Secondo Philippe Forest …

gen 5, 2012   //   by Ines Desideri   //   Blog, Letteratura  //  9 Comments

“Non si può sfuggire alla sofferenza grazie alla scrittura … Perché gli scrittori dovrebbero avere questo privilegio di risolvere i problemi della vita?”

Philippe Forest, saggista e scrittore francese, ha perso la piccola Pauline di quattro anni a causa di un cancro. Dalla sua terribile esperienza di padre sopravvissuto a un figlio sono nati i romanzi “Tutti i bambini tranne uno”, “Per tutta la notte”, “Sarinagara” e “L’amore nuovo”, scritti nel tentativo (risultato per lui vano) di lenire il dolore dopo la perdita di Pauline.

Sono sue le parole che introducono l’articolo: era ospite dell’evento culturale “Libri come: Festa del libro e della lettura” (Roma – marzo 2010) e ho avuto l’onore di essere presente in quella occasione.

Secondo l’esperienza personale di Forest la scrittura non allevia la sofferenza.

Che cosa ne pensate, amici?

Ma anche – poiché nessuno ci obbliga a restare legati al tema della scrittura - quali attività e interessi vi aiutano a superare i momenti di sconforto? E quali persone?

Grazie

Ines

9 Commenti

  • Ciao Ines,
    non credo che la scrittura possa alleviare la sofferenza.
    Credo però che possa permettere di conoscere meglio se stessi e quindi aiutare ad affrontarla meglio.
    Ciao.

    • Caro Ben,
      penso sia utile distinguere di quale tipo di sofferenza parliamo. Senza alcuna pretesa di analizzare le possibili (e numerose) intensità di dolore, mi permetto di suggerirne grossolanamente due: la “sofferenza speranzosa” e la “sofferenza senza rimedio”. Inutile dire che la prima ha più probabilità rispetto alla seconda di essere alleviata, almeno in minima parte, dalla scrittura. La “sofferenza senza rimedio” nasce dalla perdita di una persona cara, come è avvenuto a Forest, il quale infatti afferma di non aver tratto alcun giovamento dallo scrivere del suo dramma.
      Tuttavia credo che tirare fuori le parole del dolore, se e quando ci riusciamo, possa essere di aiuto, proprio per le ragioni che tu osservi: la manifestazione dei propri sentimenti in forma scritta ci spinge a guardarci dentro con maggiore attenzione e, di conseguenza, a dare una certa razionalità all’irrazionale che è sempre nel dolore e a circoscriverne il raggio d’azione.
      Un caro saluto
      Ines

  • Permettetemi di congratularmi con voi per i vostri commenti , cari Angela, Giusy e Roberto.
    “Tutti i bambini tranne uno” è tra i libri che sono in lista d’attesa per essere letti e spero di riuscire a farlo presto.
    È interessante notare che, forse senza accorgervene, avete contribuito a commentare il primo tema proposto in questo blog: “Scrivere: perché e per chi?”.
    Credo sia utile ricordare che nessun tema scade e che chiunque desideri lasciare la propria opinione sui vari argomenti può farlo liberamente.
    Un caro saluto a tutti e grazie.
    Ines

  • Salve a tutti,
    ho letto “Tutti i bambini tranne uno” di Forest: un libro toccante che tratta un tema molto delicato.
    Forest, prima di diventare romanziere per necessità interiore, era e resta un saggista: in “Tutti i bambini tranne uno” sono numerosi i riferimenti e le citazioni a saggi e libri che parlano di cancro e questo è il limite del suo libro. È stato elaborato quasi scientificamente, sacrificando in parte la funzione liberatoria che avrebbe potuto avere.
    Non vedo privilegi per chi racconta una realtà drammatica scrivendone, soprattutto se l’ha vissuta sulla propria pelle: è un rimescolare pensieri dolorosi, altroché privilegi!
    Vedo il privilegio di chi, scrittore o no, distoglie lo sguardo dalla sofferenza altrui, perché non gli appartiene, questo sì.
    A tutti buon anno
    Angela

  • Forse Forest nega agli scrittori il vantaggio di saper affrontare e risolvere un problema quando è risolvibile o di alleviare la sofferenza che segue un dramma attraverso la scrittura.
    Non ne sono sicura ma mi sembra che chieda: perché chi scrive dovrebbe avere il potere di lenire la propria sofferenza mentre chi non scrive non ha questa possibilità?
    Roberto, chi può dire se Forest sarebbe stato la persona che è oggi anche senza l’esperienza di raccontare il proprio dramma familiare con dei libri? Neanche lo stesso Forest può saperlo e io sono propensa a pensare che scrivere di Pauline gli abbia giovato almeno un po’, senza che lui se ne sia reso conto, perché il dolore della perdita di un figlio è insopportabile e un minimo sollievo sembra zero.
    Tornando al privilegio non sono sicura che descrivere una propria esperienza drammatica sia un privilegio: riviverla per poterne scrivere (come ci ha detto Ines) deve essere una grande fatica interiore. È vero che è una scelta personale, ma bisogna riconoscere che è una scelta coraggiosa.
    Cari saluti da Giusy

  • Il privilegio di risolvere i problemi della vita attraverso la scrittura, gentile Ines, o no?
    Ma anche Lei sostiene, d’accordo con Bergson, che scrivere può aiutare ad affrontare i problemi, non a risolverli, soprattutto se non sono risolvibili: la perdita di un figlio è un problema, anzi un dramma irrisolvibile.
    Mi domando: se Philippe Forest non avesse scandagliato il dolore attraverso le sue opere che tipo di persona sarebbe oggi? Ma a questa domanda neanche Forest saprebbe rispondere.
    O no?
    Saluti cordiali
    Roberto (Lucca)

  • Lei ha ragione, cara Giusy: ho sempre sostenuto che sopravvivere a un figlio sia la peggiore delle pene cui un essere umano possa essere condannato.
    Fermo restando che perdere un figlio è un trauma insuperabile, mi chiedo se i quattro libri scritti per analizzare il dolore della perdita di Pauline non siano riusciti a lenire almeno in minima parte la sofferenza di Forest. Ma la risposta sembra essere chara: no.
    La citazione di Bergson riportata da Roberto (che ringrazio) è molto significativa: i pensieri assumono concretezza attraverso la parola scritta. È anche vero, secondo me, che osservare e analizzare i problemi della vita non corrisponde a risolverli, ma ad affrontarli con maggiore consapevolezza. Affrontarli non sempre significa risolverli, naturalmente.
    Però Forest parla di un “privilegio”. Quale privilegio?
    Un caro saluto
    Ines

  • “Affinché il pensiero divenga distinto, è necessario che si sparpagli in parole; non ci accorgiamo bene di ciò che abbiamo nello spirito finché non prendiamo un foglio di carta e allineiamo uno accanto all’altro i termini che prima si compenetravano”.

    Questo pensiero del filosofo francese H.L. Bergson avvalora la funzione terapeutica della scrittura e mi trova d’accordo. Aggiungo che gli scrittori non risolvono i problemi della vita (come sostiene Forest), ma li osservano e li analizzano.
    Roberto (Lucca)

  • Non sono una scrittrice e quindi non saprei esprimere il mio parere sul pensiero di Forest, ma come tante adolescenti di qualche decina di anni fa anche io scrivevo i miei pensieri o alcuni avvenimenti emozionanti di quell’età su un diario. Parlavo anche delle mie tristezze, delle delusioni, dei dispiaceri e mi era di aiuto: scrivere era come parlarne con una cara amica, perciò uno sfogo che da una parte mi permetteva di alleggerirmi del peso dei momenti tristi e dall’altra di riflettere con più attenzione sulle cause di quei momenti.
    Penso però, cara Ines, che il pensiero di Forest sia da valutare senza trascurare un elemento determinante: il lutto, la perdita di una figlia. Non credo che scriverne possa aiutare a superare un trauma così devastante per un genitore.
    Tanti cari saluti
    Giusy

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