L’incognita x

nov 17, 2014   //   by Ines Desideri   //   Blog, Parole nel tempo  //  14 Comments

Probabilmente fu il matematico greco Diofanto (250 d.C.) il primo a utilizzare le lettere greche come abbreviazioni per rappresentare le incognite nelle equazioni.
Nei manoscritti cinesi del I e II secolo l’incognita veniva indicata con una parola che significava “elemento” oppure con il termine “cosa”, usato anche dagli arabi a partire dal IX secolo.
La voce araba “shay” – che ha un suono molto simile alla x – significa “cosa; incognita algebrica”: forse Cartesio, autore de “La géométrie”, si ispirò proprio alla “shay” araba e decise di utilizzare le lettere che sono all’inizio dell’alfabeto per le quantità note e quelle che sono alla fine (dell’alfabeto) per le incognite.
La x divenne così il simbolo convenzionale dell’incognita algebrica.

Vediamo cosa scrisse, a questo proposito, il matematico – o, se preferite, ‘la matematica’ – M. Gaetana Agnesi nel 1748: “Le quantità cognite e date soglionsi denominare con le prime lettere dell’alfabeto; le incognite, e che si cercano, con una delle ultime.”

Dopo questo tuffo nella… ehm… adorata – ;-) – matematica, mi sento mooolto meglio, amici.
A tutti voi buona giornata.
Ines

14 Commenti

  • In merito al fenomeno dei “selfie”, cara Angela: mentre molte persone – soprattutto i giovani – si divertono con l’autoscatto, l’ultimo Rapporto Censis (5/12) offre una fotografia a tutto tondo del nostro Paese, dalla quale emerge che gli italiani amano molto i social network: il 49% degli utenti Internet e l’80% degli utenti tra i 14 e i 29 anni di età sono iscritti ad almeno un social network.
    Secondo il Censis i “selfie” rappresentano “l’evidenza fenomenologica della concezione dei media come specchi introflessi in cui riflettersi narcisisticamente, piuttosto che strumenti attraverso i quali scoprire il mondo e relazionarsi con l’altro da sé.”
    Della serie: non stiamo messi mica tanto bene, ragazzi.

    A tutti un cordiale ciao ciao
    Ines

  • Cara Angela,
    ritengo che l’utilità del cellulare sia innegabile, poiché ci permette di raggiungere e di farci raggiungere in qualunque momento o luogo ci troviamo, soprattutto quando si presenta la necessità di comunicare qualcosa di importante.
    Da questa constatazione può derivare un “Noi che…”:
    Noi che se dovevamo avvisare i genitori che avremmo tardato a tornare a casa non trovavamo i gettoni oppure non trovavamo una cabina telefonica.
    Per molte persone il cellulare favorisce la socializzazione e aiuta a combattere la solitudine, grazie ai servizi che offre: dagli sms alle chat, dalla navigazione in Internet alla gestione della posta elettronica.
    Ma torniamo, ancora una volta, a quanto abbiamo detto anche per altri temi: sarebbe bene riuscire a trovare il giusto equilibrio che, in questo caso, consiste nel cogliere i vantaggi del cellulare, senza dimenticarne gli svantaggi, che comunque non mancano, a mio modesto avviso.
    Tuttavia mi domando: se trovare il giusto equilibrio è difficile e talvolta impossibile per le persone adulte, come possiamo aspettarci che riescano a trovarlo i più giovani?

    Grazie per il tuo intervento, cara Angela.

    A tutti un cordiale ciao ciao, amici.
    Ines

  • Condivido le osservazioni di Ines sull’importanza che il cellulare ha assunto per i giovani, fino a creare in molti di loro una vera e propria dipendenza: ho letto diversi articoli sull’utilizzo compulsivo del telefonino da parte degli adolescenti.
    Tra femmine e maschi ho notato una differenza che riguarda sia i miei due figli che i loro coetanei e amici.
    La ragazza (21 anni) lo utilizza più di suo fratello (19 anni) e soprattutto per “comunicare”: inviare messaggini, connettersi, andare su Facebook e chattare. Per di più non se ne separa quasi mai.
    Il ragazzo, fino ad ora, ha dimostrato un interesse minore per il cellulare: “messaggia” poco e lo utilizza soprattutto per telefonare o per i videogiochi (Android o simili), ma è evidente che, a differenza della sorella, non ha “dipendenza” dal cellulare.
    Una delle novità più in voga (soprattutto fra le ragazze) sull’uso del cellulare è il “selfie”, l’autoscatto fotografico realizzato a breve distanza e spesso condiviso sui social network.

    Cordiali saluti
    Angela

  • Mentre cercare di risolvere gli enigmi mi diverte, cercare di comprendere alcuni comportamenti – che, in quanto diffusi, diventano fenomeni – mi incuriosisce: suppongo sia ormai chiaro, amici, che nella mia testa circolano molti “Perché?”.
    Pensate: ne circolano così tanti che a volte si creano ingorghi tali… :-) .

    Ritengo che il Primo Premio, simpaticamente offerto dal nostro Luigi, rimarrà al suo posto, a mo’ di sberleffo rivolto a chiunque osi avanzare la pretesa di comprendere ciò che potrebbe essere poco comprensibile persino per i nativi digitali stessi.

    Nella singolare chiacchierata “a suon di sms” delle due ragazze, personalmente vedo la tendenza a considerare il cellulare uno strumento da cui non ci si può separare mai, come fosse parte della propria persona: è una tendenza, questa, che osservo non solamente nella maggior parte dei giovani, ma anche in molti di coloro che non sono – per età – nativi digitali.

    A mio avviso va considerato, per giunta, che comunicare attraverso gli sms significa – in alcuni casi – “non esporsi”, “non azzardare”: in uno scambio diretto le espressioni del viso, il modo di guardare, il tono della voce, i gesti che accompagnano le parole possono rivelare tratti della personalità e sentimenti o emozioni del momento che si preferisce tenere celate, per ragioni che possono essere diverse, a seconda delle circostanze e delle persone coinvolte.
    Il messaggio scritto diventa allora un modo per proteggersi ma, nello stesso tempo e paradossalmente, per sentirsi più liberi di “esporsi” e di “azzardare”.

    La timidezza o il timore, dunque: non escludo che le due ragazze considerino l’innocente curiosità sulle preferenze riguardo ai comportamenti maschili – “ma tu sei per il bullotto o sei per il tenero” – un argomento da trattare con pudore.
    Tenendo conto dell’età e dell’eccessiva sfrontatezza di molti loro coetanei, quest’ultima ipotesi porterebbe a… sperare che esistano ancora adolescenti capaci di riserbo e di una sana timidezza.

    A tutti voi, cari amici, buona giornata.
    Ines

  • Per cominciare: “Io sn X 1 10ero!” :D

    Caro Luigi,
    sai che questi enigmi mi divertono?
    E allora provo ad aggiudicarmi il Secondo Premio, dai.
    “Ma tu sei per uno bullotto o sei per uno tenero”: una delle due ragazze sta interrogando l’amica sulle sue preferenze a proposito di ragazzi.
    Penso che “bullotto” (bull8) sia una variante – abbastanza comune tra i giovani – di “bulletto”, mentre per decifrare “10ero” bisogna ricorrere all’inglese: il numero 10 (ten) unito a “ero” forma “tenero”.

    Temo che aggiudicarsi il Primo Premio sia più difficile: forse potremo tentare di interpretare le scelte e i comportamenti di “questa Nuova Gioventù″, ma le nostre sarebbero solamente ipotesi, presumo.
    Comunque vada, proviamo a “capire” perché due ragazze che sono sole in casa – la possibilità che qualcuno possa ascoltare le loro confidenze è esclusa – scelgano di chiacchierare tra loro ‘messaggiando’.

    Grazie per il tuo simpatico intervento, caro Luigi. Anzi: 10u. ;-)

    A te e a tutti buona giornata, amici.
    Ines

  • La nuova “Meglio (?!?) gioventù″
    Racconto di un’amica. Verso le 18.30 torno a casa, dove so esserci mia figlia (quindicenne) con un’amica, per fare i compiti insieme. Sento un gran silenzio, aspetto un po’… silenzio.
    Vado in soggiorno e vedo mia figlia ad un tavolo, e l’amica sul divano, che (concentratissime) “smanettano” sui cellulari. Come mi vedono smettono. L’amica mi saluta e dice che deve tornare a casa. Mentre mia figlia l’accompagna, il suo telefonino resta sul tavolo e con la “normale” curiosità di mamma do una sbirciatina all’ultimo messaggio, che così mi appare:
    “Ma tu 6 X 1 bull8 o 6 X 1 10ero “. Non capisco niente. Quando torna mia figlia, le dico:
    ” Ma scusa, siete qui insieme e ognuna manda messaggi per gli affari suoi? Non mi sembra bello”.
    Risposta: ” Ma mamma, stavamo ‘chiacchierando’ tra di noi”.

    Un ideale Secondo Premio a chi risolve l’enigmatico messaggino.
    Il Primo Premio, invece, a chi è in grado di “capire” questa Nuova Gioventù.

    Mandi mandi
    L.G.

  • “Barrare con una x“, dicevamo.
    Può essere interessante sapere che nei questionari britannici la x sta per “errato”, mentre il cosiddetto tick – corrispondente al nostro segno di spunta, simile a una V – sta per “corretto, esatto”.
    Probabilmente la scelta trova spiegazione nel greco antico: nel vocabolo “nike” – che nella mitologia simboleggia la vittoria – l’iniziale minuscola n si scrive come una V, mentre nel termine “haneis” (perdita, sconfitta) la h iniziale si scrive come una X (Χάνεις).

    Interessante e utile, direi: be’, se dovessimo compilare un questionario in Gran Bretagna, senza conoscere questa differenza, potremmo dichiarare il contrario del vero, ossia il falso.
    Meglio saperle, certe cose, eh? ;-)

    Di altri argomenti che sarebbero potuti scaturire con la X potremo parlare nella lettera successiva, la Y.
    Ma della X come simbolo di chiusura, cui ha accennato il nostro Roberto, mi incuriosisce un aspetto particolare: per una mia cara amica “fare una croce sopra una persona” significa chiudere con quella persona, interrompere definitivamente i rapporti con lei. Solitamente la mia amica unisce a questa espressione gli indici incrociati a formare proprio una X.
    Non parliamo, ora, di pagine o di siti web. Parliamo di persone: cosa può spingerci a cancellare dalla nostra vita, con una X simbolica, una persona?

    Un cordiale ciao ciao
    Ines

  • Scusate il ritardo, ragazzi. Poiché nei giorni scorsi mi stavo annoiando un po’, ho pensato di farmi beccare dall’influenza. :-)
    Torniamo alle nostre chiacchierate, adesso.

    Per quanto riguarda le abbreviazioni – x al posto di “per” anche in “perché” – penso che possano essere utili in alcune circostanze e simpatiche in altre: utili quando occorre scrivere rapidamente per prendere appunti, ad esempio; simpatiche se usate di tanto in tanto per dare un tocco di originalità ad un messaggio, come nel caso dei figlioli di Roberto.
    Quel che non condivido è l’uso eccessivo di abbreviazioni simili: mi domando allora se coloro che ne abusano considerano che chi legge messaggi così impostati potrebbe perdere, per decifrarli, lo stesso tempo da loro risparmiato nell’atto di scriverli.
    E aggiungo: a mio avviso, non è educato comunicare frettolosamente, a meno che non vi sia una particolare necessità o un’urgenza.
    La mia impressione, invece, è che vogliamo ‘esserci sempre’: in ogni contesto e circostanza, in ogni gruppo di discussione e argomento, è questa smania di partecipare che porta, in alcuni casi, a un’esposizione frettolosa e persino poco chiara del proprio pensiero.

    Cara Angela,
    condivido pienamente la tua opinione sulla xenofobia e la xenofilia: vedo entrambe come la manifestazione di un eccesso e, dunque, di un errore mentale, culturale e sociale.
    A questo proposito, vorrei aggiungere un’altra mia opinione: considero “linguisticamente xenofobo” chi scrive “senofilo” e “senofobo”, accampando la ragione che la x è una lettera straniera.
    I due vocaboli sono di origine greca e la nostra lingua contiene moltissimi termini che derivano dal greco: trovo, dunque, contraddittorio l’atteggiamento di coloro che rivendicano – riguardo ad alcuni vocaboli – l’esattezza di una pronuncia anziché di un’altra per fedeltà alla lingua d’origine, ma nello stesso tempo considerano straniera una lettera appartenente a quella stessa lingua.

    A proposito del greco, caro Roberto, avrei qualcosa da aggiungere anche sulla x usata per definire una scelta o una dichiarazione: “barrare con una x“, leggiamo sui documenti, ma…
    A presto, dunque.

    Grazie per i vostri gentili interventi e a tutti voi, amici, buona giornata.
    Ines

  • Xenofilia e Xenofobia.
    Secondo me sono sbagliate entrambe, se portate all’eccesso. L’eccessiva e indiscriminata ammirazione che ciò che è straniero denuncia uno scarso attaccamento alle proprie tradizioni e cultura. L’eccessivo e indiscriminato rifiuto per ciò che è straniero denuncia un atteggiamento di opposizione, di chiusura verso tradizioni e culture diverse dalle proprie.

    Cordiali saluti
    Angela

  • Le prime forme di utilizzo della X come abbreviazione di “per” risalgono, per me, ai bigliettini di auguri scritti dai miei figlioli, i quali scrivevano (e tuttora scrivono) sulla busta “x papà“, con l’aggiunta delle 3 lettere (maiuscole) della parola “per”, inserite nei 3 spazi superiori della X.

    Fino a circa mezzo secolo fa, la X rappresentava la firma che le persone analfabete apponevano sui documenti. Da qui la barzelletta (nota a tutti) dell’uomo che, dovendo firmare un documento dopo un altro uomo che ha appena firmato con la X, spiega di essere anche lui analfabeta e all’impiegato che gli dice di usare la X risponde “ma io non mi chiamo come lui!”.

    La X è il simbolo della scelta nei questionari a risposta chiusa (singola o multipla) e di una “dichiarazione” nei moduli prestampati da compilare.
    Nel campo informatico, invece, cliccando sulla X si chiude una pagina o un sito.

    Cari saluti
    Roberto

  • Un giorno negli appunti di una mia collega, molto più giovane di me, ho trovato la parola xchè, io leggevo icschè e non capivo il senso, dopo ho realizzato che voleva dire perchè. Non ero abituata alle parole abbreviate in questo modo o storpiate e non lo sono ancora, ma occorre aggiornarsi, sono troppo antiquata.
    Buona giornata
    Fernanda

  • La sedia che ha la struttura a X – “a ìccasse” nel dialetto fiorentino – cominciò a diffondersi in Italia nella seconda metà del Cinquecento e fino a tutto il Seicento.
    Era molto simile alla Savonarola, chiamata così perché fu la seggiola utilizzata dal frate domenicano Girolamo Savonarola nel convento di S. Marco, a Firenze. Come quest’ultima, la sedia “a ìccasse” aveva quattro stecche – due davanti e due dietro – che si incrociavano e si univano nei braccioli e nei piedi “a slitta” ma, a differenza della Savonarola – che era tutta in legno – la sedia “a ìccasse” era rivestita con stoffa o cuoio.
    Questo modello di sedie discende dalla fusione della “sella curulis” romana con la sedia da campo di origine araba.
    La sella curulis era un sedile pieghevole – simbolo del potere giudiziario – che accompagnava il magistrato ovunque egli intendesse erigere il suo tribunale e “curule rimane l’appellativo delle magistrature romane che ebbero per comune insegna la sella curulis” (vocabolario Treccani).

    A tutti voi, cari amici, buona giornata.
    Ines

  • Caro Luigi,
    ah… l’oste ha messo il dito nella piaga. ;-)
    Mi stavo giusto chiedendo perché nel totocalcio si utilizzi il segno x per indicare il pareggio tra due squadre, ma la risposta rimane… un’incognita: si tratta di un uso convenzionale.
    Inutile – sembra – cercare di andare oltre. Sic.
    Mi consolo rileggendo il simpaticissimo aneddoto che ci hai narrato. Grazie, caro Luigi.

    E, a proposito di X come abbreviazione di “decimo”, riporto dall’enciclopedia Treccani:
    “Nella numerazione romana, il segno della X maiuscola indica il numero 10 [...]. In questa funzione, deriva probabilmente dalla sovrapposizione di due V (segno del numero 5 nella numerazione romana) uniti per i vertici.”
    Interessante.

    Ancor più interessante mi sembra la definizione di x nel “Vocabolario dei sinonimi della lingua italiana” (1884) di Pietro Fanfani:
    “Iccasse, Icse o Ix – Come lettera dell’alfabeto, i Fiorentini pronunziano íccasse, e di essa lettera scritta usano il maschile. – «Ha fatto un íccasse veramente bello.» – «In queste parole ci va l’íccasse. – Euxinus si scrive con l’íccasse.» – «Seggiola – leggío a íccasse.» Nei modi proverbiali sempre íccasse. – «Gambe a íccasse. – Parere un íccasse.» – Adoperata come segno algebrico della incognita, si pronunzia ix o icse ed è femminile. – «Il prodotto è uguale ad icse.» – «La icse incognita.» – Quindi di persona incomprensibile o di cosa incerta: è un icse.”

    Seggiola a “ìccasse”: seggiola con le… gambe a x? Proprio così, amici.
    A riparlarne lunedì.

    A tutti voi buona giornata.
    Ines

  • Dalla matematica alla toponomastica.
    Uscendo da Pordenone verso Sud, si trova il cartello stradale con il nome di un paesotto: ” Azzano X “. E i forestieri e i “viandanti” così lo leggono. In realtà, il nome del paese è “Azzano Decimo”.
    Azzano X , ” Cinto (da quinto) caomaggiore”, ” Ottava presa”, “Quarto d’ Alino” e altri, si trovano sul tracciato delle due Consolari romane che, provenendo da ovest e da sud, attraversavano il territorio friulano per raggiungere Aquileia; e in funzione del loro ruolo, venivano contrassegnati con dei numeri progressivi.
    Un giorno, uno dei mitici viandanti arrivato nella piazza del villaggio, entra in osteria e per prima cosa, sogghignando, chiede all’oste notizie sullo strano nome del paese. L’oste, stanco del ripetersi della domanda e infastidito dall’atteggiamento dello sconosciuto avventore, gli risponde: “Al tempo dei romani, durante il campionato di calcio, la squadra di questo paese, che si chiamava Azzano, non riuscì a vincere una sola partita, ma nemmeno ne perse una;
    realizzò solo pareggi. Da allora… Azzano X “.

    Storielle (vere) di paese.

    Mandi mandi
    L.G.

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