E se …

ago 23, 2011   //   by Ines Desideri   //   Blog, Letteratura  //  11 Comments

… potessimo scegliere un amico o un’amica tra i personaggi di un romanzo letto quale sceglieremmo e perché?

Personalmente, considerato questo periodo della mia vita e i bisogni interiori che lo stanno caratterizzando, ho già scelto.

Non me ne vogliano le decine di personaggi che ho amato e che continuerò ad amare,  ma ora vorrei avere come amico Bruno (“Sobre héroes y tumbas“, il capolavoro di Ernesto Sabato).

“E sebbene noi (la nostra coscienza, i nostri sentimenti, la nostra dura esperienza) cambiamo con gli anni, e anche la nostra pelle e le nostre rughe si trasformino in prova e testimonianza di questo passaggio, c’è qualcosa in noi, lì dentro, lì nelle regioni molto oscure, aggrappato con le unghie e con i denti all’infanzia e al passato, alla razza e alla terra, alla tradizione e ai sogni, che sembra resistere a questo tragico processo: la memoria, la misteriosa memoria di noi stessi, di quel che siamo e di quel che siamo stati.”

A mio avviso Sabato ha affidato a Bruno, lo scrittore che si definisce “un contemplativo”,  le pagine più toccanti di Sobre héroes y tumbas: sono pagine di intensa riflessione e di profondo pathos, che rispecchiano l’anelito e la tensione del vivere, il disincanto e i sogni di cui ci nutriamo, le speranze e le delusioni, ma soprattutto la continua, infaticabile ricerca di quel sapere (di sé, della vita, del genere umano, del mondo) unito alla consapevolezza degli inevitabili limiti comunque insiti in quel sapere. Credo che sia ciò che comunemente chiamiamo saggezza.

Aspetto di conoscere le vostre scelte, cari amici.

P.S. Un ringraziamento particolare a Mauro per avermi inviato l’opera di Sabato in versione originale.

11 Commenti

  • Complimenti a Luigi. Il suo intervento trasmette un amore struggente per la sua terra. A proposito della domanda di Ines sui dialetti penso che questi siano un patrimonio culturale sicuramente da salvaguardare. Sono parte integrante di una comunità , ne costituiscono la forma espressiva del costume e della cultura . Spesso, erroneamente a mio avviso, si contrappone il dialetto alla lingua ufficiale. Tale contrapposizione non esiste in quanto le finalità delle due lingue sono completamente diverse e complementari. Infatti la lingua ufficiale è quella che ha come orizzonte la nazione, la sua cultura , le sue leggi , la sua storia ecc.. . Il dialetto invece spazia nella comunità locale dove esso è parlato e compreso, ne esprime la peculiarità in tutte le sue forme , è in una parola lo spirito ancestrale di quel popolo.
    Saluti Gianni

    • Ringrazio Gianni per il complimento, e mi fa piacere ricambiarlo per come, in una parola
      appunto, ha definito i dialetti : “lo spirito ancestrale di un popolo”.
      E’ vero. Questo sono, e dovrebbero restare i dialetti ; non si possono “insegnare” a scuola, e non possono diventare strumentali bandiere da sventolare per ottenere dallo Stato contributi o “privilegi” per il proprio territorio.
      Qualcuno ha scritto : ” Un profondo, istintivo legame unisce coloro che hanno cominciato a chiedere pane e perdono nella stessa lingua.”
      A Gianni
      e a Ines
      Mandi mandi
      Luigi

  • Cara Ines,
    anche se con molto ritardo, mi fa piacere rispondere alla tua richiesta su quel particolare saluto che ci scambiamo in questa mia terra friulana: “mandi”.

    Mandi, è un’espressione dolce ed affettuosa che si usa tra madri e figli, fra amici amici, e fra
    coloro che, salutandosi, vogliono sottolineare, condividendo, il piacere dell’appartenenza alla nostra “marilenghe” (la lingua madre).
    Tra madri e figli; perché i padri non lo usano.
    Infatti , per quel profondo “pudore dei sentimenti” che appartiene (con rare eccezioni) al carattere di questa mia gente; la tenerezza che questo saluto contiene ed esprime, è qualcosa che gli uomini non devono “far vedere” ai propri figli.

    Sull’origine di mandi (come del resto su quasi tutto ciò che viene dalla tradizione) ci sono diverse ipotesi.
    Quella più considerata, e quella che più mi piace, è questa: quando per le mogli e le madri (vedi, comunque e sempre le donne) veniva il tragico momento di salutare i propri mariti e i propri figli , che partivano “per le Americhe” in cerca di lavoro, o per la guerra , avrebbero voluto dire loro “ A Diu i ti racomandi”. Ma, quell’ intensa emozione che può nascere solo da un intimo, straziante dolore, faceva restare nel loro cuore la prima parte di questa “benedizione”, e la voce riusciva ad articolare soltanto uno struggente . . . mandi.

    Mandi mandi
    Luigi

    • Caro Luigi,
      non preoccuparti per il ritardo: avrai notato che anch’io faccio la mia parte. Poi in questo nostro spazio non si timbra il cartellino, non esistono scadenze e vincoli: ognuno entra ed esce a proprio piacimento, assecondando i propri desideri (ogni riferimento al mio cognome è puramente casuale).
      Il tuo ritardo, per giunta, è stato ampiamente ricompensato da una spiegazione che sa di buono, perché vi leggo la nobiltà dei sentimenti della tua gente e l’amore che nutri per la tua terra, per la tua “marilenghe” (il tuo “furlan”, se ho capito bene): indubbiamente ammirevoli, congratulazioni.
      A proposito dei sentimenti parli di “pudore”: credo che in passato fosse ovunque piuttosto diffusa la convinzione che manifestare i propri sentimenti (soprattutto da parte di un uomo) potesse essere segno di debolezza. Su un sito cosentino ho trovato un vecchio proverbio che si addice a quanto stiamo sostenendo: “Mugghjere e figghj si vasanu quannu rormanu” (“Mogli e figli si baciano quando dormono”).
      Comprendo il “pudore dei sentimenti” perché mi è appartenuto e un po’ resiste ancora in me, nel senso che non amo gli eccessi nelle manifestazioni affettive, né le smancerie e l’affettazione.
      Trovo commovente, caro Luigi, la spiegazione che hai scelto per “Mandi mandi”, perché riporta allo struggimento della separazione che ha accomunato tanti nostri emigranti, costretti a lasciare i cari e la propria terra.
      Bello, poi, che questo saluto non si sia lasciato consumare dal tempo e continui a essere segno di affetto e insieme benedizione, anche tra “amici amici”, come tu scrivi.
      Tornando al “pudore dei sentimenti” c’è una curiosità che vorrei soddisfare con il vostro aiuto, cari amici: noi assomigliamo alla nostra terra? Intendo: ho l’impressione che spesso la personalità sembri forgiata secondo le caratteristiche dello spazio geografico in cui si è nati e cresciuti. Sbaglio?
      Infine: nel suo commento Luigi rivela l’amore per la sua lingua locale. L’attaccamento al proprio dialetto è da superare oppure da difendere, secondo voi?
      Ti ringrazio, caro Luigi, per avermi regalato ancora una volta belle emozioni.
      Mandi mandi

  • Carissima Ines,
    Nel leggere un libro ho difficoltà a fare amicizia con il protagonista, se mai lo vedrei più come un occasionale compagno di viaggio o un bastone a cui appoggiarmi!
    Temporaneo insomma, pur se fedele come dice Roberto Gervaso fino a che dura. Poi si gira pagina e si è fedeli di nuovo… fino a che dura!
    Un amico per me è molto di più.

    Subito dopo l’amore viene l’amicizia, spesso intertessuti, l’uno fatto per l’altra. Sentimenti molto intimi e personali per natura.
    Essi sono come uno spruzzo di energia, che per legge naturale, una volta generata, si propaga all’infinito attenuandosi sì ma MAI fino a svanire completamente!

    Come non si fanno nozze coi fichisecchi, così non si possono creare amicizie con le creature della fantasia di altri.
    Per quanto brillante lo scrittore sia non possiamo relegare a quella fantasia la creazione di un sentimento così nostro e personale.
    Sarebbe troppo comodo e di poco dispendio, quindi di poco valore!

    Di certo posso ergere l’eroe o l’eroina a guida, seguirne le gesta, farmi aiutare a formare il carattere ma averlo/a per amico/a no; non sarei ligio ai miei doveri verso me stesso quindi verrei meno a quelli che ho verso gli amici che considero tali.
    Il personaggio in un libro recita la parte assegnatagli da un autore.
    Egli è solo una maschera, un guitto se vuoi!

    Ernesto

    • Carissimo Ernesto,
      bella risposta, complimenti! Non avevo alcun dubbio sul valore che l’amicizia riveste nella tua vita, né sulla tua capacità di parlarne con trasporto e chiarezza: il commento che ci hai gentilmente offerto rivela lo spirito di un grande uomo, credimi.
      Quello che ho proposto, comunque, è soltanto un gioco di fantasia, dal quale si potrebbero evincere le qualità (attribuite dall’autore a un personaggio) che per noi possono essere determinanti perché un’amicizia possa essere considerata tale.
      Ringrazio te, caro Ernesto, e il Signor Andrea (ottimo suggerimento: “La città e i cani” è uno dei libri che mi sono ripromessa di leggere presto), ma soprattutto vi prego di scusarmi per aver risposto con tanto ritardo ai vostri commenti.

  • Il tenente Gamboa de “La città e i cani” di M. Vargas Llosa, gentile Signora Ines.
    Sì, mi piacerebbe avere come amico il tenente Gamboa per il senso della giustizia, per lo spirito con cui si ribella all’omertà che domina il Collegio militare, per il coraggio di affrontare la realtà.
    In questo senso il tenente Gamboa si avvicina a Tamar e a Teodora, i personaggi che sono stati scelti dal Signor Ben: lì si parla di amore e altruismo senza paura delle conseguenze, mentre il tenente Gamboa mette a repentaglio la propria carriera per fare luce su un dramma che i suoi superiori decidono di archiviare come un incidente per non offuscare la reputazione del Collegio.
    Cordialmente
    Andrea

  • Cari amici,
    mi ero ripromessa di non intervenire – o replicare, come abitualmente faccio – riguardo a questo tema: “Il troppo stroppia”, ho scritto nell’Angolo del buonumore, e l’eccessivo presenzialismo … ahi … ahi … quanto stroppia!
    Tuttavia far mancare almeno un cenno di riscontro ai vostri graditi commenti mi sembra una mancanza di attenzione e di rispetto. Sarò breve.
    Caro Gianni, mi ha ‘soffiato’ un possibile amico immaginario: lo Svedese di Pastorale Americana, un personaggio che incanta, per le ragioni che Lei ha ben espresso.

    Caro Ben, che domanda!
    “…amore e altruismo senza paura delle conseguenze. Forse qualcosa che si può trovare solo in un libro?”
    Confesso: mi hai messo in difficoltà. Sai cosa ti dico? Che quasi quasi propongo il tema, perché trovo sia un ottimo spunto per riflettere. Grazie, caro amico, per la puntualità e la sensibilità dei tuoi commenti.

    Grande Luigi! Ciao!
    Montalbano sembra un’ottima forchetta. Anche tu lo sei?
    Mi sembra di capire che, secondo te, si parla troppo. Non posso darti torto, anzi aggiungo: spesso si parla troppo e anche a sproposito.
    Ma permettimi di farti due domande.
    Quali sono i motivi ‘seri’ per cui andresti volentieri a pranzo con Montalbano?
    Cosa significa “Mandi mandi”? Dai, coraggio: sai che lo so, ma chi meglio di te può spiegarci il significato di questo bel saluto?
    Vi ringrazio, cari amici. A presto!

  • Ultimamente ho bisogno di leggere solo cose “leggere” (anche se, comunque, non sono un grande appassionato di letteratura “impegnata”).
    Tra le mie letture preferite ci sono i gialli di Camilleri. Cosi, il Commissario Montalbano è uno con il quale andrei volentieri a pranzo. Oltre ai tanti motivi “seri” per i quali credo meriterebbe fare questa esperienza, ce n’è uno apparentemente banale, ma per me particolarmente significativo : mentre si mangia, non si parla.
    Ah, se i più rispettassero questa banalotta regola, che una volta insegnavano anche i genitori (oggi invece no)… quanto meglio staremmo tutti noi, e il mondo ! Perché in realtà dietro questa regola, c’è appunto un mondo di Buone Regole.
    Mandi mandi

  • Tamar, di Qualcuno con cui correre di D. Grossman, una ragazza alla ricerca del fratello tossicodipendente, incurante dei pericoli a cui va incontro per riportarlo sulla retta via, con i suoi dubbi, la sua fragilità, ma anche con il suo amore, la sua forza e la sua perseveranza. Ma quel libro è pieno di personaggi straordinari, anche se non principali, come Teodora che dopo cinquanta anni decide di uscire dalle sue stanze per non mettere in pericolo la vita di altri.
    Per sintetizzare: amore e altruismo senza paura delle conseguenze.
    Forse qualcosa che si può trovare solo in un libro?
    Ciao Ines.

  • Certo il quesito posto va dritto a cogliere il senso piu profondo del leggere narrativa. Infatti alla fine di una lettura è questo il quesito che ci fa distinguere i romanzi che ci sono piaciuti dal resto. Alla fine della lettura i protagonisti li sentiamo come amici, parteggiamo per loro, ci sentiamo loro complici e la loro scaletta di valori è vicina alla nostra? Se sì la nostra valutazione è sostanzialmente positiva.
    Tornando al quesito personalmente ho incontrato spesso amici nelle mie letture anche se uno su tutti oltre a tutto il resto mi è sembrato avere anche un potere profetico: mi riferisco allo Svedese, protagonista del romanzo Pastorale Americana di Philip Roth . Ai miei occhi è il simbolo e la sintesi di un’epoca, di una cultura, di una scaletta di valori individuali che sento mia. Incarna la generazione della ricostruzione post bellica ; quella generazione artefice dello strepitoso progresso di fine secolo scorso. Ma porta già in sè i timori e le paure del declino umano e culturale delle generazioni successive. In questo sta il segno della sua preveggenza. Proporrei questo romanzo come libro di testo nelle nostre scuole.
    saluti Gianni

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