Quell’emozione che chiamiamo nostalgia

feb 22, 2012   //   by Ines Desideri   //   Attualità, Blog  //  35 Comments

“… c’è qualcosa in noi, lì dentro, lì nelle regioni molto oscure, aggrappato con le unghie e con i denti all’infanzia e al passato, alla razza e alla terra, alla tradizione e ai sogni, che sembra resistere a questo tragico processo: la memoria, la misteriosa memoria di noi stessi, di quel che siamo e di quel che siamo stati.” (Ernesto Sabato – “Sopra eroi e tombe”)

Cari amici,
nessun brano letterario, secondo me, riesce ad esprimere con altrettanta immediatezza quel sentimento che accomuna tutti noi e che chiamiamo “nostalgia”, tradotta in portoghese “suadade”, parola che cito per la dolcezza che ispira e per motivi di cui parlerò durante la nostra conversazione.
Può essere un ricordo, un pensiero, un sapore o un profumo e altro ancora a richiamare in noi l’emozione della nostalgia, da cui scaturiscono stati d’animo diversi e talvolta contrastanti tra loro, ma che rappresentano per ognuno la consapevolezza di “quel che siamo e di quel che siamo stati”.
Un caro saluto

35 Commenti

  • “Asciuga le tue lacrime e non piangere, se mi ami:
    il tuo sorriso è la mia pace.”

    Sono due versi della poesia “La morte non è niente” di Henry Scott Holland, che dedico a Giusy, a Ines e a Luigi che hanno parlato della nostalgia di persone amate che non ci sono più e a chiunque sente la mancanza di un caro scomparso.

    Cordiali saluti
    Roberto (Lucca)

    • Caro Roberto,
      non conoscevo questa bella poesia, che ho appena letto.
      Grazie del gentile pensiero.
      Ciao
      Ines

  • Cari amici,
    nel blog Letteratura troverete uno spazio riservato a Lucio Dalla, introdotto da una poesia dedicatagli da Alda Merini.
    Se desiderate potete lasciare lì un vostro commento alla sua musica e alle emozioni che le sue canzoni – e le belle canzoni in generale – ci hanno regalato e continueranno a regalarci.
    Vi ringrazio e auguro a tutti voi buona giornata
    Ines

  • Oggi, un Poeta ci ha lasciati. Lucio Dalla è andato a cantare le sue poesie tra le stelle.
    L’ho saputo dalla radio, in macchina, mentre tornavo da Casarsa, il mio paese.
    Ero stato a portare un fiore a mia madre, che da tre anni riposa in quel piccolo cimitero
    che sembra un giardino. Camminando tra quei fiori e tra quelle pietre lucide, ho ritrovato nomi e volti di “ragazze e ragazzi” che erano stati a scuola con me. Nomi e volti di donne e uomini che frequentavano il negozio di alimentari e l’osteria di mia nonna. La Mia gente; che mi ha insegnato a vivere, che mi ha aiutato a crescere. E quella “strana cosa” nel cuore e in gola non era dolore. Era nostalgia. Nostalgia pura, profonda. Nostalgia, diventata “insopportabile”, quando poi la radio ha trasmesso “4 marzo 1943″.
    A pochi passi da mia madre, riposa accanto alla madre Susanna , un altro poeta : Pier Paolo
    Pasolini.
    Ci sono due suoi versi che esprimono una “nostalgica speranza” per una gioia semplice;
    li prendo in prestito per un Saluto, pieno di gratitudine, a Lucio Dalla.

    “Alta tornerà la sera.
    Sarà sera di canti ”

    Luigi

    • Carissimo Luigi,
      aggiungere altre parole a quanto Tu hai scritto con il cuore e con la sensibilità che ti distingue sarebbe banale.
      Ti sono grata per il messaggio … Grazie.
      Ines

  • Forse ho capito che cosa (non chi) è “lu vicchènne”, amici! ;-)
    Sta per “weekend”, credo.
    Ah, Ernesto … tra lustri – 14?! scherziamo? – e la domenica (giorno di “vicchènne”) di chi canta uno stornello a Sora Menica mi ha fatto perdere la bussola, ma trovare un’idea che potrebbe essere interessante. Si vedrà…
    Buona giornata a tutti
    Ines

  • Caro Pino

    Caro pino
    Che vedesti
    Di bambino
    Passi lesti

    Non ti vedo
    Or piantato
    Dove credo
    T’ho lasciato.

    Sasso e rovo
    Là vicino
    Ora trovo…

    Piccolino
    Ti ricordo
    Caro pino!

    Ernesto Carbonelli – Toronto

    • Avete notato, cari amici, che il nostro Ernesto ormai si esprime soltanto in versi? :-)
      E ci regala un’altra bella poesia, che sembra la conferma in rima al mio riferimento a “un albero da cui staccavamo un frutto acerbo” (replica a Roberto – 27/2).
      Grazie, carissimo Ernesto.
      Noto con piacere che sei un poeta molto prolifico.

      Anche il valzer “Romagna mia” canta “la nostalgia di un passato, quando la mamma mia ho lasciato, non ti potrò scordar casetta mia …”.
      Non ho capito chi è “lu vicchènne”, però.
      Un salutone
      Ines

  • Cara Ines,
    anche nel tuo libro “La misura del coraggio” ci sono due belle pagine sulla nostalgia (232-233), che concludi con questa frase: “Allora mi ritrovo a pensare che la spensieratezza esista solo per essere rimpianta, non per essere vissuta: una condizione che appartiene al passato”.
    Parli di “una profonda amarezza, una nostalgia struggente: delle risate del passato, della spensieratezza, della vera allegria”, che consideravi perse per sempre.
    Le consideri ancora così?
    Una mia nostalgia struggente: mia sorella, che non c’è più da 5 anni, le nostre risate, le confidenze che ci scambiavamo e anche le discussioni e i bronci.
    Un po’ di magone ma invio.
    Ciao da Giusy

    • Cara Giusy,
      quelle risate, quella spensieratezza e quella allegria appartenevano al passato e lì restano: un tempo finito che non potrà tornare uguale, poiché secondo me nulla si ripete nello stesso identico modo.
      Ho conosciuto e conosco, oggi, altre risate e momenti di spensieratezza e di allegria, che naturalmente sono diversi – più pacati, direi – rispetto a venti anni fa, ma credo sia giusto così.

      Con simpatica spontaneità accenni al “magone” che precede l’invio del tuo messaggio.
      Forse è dovuto alla nostalgia, forse a quel pudore che accomuna tutti noi quando parliamo dei sentimenti e che comprendo benissimo.
      Grazie della delicata condivisione personale, Giusy.
      Ines

      • E’ pudore, gentile Ines, ma anche un po’ di timore, perché parlare dei nostri sentimenti ci mette di fronte alle nostre fragilità e ci fa sentire più esposti al giudizio degli altri.
        Angela

        • Cara Angela,
          è probabile che siano contemporaneamente il pudore e il timore (il primo richiama il secondo) a frenare la manifestazione dei propri sentimenti ed è bene rispettarli.
          Altrettanto rispetto e un’attenzione particolare andrebbero invece riservati, secondo me, a chi desidera e riesce a superare la ritrosia a parlarne.
          La mia opinione? Non vedo fragilità in chi esterna (nella misura in cui ritiene opportuno) i propri sentimenti, anzi il contrario.
          Buona giornata a tutti voi.
          Ines

          • E Lei, cara Ines, si sentirebbe di esternare in questo blog una sua nostalgia?
            Grazie.
            Angela

          • Sicuramente, cara Angela.
            Ho nostalgia di una bella risata con mio padre e di una chiacchierata con mia madre. Ho nostalgia dei miei genitori, delle loro voci, di un loro abbraccio.
            Un cordiale saluto
            Ines

  • “La felicità è come la goccia
    di rugiada sul petalo di un fiore:
    brilla tranquilla,
    poi un poco oscilla
    e cade come una lacrima d’amore.”

    Questi versi del poeta e drammaturgo brasiliano Vinicius De Moraes spiegano quanto la felicità sia fugace.
    Nella percezione della fuggevolezza della felicità si raccoglie il significato della “saudade” portoghese, considerata uno dei vocaboli più difficili da tradurre: non è esattamente “nostalgia” o “rimpianto” o “tristezza”, poiché può essere provata anche in un momento di gioia, proprio per quella consapevolezza che esso è destinato a finire. La “saudade” è uno stato di malinconia che può accompagnare anche la felicità nel suo manifestarsi o nel suo prefigurarsi: non necessariamente legata al passato, dunque, ma anche al presente e al futuro. Basta essere consapevoli che qualunque gioia è destinata a finire.

    La “saudade” richiama immediatamente il “fado”, i canti e le musiche che meglio rappresentano l’animo portoghese in generale e di Lisbona in particolare: il nome deriva dal latino “fatum” (destino) e nei testi ricorrono i temi della “saudade” e della lontananza.
    Amália Rodrigues è una delle più famose cantanti portoghesi di “fado”.
    Tra le sue interpretazioni figura anche “Sora Menica” in dialetto romanesco, la canzone che – solo in apparenza casualmente – ho scelto per accogliere le poesie di Ernesto e di Luigi.

    A presto, cari amici

    • Però, Ines, questo significa che l’animo portoghese ha una visione molto pessimistica della vita. Non hai la stessa impressione?
      Roberto (Lucca)

      • Caro Roberto,
        se pensiamo alle epopee dei navigatori portoghesi che vagavano per mare e alle vicende storiche di un Paese che fu una potenza mondiale, credo siano comprensibili la “saudade” e il “fado” come espressione di una visione nostalgica e introspettiva del passato e della vita in generale.

        Dalla tua considerazione è scaturita la voglia di andare a curiosare in Internet per vedere quali sono i popoli più tristi o pessimisti.
        Secondo un’indagine condotta nel 2010 dall’Economist i bulgari sarebbero i più maloninconici d’Europa.

        Un sondaggio condotto in Francia nel 2011 dall’Istituto Bva- Gallup per il quotidiano La Parisien vede i francesi come il popolo più pessimista del globo. Seguono l’Irlanda, il Belgio, l’ Austria, la Bosnia-Erzegovina, la Serbia, l’Ucraina, la Spagna e la Germania.
        Bisogna tuttavia tenere presente che il sondaggio, che ha coinvolto 50 Paesi, aveva lo scopo di misurare la speranza della ripresa economica: il risultato non va letto in termini esistenziali, ma sulla base della crisi finanziaria che stiamo attraversando.
        Un cordiale saluto

  • Carissimo Luigi,
    un’altra bella poesia e altre emozioni, in questo ritrovarsi tra amici dopo molti anni.
    Considero molto significativi i versi che chiudono “Cena d’amici”:
    “Sparse sulla nostra terra
    briciole di sogni”.
    Ecco dunque, se sei d’accordo con me, il disincanto – anch’esso inevitabile nel percorso umano – che accomuna tutti, quando non abbiamo più vent’anni, e a cui Roberto fa riferimento. Mi sembra di leggerlo nelle “briciole di sogni”: ciò che resta dei nostri giovani sogni, “briciole”, ossia poco.
    Ma non interpreto questo come una rilettura pessimistica del passato: non lo ripercorriamo da persone deluse (almeno non sempre o non del tutto) ma da persone realistiche, che con il tempo hanno compreso e accettato che non tutti i sogni possono essere realizzati.
    Alcuni si sono rivelati troppo ambiziosi, altri si sono scontrati con scelte di vita diverse, altri ancora si sono manifestati ingannevoli. Alcuni li abbiamo realizzati.
    Vedo invece pessimismo nel vivere soltanto di rimpianto e di nostalgia, nel rifiuto di costruire nuovi sogni (magari più facilmente realizzabili, perché frutto di un’età matura e meno idealistica) con cui sostituire le “briciole” e che ci permettano di tendere ancora lo sguardo verso il futuro, perché è giusto che sia così.
    Riuscire a creare un equilibrio tra ieri e domani: questo, credo, dovrebbe essere il nostro obiettivo. Non facile da perseguire, lo so, ma già avere consapevolezza che in questo equilibrio è la giusta visione di noi stessi e della vita penso sia un buon risultato.
    Mandi mandi e grazie, caro Luigi
    Ines

  • Ines, semplicisticamente ho parlato di fermento cultural-poetico, ma qui c’è un fermento di emozioni in cui ti auguro di riuscire a districarti.
    Hai lanciato due riflessioni per nulla facili e vedo che Luigi ne ha preparata una terza che diventa un dubbio esistenziale importante.
    La tua considerazione, Ines, sulla possibilità che ci sentiamo tutti emigrati ha un fondamento: tutti emigriamo nel tempo, fa parte della condizione umana, come i ricordi che portano la nostalgia fanno parte della condizione umana.
    La nostalgia è il rimpianto di qualcuno o di qualcosa che non c’è più. Può essere di un tempo, spesso l’infanzia e la prima adolescenza, e delle persone che hanno accompagnato quell’età e allora siamo tutti emigrati, come dire orfani, per i motivi che tu hai scritto.
    La nostalgia come ci viene rappresentata da Luigi è il rimpianto di quella parte di noi stessi che non abbiamo realizzato. Mi sembra di cogliere un vago disincanto in questa nostalgia che è rivolta non verso l’esterno – luoghi, tempi e persone – ma verso noi stessi.
    Proviamo nostalgia anche della persona che siamo stati e non siamo più, che avremmo potuto essere e non siamo diventati, per i sogni che non abbiamo realizzato.
    Una “triplice emigrazione” o addirittura molte emigrazioni?
    Cari saluti a tutti
    Roberto (Lucca)

    • Caro Roberto,
      hai ragione: il tema è ricco (lo avevo anticipato!) e vedremo come districarcene, senza dimenticare che nessuno ci obbliga a sviscerarlo fino in fondo e che nessuno è portatore di verità assolute, ma di un contributo personale molto genuino e sentito. Questo è il bello.

      Tutti, secondo me, siamo orfani di una parte della nostra stessa vita, a prescindere dal luogo: non concordo, infatti, con quella corrente di pensiero secondo la quale possiamo tornare nei luoghi di cui abbiamo nostalgia ma non nel tempo che rimpiangiamo.
      Credo che sia un pensiero riduttivo: possiamo tornare in quei luoghi, ma non li ritroveremo identici a come erano quando li abbiamo lasciati, sia perché – soprattutto se sono trascorsi molti anni – essi stessi hanno subito trasformazioni, sia perché la nostalgia stessa li ha caricati di aspettative che possono venire deluse. Non c’è forse una componente di sogno (di immaginario e di idealistico) nella nostalgia?

      Possiamo trascorrere una vita intera nella stessa città (in casi eccezionali anche nella stessa casa) eppure non mancheremo all’appuntamento con la nostalgia: sarà per un albero da cui staccavamo un frutto acerbo e che hanno tagliato; per il giardino in cui giocavamo; per un sapore o per un profumo che quell’albero e quel giardino ci offrivano, per il ricordo di una risata, di una confidenza, di una lacrima. Di un affetto: di una persona che non c’è più né potrà tornare.
      Quante emigrazioni, volendo continuare la metafora con cui ho iniziato?
      Quante nostalgie? Molte, credo, anzi moltissime: una per ogni ricordo caro, tenendo presente che tutto ciò che è ricordo non potrà tornare uguale.
      Un cordiale saluto
      Ines

      • Aggiungerei, gentile Ines, che non soltanto i luoghi subiscono trasformazioni con il passare del tempo, ma noi stessi le subiamo.
        Immaginiamo che per magia quei posti siano rimasti immutati per anni e anni. Chi può assicurarci che tornandovi avrebbero lo stesso fascino di quando vi abbiamo trascorso il periodo della vita per cui proviamo nostalgia?
        Mi unisco a voi nelle congratulazioni ai signori Ernesto e Luigi per le poesie.
        A Lei, cara Ines, un ringraziamento particolare per gli argomenti scelti per il blog, per nulla facili e scontati.
        Angela

        • Ha ragione, cara Angela: anche noi evitabilmente cambiamo con il passare del tempo e allora penso che sia vero quanto ha scritto il nostro Luigi, ossia che la nostalgia sia rivolta verso se stessi, più che a un luogo o a un tempo.
          Un ringraziamento a Lei.
          Ines

  • Intanto, un Grazie a Voi tutti, per quello che avete scritto.
    Ernesto ha ragione; la nostalgia non è necessariamente quella “oltreoceanica”, o quella che,comunque, nasce da un distacco da luoghi o da persone; credo sia soprattutto quella che proviamo “per noi stessi”. Per la nostra vita, per quello che avremmo voluto essere, e non lo siamo diventati; per quello che avremmo voluto fare, e non ne siamo stati capaci.
    Non credo di dire niente di nuovo, ma per me il più bel “manifesto” della nostalgia è ” A Silvia”.
    “. . . Quando sovviemmi di cotanta speme . . . . ”
    ” . . . Ahi come, come passata sei cara compagna. . . .”
    Ecco, lì c’è Tutto.
    E non servirebbe aggiungere altro. Invece provo a raccontarvi di una cena fra amici che si ritrovano dopo anni. Si erano lasciati che ne avevano intorno ai venti, ed ora sono passati “12 lustri”.

    Cena d’amici

    Tiepide stelle d’ottobre
    rischiarano mosti fragranti tra i campi
    e ascoltano
    voci d’amici
    tornati tra muri di sassi
    a rinnovare l’antico patto
    nel tempo
    oltre la nostalgia.
    Sapori di fieno e di pesche rubate
    di spaventate, tenere labbra
    nascoste tra profumate acacie.
    Cantano voci assenti
    spente una sera
    nell’impronunciabile addio.
    Passa un carro di tini dondolando un fanale
    che, basso, accende la notte.

    Sparse sulla nostra terra
    briciole di sogni.

    Mandi mandi a Tutti
    Luigi

  • Cari amici,
    sia Luigi sia Ernesto ci hanno regalato immagini molto suggestive della nostalgia.
    Secondo me offrono numerosi spunti per riflettere e scambiare opinioni su questo tema: inizio io con due considerazioni.

    Luigi, nel rispondere gentilmente a Giusy, conclude accennando alla sua nostalgia per i luoghi, i momenti, la “gente vera” della sua infanzia: Luigi non è emigrato, ma ha saputo cogliere con grande sensibilità gli stati d’animo di chi parte, farli propri e rappresentarli con immagini, profumi, suoni, “volti amici, amati” e il dolore di chi è costretto a lasciare la propria terra e la propria gente.
    Poiché i suoi sentimenti sono anche i miei, mi viene da pensare che tutti siamo inevitabilmente emigrati, non sempre rispetto a un luogo, ma sempre rispetto a un tempo. Possiamo restare negli stessi posti della nostra infanzia ma essi non sono e non possono rimanere gli stessi di allora, perché il tempo ha operato delle trasformazioni ineludibili nei luoghi e nella sua gente.
    Siamo veramente tutti emigrati, cari amici, come a me sembra di cogliere dalle parole di Luigi, che mi permetto di fare mie perché mi ci riconosco?

    Chiamerei “doppia emigrazione”, allora, quella di coloro che partono, che lasciano il paese di origine per trasferirsi in un’altra città, spesso in un altro Paese o in un altro continente.
    Per loro ritornare nei luoghi che hanno conosciuto da bambini può generare uno stato d’animo ancor più toccante, poiché – soprattutto se restano lontani per molti anni – il loro immaginario e la nostalgia stessa hanno conservato una memoria inalterata di quei luoghi e della gente, che troveranno invece inevitabilmente cambiati.
    Mi sembra di cogliere questa amara constatazione nella terzina finale della poesia “Paese” di Ernesto: chi torna sa certamente che non potrà ritrovare identici i posti e le persone – gli anni hanno fatto il loro lavoro, intanto – ma la “contentezza” non è forse incrinata da una sottile vena di delusione nel dover constatare che tutto è cambiato durante la sua assenza?

    A presto, cari amici.
    Ines

  • Cari tutti,
    Grazie innanzitutto.
    Voglio dire subito che la nostalgia (il desiderio di tornare a casa) non è necessariamente una questione oltreoceanica come dipinta dalle canzoni dei secoli scorsi.
    Vedi “l’addio ai monti e il ritornar dovizioso”, ovvero il dolore dell’allontamento dal paese e la speranza del ritorno; l’esempio dell’emozionata ospite nostra, del romano (bello lui!) che tentenna tra le monticiane e le trasteverine (tra rione e rione) ma con rammarico dice a sòra Menica di lasciarlo andare dove vuole perché è “lu vicchènne”; oppure per restare con le stornellate capitoline rifacendosi al carcerato (locale) che canta a squarciagola alla sua bella “che stà fòra”: “Tu che m’hai ‘nsegnato a fa’ll’amore, ma non m’hai ‘nsegnato a farlo senza dé té!”.

    Luigi, con molto sentimento, ci racconta del trauma dell’ignoto: il bambino che lasciando i luoghi a lui noti cerca di assorbire tutti i sapori, i profumi, i suoni, le immagini per portarseli dietro sapendo che forse mai più ne potrà godere.
    La nostalgia allora diviene il filo d’Arianna.

    Non ci dice però delle delusioni del ritorno, per anni sperato.
    Quando quel filo si spezza, ahimè!
    Adesso tutto è cambiato! Non ci si capisce nemmeno più, né in lingua, né in dialetto perbacco!
    È l’antitesi per la sopravvivenza?
    Chissà!

    Paese

    Paese abbarbicato alla montagna,
    Fatto di muri vecchi e di piazzette,
    Paese che t’affacci alla campagna
    Coi tetti rossi e le viuzze strette.

    È vero che t’ha lasciato molta gente
    Con gran peso nel cuore, tutti quanti
    Son partiti con lacrima scorrente
    Dal viso gonfio dopo amari pianti.

    Con tanta anticipata contentezza,
    Or ritorna a visitare l’emigrato
    I luoghi di passata giovinezza;

    È nel cercar rivivere il passato
    Che gli sovviene presto la certezza
    Che il mondo per nessuno s’è fermato!

    Ernesto Carbonelli
    Toronto

  • Cara Giusy
    no, per fortuna non ho vissuto la durissima esperienza dell’emigrazione.
    “Partire d’autunno” è il racconto della nostalgia di una persona amica, anche se …
    Due sorelle e due fratelli di mia nonna sono emigrati in Canada nei primi anni del novecento,
    e alcuni miei compagni di scuola, alla fine delle elementari (metà anni ’50), hanno seguito i
    genitori verso lo stesso Paese.
    Così, quando poi questi tornavano per una breve vacanza, non parlavano tanto della loro vita
    in Canada, quanto di quello che avevano lasciato, e di quello che avevano provato partendo.
    Poi, anch’io da bambino, per andare a scuola e prima a “dottrina” (e d’inverno era ancora buio)
    camminavo su quelle strade di sassi, passavo davanti agli scuri di legno ancora chiusi,
    e vicino ai muri degli orti, dietro ai quali, nelle sere di maggio (invece che andare a Rosario)
    andavano a “nascondersi” ragazzini e ragazzine un po’ più grandi di me ; anche se allora io non capivo “che gusto ci trovassero”.
    Così allora, Giusy, hai ragione. Dentro quelle parole messe in fila, che si concludono con
    l’addio, non c’è solo l’emozione e la nostalgia di quel ragazzino che lasciava il suo paese e i suoi amici; forse c’è anche la mia. Nostalgia ed emozione per quei luoghi, per quei profumi per quella gente vera, per quelle donne che, in quelle mattine, incontrandomi per strada, mi facevano una carezza sulla testa e mi dicevano ” Mandi Nini “. E quell’ addio, è anche il mio addio a molto di ciò che ho amato.
    Luigi

    • Caro Luigi, grazie. Non mi aspettavo che rispondessi perché non eri tenuto a farlo, però dalle parole che hai scritto nella poesia e dal racconto dei ricordi degli emigranti che tornavano capisco la tua attenzione per il distacco provato da chi emigra.
      Mi colpisce che gli emigrati che tornavano non erano interessati a raccontare la loro nuova vita e le esperienze in un Paese straniero, ma a ritrovare il legame con la loro terra.
      Mi aspettavo che facessero il contrario, cioè che fosse forte il desiderio di raccontare le novità viste e imparate all’estero, ma questa scelta può essere spiegata dal desiderio di mettersi alle spalle il mondo che li ha ospitati e di ritrovare il proprio, compresa la grande tristezza della partenza.
      Un saluto a tutti da Giusy

  • Cara Ines e cari Ernesto e Luigi,
    sono sfrontata se chiamo tutti cari? Spero di no, perché tu Ines ti sei emozionata e io pure.
    Sono diverse tra loro le poesie di Luigi ed Ernesto, ma tutte e due molto sentite perché danno l’idea del distacco e del grande dispiacere di chi lascia la terra natale.
    Non so e non mi permetto di chiedere se anche Luigi è emigrato, però dal modo in cui descrive i sentimenti di chi parte mi fa pensare a una persona che li ha vissuti. Però ripeto: non voglio curiosare nella vita altrui, ma solo notare che in entrambe le poesie il senso del distacco è molto forte.
    Saluti a tutti da Giusy

    • Cara Giusy,
      come non condividere le impressioni che hai provato leggendo le poesie di Ernesto e Luigi?
      Sapevo che sono ragazzi in gamba, ma si sono rivelati poeti in gambissima – :-) – e desidero esprimere loro il mio apprezzamento.

      Padrona di casa, caro Roberto?
      Noooo… Ho appena coniato, appositamente per il blog, un nuovo aggettivo possessivo: “miostro”, cioè “mio&vostro”, perché è il frutto di una mia idea ma soprattutto dei vostri vivaci interventi.
      “MIOSTRO”, mi raccomando: non “mostro”, ché qui di mostruoso – con il valore positivo che i giovani attribuiscono a questa parola – c’è soltanto il talento di Luigi ed Ernesto.
      Ciao a tutti
      Ines

      • Grazie, graziosa hostess, grazie. Io e Luigi (spero sia d’accordo con me) siamo lusingati dal “bravi ragazzi”. Le nostre declamazioni, di ragazzi ormai passati i quattordici (14) lustri, vengono dal cuore, ma molto di piu’ dai tanti anni passati ad osservare, penare, vivere la realta’ quotidiana dei poveri diavoli (solo per dire).
        Nemo profeta in patria… nella traduzione in inglese suona piu’ verace, ascolta (leggi) “A good man is never honored in his own country”… C’aggia di’, dicette tutto.
        Quale e’ quella canzonetta che dice: Sento la nostalgia del passatoooooooooooo… Mannaggia, e’ un bel valzer pero’!
        Ernesto

  • Che fermento cultural-poetico c’è in questo blog!
    Complimenti agli autori delle poesie, Luigi e Ernesto! E alla padrona di casa, ovviamente.
    Sono nella ristrettissima pausa-pranzo: sandwich, spremuta d’arancia e caffè. Perciò inneggio allo slow food e alla spremuta di uva, con moderazione, giustissimo.
    Torno appena posso: il tema prende lo stomaco, ma prende.
    Saluti
    Roberto (Lucca)

  • Primi anni ’50. Friuli, Casarsa : terra di vigneti. Fine settembre, tempo di vendemmia.
    Alle prime luci del giorno, padre, madre, e il figlio di 16 anni, con le valige in mano attraversano il paese per andare in stazione. A “quel” treno.
    Qualche anno fa, ad una cena in casa d’amici, il “ragazzino” ritornato dal Canada, racconta quello che aveva provato quella mattina, camminando dietro ai genitori.

    Ho provato a tradurre, con poche parole, la nostalgia, l’emozione di quella giovane anima.

    Partire d’autunno

    Passi veloci suonano
    su ciottoli spaccati di strade assonnate.
    Fredda melodia d’alba
    che si perde
    nell’inutile profumo del mosto.
    Si rincorrono scuri di legno
    mangiati dal tempo
    ora chiusi su volti amici, amati.
    Passa quel muro dell’orto
    custode di un dolce segreto
    e struggente dal cuore
    torna una canzone
    poi nelle lacrime
    si confonde
    si sbiadisce
    si spegne.
    Addio.

    Mandi mandi
    Luigi

    • Carissimo Luigi,
      “ho provato a tradurre, con poche parole, la nostalgia, l’emozione di quella giovane anima”, ci scrivi.
      Secondo me ci riuscito alla grande: la tua POESIA – questo è il nome che le si addice – non soltanto traduce quelle emozioni, ma le trasmette a noi arricchite dalla tua sensibilità nel cogliere suoni e immagini, odori e dolori.
      Avrei molto ancora da scrivere prendendo spunto dai tuoi versi, ma per ora preferisco lasciare spazio a chi volesse intervenire.
      Grazie di cuore, caro Luigi: il tuo è un dono speciale.
      Mandi mandi
      Ines

      • Ciociaria

        Fiera nel cor la pena
        Celata è in allegria!
        Dell’alma la catena
        Legata è in terra mia.

        Di giovanil trasporto
        Furon gli aspri monti,
        In delusion conforto
        Mi dieder le tue fonti.

        Seppur così lontano
        Ancora il dolce odore
        Di fieno, frutti e grano

        Ricordo; ed il colore
        Di verde colle o piano
        E d’ogni valle in fiore.

        • “A Roma a Roma belle le romane
          ma so’ più belle le trasteverine
          l’arubbacori so’ le monticiane
          l’arubbacori so’ le monticiane.
          Sora Menica, Sora Menica
          oggi è domenica. Lasseme stà…”

          Non so se è chiaro, amici: sto cantando uno stornello romano!
          Dopo la doppietta poetica di Luigi ed Ernesto non mi resta che farmi una stornellata, perché sinceramente sono rimasta senza parole.
          Grazie anche a te, carissimo Ernesto.
          Per ora chiudo qui, perché sono emozionata.
          Ciao
          Ines

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