quella per muto: vocal – leso? senza – parole?

    Non ho mai capito quale sociomoralpsicoetica discriminazione si nasconda in parole come: sordo, cieco, spazzino; ma quelle “inventate” del politicamente (?) corretto non nascondono, quasi mai, “Il ridicolo”.
    Ma la cosa che più mi disturba è che si fa passare questo arzigogolamento socioculturalinguistico per un’esigenza, un bisogno di tutti. Quando invece, è noto essere un “problema” di pochi. I pochi, soliti filomanichei che si arrogano di essere la coscienza sociale, culturale e linguistica (in questo caso) di un popolo: noi, tutti gli altri.
    Credo che la gente (fatta solo di femmine?) abbia, di questi tempi, qualche altro problemino di cui occuparsi.

    Un Sincero Mandi a Voi Tutti, Amici ( comprese, anzi di più, le Amiche)

    L.G.

  • Se si volesse fare una buona scorta di luoghi comuni – ah, quanto mi disturbano i luoghi comuni – basterebbe ricercare su Internet frasi e citazioni sugli uomini: se ne trovano a bizzeffe, amici, e ruotano quasi tutti intorno (“vertono su”, sarebbe più corretto dire) ai due-tre ‘difettucci’ che comunemente si attribuiscono ai pensieri dei maschietti, da che mondo è mondo. O meglio: da quando donne e uomini hanno cominciato a lasciare traccia scritta delle loro riflessioni.

    Una scorta di luoghi comuni altrettanto ricca si avrebbe anche ricercando frasi e citazioni sulle donne, per i due-tre ‘difettucci’ che comunemente si attribuiscono ai pensieri delle femminucce, da che mondo è mondo, o meglio…

    “Tutto ciò che è stato scritto dagli uomini sulle donne deve essere ritenuto sospetto dal momento che essi sono ad un tempo giudici e parti in causa.” (E. Kant)
    Ritengo che questa acuta osservazione possa valere anche per tutto ciò che le donne hanno scritto e scrivono sugli uomini: sono anch’esse, infatti, “ad un tempo giudici e parti in causa”.

    “Femminucce” e “maschietti”: uso, talvolta, queste espressioni vezzose, non per leziosità, ma per distinguere il sesso femminile dal maschile.
    Infatti, ci piaccia o no, quando diciamo uomini spesso intendiamo il genere umano, che comprende anche le donne.
    Forse in futuro si intraprenderanno battaglie per abolire termini quali genere umano, umanità, uomini.
    Forse si metterà in discussione il vocabolario della nostra Storia – dall’Homo erectus all’Homo sapiens – per quel senso di esclusione discriminante che grandi pensatrici e grandi pensatori ravvisano in tutte le parole che contengono una ‘radice maschile’.
    Si smetterà di usare soltanto “ragazzi, cittadini, collaboratori, inquilini,…” e sarà buona regola dire e scrivere “ragazze e ragazzi, cittadine e cittadini, …”?
    Non so quale strada prenderà questo tema in futuro, ma so quale è il mio pensiero a tale proposito oggi: nessun artificio linguistico potrà fare il miracolo di eliminare la discriminazione tra i sessi, se e dove essa esiste ed è ancora profondamente radicata.

    “Gli uomini non cambiano”: è il titolo di una bella canzone interpretata da Mia Martini.
    La reputo bella, perché immagino che descriva – come può essere descritta in un brano di musica leggera – la delusione di una donna ingannata, offesa, tradita, abbandonata.
    Cerco di immedesimarmi nel suo stato d’animo e sostengo, dunque, che è una bella canzone.
    Ma, a mio avviso, non è vero che “gli uomini non cambiano”: ogni persona – uomini compresi – cambia nel corso della vita e ogni generazione è diversa, per alcuni aspetti, dalla generazione che l’ha preceduta.
    “… sono figli delle donne ma non sono come noi”: mi sembra a dir poco naturale che i nostri figli maschi non siano come noi madri.
    D’accordo, “sono solo canzonette”, ma come donna – “giudice” (nel senso che esprimo la mia opinione), ma non “parte in causa” – mi domando quando smetteremo, noi donne, di desiderare che gli uomini siano “come noi”, a nostra immagine e somiglianza.

    A tutti voi, cari amici, un cordiale ciao ciao.
    Ines

  • Due amici al bar. Uno domanda all’altro:
    - Li vedi quei due vecchi che stanno bevendo al quel tavolino?
    - Li vedo sì, perché?
    - Tra circa vent’anni saremo così anche noi.
    L’altro lo guarda bene e dice:
    - Senti, smettila di bere. Quello è uno specchio.

    :D

    Buona giornata, cari amici.
    Ines

  • Il mio umore negli ultimi giorni, amici: non ottimo, lo confesso, per via del mal di gola, del raffreddore e della febbre che mi hanno ‘inchiodata’ a letto. Uffa.

    Secondo “Una parola al giorno.it” uffa è “una parola tanto dolce: nella sua naturalità racconta tutto il disappunto di una generica situazione di disagio in cui verrebbe da sbuffare. Pare quasi infantile, e la tenerezza del suo suono rafforza questa percezione, ma nella sua immediata schiettezza resta insostituibile – trasformando in parola il sospiro trattenuto a gote piene.”

    Riguardo alla dolcezza e alla tenerezza di questa espressione, in parte sono d’accordo, in parte no.
    La trovo simpatica se serve ad esprimere, in tono scherzoso, uno stato passeggero di fastidio o di noia; la trovo antipatica quando diventa una manifestazione ricorrente di contrarietà, tipica delle persone che trovano sempre un motivo per lamentarsi e per sbuffare.

    A tutti voi buona giornata.
    Ines

  • Cari amici, buongiorno.
    Qual è il vostro umore, oggi? ;-)

    “Nella storia della medicina” umore – dal latino humor o umor, derivato di (h)umere, “essere umido” – è il “nome dato dall’antica scuola di Coo a ciascuno dei quattro fondamentali fluidi organici sui quali era fondata la cosiddetta dottrina umorale (v. Ippocrate): sangue, flemma, bile gialla e bile nera (quest’ultima chiamata anche atrabile o umor nero.” (Enciclopedia Treccani)

    “Mi fate venire la bile“, diceva a volte nostra nonna a noi bambine.
    Non sapevamo, allora, cosa fosse la bile e molto probabilmente neanche nostra nonna lo sapeva. Ciò nonostante ci intendevamo benissimo: significava che l’avevamo fatta spazientire, per una marachella o per un capriccio.

    A tutti voi buona giornata, amici.
    Ines

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