Aindonchea

mar 16, 2012   //   by Ines Desideri   //   Attualità, Blog  //  62 Comments

“Cosa intende per nazione, signor Ministro? Una massa di infelici? Piantiamo grano ma non mangiamo pane bianco. Coltiviamo la vite, ma non beviamo il vino. Alleviamo animali, ma non mangiamo carne. Ciò nonostante voi ci consigliate di non abbandonare la nostra Patria. Ma è una Patria la terra dove non si riesce a vivere del proprio lavoro?”

Così rispose un emigrante italiano del XIX secolo a un ministro che cercava di dissuaderlo dal partire: è una risposta toccante, che contiene tutta l’amarezza della necessità di dover lasciare la propria terra, se essa non può garantire un lavoro e una vita dignitosa.
Questa risposta è stata riportata da Costantino Ianni in “Homens sem paz, Civilização Brasileira” ed è esposta nel Memoriale dell’Immigrato di San Paolo, in Brasile.

Abbiamo ampiamente affrontato il tema della nostalgia dell’emigrato (soprattutto grazie al prezioso contributo, anche poetico, degli amici Ernesto Carbonelli e Luigi) e il titolo di questo tema è una parola “itanglese”, una delle tante usate dagli emigrati italiani in America: un connubio inevitabile tra la lingua di origine e la lingua inglese.
Leggendo in Internet alcuni di questi termini ho provato una grande tenerezza, perché immagino quanta fatica – tra le tante fatiche – abbia richiesto ai nostri emigrati anche l’integrazione linguistica.
“Aidonchea” sta per “I don’t care”= “Non me ne curo/Non mi interessa”.
Tra le mie nostalgie c’è quella del Forum Scioglilingua, ma riporterò nello spazio dedicato al Prof. Giorgio De Rienzo le sue ragioni.

Desidero ora condividere con voi, cari amici, alcuni termini in “itanglese”, con la stima e il rispetto che nutro per chiunque abbia avuto il coraggio di lasciare il proprio mondo e di affrontare l’ignoto in una terra straniera.

Rancio – visco – pichinicco – aiscrima – bosso -stritto – carro – loncio – denso – cotto – bucco – storo
(da “Il linguaggio di Little Italy” di A.M. Turano)

Ma anche: baga – baschetta/ baschetto – besenisso – bosso – buccia – ghemma – ghirla/gherla – giobba – globbo – marchetto – scurta – tichetta – ticia – trocco
(da “La lingua: prima barriera per l’emigrante italiano” di D. Skidmore)

Questa è soltanto una piccola parte del ricco vocabolario “itanglese”. Se ci piacerà lo arricchiremo con altri termini ed espressioni. Se ci piacerà proveremo a tradurre in italiano queste parole.
Ma soprattutto: quali emozioni suscitano in voi, amici?
E … ci sono parole di cui conservate un ricordo particolare, perché appartengono a un tempo finito o al vostro dialetto?
Un caro saluto
Ines

62 Commenti

  • Gentile Ernesto,
    grazie per il giudizio positivo e per tutte le belle spiegazioni che devono averti preso un bel po’ di tempo ma che per me sono state molto piacevoli da leggere.
    Aggiungo gli auguri di Buona Pasqua a te, a Ines e a tutti gli amici del blog.
    Salutoni affettuosi da Giusy

  • “A primavera, AMMESO ALL’ERUACCIA,
    La cicorietta appena RUCACCIA,
    Coglila insieme al RADICONO,
    Fatta a insalata è qualche cosa di buono!

    Punte di tabio e TAFANARE,
    Sono cose dolci, sono cose amare,
    Quello che trovi MERO C’AGLIUTTI,
    Le cose dolci non bastano a tutti!”

    La poesia è stata scritta da Ernesto Carbonelli molto tempo fa ed è stata malamente tradotta da me tra ieri e oggi. :-)
    Ciao a tutti da Giusy

    • Cara Giusy,
      malamente tradotta?! A me sembra che tu te la sia cavata egregiamente!
      Speriamo bene: mi diverte precedere il verdetto del nostro Ernesto, ma questa volta potrebbe aizzarmi una “capretta” canadese contro … :-(
      Ciao
      Ines

    • Cara Giusy,
      Il pascrasse, al contrario delle punte di tabio e delle tafanare non si mangia, ma fa pensare al Latino “hodie mihi, cras tibi… pas cras vobis ^-^ ”.
      Mi sono sentito dire da un collega, durante una festa a Windsor, Ontario: “sta festa furniscia in pascrasse” per dire che la festa finiva il dopodomani!
      Qiusquilie in esilio… le notano solo certi individui :-) !
      Seguitando il filo proposto allora, le tafanare sono altre piante di fratta o zone limitrofe che a primavera hanno le punte e le foglie tenere, consistenti ed edibili.
      Ammaugli, masticare.
      Vai cugli prati pu pisciacana; vai per i prati a cogliere la pisciacana, ne prendi abbastanza per cuocere domani… la pisciacana è un erba che cresce nei prati e non come la cicoria che cresce meglio nelle maggesi. È quella dei fiori gialli, è buona prima che sfiorisce; si lessa e si ripassa in padella.
      Spinatora; spianatoia, la tavola dove si stende, condisce e mangia la polenta.
      Dòtta (con la “o” aperta, prego!); espressione supinese che sta per: oddío, tié!
      Ammeso all’eruaccia; in mezzo alle erbacce!
      Appena rucaccia; appena spunta dalla terra.
      Radicono; la radice della cicoria, la cicoria si raccoglie tagliando la radice sotto terra.
      La radice è altrettanto gustosa quanto le tenere foglioline.
      Mero che agliutti; meglio che inghiotti e stai zitto perché le punte dolci non bastano a tutti gli affamati intorno alla spianatoia.
      Tutto considerato hai fatto un ottimo lavoro. Non so dove sei nata e dove vivi, quale e quanti dialetti sai parlare quindi posso solo dire che meriti un voto discreto.
      Per quanto riguarda invece il comportamento della gentile conduttrice ci tengo a precisare che il mio istinto di consumato gentiluomo non mi permette di prendere a cornate le gentili signore… nemmeno per celia!
      :-) :-) :-) ;)

      Ernesto Carbonelli

      • Cari amici,
        il “pisciacane” potrebbe sembrare un’espressione volgare ma non lo è! Pensate che è riportata dal dizionario Hoepli in rete: “pisciacane” (dialettale), bocca di leone”.
        Si tratta del Taraxacum officinalis, chiamato comunemente “tarassaco” o “bocca di leone” o “soffione”.
        Detto anche “piscialetto, poiché ai bambini viene di solito raccontato che chi lo coglie la notte bagnerà il letto” e chiamato “nel Nord Italia pisacàn o pisaca’ …” (da Wikipedia).

        Caro Ernesto,
        per premiare la tua disponibilità e gentilezza guarda che cosa ti offro?
        “Pulenta colla pisciacana, lu zazzicchie i lu costatelle du gnegno niro du Supino”
        Traduco per gli altri amici: “Polenta con il tarassaco, le salsicce e le costatelle di maiale nero di Supino”.
        Se, per assurdo, non dovessi conoscere la ricetta, potrai trovarla digitando su Google il nome supinese della ricetta, tradotto anche in italiano, altrimenti per me “gnegno” …
        Ora non dirmi che sei deluso perché ti offro soltanto un’abbuffata virtuale, eh?
        Questo passa la rete! :-)
        Ciao

        Auguri di buona Pasqua anche a te, cara Giusy.

  • Caro Ernesto,
    che gaffe! Scusami. Ti ho chiamato “Ernesto quasi a luci rosse” ma il vero a luci rosso fuoco sono io. Chiedo di nuovo scusa, ma il canaliano mi ha dirottato …
    Mi stavo avvicinando alla soluzione del rebus della paiana, ma su bisciorne ho rischiato un’altra gaffe, anche se meno grave: mi ero piantato sulla biscia con le corna, invece è una capretta.
    Grazie del collegamento. Vado ad osservare la Ovis Canadensis.
    Saluti
    Roberto (Lucca)

    • Caro Roberto,
      per quando leggerai questo saprai gia’ che queste “caprette” sono alte un metro al garrese e pesano quanto un maiale pronto da far prosciutti.
      I leoni di montagna non sono propensi ad attaccarle, ne uscirebbero malconci se non cibo per le aquile e le iene.
      Ho voluto precisare solo per evitarti un’altra cantonata e l’ira funesta della conduttrice ;-)
      … noi maschietti ci usciremmo malconci come i leoni del lontano ovest!
      :-) :-) :-)
      Ernesto

  • Caro Ernesto,
    so che questa domanda riguarda un tuo commento sul nuovo tema, ma che cosa sono le punte di tabio? Grazie per la pazienza e la gentilezza.
    Lo ha già scritto Roberto e confermo: anch’io ho trovato simpatici i retroscena di tubaifore e di forifaive, aspetto il pascrasse, ma non chiedermi di tradurre “La paiana …”, non ci riuscirei mai!
    Saluti a tutti da Giusy

    • Cara Giusy,
      Grazie e grazie a Roberto e agli altri che seguono questa diatriba. Piacevole e istruttiva voglio sperare. Grazie anche all’ostessa che graziosamente ci ospita.
      Ti rispondo con una mia vecchia composizione in dialetto del mio paese e invito la gentile udienza alla traduzione… Forse un pò a forifaive in questo tema! :-)

      Ponte du Tabio

      Ponte du tabio i tafanare,
      Certe so doci i certe so mare,
      Si l’ammaugli anzemi allu pano,
      Lu maro s’ammischia piano piano.

      Vai cugli prati pu pisciacana,
      Nu còlli poca, la coci addumana,
      La mitti ancima alla spinatora
      Culla pulenta: Dòtta, s’addora!

      A primavera, ammeso all’eruaccia,
      La cicorietta appena rucaccia,
      Còllala anzemi agliu radicono,
      Fatt’a'nzalata è che cosa du bono!

      Ponte du tabio i tafanare,
      So cose doci, so cose mare,
      Chello che trovi mero c’agliutti,
      Lu cose doci n’abbastono a tutti!

      E. Carbonelli
      Toronto (tanto tempo fa)

      Come vedi le punte di tabio era (forse lo è ancora) qualcosa da mangiare.
      A primavera i rovi e altre piante di fratta (i tabii) cacciano i rami nuovi.
      Le tenere punte di queste piante venivano usate per mettere nella frittata.
      In mezzo a tante ce ne era sempre qualcuna che era amara…
      Cibo da poveracci insomma!
      Ho usato questa frase anche per rafforzare il concetto, espresso altrove, che se seguitiamo di questo passo ad ibridizzare la lingua, se bastardizzare sembra troppo forte, torniamo a parlare come gli emigrati di una volta.
      La paiana, il piano; pochi sapevano che gli iati “ió” e “iá” in inglese seguono la regola fonetica simile all’italiano e la “i” non si pronuncia “ai” bensì come la nostra (quasi)!

      Ernesto Carbonelli

      • Caro Ernesto,
        per ringraziarti della tua gentilezza ho cercato di tradurre la prima parte della nuova poesia, ma ci sono parole che non capisco e le ho scritte maiuscole.
        La seconda parte la tradurrò appena posso e intanto aspetto i pascrasse.

        Punte di Tabio

        Punte du tabio e TAFANARE,
        Certe sono dolci e certe sono amare,
        Se l’AMMAUGLI insieme al pane,
        L’amaro si mescola piano piano.

        Vai CUGLI prati per PISCIACANA,
        Ne cogli (?) poca, la cuoci domani,
        La metti sopra alla SPINATORA
        Con la polenta: DOTTA, se odora!

        Saluti a tutti da Giusy

  • Buongiorno a tutti.
    Avevo ribattezzato la padrona di casa “Ines senza fretta”. Per fortuna!
    Torno sul blog dopo pochi giorni di assenza e trovo Ernesto che ha svelato l’arcano del tubaifore e del forifaive, ne ha messo in ballo un altro molto complicato e ci anticipa novità in arrivo.
    Intanto Ines ha presentato un nuovo tema che inizialmente avevo scambiato per un gioco ma non lo è e vedo già diversi commenti.
    Cosa avrei trovato se il motto fosse stato “presto, non perdiamo tempo”? :-)
    Per il nuovo tema preferisco documentarmi, poi esprimerò un parere.
    Gustoso, invece, l’equivoco sul tubaifore raccontato da Ernesto. Uno stuzzicadenti o un cotton fioc della misura di circa 5×20 cm (se non sbaglio, caro Ernesto) fanno ridere e immagino la meraviglia del negoziante quando sente chiedere dei tubaifore per pulirsi i denti o le orecchie.
    Niente male la semplificazione degli angoli: ottuso, retto, acuto e tutte le variazioni dell’ottuso e dell’acuto in un “forifaive”.
    Caro Ernesto quasi a luci rosse, “magnachecche” … volevi scrivere forse “magnacecche” e la “cecca” è il pagamento della tua consulenza domenicale che Ines non vuole intendere e che invece ben intendeva l’ispettore canadese?
    “La paiana a’plaiava la porca e‘lle ghelle zumpenno laicca bisciorne” è un vero rompicapo.
    Plaiare può significare giocare o suonare (uno strumento musicale), le ghelle possono essere le ragazze con una pronuncia vicina al dialetto siciliano, “le ghelle zumpenno laicca” = “le ragazze zompando come”, ma paiana, porca (la o è aperta o chiusa?) e bisciorne?
    Non mi risulta che esistano le bisce con le corna (horn), perché le bisce sono fedelissime. Quale parola è polacca?

    Per ora saluti a tutti. Il dovere mi chiama.
    Roberto (Lucca)

    • Caro Roberto,
      Le hai azzeccate quasi tutte. La parola polacca è la porca (polka).
      In inglese prima:
      If the piano played the polka, the girls jumped like Big Horns.
      http://www.royalalbertamuseum.ca/natural/mammals/_bighorn.htm
      Vedi che muso simpatico hanno queste Bighorn Sheep (Ovis Canadensis)?
      Quando il piano suonava la polca le ragazze saltavano come le capre.
      Zompare sarà certo familiare alla nostra gentilissima ostessa, quello che non avrebbe mai pensato è che “zompare”, termine ciociaro per saltare, viene dall’inglese “to jump”!

      Non lasciare la tua immaginazione sconfinare nell’etereo: “Magnachecche” è tutt’altra cosa.
      Quando questi emigrati andavano sui cantieri a lavorare portavano per colazione una pagnotta ripiena di salame e prosciutto. Alla pausa caffè loro tiravano fuori queste trafile e i canadesi raffinati tramezzini guarniti elegantemente.
      Ai neo-arrivati sembravano biscottini o “cakes” così li cominciarono a chiamare “magnacakes”.
      L’uno si faceva meraviglia dell’altro naturalmente, ma il termine “magnachecche” è rimasto a denotare il tipico canadese che non sarebbe capace di mettere nello stomaco una pagnotta per colazione e una per pranzo, seguita dalla cena a base di maccheroni e carni varie.
      D’altra parte l’appetito c’era!

      Alla prossima
      Salutoni
      Ernesto

      • Caro Ernesto,
        grazie al collegamento che ci hai gentilmente inviato ho potuto amminare un bell’esemplare di “bighorn sheep”. Interessante, tra l’altro, che dai cerchi presenti nelle corna di questi dolcissimi animali (le capre in generale mi fanno tenerezza) si possa conoscere la loro età. Come per gli alberi, se non sbaglio.
        Non sapevo che “zompare” derivasse dall’inglese, Ernesto! Che ostessa deludente …
        Occorre ribadire che con te c’è sempre qualcosa da imparare?
        Grazie e un salutone
        Ines

  • Gentile Angela,
    non mi pongo il problema di come ci giudicano gli stranieri, se ci giudicano buffi o ridicoli per i nostri tentativi di comunicare o di essere utili e gentili quando ci chiedono aiuto.
    Non lo considero un problema: se dovessimo preoccuparci del giudizio degli altri (italiani o stranieri) per tutto ciò che diciamo o per come ci muoviamo la vita diventerebbe un inferno.
    Di sicuro è bene imparare e conoscere una lingua straniera (l’inglese innanzitutto), ma per noi stessi, non per timore del giudizio altrui.

    Cara Ines,
    detto fatto: ho scritto un commentino sulla mediocrità nello Spazio Libero.
    Saluti
    Roberto (Lucca)

  • Gentilissimo Ernesto,
    seguendo il tuo consiglio ho cercato beefsteak su google e mi è apparso di tutto!
    Pomodorini, pomodori, pomodoroni e bistecche alla fiorentina da farmi venire l’acquolina in bocca.
    I beefsteak che tu nomini sono pomodoroni che possono pesare anche più di un chilo, hanno la buccia sottile, pochi semi e sono molto carnosi. Li conosco e sono ottimi. Grazie.
    Penso che “giuggiolone” in Italia è una persona che fa tenerezza, con un carattere e un comportamento da un bambinone e non per forza ben nutrito e carnoso come un beefsteak.
    Ma forse Ines può spiegarlo meglio di me.
    Le tazzolle e le tazzette, adesso? :-)
    Saluti da Giusy

    • Cara Giusy,
      hai spiegato benissimo cosa intendiamo per “giuggiolone” in italiano e ci hai lasciato un bellissimo sorriso. Grazie.
      Poiché mi va di provare a indovinare il significato di “tazzole” e “tazzette” precedo il nostro Ernesto, sperando che non mi risponda con fulmini e saette: queste ultime farebbero una rima perfetta con “tazzette”, ma temo che facciano anche male.
      Se sbaglio lascerò a lui la spiegazione e le mie scuse, naturalmente.
      “Tàzzole” potrebbe essere “That’s all” e “tazzette”, quindi, “that’s it”?
      Mah … è possible che I me sbagl’, but pazienz’. ;-)

      Ahi, Giusy, che domande!
      Ma forse non andata a cercarmele ed è giusto che risponda.
      Mi riferisco all’esuberanza e alla commozione. Non scherzavo e hai ragione: sono, possono essere due caratteristiche positive ma, secondo me, sia l’una che l’altra hanno anche il loro rovescio (negativo), come tutte le medaglie. E come tutte le caratteristiche umane, se escludiamo quelle universalmente riconosciute come aberranti.

      Un salutone
      Ines

      • Centro carissima, centro… non so piu’ a chi rispondere, allora lo inserisco in questo capitolo…
        Ancora e’ da venire il tubaifore e i forifive…
        Questa e’ da singolar tenzone!

        La paiana a’plaiava la porca e‘lle ghelle zumpenno laicca bisciorne.

        In questa frase “amerilettale” sei parole sono acquisite dall’inglese parlato dai lavoratori stagionali che ogni sei-otto mesi venivano rimpatriati per ritornare in America appena si ripresentava loro l’occasione di riimbarcarsi; da clandestini naturalmente. Una sola deriva dal polacco. Gli articoli sono in italiano. L’ho trascritta così come me la ricordo da bambino. Ancora oggi alcune di queste parole esistono sia nel dialetto che nella lingua.
        Vediamo chi si presenta alla gran contesa…
        Ernesto

        • Caro Ernesto,
          non credo che qualcuno abbia pensato di aver finito e aspettiamo il “forifaive”, ora che ci hai raccontato il “tubaifore”.
          Siamo qui e questo è il capitolo in cui potremo continuare la nostra chiacchierata sui linguaggi degli emigrati in Canada, finché ci piacerà.
          Sventolo subito bandiera bianca sulla frase “La paiana …”: è troppo difficile!
          Per “tazzole” e “tazzette” pensavo di averle sparate grosse, sai? Invece le ho azzeccate! :-)
          Un caro saluto
          Ines

          • …e adesso andiamo a fare una passeggiata in un cantiere edile canadese negli anni 60…
            Lo stesso signore dei tubaifore viene subitamente promosso a carpentiere e il primo giorno gli viene affidata la messa a punto delle aperture grezze che alla fine dovrebbe essere le aperture delle porte.
            Con gran lena si accinge alla “giobba”.
            A metà mattinata arriva l’ispettore municipale e gli dice che così non va, ma lui non capisce cosa questo “magnachecche” voglia dire e chiama il suo vecchio (ormai di tre giorni) maestro per farsi aiutare.
            Il maestro gli spiega che i tubaifore non vanno segati ad angolo retto e inchiodati piatti, la regola è che vanno segati ad angolo di 45 gradi (fortyfive degrees) come spiega il disegno dell’architetto. Naturalmente nella fervida mente del neocarpentiere si forma il concetto che la parola forifaive significa angolo. Da quel giorno tra i carpentieri si sparge questo nuovo termine in “canaciociaro” per indicare ogni oggetto che è tagliato o appare ad angolo.
            Cosicchè il viale in pendenza è “un pò a forifaive”, il “carro parcato” all’italiana è “parcato a forifaive”, le stecche per i biffestecche piantate storte “luccano a forifaive”, il cappello alle ventitré è a “little forifaive”, etc, etc…
            :-) :-) :-) !
            Fine delle fatiche di Eracle.
            Ernesto

            P.S. Ho inserito parecchi nuovi termini che sono in uso comune da noi in Nord America.
            Il “Canaciociaro” include anche il “pascrasse” per dopodomani!!!
            E.

  • Mandi mandi
    Te lo diciamo in friulano
    perchè tu tu ricordi
    quando sarai lontano.

    Grazie Ines. Mi dispiace di non riuscire a fartela sentire “cantata”.
    Comunque è vero, non ero in punizione sull’ “altro” blog.
    Solo non avevo cose interessanti su questo tema.
    Pur vivendo in terra e in famiglia di emigranti , non conosco molte parole ed espressioni
    nelle quali friulano e inglese si “fondono”.
    Ne ricordo solo due. Una ( che gli veniva spontanea) era ” Draivà il cjàr ” Guidare la macchina. L’altra che usavano per scherzo, era (pronunciandola in inglese corretto)
    ” My very weight ” che ha lo stesso “suono” del friulano
    ” mai veri vuèit ” mai il bicchiere vuoto ( riempimelo ! )

    A proposito di canzoni , ce n’è una bellissima, corale, che racconta il momento dell’addio di un uomo al suo Amore. Vi mando quattro soli versi.

    ” Al cjante il giàl, al criche il dì (criche – scricchiola – ma dolce, quasi musicale)
    mandi ninine me, mi tocje partì.
    Cùur miò , no sta vaìi (vaìi – piangere)
    al cjante il gial, mi tocje partì ”

    E dato che qui oggi i Mandi abbondano …. allora
    Ciao ciao a tutti
    Luigi

    • Caro Luigi,
      contavo sulla tua traduzione e anche sulla possibilità di ascoltare “Mandi” cantata … da te: viso rivolto verso Sud, voce spiegata, con il vento favorevole, chissà … :-)
      A proposito di “mai veri vuèit”, mi hai fatto tornare in mente una frase sentita diverse volte in passato: secondo i degustatori di vino il bicchiere deve essere sempre pieno altrimenti il diavolo vi balla dentro. Un modo come un altro per invitare a rabboccare, insomma.
      Sbaglio se dico che il “veri” friulano si fonde con il “verre” (bicchiere) francese?

      Nei versi del canto che ci hai inviato c’è una parola in particolare che mi colpisce e mi piace: “ninine”. Sia per la sua dolcezza sia perché rievoca un’espressione di tenerezza dell’infanzia.
      Sento la voce di mia nonna che mi chiama. Sto giocando oppure sto raccogliendo fiori nel prato davanti alla sua casa in campagna, dove i miei genitori mi mandano per qualche giorno, d’estate, perché lì c’è “aria buona”.
      “Nini! Nini!” … E mi affretto a rientrare. Deve essere pronta la cena. Il frinire delle cicale fuori e gli odori della cucina dentro. Tra un po’ farà buio e sentirò la mancanza di mia madre e di mio padre che sono a Roma. Ma ci saranno un abbraccio tenero di nonno, una carezza e qualche parola appena bisbigliata a confortare l’assenza e la nostalgia.
      Nini…

      Grazie, caro Luigi.
      Buona giornata a tutti voi, amici
      Ines

  • Non so scrivere poesie, però desidero lasciare un segno di solidarietà alla mia gente, ai lucchesi che sono emigrati portando con sé una valigia di cartone, molte speranze, l’arte delle figurine di gesso e, come tutti gli emigranti, la nostalgia di casa.
    La poesia è di Giuseppe Ungaretti, nato in Egitto da genitori lucchesi. Il titolo è “Lucca”.

    “A casa mia, in Egitto, dopo cena, recitato il rosario, mia madre
    ci parlava di questi posti.
    La mia infanzia ne fu tutta meravigliata.
    La città ha un traffico timorato e fanatico.
    In queste mura non ci si sta che di passaggio.
    Qui la meta è partire.
    Mi sono seduto al fresco sulla porta dell’osteria con della gente
    che mi parla di California come d’un suo podere.
    Mi scopro con terrore nei connotati di queste persone.
    Ora lo sento scorrere caldo nelle mie vene, il sangue dei miei morti.
    Ho preso anch’io una zappa.
    Nelle cosce fumanti della terra mi scopro a ridere.
    Addio desideri, nostalgie.
    So di passato e d’avvenire quanto un uomo può saperne.
    Conosco ormai il mio destino, e la mia origine.
    Non mi rimane che rassegnarmi a morire.
    Alleverò dunque tranquillamente una prole.
    Quando un appetito maligno mi spingeva negli amori mortali, lodavo
    la vita.
    Ora che considero, anch’io, l’amore come una garanzia della specie,
    ho in vista la morte.”

    Cara Ines e cari amici del blog,
    desidero ringraziarvi per questo viaggio nel nostro passato di emigranti.
    Ines ha osservato che è vivace, allegro, simpatico ma anche triste e degno a pieno titolo del nostro rispetto e della nostra memoria: è vero.
    La mediocrità non è di casa qui.
    Brava Ines, bravo Ernesto. Bravi tutti.
    Roberto (Lucca)

    • Caro Roberto,
      ci hai messo grande impegno per farmi commuovere, eh? Be’, ci sei riuscito.
      Grazie a te per le belle parole, per i contributi che ci offri e per la toccante poesia di Ungaretti. L’avevo letta una sola volta e mi ha fatto piacere ritrovarla nel blog.
      Bravo tu e bravi voi, cari amici, perché il blog siete soprattutto voi. Di questo sono convinta.
      Poiché ho notato il tuo interesse per l’articolo di N. Denton sulla mediocrità dei blog, Roberto, ti suggerisco di parlarne in “Spazio Libero” (ricordi, vero?), per evitare il sovraffollamento di idee in questo articolo. Commenteremo lì il tema, se sei d’accordo.
      Quanto alla mimica tutta italiana (altro argomento tenuto in sospeso e da te segnalato) come la spieghi? Senza fretta, naturalmente
      Un caro saluto
      Ines

      • Cara Ines senza fretta,
        ti abbiamo chiamata “ostessa”, “padrona di casa”, “ospite”.”Ines senza fretta” mancava e a me non dispiace: è destressante, in una realtà che costringe tutti a correre e ad affannarsi.
        Girando un po’ per l’Europa, per lavoro e per vacanze, ho notato che se chiedi un’informazione a un francese, a un tedesco o a un inglese la danno senza minimamente scomporsi.
        Se non hai una buona conoscenza della loro lingua, ma diciamo dell’inglese (parlato per fortuna in molti Paesi), e hai difficoltà a comprendere le indicazioni o informazioni le ripetono restando immobili, senza mettere in azione neanche un dito.
        Noi italiani ci sbracciamo: svoltare a destra? Ampi giri di mani verso destra. Svoltare a sinistra? Ampi giri di mani verso sinistra.
        “Rait-left-straiton”: mastichiamo il nostro inglese come meglio possiamo e ci aiutiamo con tutti i gesti possibili, pur di essere utili a uno straniero che chiede un’informazione.
        Siamo disponibili e ospitali. No?
        Saluti a tutti
        Roberto (Lucca)

        Sono d’accordo, Ines: parlerò della mediocrità (non solo dei blog) nello Spazio Libero. Senza fretta, sicuro!

        • Noi italiani saremo disponibili e ospitali come scrive Roberto, ma siamo anche molto ingenui e forse non ci rendiamo conto di quanto gli stranieri ci trovino buffi, quando non ridicoli, per il nostro continuo gesticolare e l’ostinazione a “masticare” male le lingue che non conosciamo.
          Angela

  • “Mandi mandi
    tal disìn par furlan
    chè tu ti vìsis
    quant che tu sês lontan …”

    Durante la ricerca di “Lacreme napuletane” ho trovato – tra le canzoni popolari degli emigranti -
    anche “Mandi”, di cui ho riportato il ritornello.
    Ho provato a cantarla ma è stato un fiasco, sia perché non ne conosco la musica sia perché pronuncio il friulano così male, ma così male … :-(

    La dedico al nostro amico Luigi, che non è in punizione nell’altro blog (come qualcuno potrebbe pensare), ma immagino sia “super-impegnatissimo”.
    Mandi, caro Luigi
    Ines

    P.S. Come promesso ho parlato della nostalgia di Scioglilingua (Attualità – “Bella, Prof.!”), cari amici.
    Naturalmente chiunque desiderasse farlo potrà aggiungere i propri commenti.

  • TA-TA-TA-TAAAN…
    Be’, ragazzi, mi sto adeguando. Tra l’ECCHIME tutto romanesco, il PANT fumettistico, l’UAO servito bello e pronunciato, anch’io ho scelto un’espressione. Non sono sicura che si scriva così, ma serve ad annunciare le mie domande.
    A Ernesto. Le altre dopo, per evitare un bombardamento.
    Perché serve la Sciuranza per accedere alla Mergensìa? Il sistema sanitario canadese è soltanto privato?
    Gli italocanadesi preparano il vino in casa, i pelati, i peperoni, i carciofi, le melanzane (e tutti gli ortaggi in compagnia coltivati nella Beccagliarda) nei barattoli, come si usava e molte famiglie usano ancora fare in Italia?
    Ma soprattutto: conservano e tramandano ai loro figli le tradizioni culinarie italiane?
    Si fa una smazzata a briscola, almeno qualche volta? Che so … a Natale o in altre occasioni particolari, quando ci si riunisce nel Basamento – che non è una base militare! – per una festa e per gustare insieme un bicchiere di vino che non abbia preso d’aceto…

    Buona giornata a tutti, cari amici
    Ines

    • Carissima Ines,
      Il tuo TA-TA-TA-TAAN accompagnato dal V ciurcilliano e le note beethoveniane si adatta benissimo ad esprimere la tua esuberanza letteraria.
      Il sistema sanitario in Canada è gestito dalle varie province ed è gratis.
      Le medicine non sono incluse ma se hai “la sciuranza” privata chissene f…?
      Molte ditte la offrono come incentivo o supplemento collettivo a “locoste”.
      Dopo i 65 anche le medicine sono gratis.
      La tua asserzione sul “fassotuttomì” … certo, tutti quelli che possono, ne hanno il tempo, l’aiuto e lo spazio, nonchè i fornelli e i calderoni… da queste parti non c’è il “ribollir dei tini” ma tutto un ribollir di caldaie di barattoli di pomodori pelati o passati, peperoni arrostiti alla griglia, melanzane e tutto l’altro che produce “la farma”… e la “beccagliarda”, naturalmente.
      C’è però il fermentar di damigiane nei “selli”.
      Le partitelle a carte si fanno sempre, in casa, al bar, al club etc… troppe volte il vino offerto dal padrone di casa non è più vino e non certo adatto a condire la cicoria selvatica di cui ieri sera ne ho fatto una mangiata, con vino del Pelee Island. Cabernet Franc ottimo, con tanto di lucertolina sul “ticchette”.
      Le case, almeno nelle zone più frescoline, sono fatte scavando un paio di metri o più e formando una base di cemento (basemente). Su questa forma di cemento si appoggiano i “tubaifore” che formano la struttura portante dell’abitazione. La necessità è di appoggiare le fondamenta al di sotto del livello che gela, se no il ghiaccio la solleva e la frantuma. Generalmente rimane un grande stanzone sotto il primo piano che se finito e ammobiliato si adatta ad ospitare da 20 a 30 persone.
      Il Canada ha milioni di laghi. Insomma l’acqua non manca. Si prende subito l’abitudine di fare la doccia tutte le mattine perciò il “cavalluccio” non è popolare come in paesi più caldi. Sento che spopola nel Medio Oriente!

      Cara Giusy,
      infatti i beef steak sono una varietà di pomodori da tavola e non le bistecche di Manzoni.
      Le bistecche si chiamano T bone steak, Flank steak, New York steak, etc…
      Cerca con Google beef steak e ne trovi pagine intere di tutte le varietà e descrizione.
      I nomi Steak e Stick si confondono nella pronuncia simile di “stecca”.
      Poiché questi pomodori sono di grandi dimensioni necessitano di un paletto di sostegno.
      Perciò sono conosciuti anche come “Stick Tomatoes”. Dalle dimensioni generose in altezza e corpo ne viene l’appellativo anche per “la giuggiolona” -:) .
      Uicchenne, anche noi lo pronunciamo così… perciò dico che gli italiani di oggi frammistanto l’inglese parlano come gli emigrati di una volta!
      La sola differenza che allora era pietoso, oggi fa “tanto fichetto”. ^-^

      Caro Roberto,
      Credo che alcune domande tue sono “addressate” nelle precedenti. I tubaifori e i forifive a dopo che meritano un capitolo a se stante!
      Intanto grazie dei tuoi commenti e della bella poesia di Ungaretti.
      Ma cattivone sei! (pronunciato alla siciliana!). Hai fatto piangere una donna.

      “Tazzole” e “tazzette”! (provate queste adesso)
      Ernesto

      • Caro Ernesto,
        ahi! Hai toccato un tasto dolente: la mia esuberanza.
        Ahi ahi! Hai toccato un altro tasto dolente: mi commuovo, sì. Spesso e anche senza piangere: è un’emozione che avverto dentro, come un tremore.

        Passiamo ad altro: “tazzole” e “tazzotte”?! Non riesco a capire cosa possano essere.
        Ciao
        Ines

        • Carissima Ines,
          il commento di Roberto ha commosso pure me, però non capisco perché rispondendo ad Ernesto parli di tasti dolenti.
          Io vedo positiva la tua esuberanza e positiva la commozione per un gesto galante, non ti sembra? Oppure scherzavi?
          Giusy

  • Nell’Ontario vivono 560.000 italocanadesi, nel Quebec 174.000, nel British Columbia 73.000. In prevalenza gli italocanadesi vivono nelle grandi aree urbane di città come Toronto, Vancouver e Montreal.
    Ernesto Carbonelli, per esempio, vive a Toronto.
    Secondo i dati del Dipartimento di Immigrazione e i censimenti risulta che la comunità italiana (soprattutto calabresi) in Canada è il quarto gruppo in ordine di consistenza, dopo quelli di origine inglese, francese e tedesca.
    L’incremento più consistente del numero di residenti appartenenti alla comunità italiana in Canada avvenne fra il 1951 ed il 1961, quando passò da 50.000 a 400.000 unità.
    Nel 1971, la popolazione residente in Canada di origine Italiana era di 730.000 unità, dei quali 385.000 risultava nata in Italia.
    Nel 1971 il Canada fu il primo Paese ad adottare ufficialmente il multiculturalismo. Come dichiara il sito web del Canadian Heritage, «il Canada affermò così il valore e la dignità di tutti i cittadini indipendentemente dalle origini razziali o etniche, dalla lingua o dalla religione».

    PANT…che pedalata!
    Le informazioni sono tratte da Mediazione culturale.it. Niente farina del mio sacco, se non la notizia che riguarda il simpatico Ernesto.
    Saluti
    Roberto (Lucca)

  • Oh Ines, non solo ci ospiti, devi anche pagare il tichette dei servizi?
    Un sorriso vale più del denaro! Beh, è vero che al marchetto non si può pagare con i sorrisi, però tra noi cosa c’è di più bello di un sorrisone?
    Caro Ernesto, ecchime con le mie domande.
    Biffestecche sono i pomodori giganti? Io pensavo che fossero le Beef Steak!
    Anche le ragazze formose sono chiamate così?
    In Italia chiamiamo Bisteccone un giornalista sportivo ben nutrito: Giampiero Galeazzi.
    Il tuo “mah” sui bagni senza bidet significa che ti sembra strano che manchi il bidet oppure che noi italiani non capiamo come possa mancare il bidet in un bagno?
    Anche Uichenne è tra le parole italo-canadesi?

    Sono povera in canna. Mi risponderai ugualmente?
    Come si fanno i sorrisi qui nel blog, Ines?
    Saluti a tutti da Giusy

    • Cara Giusy,
      che simpatico commento ci hai regalato, grazie!
      Purtroppo è così: al marchetto non si può pagare con i sorrisi, altrimenti sai che bello sarebbe?
      Non soltanto per le nostre tasche, intendo: vedremmo sicuramente molte più persone sorridenti, in giro. E non sarebbe male, visto che si sorride sempre meno …
      Il sorriso sul blog? Subito.
      Bisogna digitare uno dopo l’altro i due punti, poi il trattino basso e infine la parentesi chiusa.
      Si trasformerà in un sorriso quando sarà leggibile sul blog.
      :-) Questo è per te.

      Caro Roberto,
      ottima ricerca, che ho trovato molto interessante.
      Se il nostro è un blog di simpaticoni (come tu sostieni) è grazie a voi, credetemi.

      A tutti voi un caloroso saluto
      Ines

  • Buongiorno a tutti.
    Propongo un’ovazione per Ernesto. Hip hip urrà!
    Si è sobbarcato l’incarico di spiegarci una sfilza di parole in un giorno festivo: ticchetta doppia.
    Avrei fatto fiasco con Sèllo traducendolo Seller (venditore) e con Farma (farmer=agricoltore).
    Mai sarei riuscito a tradurre Musso perché non conoscevo l’inglese Moose (alce americano) e quanto a Nuvè o Enuvè erano difficilissime da azzeccare e restano difficili da digerire per noi uomini.
    Poiché ci anticipi che ci sono belle storie dietro Tubaifore e Forifaive a me piacerebbe conoscerle, caro Ernesto.
    Senza fretta, come raccomanda Ines, che piange “lacreme” romane pensando al cascemoni che dovrà sborsare per la tua consulenza. Trattasi sempre di emigrazione: di argent, dall’Italia al Canada.
    Grazie per la segnalazione della canzone “Lacreme napuletane” a Ines e del consiglio di fare un giro su Google a Ernesto. Lo farò in Baisicola.
    Che blog di simpaticoni!
    Saluti a tutti
    Roberto (Lucca)

  • Caro Roberto,
    in uno dei tuoi ultimi commenti hai fatto riferimento a una bella canzone napoletana:
    “Lacreme napuletane”, scritta da Libero Bovio e cantata sia da Mario Merola sia da Massimo Ranieri.
    Sono “lacreme” di un emigrato: è una canzone molto triste, ma merita di essere ascoltata.

    “E nce ne costa lacreme st’America
    a nuje napulitane!…
    Pe’ nuje ca ce chiagnimmo ‘o cielo ‘e Napule,
    comm’è amaro stu ppane!”

    Ciao
    Ines

  • Avanzo una proposta, gentile Ernesto. Lei descrive (senza fretta, come suggerisce Ines) le situazioni simpatiche in cui sono usate le parole canaliane, io preparo la lista dei temi che la padrona di casa vorrebbe trattare, prima che si perdano strada facendo. Poi entrambi mandiamo la ticchetta a Ines.
    Siccome faccio una fatica mostruosa a ricordare a chi ho dato il tu e a chi il lei, propongo anche di darci tutti il tu (se siete d’accordo) e di non pensarci più.
    Saluti
    Roberto (Lucca)

    • Ticchetta?! What’s ticchetta? ;-)
      Calma, ragazzi … ho l’impressione che vi stiate coalizzando per ridurmi in miseria e magari vorrete essere pagati anche cascemoni! Povera me … :-(

      Sono d’accordo sul tu. Per me non ci sono problemi, anzi in contesti informali e amichevoli, come è il nostro, lo preferisco.
      Un caro saluto a tutti
      Ines

    • Cari tutti, ecchime!

      Accascia: In cash, in contante.
      Cascemoni, Cash money, moneta suonante.
      Scioppa, Shop, bottega, negozio.
      Stecca, Steak or Stick, T bone steak, bistecca con l’osso, paletto di sostegno per i pomodori biffestecche, ragazza formosa.
      Biffestecca, Giant tomatoes, pomodori giganti.
      Draivà, To drive, guidare, per questo hai bisogno del prossimo:
      Licenza, License, patente o patentino di guida. Anche del prossimo…
      Sciuranza, Insurance, assicurazione. Ne hai bisogno se vai alla prossima!
      Mergensía, dove vai se ti rompi qualche osso drivando, ER, Emergency Room, all’ospedale…
      Tubaifore, questa è una tutta particolare e da raccontare. 2×4 (Two by Four) è la misura standard degli elementi di legno basici di costruzione delle case nordamericane. In alcuni casi si usa come un eufemismo per stuzzicadente!
      Forifaive, anche questa sarebbe da raccontare! 45 gradi… tra i carpentieri è sinonimo di tagliare ad angolo… qualsiasi angolo… Il viale in pendenza è “un pò a forifive”
      Bócchésétta, a Little Box, dove si mettono i sogni, la teca per i gioielli.
      Televicion, già sviscerata…
      Picciura, Picture, imagine, quello che si vede alla televisiòn.
      Vascerumme, già detto…
      Sèllo, Cellar, dove secondo le intenzioni dei nativi in casa si immagazzinano la frutta e la verdura, secondo gli italiani dove si fa, fermenta e si immagazzina il vino fatto in casa. Anche dove si portano gli amici ad assaggiare il vino che quasi sempre è venuto d’aceto…
      Basamento, dove si trova il sèllo, ossia lo scantinato. Se rifinito dove la famiglia vive, cucina, riceve gli ospiti e lascia solo per andare a dormire a notte tarda.
      Accuapassamaccarunistoppe, già trattato, non che non ci sarebbe altro da dire…
      Beccauso, Backhouse, la capannella dietro la casa per i bisogni corporali ai tempi vittoriani… dopo venne di moda incorporare il vascerumme nelle mura domestiche… per gli italiani in visita sorgente di gran meraviglia: non ci si trova il bidet… mah!
      Gliarda, The Yard, il pezzo di terra davanti casa ricoperto d’erba dove durante il uicchenne il padrone di casa deve sfogarsi ad usare il tosaerba: una invenzione inglese per deprivare gli emigrati della partita a briscola al bar!
      Beccagliarda, Back Yard, dove crescono i biffestecche, il radicchio variegato, i peperoni colorati e tutte le erbe che il creatore ci dette quando non fu pago solo di averci donato il cielo e il mare!
      Nuvè, questa è l’espressione favorita delle donne: No Way! Mai, no, scordatelo, etc…
      Enuvè, una rinforzante di quella di sopra: Any Way, in ogni caso… aggiungi no, mai, nemmeno manco se ti sbatti…
      Baisicola, quando sei andato attraverso ciò che precede prendi questa e ti vai a fare una passeggiata… Bicycle, bicicletta insomma…
      Musso, Alce nordamericano. Il soggetto dei cacciatori… spendono settimane nella tundra per ammazzarne uno e dopo spendono il resto dell’anno a distribuirne la carne che alla maggioranza fa schifo… io preferisco i biffestecche…
      Farma… Old Macdonald had a farm… il podere fuori città con tutti gli animali, i trattori e le falciatrici… Anche dove si va il uicchenne a cogliere le mele…

      UAO che faticaccia… qua veramente ci vorrebbe il ticchettamento…

      Ernesto

      • Grande Ernesto! Meriti … :-) :-) :-) … tre sorrisi!
        E non dirmi che i cascemoni valgono più di un :-) , eh?
        Ottima carrellata, resa vivace dai tuoi simpatici commenti e dall’aspettativa che ora hai creato su “tubaifore” e “forifaive”.
        Grazie di cuore.
        Avrei alcune curiosità da soddisfare, ma preferisco dare la precedenza ai nostri amici.
        Un caro saluto
        Ines

        P.S. Ehm … il ticchettamento si potrebbe eventualmente rateizzare?

    • Carissimi tutti, qua aumenta la “cecca” eh!
      Ho promesso a Roberto di elaborare sulla parola tubaifore ed eccomi a “uorcare” ancora senza la speranza di avere una ticchetta pagata, nemmeno per lo straordinario, “nevermaine” l’orario normale enuvè…
      Nella costruzione di case, qua si usa il legno. I pezzi sono di misura standard. Uno di questi pezzi, il più comune, misura due pollici per quattro.
      2” x 4” ovvero TWO BY FOUR!
      All’appena sbarcato cui è stato subito dato il lavoro di assistente carpentiere, non perché di alto ingegno bensì perché nipote del “big boss”, il carpentiere capo gli chiede di passargli quel “tubaifore” lì. Come è naturale lui pensa che tubaifore è un pezzo di legno e d’allora qualsiasi pezzo di legno per lui è tubaifore…
      Poi va alla “grocetteria” (lo storo del fudd) , quant’evvero il paradiso, e chiede una scatola di tubaifore (gli stuzzicadenti), va al vivaio e chiede un fardello di tubaifore ma vuole le stecche per i bifstecche, va in farmacia e chiede…gli stecchini coi battufoli d’ovatta per pulirsi le orecchie… e via così discorrendo!
      Lassamo perde se no il padreterno ci manda qualche “tazzetta” incartata in qualche saetta… Alla prossima coi forifive… Ma la ticchetta chi la paga???
      Ma che credevate di aver finito?
      Ernesto

  • Cara Ines,
    grazie dei complimenti. Vorrei chiedere ad Ernesto la cortesia di spiegarmi cosa significano Vascerumme e Cascemoni. Anche dietro queste parole ci sono storie?
    Spero di non essere noiosa con le mie richieste …
    Per ricambiare la disponibilità di Ernesto provo a tradurre qualche parola. Televicion deve essere televisione (television), Scioppa negozio (shop) e Draivà può essere guidare (drive).
    Ciao a tutti da Giusy

    • La cortese Giusy mi chiede il significato di “vascerumme”.
      Ma io l’ho visto scritto anche a Fiumicino… Washroom, Bagno, Toilette, Bains, Baños, Badkamer… etc…
      “Cascemoni”; i francesi preferiscono “l’argent”, gli italiani pagati in nero. Denaro sonante insomma!
      Certo che ci sono storie dietro a queste parole: Cosi’ le pronuncia la vicina di casa napoletana: “Ndo vaie a u vascerumme?” e “Comme me paghi co u cascemoni?”
      E adesso a chi mando la ticchetta? A Ines?
      Cordialmente
      Ernesto

  • Cari amici,
    vedo che vi state divertendo a tradurre le parole itanglesi e che le avete azzeccate tutte. Complimenti anche a Giusy.
    Hai ragione, cara Giusy: “ticket”, pronunciato “tichette” da chi non conosce l’inglese ( è naturale che sia così: nulla di cui scandalizzarsi, dunque), è un vocabolo usato comunemente in italiano, come le altre parole citate da Roberto.

    Veramente divertente la storia delle peripezie affrontate dalla cognata di Ernesto per acquistare uno scolapasta.
    Anch’io ringrazio di cuore il nostro simpaticissimo corrispondente da Toronto, perché ci fa sorridere ma ci invita anche a riflettere, come osserva giustamente Roberto.
    Sono preziosi spaccati di vita, secondo me, proprio per questo duplice aspetto: divertono e nel contempo lasciano una traccia (e una memoria!) di piccole vicissitudini umane molto importanti, se ne cogliamo le diverse sfaccettature.

    Non so spiegarti, caro Roberto, perché le parole citate da Ernesto sono più difficili.
    Mi offri, invece, un altro spunto. Quanti spunti! Che squadra agguerrita, ragazzi!
    Riguarda la mimica a cui hai accennato. Vogliamo parlarne? Senza fretta e senza vincoli, ovviamente.

    A tutti buona giornata
    Ines

  • La padrona di casa si complimenta con me! Allora continuo. :-)
    visco = whisky (chissà …)
    pichinicco = picnic
    besenisso = business = affare
    ghirla/gherla = girl = ragazza
    marchetto = mercato/market
    tichetta = ticket = biglietto/scontrino
    ticia = teacher = insegnante

    Ormai molte di queste parole sono entrate a pieno titolo nella lingua italiana: whisky, businessman, market, ticket.

    Mi sembra invece che le parole date da Ernesto siano più difficili da tradurre.
    Perché?
    Saluti a tutti
    Roberto (Lucca)

  • Cara Ines,
    ghirla o gherla potrebbe essere ragazza (girl), marchetto il mercato (market) e tichetto il ticket, una parola che anche noi usiamo, a volte trasformata in “tichette”.
    Mia nonna, per esempio, dice che lei è esente dal pagamento del tichette per i farmaci.
    Ci hai domandato quali emozioni ci danno queste parole: l’ammirazione per il coraggio e l’intraprendenza dei nostri emigrati. Leggendo le poesie e i racconti di Ernesto sulla nostalgia per la Rava, sulle difficoltà incontrate per adattarsi a un’altra cultura e a un’altra lingua non posso fare a meno di pensare a tutto questo con ammirazione.
    Ciao a tutti da Giusy

  • Cara Ines e cari amici del blog,
    mi sono arrangiato a tradurre qualcuna delle parole offerte come antipasto da Ines:
    aiscrima = ice cream = gelato
    stritto= street = strada
    carro = car = automobile
    bucco = book = libro
    storo = store = negozio
    bosso = boss
    giobba = job = lavoro

    Ho visto che Ernesto Carbonelli gioca duro!
    La mia solita curiosità da buongustaio, caro Ernesto: “Acquapassamaccarunistoppe”, i maccheroni e poi?
    Saluti
    Roberto (Lucca)

    • Caro Roberto,
      ottima la tua traduzione. Complimenti.
      Naturalmente le parole inglesi venivano “italianizzate” prevalentemente con l’aggiunta di una vocale, perché nella nostra lingua tutti (o quasi tutti) i vocaboli finiscono con una vocale. Si tratta di un adeguamento spontaneo, ben diverso da un altro genere di adeguamento di cui mi piacerebbe parlare con voi, amici, per conoscere le vostre opinioni.
      Ne riparleremo presto.

      Aspettiamo, senza fretta, che Ernesto ci spieghi l’arcano di “acquapassamaccarunistoppe”, per ora.
      Un salutone
      Ines

    • Caro Roberto,
      Eccoti accontentato!
      Appena arrivata a Toronto mia cognata, giovane ciociara di ragguardevole cilindrata, ha bisogno di utensili per la cucina. Non conoscendo l’inglese e non vedendo nel negozio quello che le serve, accosta un commesso e a gesti cerca di farsi capire. Quello non capisce perché questa matta mette le mani come per indicare un buco e cerca di introdurci qualcosa. Esasperata lei torna a casa, prende qualcosa e ritorna al negozio. Prende il commesso per la collottola e lo porta al gabinetto. Apre il rubinetto dell’acqua, prende dalla sua sporta una manciata di rigatoni e tenedoli nelle mani li mette sotto l’acqua corrente. Rivolgendosi al commesso dice: See (vedi)! Acquapassmaccarunistop. Il commesso allora capisce che lei voleva comperare uno scolapasta!
      Cordialmente
      Ernesto

      • Caro Ernesto,
        non potevo immaginare che dietro l’espressione “acquapassamaccarunistoppe” si nascondessero una storia che combina tanti ingredienti e uno scolapasta!
        L’amore degli italiani per la pasta, il ricorso alla mimica (anche questa italiana) quando dobbiamo comunicare con uno straniero e non conosciamo bene la sua lingua, la determinazione della signora. Non si arrende, torna a casa, prende i rigatoni e dà una dimostrazione pratica al commesso … nel gabinetto!
        La prima volta per spiegarsi la donna usa dei gesti che possono alludere a un incontro amoroso; la seconda volta porta il commesso nel gabinetto, dopo averlo preso per la collottola. Il commesso forse ha pensato “Come sono focose queste italiane!”
        Grazie, Ernesto! La storia è buffa, ma dovrebbe anche far meditare sui … rigatoni “amari”.
        Come è amaro ‘stu pane, mi è venuto in mente. Da dove?
        Saluti a tutti
        Roberto (Lucca)

        • Caro Roberto,

          Tu proverai sì come sa di sale
          lo pane altrui, …

          L’Alighieri parlo’ in questi termini, ma ci sono parecchi scritti sul soggetto e anche filmati che ricostruiscono momenti quando gli italiani non erano quelli delle arti, del made in Italy e degli spaghetti che crescono sugli alberi…

          Cerca su google e troverai tante cose che ti sorprenderanno e faranno del tuo fardello uno molto pesante da portare sulle spalle…
          Ernesto

  • Cari tutti,
    le parole suggerite dalla nostra cara ospite sono facili e assegnabili più agli Americani (Statunitesi) di qualche lustro passato. Inoltre rispecchiano un connubio con dialetti meridionali, ora quasi del tutto desuete.
    Come i dialetti in Italia, sono usate solo dai pochissimi vecchi ancora in vita e qua che non impararono mai l’Inglese.
    Appena mettevano piede negli USA nel secolo scorso agli emigrati veniva proibito parlare altro che Inglese sotto pena di essere tacciati da spie. Causa era il famoso “Grande Calderone” (Melting Pot) sogno del senatore J. Macarthy che vedeva spie sovietiche in ogni angolo precipitando la guerra fredda.
    Non ci sarebbe troppo da meravigliarsi per il fenomeno in causa capendone le ragioni, ma fu per molti anni causa di dileggio per coloro che con le loro rimesse sostennero le famiglie rimaste, peccato.

    Nel Canada le cose furono diverse. Ci fù e c’è ancora libertà totale di parola. (Eccetto che nel Quebec!)
    Questo diede luogo alle parole di dialetti più diversi a mescolarsi reciprocamente e in turno a mescolarsi con l’inglese. In Canada un Calabrese e un Friulano si ritrovavano spesso fianco a fianco sul lavoro.
    O l’uno imparava a capire l’altro o andavano tutti e due a casa… Tolleranza sì ma incomprensione…
    I risultati sono da immaginarsi.
    Riporto alcune di queste parole e dove richiesto ne racconterò la storia…
    Da tenere in mente che molte di queste sono da pronunciare “chiuse” o “aperte” dando loro un accento nordico o sudicio :-) !

    Accascia, Cascemoni, Scioppa, Stecca, Biffestecca, Draivà, Licenza, Sciuranza, Mergensía, Tubaifore, Forifaive, Bócchésétta, Televicion, Picciura, Vascerumme, Sèllo, Basamento, Accuapassamaccarunistoppe, Beccauso, Gliarda, Beccagliarda, Nuvè , Enuvè, Baisicola, Musso, Farma…

    Con tutto il rispetto dovuto naturalmente,
    Ernesto Carbonelli
    Toronto

    • Caro Ernesto,
      in “Ho sposato un comunista” lo scrittore P. Roth si è ispirato al periodo storico cui tu ti riferisci: il maccartismo, che prese il nome, appunto, dal senatore McCarthy.
      Non ho ancora letto il libro, ma è considerato dalla critica uno dei migliori di Roth, che per giunta è un autore che apprezzo molto.

      Hai accennato alle difficoltà incontrate dagli emigrati italiani nel comunicare tra loro se provenivano da diverse regioni. Penso che da parte di tutti ci fosse il massimo impegno per superarle, non soltanto per la ragione primaria che tu hai detto (“O l’uno imparava a capire l’altro o andavano tutti e due a casa”), ma anche per il bisogno di conoscersi e di ritrovarsi come Italiani, come individui appartenenti allo stesso Paese.
      Mi chiedo, dunque, se è giusta la mia impressione: per riconoscere le radici comuni, per rinnovare il senso di identità (e di unità) nazionale, per superare i confini regionali è necessario incontrarsi da stranieri in un altro Paese.

      Se ho capito bene, caro Ernesto, tu ci hai offerto uno spuntino (per dirla con Roberto il … buongustaio) di vocaboli “canaliani”. Grazie!
      Proveremo a tradurle. Quanto alle storie, be’, sarei curiosa di conoscerle tutte, ma intanto ho visto che Roberto già reclama i maccheroni…
      “Con tutto il rispetto dovuto”: sicuramente e non può essere altrimenti. Leggere questi vocaboli e conoscere le loro storie è, a mio avviso, il nostro modo per non dimenticare le fatiche, i sacrifici, le amarezze dei nostri emigrati.
      Un caro saluto
      Ines

      • Carissima,
        tu dici: “Mi chiedo, dunque, se è giusta la mia impressione: per riconoscere le radici comuni, per rinnovare il senso di identità (e di unità) nazionale, per superare i confini regionali è necessario incontrarsi da stranieri in un altro Paese.”

        La tua impressione, cara Ines, non solo è giusta ma quella necessità diede adito alla formazione di sodalizi sparsi in tutti i paesi del mondo. Dovunque si vada al mondo, dove sono emigrati gli italiani, la trovi dei club dei paesi d’origine dei gruppi che fanno feste e ricorrenze sia civili che religiose.
        Per far esempio noi a Toronto facciamo la festa del patrono alla stessa maniera come si fa a Supino con tanto di statua e processione, sindaco e sacerdote, rappresentanza comunale e civile dal paese.
        E mi no scherzo sai!
        La cosa che scoraggia però è che noi parliamo ancora il dialetto ma loro non ci capiscono piu’… nemmeno in italiano. Quello che parlavamo qualche anno fa, per intenderci!
        Cari saluti
        Ernesto

        • Carissimo Ernesto,
          penso che per un emigrato conservare le proprie tradizioni e i contatti con le persone che provengono dallo stesso Paese sia un bisogno legittimo, da soddisfare: un modo, forse, per garantire alla propria vita e al tempo una sorta di continuità di cui tutti abbiamo bisogno, pur con i cambiamenti inevitabili e, in questo caso, radicali.
          Ciò che non mi è chiaro, Ernesto, è perché molti hanno smesso di parlare e dunque di capire l’italiano. Parli forse dei giovani, dei figli degli emigrati? Oppure anche di coloro che sono arrivati in Canada portando con sé – tra le altre cose, in una “valigia interiore”- anche la lingua o il dialetto d’origine?
          Grazie di cuore per la disponibilità e per il tuo gentile contributo.
          Un salutone
          Ines

  • Cara Ines,
    per curiosità sono andato a leggere l’articolo su Nick Denton e la mediocrità dei blog. Non mi sembra che la cosa riguardi i tuoi blog, ma evito altri commenti altrimenti si potrebbe pensare che… Però vedrò, sai?

    La risposta di un emigrante al ministro, la Poesia di Ernesto Carbonelli e le sue parole “o sbirro o prete; o brigante o emigrante”, il “pane salato”: tutto questo, oltre ad aumentare la mia stima e la solidarietà per gli emigrati, mi ha fatto pensare alla fuga dei cervelli di cui si parla spesso oggi.
    Fuori tema forse, però vorrei ugualmente fare un accenno alla differenza. Un secolo fa si emigrava per necessità, oggi si emigra quasi sempre per ambizione.

    Mi divertirò a tradurre qualcuna delle parole di itanglese appena avrò un po’ di tempo.
    Grazie a Ernesto per averci aperto il cassetto dei ricordi, come tu hai scritto, Ines (bella espressione) e grazie anche a te.
    La mediocrità non abita qui.
    Saluti
    Roberto (Lucca)

  • La Rava alla Merica

    La Rava, para ca tene la callamita:
    stai alla Merica tu senti n’arumita,
    alloco, tu para d’esse nu straniero,
    i vai annanz’areto cugliu pensiero.

    Alloco ca è gliu paeso andó si nato,
    a qua purché è andó tu si emigrato.
    Alloco ca rufiati l’aria du muntagna,
    a qua ca gliu dolloro su guadagna!

    Eh la vita nostra! … E’ ‘na purcarìa,
    alloco su sentimo an prigionia,
    m’assisi sotto a stu celo merecano,
    alla Rava ci pensimo … da luntano!

    Ernesto Carbonelli – Toronto

  • Gentile Ines
    Come vedi non sono molto assiduo nel partecipare soprattutto perchè spesso mi manca quell’ora da dedicare alla cultura a meno che l’argomento in qualche modo non mi tocca o incuriosisce.
    Tre giorni fa , in partenza per la Germania, cenavo in un ristorante di Fiumicino. Al tavolo adiacente al mio mangiavano pesce tre uomini di età tra i 40 ed i 60 anni . Chiacchieravano tra loro ed a tratti parlavano al telefono. Ha attirato la mia attenzione il fatto che parlavano ad alta voce e nonostante questo non capivo quasi nulla. Era un miscuglio di parole dialettali , mi è sembrato napoletano, e americane per l’accento ma che non conoscevo. Non riuscivo a spiegarmi che persone fossero, che idioma parlassero, che lavoro svolgessero. Ines il tuo intervento è stato illuminante. Erano emigrati napoletani che erano stati in visita in Italia e stavano ripartendo. Ho notato che oltre a modificare le parole americane alternavano nei loro discorsi parole del dialetto napoletano con parole americane come se l’insieme fosse una lingua a se stante : nè napoletano , nè americano ma il napolamericano. Non avevo mai riflettuto su questo aspetto culturale del fenomeno emigrazione in America. Ora posso dire che esso costituisce un pò l’anima delle little Italy delle città americane e canadesi.
    Saluti a presto
    Gianni

    • Caro Gianni,
      grazie della tua testimonianza.
      Penso (ma non ne ho la certezza) che l’itanglese non fosse un linguaggio unico, ma che subisse le influenze dialettali delle regioni italiane di provenienza degli emigrati. Non escludo che coniugasse il dialetto e l’inglese e che, quindi, esso contenesse differenziazioni, pur nella sua omogeneità generale.
      L’itanglese mi ha fatto tornare in mente un bel libro di Melania Mazzucco, “Vita”, che – pur essendosi aggiudicato il Premio Strega nel 2003- non ha avuto (a mio avviso) il successo che avrebbe meritato, se pensiamo a quanti romanzi di dubbia qualità siano oggi considerati bestseller.
      “Vita” è la ricostruzione storica dell’emigrazione di una famiglia italiana agli inizi del Novecento. Nell’opera merita apprezzamento soprattutto il lavoro di ricerca che la giovane autrice deve aver condotto per narrare una storia di emigrazione con tanta abilità e fedeltà alle contingenze storico-sociali dell’epoca. Frequente è, nel libro, il ricorso al dialetto e all’itanglese, appunto.

      Quanto alla tua assiduità nel partecipare al blog, caro Gianni, non preoccuparti: non è la quantità degli interventi che conta, secondo me, ma la qualità e soprattutto il piacere di incontrarci, quando possiamo.
      Proprio sul Corriere della Sera di ieri (17 marzo) c’era un articolo di Viviana Mazza sulla qualità dei commenti nei blog…
      Alla prossima
      Ines

      • Carissima Ines,
        potrei aggiungerne di parole canaliane alla lista!
        La vita dell’emigrato è stata la mia per quasi cinquant’anni e di pane salato ne ho mangiato fin troppo!
        Mi limiterò a qualche curiosita’. Qualche osservazione pure, se me lo permetti.

        Le ragioni dell’addio ai monti furono molte. La piu’ cocente è stata la fame.
        La fame, quella del sud, provocata dai galantuomini sabaudi che con la scusa di unire l’Italia distrussero paesi, massacrando e violentando famiglie intiere, tolsero il lavoro agli uomini rimasti lasciando loro poche scelte: – o sbirro o prete; o brigante o emigrante!

        Costoro, in via di massima analfabeti, si trovarono non solo a dover comunicare per necessità di lavoro e vita giornaliera ma dovevano interagire anche con persone che come loro non parlavano l’inglese, tantomeno l’italiano. La via di mezzo fu quella di riconiare le parole più necessarie in maniera da potersi capire non solo con i “nativi” ma anche con i vicini di casa che potevano essere di qualsiasi nazionalità o colore.

        Sarà difficile se non impossibile compilare un elenco di parole evoltesi intorno alle necessità di gente così diversa per dialetto, linguaggio, ceto sociale, istruzione e quant’altro ci si può mettere nel calderone.
        Qualche “scapóccio” senz’altro uscirà prima o poi, come l’esempio della donna che andò a comperare uno scolapasta… e un ago!

        Cordialmente

        Ernesto Carbonelli
        Toronto

        • Carissimo Ernesto,
          un’altra poesia emozionante e una testimonianza che, per la genuinità e la ricchezza di significati, dovrebbe invitarci a riflettere. Grazie di cuore, anche perché immagino che non sia semplice per un emigrato aprire il cassetto dei ricordi. Il tuo contributo, dunque, merita gratitudine e affetto.
          Il “canaliano” è sicuramente l’incontro tra il canadese e l’italiano o meglio (come tu hai giustamente sottolineato) uno dei dialetti italiani.
          Il mio obiettivo, caro Ernesto, non è così pretenzioso da voler sviscerare un vocabolario tanto ricco ed esteso, ma quello di rendere onore agli emigrati, accennando alle parole e alle espressioni (tutte senza’altro molto vivaci e “sofferte”) che hanno permesso di far sì che persone di origine, provenienza, cultura e lingua spesso diverse comunicassero tra di loro.
          Aspettiamo, senza alcuna fretta, qualcuno dei tuoi “scapocci” e per noi sarà sempre un piacere leggere il nostro corrispondente da Toronto.
          Un abbraccio
          Ines

        • Gentile Ernesto,
          Ines ha ragione. Anche questa sua poesia è emozionante e forse tra tutte è quella che fa sentire di più lo stato d’animo e la nostalgia di chi è emigrato.
          Ci sono 3 parole che però non capisco, nella poesia: Rava, alloco, arumita.
          Può spiegarmele, per favore? Grazie e complimenti.
          Un saluto da Giusy

          • Gentilissima Giusy,
            La ringrazio e con piacere le chiarifico le parole a Lei oscure del dialetto supinese.
            La Rava è il nomignolo del mio paese: Supino. Non ci è dato sapere quando un macigno, una “rava” appunto, si staccò dalla montagna cui il paese è appoggiato rimanendo in una posizione precaria. Per prevenire un disastro il masso fu incatenato. D’allora il paese fu conosciuto come il paese della Rava Incatenata. Col passare del tempo divenne semplicemente “La Rava” e gli abitanti “Ravanesi”.
            Alloco: Non è altro che una locuzione latina rimasta nel dialetto… Ad(b?) Hoc Loco… Laddove insomma!
            Arumita: Eremita, derelitto, una persona sola, uno abbandonato dalla società.
            Cordialmente
            Ernesto

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