Le cinque W

ott 28, 2014   //   by Ines Desideri   //   Blog, Parole nel tempo  //  12 Comments

Le cinque W inglesi – who, what, when, where, why – rappresentano la base della composizione giornalistica.
Secondo la tradizione giornalistica anglosassone, chi scrive un articolo deve innanzitutto rispondere a queste cinque domande: chi? (who?), che cosa? (what?), quando? (when?), dove? (where?), perché? (why?).

La regola delle 5 W fu ideata negli Stati Uniti nell’Ottocento, probabilmente per due ragioni: le dimensioni della nazione e l’invenzione del telegrafo. Il costo del servizio telegrafico era elevato e poiché il telegramma era pagato in base al numero delle parole, si cominciò presto a risparmiare sulla lunghezza dei messaggi.
I corrispondenti impararono a dettare la notizia comunicando solamente le informazioni veramente importanti.

Da allora le 5 W sono usate come promemoria, sia negli articoli giornalistici sia nella stesura di un testo informativo, ma sarà opportuno precisare che questa regola ha origini antiche…
A riparlarne presto, cari amici.

A tutti voi buona giornata.
Ines

12 Commenti

  • Caro Roberto,
    a mio avviso anche della genialità – come di altre spiccate doti naturali – solitamente si coglie soprattutto o addirittura soltanto la sua caratteristica di dono misterioso, trascendentale e… gratuito.
    Mi soffermo sull’aggettivo “gratuito”, poiché sono convinta che l’eccezionale talento di coloro che definiamo “geni” sia il risultato della combinazione di una particolare dote innata e di volontà, determinazione, fatica e duro lavoro.
    A chi gli domandava quale fosse il segreto delle sue composizioni, il poeta P. Valéry rispondeva che il primo verso viene da Dio e il resto da una fatica disumana.
    E cosa sarebbe stato del talento naturale di Mozart se non avesse lavorato 12 ore al giorno?
    La genialità, dunque, corrisponde sicuramente alla straordinaria originalità – innata, non costruita – di cui hai parlato, originalità che può assumere, a volte, le caratteristiche della stravaganza, ma è anche il prodotto di una straordinaria fatica e di una straordinaria applicazione. Altro che sregolatezza e dipendenza dalla “bottiglia”…

    Penso che la M sia l’abbreviazione corretta di “abbasso”: una W capovolta che assume, quindi, il significato contrario e – volendo essere ‘precisini’ – l’iniziale di “muoia”, che è il contrario di “viva” o “e(v)viva”.

    A mio avviso la pronuncia corretta è Wikipedìa, con l’accento sulla “i”, poiché il nome unisce l’aggettivo “veloce” – wiki, in hawaiano – e il termine greco “paideìa”, che significa “istruzione” e che troviamo anche nel sostantivo “enciclopedìa”.

    Grazie per il tuo gentile contributo, caro Roberto.

    A tutti voi, amici, buona giornata.
    Ines

  • Cara Ines,
    a parer mio l’equivalenza “genio=sregolatezza” è la deformazione di un concetto che ha un fondamento logico: i geni possiedono un’originalità intellettiva straordinaria e rara (che non tutti possediamo, altrimenti saremmo tutti geni) che consiste soprattutto nella capacità di “vedere oltre le cose in sé”, cioè oltre gli schemi precostituiti.
    Questa straordinaria originalità viene grossolanamente assimilata a uno stile di vita che “rompe gli schemi” e quindi alla sregolatezza.
    Far passare per buono questo messaggio potrebbe portare ad avallare l’idea (fuorviante e nociva) che tutti i geni conducono una vita sregolata oppure (ancor peggio) che per apparire geniali bisogna condurre una vita sregolata.
    Quel che potrebbe sfuggire a molti, soprattutto in una società basata fondamentalmente sulle apparenze, è che geni si nasce e che la sregolatezza non va di pari passo con la genialità.

    Whisky&liquori.
    Ho uno spirito molto patriottico per il bere (come per molte altre cose), perciò per me: W i buoni vini italiani i quali, bevuti anche tutti i giorni e con moderazione, non possono che far bene alla salute; abbasso (M?) tutti i liquori ad alta gradazione alcolica che se bevuti tutti i giorni danneggiano fortemente la salute!

    Wikipedia: l’ultima frontiera dell’informazione enciclopedica, da consultare con cautela, perché bisogna tenere presente che non tutte le informazioni presenti in questo “canale” risalgono a fonti affidabili.
    Dubbio: la pronuncia corretta è “wikipèdia” o “wikipedìa” (con l’accento sulla i)?

    Cari saluti
    Roberto

  • “Scrivi da ubriaco, correggi da sobrio” è un suggerimento attribuito a H. Hemingway.
    Secondo uno studio dell’Università dell’Illinois molti grandi letterati – ma anche grandi pittori e musicisti – hanno composto le proprie opere sotto gli effetti dell’alcol per favorire il pensiero creativo, altrimenti frenato dalle barriere della logica e della razionalità.

    Nel 1994, Fernanda Pivano, astemia e prima traduttrice di Hemingway, scrisse:
    “È a dir poco sensazionalistico pensare che degli otto americani insigniti del Premio Nobel cinque erano alcolizzati; conosciamo tutti almeno qualcuna delle avventure di William Faulkner, Ernest Hemingway, Eugene O’Neill, Sinclair Lewis e John Steinbeck.”

    E mentre Omero invitava a guardarsi dal “vino folle che fa cantare anche l’uomo più saggio, e lo fa ridere sguaiatamente e lo costringe a danzare, e tira fuori parola che sta meglio non detta”, F. Scott Fitzgerald sosteneva che “il troppo stroppia, ma troppo champagne è il giusto.”

    Non so se e quanto sia vero che l’alcol schiude universi nuovi e, dunque, una visione del mondo preclusa a chi è sobrio, ma ritengo che immaginare la figura dello scrittore in una torre d’avorio e alcol sia un pensiero fuorviante e un messaggio nocivo.

    Buona giornata, amici.
    Ines

  • Dimenticavo…
    Who? Voglio dire: chi più e meglio di me può parlare di whisky, ragazzi? ;-)

    Vediamo la “e” che fa la differenza.
    Quando scriviamo o leggiamo whiskey intendiamo il liquore irlandese, frutto di una tripla distillazione, necessaria perché vengono utilizzati orzo e malto. Quest’ultimo – per giunta – viene essiccato in forni chiusi, per impedire che entri in contatto con i fumi e permettere, così, al whiskey di conservare inalterati gli aromi del malto e del miele.

    Il whisky – senza la “e” – è scozzese e viene prodotto con una doppia distillazione e con l’utilizzo esclusivo di malto d’orzo, essiccato in forni alimentati a torba, in cui i cereali vengono a contatto con il fumo: questo procedimento conferisce al whisky scozzese un caratteristico retrogusto affumicato.

    Certamente non è possibile sapere chi fu il primo ad avere l’idea di mettere l’orzo a fermentare per estrarne un liquore e ancora oggi sia gli Irlandesi sia gli Scozzesi rivendicano la la paternità dell’invenzione.
    Sembra probabile, tuttavia, che siano stati i monaci irlandesi ad escogitare il metodo di lavorazione per ottenere whisky, intorno al VI secolo D.C.: il nome originario “uisce beatha” (pronunciato “lish-kee”) è gaelico e significa “acqua di vita”.

    Tra le contrastanti ipotesi, personalmente rivendico una certezza.
    Quando – dieci anni fa – visitammo la distilleria di Oban, in Scozia, fui invitata ad assaggiare un po’ di whisky e accettai: soltanto un sorso, per non essere scortese.
    Era mattina… Avevo fatto una ricca colazione, d’accordo, ma era mattina.
    Poi vado dicendo in giro che sono astemia. E per fortuna che sono astemia! :D

    Whisky e grandi scrittori: a riparlarne presto, amici.

    A tutti voi un cordiale ciao ciao
    Ines

  • Cari amici,
    prima di passare alla lettera successiva, permettetemi di tornare alle 5 W del giornalismo, per esprimere una mia opinione: per togliermi un sassolino dalla scarpa, insomma.
    Naturalmente il compito di un giornalista non si limita a una schematica narrazione dei fatti, come la regola delle 5 W potrebbe far supporre: un articolo deve comprendere, a mio avviso, le caratteristiche di completezza informativa e di ricchezza espositiva che invitano il lettore a riflettere sui diversi aspetti del fatto narrato, non unicamente a ricevere l’informazione.

    Soprattutto negli articoli di cronaca noto, tuttavia, una spiccata propensione dei giornalisti ad ‘abusare della notizia’ per dare libero sfogo alla loro ‘arte narrativa’, per cui non di rado ho l’impressione che l’obiettivo principale non sia informare, ma suscitare nel lettore un profondo coinvolgimento emotivo e un’intensa partecipazione empatica, che invece dovrebbero essere affidate alla sensibilità del lettore stesso, senza l’inutile forzatura dell’effetto “strappalacrime”.
    A mio avviso, gli svolazzi sentimentalistici non si addicono all’informazione.

    A tutti voi, amici, buona giornata.
    Ines

  • Caro Luigi,
    ricordo bene “Rin Tin Tin”, “La nonna del corsaro nero”, “Roby e Quattordici” e la TV dei ragazzi, con una punta di nostalgia per quell’età: la mia infanzia, che ha coinciso con l’infanzia della televisione.
    Nessuno dei miei coetanei ricorda “Roby e Quattordici”, per cui comincio a dubitare che quei due teneri personaggi siano mai esistiti. Sic.
    Non ricordo invece “Jim della giungla” e “Penna di falco”: forse non li ho mai visti. Peccato.
    Una riflessione su questo tema.
    Oggi sosteniamo spesso – e spesso a ragione – che i programmi televisivi di allora fossero più ‘genuini’ e più educativi di quelli attuali.
    Sono convinta che questa valutazione sia errata per quanto riguarda i primi film western, che indubbiamente miravano a dare un’interpretazione distorta della realtà.
    La realtà, vista con ‘occhi diversi’ e con obiettività, ci insegna che quello degli indiani d’America è stato uno dei più efferati genocidi della Storia.
    Augh! Magaskawee (Sioux: “grata”) ha parlato.
    Be’, potendo scegliere, ho scelto il nome che – per significato – mi piace di più. :-)

    Caro Roberto,
    quante parole sono entrate nel nostro vocabolario quotidiano negli ultimi decenni… Le usiamo, senza chiederci – talvolta – la loro origine e il loro significato. Questa considerazione vale – sia chiaro – per me, che uso il computer come l’automobile: ne capisco pochissimo, ahimé, e l’importante è che mi portino dove devo o voglio andare. :-)
    Non conoscevo affatto i nomi dei particolari virus che hai citato: worm e “cavallo di Troia”. Da come lo descrivi, direi che il secondo ha un nome azzeccatissimo.

    Grazie per il vostro gentile contributo, cari amici.

    A tutti buona giornata.
    Ines

  • Relativamente alla W e all’informatica, l’inglese fa ancora una volta la parte del leone.
    Soltanto qualche esempio:
    - Windows (con le sue diverse versioni), che è la combinazione di un sistema operativo e di una serie di programmi che svolgono molte funzioni
    - Word, che è un programma di scrittura
    - WebCam, un tipo di fotocamera digitale usata per trasmettere video su Internet
    - World Wide Web (abbreviato:www), il servizio Internet che consente di pubblicare informazioni multimediali, che gli utenti visualizzano in un browser
    - worm, un tipo di virus che solitamente attaccano i server e altri computer di rete e possono infettarli.
    Tra i virus, particolarmente infido è il “cavallo di Troia” (come quello dell’Iliade), che potrebbe sembrare un programma benigno, ma in realtà è assai dannoso. Come altri virus, i “cavalli di Troia” non provocano danni se non vengono aperti, però spesso gli utenti li aprono perché il loro aspetto ricorda altri elementi noti.

    Cari saluti
    Roberto

  • Solo una piccola nota (con ricordo) indian – televisiva.
    Nei primi anni della televisione (intorno al ’58 – ’59, credo), con “Rin Tin Tin” e “Jim della giungla”, trasmettevano, per la TV dei ragazzi, un telefilm che si chiamava “Penna di falco”.
    Erano storie ambientate in un villaggio indiano, con protagonisti: Penna di falco (appunto) il Grande Capo, e Kina, il ragazzino figlio adottivo del Capo.
    Non ricordo bene le storie, ma ho ancora vive molte di quelle immagini.
    Così, si può pensare che già allora, negli Stati Uniti (dove il telefilm era prodotto), e in Italia (dove era trasmesso) ci fosse gente che aveva degli indiani un’idea molto seria e corretta.
    Scommetterei i famosi “100 dollari” sulla certezza che sono stati proprio coloro che invece ritenevano gli indiani i “cattivi selvaggi nemici” a chiamarli poi “nativi americani”. E questi, devono essere i parenti emigrati di quelli che qui in Italia chiamano “operatore ecologico” il mio amico spazzino.
    Pur non potendo non amare “Rin Tin Tin”, da “Penna di falco” in poi ho sempre “fatto il tifo” per gli indiani; molto prima del Bellissimo, divertente, intenso, commovente ” Soldato Blu”.
    Con la sua Musica.
    Augh

    L.G.

  • Noi che da bambini guardavamo i film western, eravamo sempre dalla parte dei bianchi e speravamo che gli indiani – selvaggi e violenti: così ce li mostravano – venissero sconfitti.

    I conflitti tra gli indiani (oggi chiamati “nativi americani”) e i cosiddetti visi pallidi ebbero inizio nel 1610, con lo sbarco dei coloni inglesi sulle coste della Virginia.
    All’arrivo dell’uomo bianco l’America del Nord era popolata da tre milioni di indiani: i Moicani e gli Irochesi nelle foreste nord-orientali, i Sioux e i Cheyenne nelle praterie del Nord, gli Apache e i Navajo nelle pianure del Sud.

    L’epopea del West si concluse con la resa dell’ultimo indiano ribelle, Geronimo, che nel 1886 fu rinchiuso in una prigione in Florida, mentre i suoi Apache furono confinati in Oklahoma.
    Neanche la sfilata a cavallo di Geronimo, durante la parata inaugurale del Presidente T. Roosevelt, servì a comprendere il dramma vissuto dai nativi americani.
    Ormai tutte le tribù indiane vivono nelle riserve. I nativi americani sono attualmente meno di 250 mila.

    Gli errori degli uomini diventano, a volte, errori di interpretazione della Storia e sono errori che si riflettono nella Letteratura come in ogni forma d’Arte, compresa la cinematografia.

    Soltanto con la “controcultura revisionista”, iniziata negli anni ’50-’60, si è avuta una totale rilettura della Storia e della cultura dei nativi americani: “Soldato blu” (1970), “Il piccolo grande uomo” (1970) e, successivamente, “Balla coi lupi” (1990) sono alcuni dei film che testimoniano il dovere morale di riscattare un popolo, considerato selvaggio e crudele fino a pochi decenni prima.

    A tutti voi, cari amici, buona giornata.
    Ines

  • Caro Roberto,
    condivido pienamente le tue osservazioni e, in particolare, quanto hai scritto riguardo al senso di responsabilità – che comprende l’educazione e il rispetto – che ognuno dovrebbe dimostrare. Sempre, dovunque si trovi, in qualsiasi circostanza e, innanzitutto, a prescindere dallo “spauracchio della legge”.
    Tuttavia temo – e nello stesso tempo spero di peccare di eccessivo pessimismo – che siamo molto distanti da una interpretazione così elevata della coscienza personale e collettiva.

    Ritengo probabile che la “puntatina” dei tifosi del Bayern Monaco a Piazza di Spagna sia stata un “fuori-programma”.
    Comunque sia, ciò che mi ha amareggiato è stato l’atteggiamento dei pochi vigili presenti: pochi, presumo, per la ragione che tu hai ben esposto.
    Eppure mi domando se, anziché rimanere spettatori passivi o improvvisarsi cineoperatori che riprendevano l’infelice accadimento con il loro cellulare, avrebbero potuto fare qualcosa per frenare l’inopportuna e incivile esuberanza degli ospiti, visto che questi ultimi hanno dimostrato di ignorare – in quella particolare circostanza – le più comuni regole della buona educazione.

    Grazie per il tuo contributo, caro Roberto.
    A te e a tutti voi, amici, buona giornata.
    Ines

  • W gli ospiti educati.
    Cara Ines,
    non sono del tutto d’accordo in merito alla tua constatazione sulla doppia sconfitta di Roma (la squadra di calcio e la città, nella lettera “V”).
    Da ciò che hai riferito risulta evidente che l’amministrazione comunale non era preparata all’assalto del centro da parte della tifoseria del Bayern Monaco, perché (molto probabilmente) non era previsto e di conseguenza non ha potuto adottare le misure necessarie per evitare scompiglio e spazzatura a iosa.
    A parer mio la responsabilità maggiore grava quindi sugli ospiti. Se estendiamo il concetto di responsabilità, applicandolo anche ad altre situazioni e a chiunque (compresi noi italiani) che, per i motivi più disparati, sia “ospite in casa d’altri”, penso che l’educazione sia un dovere e una forma di rispetto, da parte di chi è ospitato, nei confronti di chi ospita.
    Fino a quando saranno necessari controlli serrati e sanzioni pecuniarie per dissuadere da comportamenti scorretti o nocivi significherà che le regole fondamentali della convivenza civile sono indotte e, quindi, non fatte proprie e messe in atto spontaneamente, senza bisogno dello “spauracchio della legge”.

    Cari saluti
    Roberto

  • Nelle sue opere sulla Retorica, Cicerone enumerò le sette domande contenute nell’esametro “quis, quid, ubi, quibus auxiliis, cur, quomodo, quando”.
    Questo divenne, da allora, il criterio da rispettare nello svolgimento di una composizione scritta: considerare la persona che agisce (quis), l’azione che compie (quid), il luogo (ubi) e i mezzi (quibus auxiliis) che utilizza per eseguirla, lo scopo che si prefigge (cur), il modo (quomodo) e il tempo (quando) in cui la compie.
    La regola delle 5 W deriva, dunque, dai punti elencati nell’esametro ciceroniano.

    A tutti voi, cari amici, un cordiale ciao ciao.
    Ines

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