Zucchero a volontà…

dic 19, 2014   //   by Ines Desideri   //   Blog, Parole nel tempo  //  14 Comments

… per chi lo gradisce, naturalmente.
Zucchero a velo: da mettere sui dolci natalizi preparati in casa e sul pandoro che, nei gusti di molti italiani, ha sostituito il tradizionale panettone. Meglio trattenere il respiro mentre si mangia una fetta di pandoro con lo zucchero a velo appena messo, altrimenti vola via e imbianca i risvolti della giacca e la cravatta. La cravatta!
Zucchero filato: quel batuffolone vaporoso, dietro al quale scompaiono i visetti dei bambini. Deludente, perché a vederlo sembra tantissimo; una volta che è in bocca, in un attimo, torna ad essere quello che realmente è: zucchero.
Lo zucchero che non può mancare nel mio caffè, ma soprattutto ‘parole di zucchero‘: dolci.

Chiara, una bimbetta di cinque anni, mi abbraccia.
- Oggi voglio restare appiccicata a te tutto il tempo che stiamo insieme, perché già so che dopo mi mancherai e avrò tanta nostalgia di te.
- Anch’io avrò nostalgia di te, dopo – le rispondo.
- Ma io di più.
La dolcezza del suo abbraccio e delle sue ‘parole di zucchero‘: magia pura; emozione; brividi.

A tutti voi, cari amici, buona giornata.
Ines

14 Commenti

  • Eh già… Il suono delle zampogne, che contribuiva a far sentire l’atmosfera del Natale, quando i preparativi per le Feste – gli addobbi nelle vetrine dei negozi, l’abete da inghirlandare, il presepe,… – non iniziavano prima dell’8 dicembre.
    Oggi si comincia a pensare al Natale a fine ottobre, ragazzi.

    L’arrotino e l’ombrellaio all’angolo della strada, il “robivecchi [che] te chiede ‘n po’ de stracci” (“Roma capoccia”, A. Venditti): tutte figure che sono scomparse. Segno, questo, di una società assoggettata al consumismo, abituata a gettare via più che a riparare e a conservare.

    Ringrazio Fernanda per il suo gentile contributo.
    A tutti voi buona giornata, amici.
    Ines

  • Zeta come Zampognaro. Le feste natalizie sono passate e gli zampognari non li ho visti, sono spariti. Ormai si vedono solo nei presepi. Natale era anche il suono delle zampogne. Questo non vuole essere solo un ricordo nostalgico, ma una constatazione che certe figure vanno scomparendo come ad esempio l’arrotino e l’ombrellaio.
    Buona giornata
    Fernanda

  • Ricordi d’infanzia: la Zecca dello Stato, gli zecchini d’oro di Pinocchio e lo Zecchino d’oro di mago Zurlì.

    La prima volta che sentii nominare la Zecca dello Stato fu quando chiesi a mio padre:
    - Dove si comprano i soldi?
    - Prima di tutto i soldi non si possono comprare: si guadagnano lavorando. Poi se si potessero comprare servirebbero altri soldi per comprarli – mi rispose.
    Fu allora che papà mi parlò – fra l’altro – della Zecca. Avevo sei anni.
    “Zecca, dall’arabo Sekkah conio per battere le monete e indi anche moneta, come noi diciamo Zecchino.” (O. Pianigiani)

    Ah, i cinque zecchini d’oro che Mangiafuoco donò a Pinocchio. E la Volpe gli disse:
    “Bisogna sapere che nel paese dei Barbagianni c’è un campo benedetto, chiamato da tutti il Campo dei miracoli. Tu fai in questo campo una piccola buca e ci metti dentro per esempio uno zecchino d’oro. Poi ricopri la buca con un po’ di terra: l’annaffi con due secchie d’acqua di fontana, ci getti sopra una presa di sale, e la sera te ne vai tranquillamente a letto. Intanto, durante la notte, lo zecchino germoglia e fiorisce, e la mattina dopo, di levata, ritornando nel campo, che cosa trovi? Trovi un bell’albero carico di tanti zecchini d’oro, quanti chicchi di grano può avere una bella spiga nel mese di giugno.”
    Fu con questo tranello che la Volpe – in combutta con il Gatto – riuscì a ‘sgraffignare’ gli zecchini d’oro all’ingenuo Pinocchio.

    E lo Zecchino d’oro, il festival canoro ideato da Cino Tortorella che, per l’occasione, diventava mago Zurlì? A cantare erano i bambini; a seguire la trasmissione erano i telespettatori di ogni età.
    Fu guardando lo Zecchino d’oro che conobbi Topo Gigio e me ne ‘innamorai’. :-)
    “Ma Popoff non si arrende e dopo un po´
    scivolando sulla pancia fila verso il fiume Don.
    Hey, Popoff! Così proprio non si può!
    Non cammina in questo modo un cosacco dello zar!”
    (“Popoff”, interpretata nel 1967 da Walter Brugnolo, vincitore della nona edizione de Lo Zecchino d’oro)

    A tutti voi, cari amici, buona giornata.
    Ines

  • Cara Angela,
    ecco: il mio papà era tra quelli che – di tanto in tanto – le prendevano, dal maestro, perché da bambino era sia vivace sia un po’… ribelle.
    Da quanto ci raccontava – e lo faceva con la giovialità che era nella sua indole, per nostra fortuna – i maestri ricorrevano più spesso alle bacchettate che ai pizzardoni. E guai se non si riusciva a dominare l’impulso di ritrarre la mano: il numero di bacchettate sarebbe raddoppiato. Sic.
    Penso sia superfluo ribadire che questo metodo era tutt’altro che educativo.

    Quanto all’inversione di tendenza riguardante il pane, hai ragione: del resto molti cibi, appartenenti alla cucina ‘povera’ della nostra tradizione, negli ultimi decenni sono stati riscoperti e sono molto apprezzati.
    Nella letteratura troviamo numerosi riferimenti al pane bianco e al pane nero, quali elementi di distinzione tra i diversi ceti sociali.
    Riporto – a tale proposito – un brano tratto da “Fontamara” di I. Silone: molto interessante e, forse, persino inquietante.

    “La chiesa appariva assai malridotta e con i muri scrostati in molti punti [...]. La sola cosa veramente bella era il quadro dell’Eucarestia, sull’altare: Gesù aveva in mano una pagnottella di pane bianco e diceva: ‘Questo è il mio corpo.” [...] Gesù non alludeva né al pane di granoturco, che mangiano i cafoni, né a quell’insipido surrogato di pane che è l’ostia dei preti. Gesù aveva in mano un vero pezzo di pane bianco.”

    Grazie per il tuo contributo, cara Angela.
    A tutti voi, amici, buona giornata.
    Ines

  • Mio padre (78 anni) ci racconta di quando lui frequentava le elementari e le medie: gli insegnanti non solo redarguivano gli allievi con parole come “zuccone, somaro, asino”, ma avevano l’abitudine di dare sberle agli allievi più vivaci o ribelli e persino a quelli che sembravano o erano intellettivamente più lenti.

    Inversione di tendenza per il pane: a differenza del passato, quando il pane nero era l’unico del quale disponevano i poveri, oggi il pane integrale è rivalutato e consigliato dai nutrizionisti, in quanto preparato con farine meno raffinate e perciò più salutari.
    Cordiali saluti
    Angela

  • Be’, amici, apostrofare una persona chiamandola zuccone non è proprio un complimento.
    Eppure c’è zuccone e… Zuccone.

    “A’ luoghi adunque bisogna aver gli occhi. Così ebbe Donatello nel famoso Zuccone del nostro Campanile del Duomo, nel fargli gli occhi, che di lassù paiono cavati con la vanga: che se li scolpiva di terra la figura parrebbe cieca; perché la lontananza si mangia la diligenza.” (Bernardo Davanzati, 1529-1606)

    L’avevo detto, io, che c’è zuccone e Zuccone. ;-)
    Qui si parla del Profeta Abacus, opera realizzata da Donatello tra il 1423 e il 1435 per il Campanile di Giotto. La statua, alta poco meno di 2 metri, oggi si trova nel Museo dell’Opera del Duomo, a Firenze.

    A tutti voi buona giornata.
    Ines

  • Strana sorte, quella delle parole, a volte.
    Fra i quasi tremila vocaboli in via di estinzione troviamo zelo e zotico.
    Mi viene da pensare che forse sempre meno persone conoscono e usano il termine zelo, perché sempre meno persone si dedicano alle loro attività lasciandosi guidare dall’entusiasmo, dalla passione, da un’equilibrata solerzia.
    Peccato: spesso l’indifferenza e l’apatia sono le armi per proteggersi, per difendersi da una vita vissuta intensamente, che richiede coinvolgimento e fatica.

    Di conseguenza mi viene da pensare che forse sempre meno persone conoscono e usano la parola zotico, perché sempre meno persone sono villane.
    Che bello! Siamo diventati migliori: più cortesi, più gentili, più garbati.
    Ma temo che non sia così. Peccato.
    Strana la sorte delle parole, a volte.

    A tutti voi, cari amici, buona giornata.
    Ines

  • Zero spaccato: gran brutto voto, ragazzi.
    A mio avviso meritano uno zero spaccato i “pizzardoni” romani che, durante la notte di S. Silvestro, non hanno lavorato, mentre avrebbero dovuto farlo.
    Furboni, furbetti, furbastri? Secondo me soprattutto disonesti, irresponsabili e malandrini.
    Da zero spaccato.

    “Pizzardone”- nome che nel linguaggio comune di Roma definisce, dalla seconda metà dell’Ottocento, il vigile urbano – deriva da “pizzarda, un copricapo a due punte così chiamato perché simile al becco dell’omonimo uccello, comunemente noto come beccaccia” (Pesci, 1907).
    In romanesco “pizzardone” significa anche “schiaffo”: se state discutendo animatamente con un romano e quello vi dice “mo te mollo ‘n pizzardone”, non pensate che sia sul punto di chiamare la Polizia Municipale. Preparatevi, piuttosto, a prenderle o a darle. Se invece non avete intenzione di venire alle mani, cercate di rabbonirlo: non è difficile, perché spesso le minacce dei romani si limitano allo sfogo verbale, “sfogo di lingua”, lo chiamava mia nonna.
    “Mo te mollo ‘n pizzardone da fatte gira’ così tanto che quanno te fermi i vestiti che porti addosso so’ passati de moda!”
    Folclore locale, dai. ;-)

    Però i “pizzardoni – vigili urbani – Polizia locale di Roma capitale” che non hanno lavorato la notte del 31 dicembre meriterebbero qualche pizzardone (simbolico, naturalmente). E uno zero spaccato in condotta.

    A tutti voi, cari amici, buona giornata.
    Ines

  • “Con la ricetta della nonnina
    zucchero, latte, fior di farina
    son fabbricati i biscotti Doria
    un nome da imparare a memoria.”

    Suppongo che anche voi ricordiate questa canzoncina, amici: accompagnava la pubblicità di una nota marca di biscotti.
    Erano gli anni del Carosello, quando la pubblicità aveva un proprio spazio, ben definito, e non era ancora un bombardamento di messaggi, come avviene oggi, che non c’è momento del giorno – e della notte, immagino – in cui ogni programma televisivo non subisca continue interruzioni pubblicitarie.
    Erano gli anni del “niente zapping“: non c’erano decine e decine di canali tra i quali scegliere; non c’era il telecomando e non avevamo ancora bisogno di una parola che definisse un’azione particolare, semplicemente perché quell’azione – il frenetico saltellare da un canale all’altro – non potevamo compierla, non esisteva.

    “… fior di farina”, dunque: la farina doppio zero, la più bianca, soffice e raffinata tra le farine – perché totalmente priva di crusca – è utilizzata per la preparazione dei dolci.
    La farina zero, meno bianca della 00 – in quanto possiede una piccola percentuale di crusca – viene normalmente usata per il pane e la pasta fresca.
    Pane bianco, pane nero.
    Fino ai primi decenni del Novecento il pane nero era il pane di tutti i giorni, quello che accompagnava la giornata di lavoro del contadino: simbolo di vita dura e di povertà, esso si contrapponeva al pane bianco, appannaggio dei “signori”, dei benestanti.
    In Calabria la moglie del padrone era detta “donna di pane bianco” e i moribondi venivano “messi a pane bianco”.

    “Quando si vuol dire che un contadino è spacciato, si dice che l’han messo a pane bianco. Si diventa ghiottoni in punto di morte: si vuol la leccornia, si vuole il cibo squisito, si vuole andare al mondo di là con la bocca dolce. Il contadino che muore vuol gustarla anche lui, questa ineffabile felicità del signore, del ricco, del galantuomo; un pezzo di pane, bianco come neve, leggero, poroso, morbido, rosolato nella crosta. Per tanti e tanti anni si è cibato di pane di lupini, di orzo, di castagne, duro, pesante, secco, aspro, che scortica la bocca, che fa male ai denti e che pesa come piombo sullo stomaco.” (Nicola Misasi, “In magna Sila: racconti calabresi”, 1883)

    A tutti voi buona giornata e buon 2015, cari amici.
    Ines

  • Tanti auguri di Buon Anno a tutti.
    Angela

  • Amici cari,
    a tutti voi giungano i miei auguri per un sereno 2015.
    Con affetto e gratitudine
    Ines

  • Caro Luigi,
    sai che l’immagine di un angelo poco… angelico e molto umano mi piace?
    Ma soprattutto mi piace la sua affermazione “… nella vita il Dolce non è mai abbastanza”, riferita alle parole.
    A queste possiamo aggiungere i gesti, cui accenna il nostro Roberto: ecco, dunque, rivelato il bisogno, del tutto umano, di una dolcezza particolare – speciale direi – della quale a volte fatichiamo a riconoscere il valore.

    Grazie per il vostro contributo e per gli auguri, che ricambio con tutto il cuore, cari amici.

    A tutti voi buona giornata
    Ines

  • Per questo Natale e per tutti i giorni dell’anno (non solo a Natale!) propongo un consumo moderato di dolci per il bene della salute fisica e dolcezza (parole e gesti dolci) a profusione che dà beneficio alla salute interiore.
    Mi unisco a Luigi Girardi nell’augurare Buone Feste a tutta la compagnia del blog.
    Roberto

  • E Zucchero sia. Ieri sera hanno ri-dato un simpatico film con John Travolta, nel quale fa la parte di “Michael” – l’Arcangelo Michele.
    Uno strano angelo in realtà: beve, fuma, attrae tutte le donne che incontra, e si rimpinza di dolci. Quando cita i ” mitici” non si riferisce ai Santi, ma ai Beatles.
    Verso la fine, parlando seriamente con uno dei protagonisti gli dice:
    “Qualsiasi cosa possano dirti, ricordati che nella vita il Dolce non è mai abbastanza”.
    Allora, alle Amiche ed agli Amici del blog,
    i miei Sinceri Auguri per un Sereno Natale
    e che sia pieno di Zucchero

    Mandi mandi Fantaàs
    L. G.

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