Trattoria romana

feb 2, 2012   //   by Ines Desideri   //   Attualità, Blog  //  34 Comments
Si vòi magnà la pasta genuina,
tirata a mano co’ lo stennarello
da ‘na nonnetta vispa che cucina
e ‘ntanto canta pure ‘no stornello,

nun te consijo certo er ristorante:
te tòcca annà armato de binocolo
pe’ vedè le du’ penne ch’er birbante
te serve co’ ‘na crema de carciofolo.

Fatte ‘n ber giro pe’ ‘sti vicoletti
de Roma bella che te rubba er còre
e pe’ gustatte ‘n piatto de spaghetti
‘na trattoria t’aspetta ch’è ‘n amore.

‘N primo de fettuccine paja e fieno
o i bucatini, come no, all’amatriciana,
poi pe’ leccatte ii baffi quantomeno
magnete i sartimbocca alla romana.

Si vòi spaghetti so’ alla carbonara
o cacio e pepe. Diceva nonna mia:
“Magnete ‘n po’ de coda a’a vaccinara,
e appresso du’ carciofi alla giudia.”

La trippa co’ la menta e er pecorino,
l’abbacchio a scottadito e la cicoria,
le puntarelle e ‘n bòn bicchier de vino
de li Castelli, poi pronto a fà bardoria!

(“Trattoria romana” di Ines Desideri)

Foto scattata da Ines Desideri in Via Merulana a Roma – novembre 2011

34 Commenti

  • Che bella poesia! Che bel sito!
    Mariella

  • Tra donne (vietato ai masch…ietti!) ;-)
    Cara Giusy,
    a proposito di trucco, pensa che nello spagnolo antico “alcohol” era sinonimo del “kajal” e del “kohl”, che – come sappiamo – sono matite per truccarsi. Oggi anche in spagnolo si usano i termini “kajal” e “kohl”, mentre “alcohol” è caduto in disuso nel linguaggio cosmetico.

    Caro Ernesto,
    maschiacci?! E per quale motivo?
    Vuoi che ti dica fino a che punto l’ostessa è astemia? Mai usato “al kohl” per truccarsi.
    Invece ne facevano largo uso nell’antico Egitto, sia le donne sia gli uomini. Sì, anche i maschietti, per dare intensità allo sguardo.
    Ora, per favore, non metterti in testa idee strane: non provare a rendere il tuo sguardo ancor più intenso per Santippe usando il kohl. Dicono che irrita gli occhi!
    Non vorrei, cioè, che per far colpo su Santippe ti ritrovassi lo sguardo dantesco del “Caron dimonio, con occhi di bragia”. :-)
    Ciao!

  • Cara Ines, non immaginavo che l’alcool e una polvere per truccarsi avessero in comune l’origine! Siamo partiti dalla trattoria e il buon mangiare e attraverso qualche bella bevuta siamo approdati alla matita kohl per truccare gli occhi.
    Un bel viaggio, grazie!
    Buona domenica a tutti da Giusy

  • In una delle sue commedie Eupulo affida a Dioniso (divinità greca corrispondente a Bacco) questa raccomandazione:

    “Tre coppe di vino non di più, stabilisco per i bevitori assennati. La prima per la salute di chi beve; la seconda risveglia l’amore ed il piacere; la terza invita al sonno. Bevuta questa, chi vuol essere saggio, se ne torna a casa. La quarta coppa non è più nostra, è fuori misura; la quinta urla; sei significa ormai schiamazzi; sette occhi pesti; otto arriva lo sbirro; nove sale la bile; dieci si è perso il senno, si cade a terra privi di sensi”.

    E ora una pillola sull’alcool:
    La parola “alcool” (o “alcol”) deriva dall’arabo “kohl”, una polvere finissima che le donne orientali usavano per truccarsi.
    “Al kohl” era la polvere più fine che si potesse produrre. Gli alchimisti iniziarono poi ad usare questa parola per indicare quanto vi era di più leggero nel vino, cioè l’alcool.

    • Re: La Pillola Alcolica!
      Per rincitrullirci (a noi maschiacci) se lo spalmano anche sul viso… adesso capisco!
      Ma io questo argomento non lo tocco; nemmeno con la pertica piu’ lunga del giardino di Santippe… ;)
      Ernesto

  • Carissimo Ernesto,
    dagli ultimi versi che ci hai offerto si evince chiaramente che non giustifichi l’abuso di alcol, considerate le metamorfosi che hai abilmente descritto.
    A questo proposito riporto il commento del Prof. C. Bianchi alla poesia “Lu vino” del nostro amico Ernesto:
    - “Chi inventò il buon vino” – dice un proverbio – “o è in paradiso o gli è assai vicino.”
    Il Bacco in Toscana del Redi o il Bacco in Ferentino di F. Bianchi parlano a iosa degli effetti del buon vino.
    Così fa il Carbonelli: strani questi effetti che trasformano il montone in un leone, per farlo ridiventare pecorella con conclusione … suina.
    La metamorfosi finale sembra un po’ brutta, ma è la più logica.
    La sinteticità della descrizione è meravigliosa. -
    (Per gentile concessione di Ernesto Carbonelli)

    Cari amici,
    ringrazio tutti per il ricco contributo offerto a “Trattoria romana”. Mi sia permesso di ringraziare in particolar modo Ernesto, per averci donato alcuni dei suoi bei versi, e Luigi che ci ha gentilmente ospitati in un angolo prezioso della sua memoria con una filastrocca friulana.
    Un angolo prezioso della memoria, carissimo Luigi: ottimo spunto per il prossimo tema, grazie.

    Un caro saluto
    Ines

  • Carissima,
    come promesso ecco il finale della serie “enologica”.
    È una immagine che ho visto spesso negli anni della mia gioventù.
    La mia satira non giustifica né condona, tantomeno glorifica l’uomo che si abbandona ai fumi dell’alcol.
    Insomma: Un goccetto per aiutare il chilo va bene ma scolarsi il fiasco è tutt’altra cosa! :-)
    Cordialmente
    Ernesto

    Lu Vino

    Gliu fiaschitto cullo vino,
    Nu bicchiero sempre piino
    Ca ogni tanto su sbacanta,
    Nun tu piega i nun t’ancanta.

    Quando tei che bicchiero,
    Pensi d’esse pu’ ddavero,
    Fort’a'com’a'nu montono
    Cu gliu coro du nu leono.

    Ma gliu uorgio su ruscalla
    I la menta tu traballa,
    Tu fai n’atro bicchieruccio
    I tu senti nu pecuruccio.

    Mo gliu capo nun’t'areggia,
    Areggennete a’nna seggia
    Tu funisci gliu fiaschitto…
    I’ddiventi nu purcillitto!

    Ernesto Carbonelli

  • Mi trovavo nei paraggi e ho sentito declamare versi e intonare filastrocche. Ero fermo alla poesia di Ines, ai fast food e allo slow food. Evviva lo slow food, una tavolata allegra, la filastrocca friulana, le poesie del Signor Carbonelli e un buon bicchiere di vino!
    Una domanda all’ostessa Ines astemissima. Vado? Vado.
    Come si fa ad essere astemi? A tavola cosa bevi?
    Le domande sono due, ho dato del tu all’ostessa perché non mi ricordo se fino ad ora ho usato il tu o il lei, vediamo cosa succede.
    Saluti e salute a tutti
    Roberto (Lucca)

    • Caro Roberto,
      rispondo subito alla seconda domanda: a pranzo bevo due whisky e a cena … idem.
      Serve precisare che sto scherzando?
      Bevo acqua naturale, ma se mangio la pizza mi piace l’abbinamento “pizza&Coca-Cola”, visto che non mi piace la birra.
      Non saprei rispondere alla prima domanda e capisco lo stupore di chi apprezza il vino quando dico che sono astemia.
      Il tu va benissimo, Roberto: per me non è un problema, anzi lo preferisco in situazioni informali e amichevoli come le nostre.

      Astemia, dicevamo, carissimo Luigi. Non astemissima: se sono a cena con gli amici oppure se c’è un’occasione per festeggiare e per brindare anch’io gusto un po’ di vino, almeno qualche sorso.
      Questo significa, cari Ernesto e Luigi, che se un giorno potessimo incontrarci sarebbe un’ottima occasione per festeggiare e per brindare insieme.
      Aspettando quel giorno lasciamo che Luigi ci lavori su: sa farlo benissimo, garantisco.
      Salutoni a tutti
      Ines

  • Carissima Ines, Gentile Ernesto,
    mi fa proprio piacere che vi sia piaciuta la mia filastrocca friulana (Friulano di Casarsa).
    Anche se, credo, non mantenga la stessa “poetica sonorità” dell’originale, ve la “traduco”
    in Italiano.

    Attorno al fuoco
    c’è mia madre, non un cuoco. ( la cucina della mamma è una garanzia. Altro che cuochi !)
    Per cena, “polenta e uccelli”
    e i pensieri tornano belli.
    Se poi (anche) il vino è buono
    non si salta un boccone
    non si perde la ragione ( il vino buono non fa ubriacare)
    ma si canta una canzone.

    Si, Ernesto, condivido la speranza di riuscire a far assaggiare un grande vino
    all’astemissima Ines. Ci sto lavorando su : le ho fatto avere la ricetta (vera) del “brulè”.
    Intanto . . .
    Buona giornata e
    Mandi mandi a Tutti
    Luigi

  • Le “succulent” poesie di Ines e di Ernesto Carbonelli (che già leggevo con sempre piacevole interesse su Scioglilingua), mi hanno fatto ricordare una cosa “sepolta” nella memoria del mio friulano. Non è una poesia, ma una specie di filastrocca che si recitava “in coro”, in occasione di un piatto “speciale” preparato in case private (non era comune nelle trattorie).

    Lì intòr dal fòuc
    a è me mari, no un còuc
    Par sena, polenta e ussièi
    e i pensèis a tornin bièi.
    Se encja il vin le bòn
    no si salta un bocòn
    no si pièrt la rasòn
    ma si cjanta na cansòn.

    Anche in questo caso la traduzione non dovrebbe essere difficile.

    Mandi mandi a tutti
    Luigi

    • Grande Luigi, meriti un :-) , anzi due :-) :-)
      Credo (e sottolineo credo) di averla tradotta tutta, ma vediamo se qualcuno ha bisogno di aiuto.
      Bella filastrocca. Grazie, caro Luigi.
      Pensate, amici, quante parole teniamo sepolte nella memoria dei nostri dialetti! Possono sembrare dimenticate, perse per sempre e invece sono lì, pronte a tornare e anche a sorprenderci, a volte: la magia delle radici. C’è un brano bellissimo nel libro “Sopra eroi e tombe” di E. Sabato che fa riferimento alle “radici”. Lo cercherò e lo riporterò qui, appena possibile: secondo me merita una riflessione.
      Mandi mandi
      Ines

    • Vedi, Luigi, io penso che il dialetto e’ lo specchio di un popolo… Forse Redi lo avra’ pur detto ma il concetto di fare un boccone e una sorsata, senza ubriacarsi per poi cantare in coro e’ piu’ piacevole detto cosi’! Sempreche’ il vino sia decente, s’intende!
      Mia madre diceva: “a magna’ chi magna magna, ma le bevute a paro”…
      Ho afferrato il concetto ma alcune parole, “còuc” per esempio non l’ho “ciapato”.
      Grazie Luigi, e’ un piacere tutto mio il tuo scrivere e grazie all’ostessa che ci ospita cosi’ graziosamente. Chissa’, se un giorno ci potessimo incontrare e convincerla ad assaggiare un po’ del nettare degli Dei!
      Ernesto

  • Gentile Ernesto e cara Ines,
    il vostro duetto in versi è molto bello, come questo blog al quale mi sono affezionata e mi dispiace di non partecipare più spesso per i numerosi impegni che mi assillano. Però vi seguo sempre.
    In particolare al Signor Ernesto: le sue poesie sono schiette come un buon bicchiere di vino. Se pensiamo che oltretutto lei vive all’estero e conserva questo bel legame con la sua terra di origine mi sembra che tutto questo sia molto importante.
    Grazie e saluti da Giusy

    Ho dimenticato di chiedere cosa significa “accioncato”. Potete dirmelo? Grazie ancora!

    • Cara Giusy,
      il nostro Ernesto duetta alla grande e conduce la partita, con mio grande piacere.
      Il blog è nato per curiosità e per gioco: la curiosità dell’incontro e del confronto che mi hanno sempre appassionata; il gioco inteso come la voglia di scambiarsi idee, suggerimenti, opinioni liberamente, come piace a me e – a giudicare dai vostri commenti – anche a voi.
      Partecipare, dunque, non può essere visto che come un piacere da assecondare quando si può e si desidera farlo: non preoccuparti perciò della frequenza con cui intervieni.
      A me basta sapere che ti trovi bene con noi.
      Quanto ad “accioncato” lascio volentieri la parola all’autore della poesia: saprà sicuramente cavarsela meglio di me.
      Grazie, cara Giusy. Ciao
      Ines

    • Grazie della vostra attenzione, mi lusinga.
      Non mi pare però di aver usato “accióncato” bensì “accióccato” (o chiuse).
      Il primo significa rotto o distrutto da fatica o malattia.
      Il secondo invece ci dipinge un’immagine di persona assonnata che con la testa tra le mani siede davanti al focolare e che ogni tanto “anciòcca” (o aperta) e si sveglia di soprassalto, ovvero si addormenta e perde la presa della “ciòcca”…
      Vedete come il dialetto conia con una sola parola tutta una locuzione?
      Saluti cari
      Ernesto

  • Carissima,
    In piu’ di una occasione il cibo torna ad essere il soggetto principale di ogni nostra discussione. Che sia Santippe, gli amici o i conoscenti a portar avanti il soggetto non ha importanza… basta che se magna! Ecco una mia, non per contaddirti ma per accomunarti al pensiero universale della “pappatoria”…

    Er Magnà Bono

    Se vai giranno e senti er languorino
    Che spigne l’omo a sede ar tavolino,
    Fatte er piacere, vvà in un posticino
    Dove er magnà de certo è sopraffino.

    Te ‘ncontra sulla porta cor sorisino
    L’oste che se mette a mesce er vino;
    Dalla cucina t’arriva un’odorino
    De paste, de brodaglie e spezzatino!

    Te porta l’antipasto? Tu va pianino!
    E de spaghetti? Quanto ‘n’assaggino;
    Ma strózzate ar seconno s’è divino!

    Se l’appetito c’é, e se voi perfino
    Er servizio bono, e cibo genuino,
    Pe rimpinzatte, svota er borzellino!

    Ernesto Carbonelli
    Toronto, Maggio 1989

    • Carissimo Ernesto,
      ma che onore e che piacere leggere la tua bella poesia! Grazie di cuore per averla condivisa con noi.
      “L’oste che se mette a mesce er vino”, eh? Metti il dito nella piaga, povera me … :-(
      Ho appena saputo che un pensatore ha definito “analfabeta culturale” chi non beve vino!
      Non ricordo il nome del pensatore, ma indagherò anche su questo e laverò l’onta. Con il vino, naturalmente.
      Intanto mi preparo all’alfabetizzazione. Un rosso robusto, per favore.
      Ciaoooooo!
      Ines

      • Carissima,
        il problema e’ che il vino viene sempre associato a chi non ne fa buon uso. Il vino, come altre cose del resto, puo’ essere un buon compagno; il problema e’ che e’ anche un cattivo padrone…e qui e’ dove cade l’asino.
        Ti propongo un idillico sonetto, in dialetto che puoi divertirti a tradurre.
        Per te e i tuoi lettori a giudicare.

        Gliu Focareglio

        Ancioccato agliu scanneglio,
        Cu gliu foco scrucchiareglio
        Che tu fa la serenata,
        Tu ssu passa la serata.

        Si la seta a ti tu vene,
        I’a'rizzate ‘ntu’nnu tene,
        Bivi agliu fiasco dullo vino
        Che sta’ncima agliu camino.

        Cullo callo duglio foco
        Tu t’addurmi. Poco a’poco
        Gliu ciucchitto su cunsuma
        I scorta l’oglio dulla luma.

        Poca cegnara ammocchiata
        Puddureto alla pignata,
        Culla racia ca rumana
        Tu scalla fin’a'la dumana.

        Ernesto Carbonelli
        Toronto 1989

        • Carissimo Ernesto,
          ti assicuro che non associo il vino a una cattiva abitudine, anzi il contrario: penso che saper gustare il vino sia uno dei piccoli grandi piaceri della vita. Sicuramente è importante, come dici anche tu, fare del vino un buon compagno e non un cattivo padrone.
          Abbiamo scoperto l’animo poetico del nostro Ernesto, che scrive versi in vari dialetti, amici!
          Prima in romanesco e ora in supinese, immagino. Ti ringrazio, Ernesto. Anche questa poesia è molto bella e credo di essere riuscita a tradurla tutta. Ci sono due parole che non capisco: “scanneglio” e “puddureto”. Che cosa sono?
          Naturalmente gli amici che avessero qualche difficoltà a tradurla potranno chiedere chiarimenti. Questa poesia offre, a mio avviso, molti spunti per riflettere, non soltanto sul vino …
          Un caro saluto
          Ines

          • Cara Ines,
            traduco i pochi versi dell’ultima strofa per chiarire:
            “La poca cenere, dietro (puddureto) la pignatta, conserva un po’ di brace che ti riscalda fino al mattino”… insomma al poveraccio basta l’immaginare un po’ di brace sotto la cenere per star caldo fino al mattino seguente… Vedi, Ines, la fede salva l’anima, altro che depressione!

            Scanneglio: Il rustico sedile, fatto di assi inchiodate, davanti al focolare. Lo scranno.
            Sono sicuro che ne hai uno nascosto nei meandri della tua memoria!
            In quello nascosto nella mia ci sono i poggimani scorticati su cui mio nonno amava rompere le noci.
            Mia nonna lo minacciava sempre dicendogli che se non la smetteva di rompere le noci sui poggiuoli gliele avrebbe rotte in testa.
            Lo fece!
            Prossimamente vedremo i cambiamenti di-vini :)
            Saluti cari.
            Ernesto
            Toronto

          • Oh, certo che c’è uno “scanneglio” nei meandri della mia memoria, carissimo Ernesto!
            Era al lato del camino e ne conservo un ricordo dolcissimo, fatto di odori e di sapori della mia prima infanzia, quando – pur essendoci trasferiti a Roma – trascorrevamo l’estate in campagna, per “spezzare l’aria”, come dicevano i nonni. “Spezzare l’aria” stava per “cambiare aria”, lasciando quella chiusa degli appartamenti di città per tornare all’aperto, ai giochi nell’aia, alle corse nei prati. E agli odori, ai sapori che riaffiorano ancora: ciò che appartiene alla prima infanzia resta per sempre, hai notato?
            Aspettiamo i cambiamenti di-vini con grande curiosità, caro Ernesto.
            E di “racia” cosa possiamo dire?
            Cari saluti anche a te
            Ines

          • Cara Ines,
            “la racia”: anche questa parola dovrebbe essere nei tuoi ricordi.
            Forse a Paliano la chiamavano “la runza”.
            Mi ricorda, questa parola, la favoletta dei due vecchietti che non avevano ormai più che gli occhi per piangere e sedevano sullo scanno davanti al fuoco spento. Cadde la sera, soli e infreddoliti videro due braci nella cenere e si addormentarono al tepore di quelle. Al mattino si svegliarono e videro che le braci erano gli occhi del gatto!

            Ciao
            Ernesto

          • “Chiamavano”: hai fatto bene a usare un tempo passato, caro Ernesto, perché molte voci dialettali sono purtroppo in via di estinzione.
            “Runza” è una parola che non conosco.
            Mia nonna usava “racia”, ma non credo che intendesse “brace”, come mi sembra significhi nella tua poesia. La usava sempre come similitudine per riferirsi a qualcosa – in particolare parti del corpo – di sporco. Spiego con un esempio in italiano, ché in dialetto sarebbe impossibile per me: “Hai le mani sporche come la “.
            A questo punto mi sorge però qualche dubbio.
            Potrebbe esserci attinenza tra il dialettale “racia” e l’italiano “rascia”(“tessuto di lana grossolana, dal nome italiano della città serba Ras”)? Le mani sporche come la brace oppure sporche e dunque ruvide come la rascia?
            A te chiarire il dilemma. :-)
            Ciao
            Ines

          • Cara Ines,
            Hai ragione “la racia” oltre che brace ha altri significati.
            Nelle botti dove si manteneva il vino, e siamo di nuovo a capo col vino, si formava il tartaro.
            Con il tartaro, “la racia” appunto, si faceva un impasto che veniva usato per stoppare le tegole delle botti.
            Nota che stoppare in italiano non viene dall’inglese “to stop” ma dalla stoppa usata per stagnare le perdite della botte quando era ormai piena e perdeva!
            L’impasto veniva applicato a mano, quindi le mani sporche erano anche “raciate”… ma non basta!
            Per estensione uno, generalmente un bambino, poteva aver dello sporco dietro le orecchie o altri posti e si diceva che aveva la “racia” e che ci si potevano piantare le canne!
            Aver qualche parte del corpo “raciata” non era un bel complimento, specie per una donna!
            Dopo una sonora sbronza ci si sveglia con la lingua “raciata” cioè grezza come una “rattacasa”…
            Le mani dei contadini erano generalmente così perché callose.
            La rascia sembra anch’essa attinente, ma non posso dirlo di certo.
            Saluti e cordialità.
            Ernesto

          • Dai, Ernesto, mi hai fatto ridere di cuore, per fortuna.
            Immagino che si dicesse “ci si possono piantare le canne” perché lo sporco era abbondante e quindi … terreno fertile per la coltivazione.
            E la “rattacasa”? Niente a che vedere con il “grattacasa” o … “housescraper” – ;-) – vero?
            La migliore punizione per il marito che è tornato sbronzo? Farsi prestare la lingua per grattugiare il formaggio, magari un pecorino bello stagionato, eh?
            Ciao
            Ines

          • Carissima,
            Santippe e’ ancora attaccata all’uso del mattarello per ricompensa a una bisboccia ;-)
            Sai, noi all’estero abbiamo mantenute le usanze degli anni che furono, quando Berta filava insomma… :-)
            Ernesto

  • Via Panisperna è una strada del quartiere Monti a Roma.
    Ci sono diverse ipotesi riguardo all’origine del suo nome e secondo una di queste il toponimo deriverebbe dal latino “panis” (pane) e “perna” (prosciutto): sembra infatti che, in occasione della festa di San Lorenzo (10 agosto), i frati distribuissero pagnottelle con il prosciutto ai poveri.
    Se così fosse il “fast food” – almeno quello imposto dal bisogno, non dalla moda – ha origini molto remote.
    Presso il Regio Istituto di Fisica dell’Università di Roma, situato nella stessa strada, si riuniva il più famoso gruppo di Fisici italiani del ‘900, chiamato “il gruppo di Via Panisperna” e diretto da Enrico Fermi.
    Tutta da verificare, invece, l’informazione trovata in Internet riguardo a un rinomato fornaio di Via Merulana che “ogni anno, ogni primo giovedì del mese” , offrirebbe gratuitamente il pane ai cittadini in onore di Cerere, dea della fertilità.
    Da verificare, dicevo, in quale mese dell’anno avviene la distribuizione del pane e se veramente questa tradizione viene rispettata. Se così fosse immaginate che coda davanti alla panetteria quel giorno?
    Indagherò e vi farò sapere, amici.

  • Fast food: basta il nome e mi vedo davanti i bicchieroni di plastica e gli hot dog dei film americani. Stacanovismo da eroi e massima efficienza: è a questo modello che si ispira la filosofia del fast food, del take away e di MacDonald in particolare.
    Slow food è invece mangiare all’italiana: a tavola, un bel piatto di pasta (guai a togliere la pasta a noi italiani), secondo, contorno, caffè e per non farsi mancare niente anche il dessert.
    Se ci preoccupa soltanto l’efficienza meglio il fast food, se pensiamo anche alla salute meglio lo slow food, però più leggero: le abbuffate frequenti, neanche quelle fanno bene alla salute.
    Viva la pasta. Bella la poesia, Ines. Ciao a tutti
    Roberto (Lucca)

  • Cara Ines,
    bella la foto e bellissima la poesia in dialetto.
    I vantaggi del fast food sono pochi e dovuti spesso alla fretta: un panino o un sandwich al volo tra un impegno e l’altro e dunque un pasto veloce che ci fa guadagnare tempo per le altre attività che ci aspettano.
    I vantaggi dello slow food sono stampati nella nostra tradizione mediterranea: sedere a tavola e possibilmente ritrovare tutta la famiglia, gustare con calma il pasto e chiacchierare, con il televisore spento almeno durante i pasti.
    Svantaggi nello slow food non ne trovo se escludiamo il tempo che spesso manca; di più sono gli svantaggi del fast food, soprattutto per la qualità dell’alimentazione se il pasto veloce diventa un’abitudine.
    Cordiali saluti da Giusy

  • Gentile ines
    Anche se ho valutato positivamente la biblioterapia, nel mio precedente intervento, al confronto della trattoterapia non c’è partita. Ritengo di gran lunga piu efficace quest’ultima. Ed a mio parere, si ottiene il massimo dell’effetto se la terapia è preceduta dalla tua poesia in romanesco. Son sicuro che Aldo Fabrizi sta tentando di resuscitare per fare da cavia.
    Un cordiale saluto e ce ne cucini un’altra ……di poesia.

    • Caro Gianni,
      Aldo Fabrizi, ottima forchetta anche lui, ci ha lasciato gustosissime ricette in versi sulla cucina tipica romana.
      Quanto a cucinare altre poesie, Lei mi invita a nozze: ci farò un pensierino.
      Qui la neve sfiora il mezzo metro, la dispensa piange, lo stomaco ancor di più. Chissà se le poesie riusciranno a placare i morsi della fame … ;-)
      Ho accennato, rispondendo a Giusy sul blog Letteratura, alla mia predilezione per lo “slow reading” (ah, se mi legge Ernesto!).
      Vediamo: vantaggi e svantaggi del “fast food” e dello “slow food”. La vostra opinione?
      Grazie, caro Gianni. Un saluto
      Ines

  • Cara Ines,
    Bella la foto, che dice molto sulla simpatia dei romani.
    Più bella la Tua “Trattoria”, che ancora di più dice, su altre “cose simpatiche” che i romani,
    sono, e fanno.
    Con riferimento ad altre più colte note bel blog, mi sentirei di proporre, come alternativa
    al Prozac, oltre alla “biblioterapia”, anche sane (moderate) dosi di “Tratto-terapia”
    Mi capita spesso di cercare tra ” le 10 pagine di Camilleri” quelle che raccontano
    Montalbano in trattoria; dove, anche se in piacevole compagnia, si mangia in asssoluto
    silenzio.
    E, garantisco che del Prozac, non ho mai visto nemmeno la scatola.
    Questa sera mi aspetta, da amici ” pasticcio di mais, con pesce veloce del baltico”
    ( polenta e baccalà). ma adesso chi mi toglie dalla testa, la “coda” i “carciofi” e quell’altra
    incredibile cosa che è “la pajata” ?
    Dovrò affidarmi ad “un” calice di Pinòt grigio, che si chiama, appunto, grigio, ma ha invece
    un meravigloso colore tra l’oro e il rame (quando è nuovo)
    Un saluto, con brindisi.
    mandi mandi
    Luigi

    • Grazie, carissimo Luigi.
      Il tuo simpatico suggerimento della “tratto-terapia” è ottimo: una serata a tavola, in compagnia delle persone giuste, cioè quelle con cui stiamo bene è una buona terapia.
      Poi mi piace il nome che le hai dato, “tratto-terapia”, di cui Montalbano – buona forchetta – deve essere esperto.
      Neanche io, per mia fortuna, conosco il Prozac. Ma (tanto per continuare il gioco linguistico) conosco il “pro-zac”, ossia ciò che favorisce (pro) un taglio (zac!) alla malinconia, senza ricorrere ai farmaci.
      Non credo che avrai ragione di invidiare la cucina romana, stasera.
      Divertiti e “alla tua salute”.
      Mandi mandi
      Ines

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