Cosa hanno scritto de LA MISURA DEL CORAGGIO

apr 14, 2011   //   by admin   //   Libri  //  1 Comment

Quando la Prof.ssa Desideri mi ha chiesto di presentare il suo libro ho avuto un po’ di esitazione perché il testo veicola sentimenti così forti, così autenticamente veri, così sconvolgentemente essenziali nella loro drammaticità da comportare per forza di cose una sorta di pudore, di violazione del privato più intimo per chi si accinge a parlarne e la convinzione che la parola sia insufficiente, decisamente inadeguata ad accostarsi ad una materia troppo dolorosamente vera per poter essere lusingata e blandita dalla parola.

Colpisce nel libro la totale assenza di retorica, eppure la materia trattata si presterebbe facilmente ad indulgere all’autocommiserazione, al ripiegamento su se stessi; niente di tutto questo si rinviene nelle pagine di quest’opera e il titolo è rivelatore, poiché i grandi temi della vita, del dolore, della speranza, della morte vengono affrontati in maniera coerente, intelligente, misurata, indimenticabile.

In una bella giornata di giugno, una famiglia serena che vive la tranquillità del proprio quotidiano viene sconvolta dalla malattia e ha inizio così una sorta di metaforica catabasi in forma diaristica, una sorta di discesa dell’anima nei meandri della sofferenza, passando dal tramortimento iniziale, all’incredulità, alla agghiacciante consapevolezza, allo strazio del dolore, al calvario dei ricoveri e delle terapie ospedaliere, attraversando tutta la gamma delle trepidazioni, delle disperazioni, delle speranze connesse con la tragedia della malattia.

La scrittrice racconta questa sua lacerante esperienza di madre utilizzando una rapidità di scrittura, una assenza di indugi, una forza nella lotta che non la abbandona mai, mirabilmente amalgamate con una densità espressiva, una energia formale, lessicale e ispirativa che lasciano nel lettore le stimmate di una autentica commozione, il marchio di un pathos mai indotto o destato da facili scadimenti nel sentimentalismo.

La parola empatia, usata nell’antica Grecia per indicare il rapporto emozionale di partecipazione che legava l’autore-cantore al suo pubblico, è quella che meglio esprime la complicità fra la scrittrice e il lettore, basata su una affinità nel sentire mai carpita con esibizioni sentimental-affettive sovraccariche di pathos, ma semmai affidata ad un esercizio di scrittura che opera per sottrazione e fa del togliere, dell’affinare fino ad apparire scabri ed essenziali, lo strumento di una pudicissima epifania della sofferenza vissuta e raccontata con la sobria dignità che contraddistingue l’autrice.

A ben guardare credo si possa dire che la sua prosa abbia origine da un raffinamento estremo di un iniziale bisogno di testimoniare, che prevede sì incursioni nel privato e nell’intimo sconvolgimento emotivo determinato dalla presenza, violenta e prepotente, dell’ospite indesiderato: la malattia; ma, seppure è consentita l’effrazione, essa viene mantenuta entro limiti ben determinati di fruibilità e addomesticata mediante una concatenazione serrata degli eventi ed un loro compatto fluire diaristico.

Convertibilità della parola e delle sue referenze, quindi, avvertibile attraverso il palpitare della scrittura e la stremata e dolorosa lucidità data da una realtà inaccettabile che, tuttavia, si impone e ingombra di sé le pagine e il cuore della scrittrice, alimentando il suo narrare nel tempo e nello spazio lo scandalo della malattia e della sofferenza di un figlio. 

La sua è una qualità del sentire che si basa sull’esperienza, uno squisito e privatissimo sentire che esce allo scoperto facendosi oltranza etica, parola in bilico sull’abisso del dolore, salvezza di ragioni umane; parola che, una volta acquisita la prospettiva giusta, diventa vittoria sull’oblio, completamento di quella visione prospettica  ed esistenziale che azzera l’annichilimento e fa del dolore una risorsa della speranza, un propellente per conferire qualità alla vita.

E’ in questa sorta di valore ossimorico della parola della scrittrice, vulnerabile e salvifica al tempo stesso, ustionata e ustionante, che va individuata la sua apparente e sofferta paradossalità, inconciliabilità e contraddittorietà; parola che non si conforma, che sostiene lo sguardo del reale nel quale noi stessi possiamo riconoscerci, associa al dolore l’esistenza di fiducia e solidarietà e si nutre dell’attesa del miracolo, il concreto piccolo miracolo che aspetta sempre dietro l’angolo colui che vuole percepirlo, perché, come dice la scrittrice tedesca Hilde Domin, “il miracolo è non piantare in asso se stessi e gli altri, l’utopia minima senza la quale non vale la pena di essere uomini”.

La scrittrice Desideri, però, è anche un’educatrice, così come lo è chi vi parla; pertanto, sorge spontanea la domanda: ha senso in una società di forte esposizione e vulnerabilità al dolore, pronta ad esorcizzarne i portati con la ritualità del consumo, dell’effimero e del transeunte, accostarsi ad un testo che affronta il dolore con coraggio e determinazione? E la risposta è senz’altro positiva.

Ogni società, infatti, fin dai primordi della civiltà, inserisce nella propria weltanschauung, nella propria visione del mondo, la morte e la rende funzionale alla vita. La società post-industriale e globalizzata, invece, non può permettersi di confrontarsi con il dolore e con la sua espressione più radicale: la morte, perché finirebbe con l’autonegarsi e, pertanto, è impegnata in una strenua operazione di rimozione che opera a livelli plurimi e persino sul piano lessicale.

In un simile contesto, quindi, il dolore e la morte sono ammessi solo sotto forma mediatica e spettacolarizzata e, di conseguenza, il comportamento giovanile, sempre più violento ed inconsapevole, è frutto di una distorta percezione del dolore che, veicolata dalla società dei consumi come disincarnata e ludica, tende a sdoganare la violenza come diversivo al grigiore del quotidiano.

Occorre, quindi, che l’agenzia istituzionale preposta alla formazione: la scuola, recuperi l’educazione all’emotività, ai sentimenti ed all’affettività dei giovani e “La misura del coraggio” è uno dei testi più autenticamente veri, diretti e “controcorrente” nei quali è possibile imbattersi e far imbattere i nostri giovani in questi anni così insidiosamente difficili per le sorti dell’umanità.     

Alessandro Mariotti (Presentazione 30/4/2011 – Lanciano)

Alessandro Mariotti ha pubblicato le raccolte di poesie  “Percorsi” e “Mediterraneo” (2006) e il saggio “L’anomalia solitaria. ‘Merceologia’ dell’immaginario in Raymond Roussel” (2009) 

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Un libro emozionante, sconvolgente, un diario che scuote, non soltanto per il dolore, estremo, acuto, tangibile, ma per il complesso di emozioni che suscita, pagina dopo pagina; un libro che sconcerta e incanta al contempo, ipnotizzando il lettore che cerca, pagina dopo pagina, una, tante risposte, non solamente sulla fine che farà il piccolo Luca, ma andando alla ricerca di un segreto.

Qual è il segreto per non impazzire dal dolore, per riuscire ad essere felici con la morte nel cuore e la sensazione di una vita spezzata? La risposta di Ines alla tragedia è tutta da ricercare nella solidità della sua rete familiare, unita dall’amore, da tanto amore, fondata su valori alti, nella loro semplicità e autenticità.

Un libro che trasuda dolore e tanta forza.

A Marco, l’eroe invisibile di questa tragedia, la cui sola esistenza dà ai genitori la forza di non spezzarsi di fronte al male, cinque anni dopo la tragedia Ines insegnerà che “nessuno può misurare il proprio coraggio prima di averlo messo alla prova. Spesso nella realtà, per fortuna, il coraggio supera ogni nostra aspettativa. Spesso, insomma, abbiamo più coraggio di quanto crediamo. Bisogna trovarsi nella necessità di di tirarlo fuori tutto, per capirlo.”

Maria Chiara Milanesi (Leggere:Tutti – n. 56 – marzo 2011)

1 Commento

  • Be’ valeva la pena scrivere il DIARIO per ottenere tanta attenzione, immedesimazione, valorizzazione, inquadramento, CORNICE in ALLORO! ;-)
    Qui, MANNAGGIA ! LA CORNICE non si vede, ma rende, rende !
    Ahhh_lloro sì che ti valorizzano! ;-)
    Non scherzo: mi è proprio piaciuto e TU sei piaciuta! ;-)
    Abbracci
    duccio

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