Da “Aidonchea” a … (voltiamo pagina, ma non troppo)

mar 30, 2012   //   by Ines Desideri   //   Attualità, Blog  //  77 Comments

“… Stress italiano non sarà mai; ma stresse sí. Perché? Perché per essere italiana, una parola deve per forza (eccezion fatta per certi nomi propri, sigle, onomatopee, articoli e preposizioni) terminare in vocale. E come s’aggiungono suffissi verbali, aggettivali e avverbiali alla radice straniera, cosí andrebbe fatto anche per i sostantivi: non spot ma spotto, non film ma filme, non sport, ma sporte, come lucidissimamente consigliava il grande Arrigo Castellani, anch’egli Accademico della Crusca… (da “Perché parliamo itangliano?” di M. Grosso, moderatore di “Cruscate”).

Aspetto le vostre riflessioni e considerazioni su questo tema.
Ines

77 Commenti

  • Gigi Proietti, ospite in una trasmissione televisiva di alcuni anni fa, si rivolge al presentatore:
    - Te piace ‘sto ‘fumando’?
    E il presentatore:
    - Il ‘fumando’?! Di cosa parli, Gigi?
    - Der vestito che me so’ messo – e fa un giro su sé stesso per farsi ammirare.
    - Ma quello che indossi si chiama ‘smoking’, non ‘fumando’!
    - Aho, e se io lo vojo chiama’ in itagliano? Er ‘fumando’, no?

    Per lasciare questo tema con un :-) , cari amici.

    Ines

  • Gentile Ines,
    non mi curo di sapere se “filme” al plurale dovrebbe restare invariato oppure diventare “filmi” perché non lo userei.
    Le chiedo adesso: pochi giorni fa alla mia esplicita domanda su questo tema Lei ha risposto che il “vestito italiano” non La convince. Nel frattempo l’ha convinta e ha cambiato idea?
    Angela

    • Cara Angela,
      che cosa La spinge a chiedermi se ho cambiato idea? Qualora fosse la mia risposta al commento del Signor Raso, mi dispiacebbe, perché significa che alcuni aspetti della mia “impronta” non sono evidenti e che sicuramente è per colpa mia, ma sono pronta a chiarirli senza alcun indugio: la trasparenza al primo posto (non è un caso che l’ipocrisia si trovi tra le parole da eliminare, secondo me).
      Non uso né userò “filme-filmi” e gli altri vocaboli adattati di cui abbiamo parlato: quando parlo o scrivo ricorro per scelta a pochissimi vocaboli stranieri e quei pochi continuerò a usarli come sono, piaccia o no a chi mi ascolta o legge i miei scritti. Le ragioni, come ho precisato nella risposta precedente, sono quelle espresse ampiamente da alcuni di voi e ho ritenuto superfluo esporle.
      Credo sia giusto che le mie ragioni siano rispettate come io rispetto quelle altrui, ma l’affermazione “io rispetto le opinioni altrui” è una frase vuota, e tale resta per me, se non si traduce in un comportamento: non è un caso, infatti, che io attribuisca alle parole il valore che assumono come comportamenti.
      Rispettare le opinioni altrui significa, per me, cercare di ragionare secondo quelle opinioni, modellare il mio pensiero perché prenda la forma di quelle opinioni: questo è ragionare senza preconcetti, senza le idee precostituite che impediscono il processo di immedesimazione necessario perché “rispetto delle idee altrui” non sia una frase vuota.
      Nel rispondere come ieri ho risposto al Signor Raso non sono partita, dunque, dal mio punto di vista (“non uso né userò i vocaboli adattati”), bensì dal suo e osservando il ‘problema’ (plurale: filme o filmi?) dal suo punto di vista ho espresso la mia opinione.
      Questo non significa che ho cambiato idea, ma che ho cercato di immedesimarmi nel pensiero del Sig. Raso, poiché non trovo costruttivo e aperto un confronto basato sui preconcetti.
      Sono contraria all’adattamento dei vocaboli stranieri come sono contraria a ogni estremismo perché ogni estremismo è un limite, a mio avviso. Considero un limite e una limitazione alla varietà e alla ricchezza della nostra lingua il purismo irriducibile, quello del rifiuto di qualsiasi parola che derivi da una lingua straniera, ma considero un limite di gran lunga maggiore rispettare le opinioni altrui soltanto con le parole: il vero rispetto, secondo me, si dimostra con i comportamenti, ché a parlare siamo tutti bravi.
      E concludo: se “rispetto” deve essere inteso soltanto come una parola senza tradursi in un comportamento sceglierò di cancellarlo dal vocabolario.
      A riparlarne lì, dunque. Senza fretta.
      Un cordiale saluto, cara Angela
      Ines

      • Gentile Ines,
        il Suo discorso non fa una grinza e mi congratulo vivamente con Lei se riesce a mettere in pratica ciò che scrive.
        Varrebbe la pena riprenderlo, come Lei suggerisce, nella nuova pagina.
        Ora Le rivolgo l’ultima domanda su questo tema, poi anch’io mi asterrò da altri commenti. Conto sulla Sua franchezza nel rispondermi. Pensa che i sostenitori del purismo linguistico rispettino le Sue opinioni nel modo in cui Lei intende, cioè con i comportamenti, non soltanto con le parole?
        Angela

        • Cara Angela,
          posso garantire la franchezza per quanto riguarda i miei pensieri e i comportamenti che ne derivano. Posso garantire anche la franchezza nell’esternare le mie impressioni, ma le impressioni, come Lei sa, non sempre sono attendibili. Partendo da questa premessa e aggiungendo che non ho avuto molte occasioni di confronto con i puristi la mia risposta è no. Dubito, infatti, che rispettino le mie opinioni, ma non mi sorprende: la nota dolente (un’altra!) del rispetto reciproco (reale, non fittizio) riguarda buona parte della società.
          Un caro saluto
          Ines

      • Cara Ines,
        alla parola “film” è stata recentemente data parecchia attenzione.
        Si è suggerito di vestirla, cambiarla, italianizzarla e ostracizzarla.
        Poi mi trovo davanti “filmare” come verbo di prima coniugabilissimo e “filmato” parola italianissima che ha tutte le caratteristiche di un membro a tutti gli effetti della nostra lingua. Quest’ultima per giunta capace di sostituire appunto “film” quando vogliamo intendere quello che gli Americani chiamano “movie”.
        Film per intendere quella sottile pellicina per avvolgere i panini mi sta pure bene com’è.
        Oddio che matterello! Ho detto panini, intendevo sèndovicci! :-)
        Saluti a tutti!

        Ernesto

        • Carissimo Ernesto,
          se volessi osservare “filmare” e “filmato” da un punto di vista diverso dal mio avrei da obiettare, ma ora ho voglia di pensare al sèndovicci. L’importante è che prima di mangiarlo si tolga la pellicola che lo avvolge, se non vogliamo che il nostro stomaco diventi ollivudde! :-)
          Ciao
          Ines

  • A proposito di “itangliano”, filme è a lemma nel GRADIT, con la marca basso uso. Ma non è questo quel che stupisce. Sorprende piuttosto che sia considerata parola invariabile…
    Nella sua grammatica, l’accademico della Crusca, Luca Serianni (III, 132 c) dà il filme, i filmi, e cita un’occorrenza del plurale in Ojetti. E il Battaglia dice: «meno raro il plurale filmi».
    Un saluto a tutti
    Fausto Raso

    • Penso, caro Fausto, che il lemma “filme” non dovrebbe essere invariabile, ma avere il plurale “filmi” come molti vocaboli italiani che termiano in -e: ambiente, ambienti; conte, conti; interesse, interessi.
      Cordiali saluti
      Ines

  • Cari amici,
    sinceramente non mi aspettavo tanti interventi su questo tema.
    Desidero dunque manifestarVi la mia gratitudine non tanto per il numero di commenti (che comunque considero interessante, seppur secondario) ma per la loro qualità – che a mio avviso è sempre da preferire alla quantità – e per lo spirito con cui avete partecipato. Ognuno di voi ha espresso le proprie opinioni nel rispetto di quelle altrui e lo ha fatto con passione e coinvolgimento sinceri.

    Caro Roberto,
    come avrei potuto tagliare i tuoi commenti, frutto di una lunga e attenta analisi?
    Naturalmente non tutti la condivideranno e ognuno è libero di manifestare il proprio punto di vista, se diverso: questo articolo resterà aperto a nuovi commenti, come tutti gli articoli del sito.

    Ritengo doveroso comunicarVi che prossimamente apporterò una modifica nella pagina riservata ai commenti a “La misura del coraggio”: eliminerò le mie risposte, lasciando soltanto le ultime (scritte recentemente per Giusy e per Anna Zega). Resteranno tutti gli scritti di cui i miei lettori hanno voluto onorarmi, ma considero superflue – perché datate e ormai lette da ognuno – le mie risposte.

    Mi accingo ora a preparare un nuovo tema: ancora parole, ma lette con occhi … diversi.
    Un caro saluto e grazie di cuore a tutti
    Ines

  • Cara Conduttrice,
    sottoscrivo la domanda di Angela e chiedo al Sig. Raso la gentilezza di spiegarmi perché i dizionari vengono periodicamente “ritoccati”.
    Saluti
    Roberto (Lucca)

    • Caro Roberto e tutti,
      forse dobbiamo chiedere alla nostra gentile ospite di aprire una pagina sui vocaboli caduti in disuso e perche’ hanno perduto il loro stato nell’uso comune?
      Ernesto

      • Caaaaroooo Ernesto,
        di’ chiaramente che mi vuoi morta per stendere la mia pelle al sole di Toronto e farne, quando si sarà essiccata, borse e scarpe da vendere “accascia”!
        Vocaboli caduti in disuso?! Davvero?! Quando è successo? E come? Sono sempre l’ultima a conoscere le novità, io… :-)
        Eppure li avevo avvertiti. I vocaboli, intendo: “Ragazzi, qualsiasi problema, che so … se vi sentiste trascurati, emarginati, dimenticati, a rischio caduta o crollo, relegati in soffitta, stipati in un vecchio baule impolverato, qualsiasi problema … contate su di me”.
        Testardi! Vengo a sapere del bòtto da Toronto, pensate.

        Un salutone
        Ines

        • Carissima,
          Per la tua cotenna potrebbe essere solo questione di scelta.
          Sicuramente non scarpe o borse ma certamente ciociette eleganti per andare a messa la domenica!

          Hai visto che ho trovato? ETICHETTARE che esiste già in italiano, ma dove andrà a finire? Tra i vocaboli scassati alla prossima edizione del Gabrielli?
          Non per essere sarcastico ma a me piacciono queste voci rifiutate oggi!
          Mi fanno pure pena, :-(
          Cordialmente
          Ernesto
          Toronto

          • Carissimo Ernesto,
            be’, la mia pelle ETICHETTATA “cotenna” mi fa iniziare la giornata così: :-(
            Scusami, ma non ho capito quali voci oggi rifiutate ti fanno pena. Un esempio? Grazie.
            So che scrivendo ciò che sto per scrivere esco fuori tema, ma mi va: “pena”, nel senso che comunemente le attribuiamo, è una delle parole che cancellerei volentieri dai dizionari.
            Credo sia chiaro che non mi riferisco all’aspetto prettamente linguistico, ché non di sola lingua vive l’uomo.
            A riparlarne presto.
            Buona giornata a tutti voi, cari amici
            Ines

    • La risposta è molto semplice, gentile Roberto,
      i vocabolari vengono ‘ritoccati’, di tanto in tanto, per togliere i vocaboli non piú in uso e inserire nuovi vocaboli che nell’uso hanno “attecchito”. Molto spesso, però, i “ritoccatori” si limitano a ‘fotografare’ i termini senza accertarsi se le nuove parole o i nuovi costrutti rispettino le leggi linguistiche o, peggio, marcano come errati termini correttissimi e in uso da secoli.
      Cordialmente
      Fausto Raso

      • Stimatissimo sig. Raso,
        non credo che i “ritoccatori” di oggi abbiano il diritto di obliterare vocaboli desueti nei vocabolari. Le parole in disuso sono da conservare come le altre poiché fanno parte della storia della lingua. Basterebbe etichettarle come tali per i curiosi di domani che vorranno leggere Manzoni!
        Cordialmente

        Ernesto Carbonelli
        Toronto

        • Caro Ernesto,
          veloce come un fulmine: tutti i classici della letteratura contengono note che spiegano le espressioni e i vocaboli che sono caduti in disuso.
          Saluti
          Roberto (Lucca)

          • Caro Roberto,
            altrettanto velocemente: Si’ e’ vero, pero’ coloro che fanno le parole crociate dove li lasciamo :-) :-) :-) ?

            Ho veramente goduto l’ultimo tuo intervento, sicuramente frutto di ricerca e riflessione.
            Cordialmente,
            Ernesto
            Toronto

      • Gentile Sig. Raso,
        cercherò di essere conciso, ma non assicuro che ne sarò capace, perciò premetto che la Conduttrice potrà avvalersi del diritto di tagliare i miei commenti e che comunque questi saranni gli ultimi che farò sul tema.
        Compatibilmente con i miei impegni professionali e familiari in questi giorni mi sono documentato sulle tematiche linguistiche sia perché mi interessano sia perché l’ho considerato un dovere per poter intervenire a questo proposito.
        Ho visitato portali e letto interventi, disquisizioni, risultati di ricerche ecc. nei forum (o fòri) che trattano di lingua e ne ho dedotto che esistono sostanzialmente due correnti di pensiero: una moderata e una radicale.
        La prima è aperta ai nuovi apporti linguistici (riprendo dal Prof. Beccaria, citato da Ines) interni ed esterni: non è un’apertura cieca (=italiano-pattumiera d’Europa), ma consapevole delle inevitabili metamorfosi che qualsiasi lingua subisce in quanto viva (ancora Beccaria) e in quanto strumento al servizio di chi la usa e delle sue esigenze, che variano da epoca a epoca, da un secolo all’altro e da un millennio all’altro.
        La corrente radicale auspica un purismo linguistico inflessibile e refrattario persino a una moderata evoluzione linguistica: lo dimostrano lo stile linguistico e i criteri addotti come riferimento perché determinati vocaboli debbano essere espulsi dalla nostra lingua, senza possibilità di appello.
        La corrente radicale, nella persona di uno dei suoi sostenitori, propone di attingere dal vocabolario di mussoliniana memoria i “traducenti” da sostituire ai forestierismi: il vocabolario ha un nome specifico e mi rammarico di non averne preso nota per essere più preciso nel riferirne qui.
        Già ho espresso il mio punto di vista ed è inutile che lo ribadisca, ma con tutto il rispetto per i puristi vorrei spiegare perché secondo me la loro posizione non può che originare disamore per la lingua italiana.
        Rimando i saluti al prossimo e ultimo commento.
        Roberto (Lucca)

      • I comuni mortali che amano parlare e scrivere bene quando hanno dei dubbi si affidano a un buon dizionario e a una buona grammatica.
        Lei, nel rispondere alla mia domanda, scrive che “molto spesso i ritoccatori si limitano a fotografare i termini senza accertarsi se le nuove parole o i nuovi costrutti rispettino le leggi linguistiche o, peggio, marcano come errati termini correttissimi e in uso da secoli.”
        Un buon dizionario e una buona grammatica secondo me dovrebbero fotografare la realtà linguistica attuale e registrare, previa un’attenta selezione, l’evolversi dei tempi e delle necessità comunicative.
        Di sicuro dietro le continue ristampe aggiornate ci sono interessi economici e commerciali non indifferenti a discapito delle nostre tasche (e non solo), ma tra i lessicografi eccessivamente solerti nell’infilare neologismi a bizzeffe in ogni edizione e un dizionario di mezzo secolo fa ci sarà pure una via di mezzo, spero.
        Ipocrito-ipocrita: non vedo molto lontano il tempo il cui sarà sostituito da “falso” (orologio falso – persona falsa) e noi ci preoccupiamo di distinguerne l’uso a seconda che sia aggettivo o sostantivo?
        A scriverle è un uomo di 50 anni. Lei provi a pensare agli adolescenti (poiché la lingua del futuro apparterrà a loro più che a noi), al bombardamento mediatico che subiscono, alla sciatteria frettolosa del loro parlare e scrivere. Se vogliamo che veramente la buona lingua italiana resti appannaggio di una casta ancorata al passato, che anziché combattere la pigrizia imperante la incoraggia con cavilli rompicapo, cavalchiamo il cavallo di razza pura, ma non aspettiamoci grandi risultati: l’intransigenza esasperata spesso causa il rifiuto se non la ribellione.
        La ringrazio dell’attenzione e La saluto cordialmente.
        Un ringraziamento e un saluto particolari a Ines, che pubblichi o no i miei prolissi commenti.
        Roberto (Lucca)

  • Gentile Ines,
    grazie per la disponibilità a trattare l’argomento su zitelle e scapoli nello Spazio Libero, ma non lo considero importante.
    Sarei invece interessata a conoscere la Sua opinione sul tema dell’itanglese. Sbaglio o non l’ha espressa?
    Grazie.
    Angela

    • Non sbaglia, cara Angela.
      E io che speravo di farla franca … :-)
      Sono contraria all’uso indiscriminato dei forestierismi e li evito volentieri, ma sono contraria anche all’adattamento dei termini stranieri entrati nell’uso comune con l’aggiunta di una vocale: il “vestito italiano” non mi convince, insomma, per le ragioni che molti di voi hanno espresso chiaramente.
      Nel suo “Per difesa e per amore. La lingua italiana oggi” G.L. Beccaria dedica un capitolo (“Gli apporti esterni”) a questo tema e lo analizza, a mio avviso, con arguzia e sensibilità. Riporto alcune frasi, quelle che corrispondono al mio pensiero sulla lingua:
      “La lingua non è da difendere contro lo straniero, una trincea su cui montare la guardia. La lingua che non cambia somiglia a un cimitero. Mostra di essere vitale, e non passiva, quando crea o riceve neologismi”.
      A tutti un cordiale saluto
      Ines

  • Buongiorno.
    Mi scuso per l’intromissione e per la domanda che non rientra nel tema che state affrontando ma che sto seguendo con interesse.
    L’utente Elci ha scritto ‘ipocrito’ e ‘homelesse’ che mi sembrano forme errate, oltre a ‘formaza’ di cui non conosco il significato. Posso avere chiarimenti?
    Distinti saluti
    Mattia Giordani

    • Gentile Signor Giordani,
      non considero la Sua un’intromissione, poiché questo è uno spazio pubblico cui tutti possono accedere liberamente, e rispondo volentieri alla Sua domanda.
      “Ipocrito” è la forma arcaica (o antica) di “ipocrita”; suppongo che “homeless” sia stato scritto con la vocale “e” (“homelesse”) allo scopo di adattare il vocabolo inglese alla lingua italiana (come avrà notato è questo il tema del nostro dibattito). Per quanto riguarda “formaza” non so risponderLe, mi dispiace, ma non escludo che elci stesso possa spiegarci se si tratta di una svista oppure di un vocabolo sconosciuto sia a Lei sia a me.
      La ringrazio dell’interesse. A Lei e a tutti buona domenica
      Ines

      • Gentilissima Ines,
        a proposito di “ipocrito” e “ipocrita” il linguista Aldo Gabrielli, nel suo “Dizionario Linguistico Moderno”, fa un distinguo (che ritengo interessante): ‘ipocrita’, come sostantivo e con i rispettivi plurali (‘ipocriti’ e ‘ipocrite’); ‘ipocrito’ in funzione aggettivale: affetto ipocrito; fedeltà ipocrita; discorsi ipocriti; lacrime ipocrite. Grazie dell’ospitalità e cordiali saluti.
        Fausto Raso

        • Caro Fausto,
          anch’io ritengo che la distinzione da Lei gentilmente riportata sia interessante. La ringrazio e aggiungo una curiosità letteraria: “Lo Ipocrito” è il titolo di una commedia scritta da Pietro Aretino intorno al 1540, in cui “Ipocrito” è un personaggio ambiguo che svolge il ruolo di consigliere e mediatore di Liseo, desideroso di maritare le sue cinque figliole.

          Approfitto ora della Sua competenza per porLe un quesito: poiché tutti i dizionari citano “ipocrito” come una variante desueta (defunta, se vogliamo evitare ogni eufemismo) di “ipocrita” – tra questi anche il dizionario Hoepli di Aldo Gabrielli in rete – Lei ritiene opportuno applicare oggi la distinzione riportata nel “Dizionario Linguistico Moderno” di Gabrielli?
          Cordiali saluti
          Ines

          • Gentilissima Ines,
            nonostante tutti i vocabolari siano concordi (compreso il Gabrielli “ritoccato”) nell’attestare “ipocrito” come variante desueta di ipocrita, credo che la distinzione che fa il Gabrielli nel suo “dizionario” sia ancora da seguire. Lo stesso DOP, Dizionario di Ortografia e di Pronunzia, pur marcando antiquata la forma “ipocrito” ritiene si possa adoperare in funzione aggettivale ma, al contrario del Gabrielli, solo se anteposto al sostantivo: un ipocrito zelo; uno zelo ipocrita.
            http://www.dizionario.rai.it/poplemma.aspx?lid=49904&r=29707
            Cordialmente
            Fausto Raso

      • Gentili Signori, buongiorno.
        Vi ringrazio dei chiarimenti, ma mi si consentano alcune osservazioni che spero non giudichiate pedanti.
        Elci incorre in numerose “sviste” che non ho segnalato prima: settimante, ad “usarli” (in luogo di “usarle”, poiché la particella pronominale enclitica dovrebbe concordare con il sostantivo femminile “parole”) sarei “proprio”, formaza, allore.
        Nel complesso il suo commento si rivela obiettivamente sciatto, ma in compenso lo scrivente si avvale di una presunta ricercatezza linguistica nel ricorrere al “distinguo” di cui riferisce il Sig. Raso: dovremmo preferire “ipocrito” se il lemma ha funzione aggettivale, “distinguo” che giudico di secondaria importanza (oso dire superfluo) in uno scritto tale.
        La lingua italiana è alla deriva non solamente perché attaccata dagli stranierismi. I vocaboli destinati a scomparire sono diverse centinaia e noi ci preoccupiamo di riesumare termini caduti in disuso da decenni e decenni? Temo che a qualcuno sfugga il concetto di priorità.
        Ringrazio la Signora Desideri della cordiale ospitalità.
        Distinti saluti
        Mattia Giordani

        • Gentile Signor Giordani,
          sono sicura che tutti abbiamo notato i refusi presenti nel commento da Lei citato. Personalmente – poiché posso rispondere soltanto dei miei pensieri – li ho ignorati per due motivi: non ho il compito (né desiderlo averlo) di sottolineare gli errori altrui; non escludo che siano stati commessi intenzionalmente, ma questa è soltanto la mia opinione e sarei lieta di essere smentita dalla persona direttamente interessata.
          Sinceramente giudico la “toccata e fuga” (quale è stato, a mio avviso, l’intervento di elci) una mancanza di rispetto e di disponibilità al confronto.
          Quanto al distinguo (“ipocrito”-”ipocrita”) riportato dal Signor Raso lo considero un approfondimento interessante, parte del quale è stata da me richiesta. Naturalmente ognuno di noi valuterà se tenerne conto e applicarlo oppure no.
          Concordo invece con Lei per quanto concerne le priorità, ma anche a questo proposito preferisco lasciare la parola a chi desiderasse esprimere il proprio punto di vista.
          La ringrazio e saluto cordialmente
          Ines

  • Bella riflessione, Ines. Non lo dico per piaggeria: l’ho gradita veramente.
    Il Sig. Carbonelli ci ha suggerito di non usare “single” ma “nubile” e “celibe”. Secondo me tra le parole inglesi che usiamo con valore eufemistico c’è anche single. Prima che questo arrivasse, in Italia una donna non sposata veniva definita “zitella”, l’uomo non sposato “scapolo”, mentre nubile e celibe si leggevano soltanto sui documenti.
    Zitella aveva sempre un significato negativo, scapolo no, chissà perché.
    Possiamo dire che il lato positivo della parola single sta nell’aver sostituito l’umiliante “zitella”?
    Angela

    • Gentile Conduttrice, gentile Angela,

      “Le devoir de la comédie étant de corriger les hommes en les divertissant, j’ai cru que, dans l’emploi où je me trouve, je n’avais rien de mieux à faire que d’attaquer par des peintures ridicules les vices de mon siècle.”
      Molière, Le Tartuffe

      Molière dice che per far notare a un popolo le sue magagne bisogna prenderlo in giro!

      Per fare le cose bene c’è un solo modo.
      Ce n’è migliaia per farle alla carlona.
      Noi italiani, poi, le troviamo tutte per trasgredire.
      Nubile si può dire libera/e, ragazza/e, signorina/e o zitella/e se è/sono passata/e di cottura.
      Celibe si può dire libero/i, giovane/i, scapolo/i, ragazzo/i o zitello/i se scapigliato/i.
      Esiste anche l’aggettivo singolo/a che non ha nemmeno il bisogno di essere italianizzato poiché già lo è! (che scoperta!).
      La parola scelta dall’inglese per definire una persona non sposata le sostituisce tutte.
      Nel genere, numero e caso.
      Così per non umiliare zitelle e scapoli umiliamo tutta la categoria?
      Tutti uguali, evviva!
      Un pò come tagliarci il naso per farci dispetto alla faccia!
      :-) :-) :-)

      Cordialmente
      Ernesto

      • Andiamo con ordine, amici.
        Cara Giusy,
        sottolinei che non sei “all’altezza di affrontare questo argomento con la competenza …”, ma sono convinta che hai espresso benissimo la tua opinione e ho trovato simpatico “tichetinghe” che sembra l’inizio di uno scioglilingua, mentre altro non è che una “biglietteria”. Ah, se non ci fosse Ernesto! ;-)
        Noto con piacere che il nostro corrispondente da Toronto associa il tuo nome a qualcosa di “fresco e dolce”, al patio, a profumi e sapori… Bravo! Con te farò i conti dopo, caro Ernesto: la precedenza alle signore.

        Cara Angela,
        esprimo la mia opinione su “single” e “zitella”, se permetti. Penso che “single” sia preferito dalle donne che lo sono per la ragione che tu hai espresso, ma dubito che gli altri usino questo termine in senso eufemistico: lo usano, secondo me, perché va di moda. Intendo: non è per rispetto alla donna nubile che lo scelgono, ma per esibizionismo personale, dunque per compiacere sé stessi, non la persona a cui si riferiscono. Sono quasi certa, infatti, che “zitella” non sia stato soppiantato da “single”: chiunque abbia intenzione di sottolineare lo stato di nubilato con mancanza di delicatezza continua a usare “zitella”.
        Sul perché comunemente non sia attribuito a “scapolo” un valore negativo, potremmo interrogarci e cercare insieme le possibili risposte in Spazio Libero, se vorremo.
        Mi fa piacere che tu abbia apprezzato la mia riflessione e ti ringrazio, ma ci tengo a precisare che dobbiamo lo spunto al nostro Luigi.

        Caro Ernesto,
        confesso che sono stata tentata di chiederti un’associazione anche per il mio nome. Non per invidia verso Giusy, per carità, ma per celia.
        Ti risparmio l’incombenza perché riconosco che hai “sgiobbato” molto per arricchire con i tuoi contributi il tema “Aidonchea”.
        Però, lasciatelo dire: noi qui stiamo dibattendo da due settimane su “forestierismi sì, forestierismi no” e tu arrivi, bel bello, con una citazione in francese?!
        Je “nocombribà“! :-)
        Scherzo, naturalmente. Ottima la riflessione di Molière e grande Ernesto per la simpatia e gli spunti offerti.

        Ho fatto carriera, ragazzi! Sono stata promossa Conduttrice! Brindiamo?
        A tutti voi, cari amici, un ringraziamento e buon fine settimana
        Ines

  • Cari amici,
    all’inizio del dibattito (che si è rivelato ricco di interventi dei quali vi ringrazio) il nostro Luigi ha fatto riferimento a “shopping” e sottolineato con efficacia il significato futile che assume questo vocabolo straniero nella nostra lingua.
    Penso che nessuno direbbe “vado a fare shopping” se si appresta ad andare a fare la spesa o ad acquistare qualcosa di indispensabile.
    “Fare shopping” sta, dunque, per “fare acquisti frivoli” ed è una delle espressioni entrate nel nostro linguaggio perché va di moda, come oggi va di moda la futilità in generale: la parola traduce una tendenza che dovrebbe indurci a riflettere più della parola stessa in quanto straniera.
    Ritengo che anche altri vocaboli inglesi entrati nella nostra lingua esprimano una tendenza socio-culturale: pensiamo a “homeless” o al francese “clochard” che hanno scalzato gli italiani “senzatetto” e “barbone”, perché considerati (quest’ultimo in particolare) offensivi; pensiamo a “killer” che ha sostituito “sicario”.
    In questi casi diamo ai vocaboli stranieri un valore eufemistico: traducono la volontà di edulcorare un concetto che consideriamo sgradevole e, con il concetto, la realtà stessa, perché ci appaia – attraverso l’inganno della parola – meno scomoda di quanto talvolta è.

    Buona giornata
    Ines

  • Ho parlato di ignoranza perché secondo l’autore di “Perché parliamo intangliano?” una delle cause per cui parliamo itangliano è la scarsa conoscenza della lingua inglese.
    I miei figli (tre, di età compresa tra i 23 e i 15 anni) hanno cominciato a studiare inglese alle elementari, come previsto dai programmi ministeriali, perciò conoscono l’italiano di “mouse”, di “film”, eccetera, ma se continuano a usare determinate parole inglesi c’è un motivo diverso dal “becero scimmiottamento”: la brevità di cui parla anche Sabatini.
    “L’identità nazionale” reclamata nell’articolo non si realizza tramite parole deformate, ma con la concretezza di termini italiani nuovi, dove è necessario.
    Saluti
    Roberto (Lucca)

  • Ben trovati a tutti.
    Non sono all’altezza di affrontare questo argomento con la competenza degli altri partecipanti, ma questo compromesso tra inglese e italiano per favore no!
    O l’uno o l’altro e le parole inglesi che usiamo abitualmente rimangano come sono.
    Giorni fa in una locandina pubblicitaria ho letto TICKETING.
    Come possiamo tradurlo prima di arrivare a TICHETINGHE?
    Grazie e cari saluti da Giusy

    • Cara Giusy,
      Solo a scrivere il tuo nome già congiura nella mia mente un so che di fresco e dolce, come una bella aranciata al fresco o un succo di pesca tra i fiori del patio, un cestello di tamarindi appena spremuti con spruzzo di Martini rosso ghiacciato, ah! che delizia :-) !
      Azzardo alla tua domanda di tradurre quella barbara parola: io direi Biglietteria!
      Ti va?
      Cordialmente.
      Ernesto

  • Cara Ines e cara Angela,
    Francesco Sabatini, di cui si può trovare in Internet un’intervista rilasciata alcuni anni orsono, accenna ai latinismi “rebus” e “referendum” e si domanda se, in virtù della regola che le parole italiane debbano finire con una vocale, dovremmo pronunciarli “rebusse” e “referendumme”. La sua posizione, anche a questo riguardo, si discosta dal purismo intransigente secondo il quale usare le parole straniere sarebbe un “becero scimmiottamento”, espressione che giudico offensiva dell’intelligenza e della dignità degli italiani.
    Sabatini conferma altresì quanto riportato dal Sig. Girardi a proposito di Aldo Gabrielli in “Si dice o non si dice?”: lo sport diventa gli sport, il film sarà i film, ecc…, senza l’aggiunta di vocali.
    Sono d’accordo con Sabatini, come ho già detto e aggiungo che sono d’accordo anche con il Sig. Girardi: con tutto il rispetto per il tuo dialetto, cara Ines, ma veramente vogliamo trasformare l’inglese in romanesco?
    Per non intasare il blog con i miei commenti per ora mi fermo qui.
    Saluti
    Roberto (Lucca)

  • Cara Angela,
    alcuni giorni fa hai domandato se, stando ai suggerimenti dei Cruscanti, dovremmo aggiungere una vocale anche alle parole latine o greche (come “gratis” e “colon”) e pronunciare la “e” finale dei vocaboli francesi.
    Non so risponderti, mi dispiace.

    A tutti voi, cari amici, auguro buona giornata.
    Ines

  • L’abitudine e l’esibizionismo di cui parla Roberto giocano un ruolo importante nell’affermarsi delle parole straniere, però tra le cause non escludo anche la pigrizia.
    Per esempio, chi conosce l’esatto italiano per “film” ma continua a usare la parola inglese fa una scelta, per ragioni di ordine pratico come osservato da Roberto; subentra invece la pigrizia quando una persona non conosce la parola italiana che corrisponde a “film” e non si cura di conoscerla, per mettersi nella condizione di poter scegliere tra l’una e l’altra.
    Angela

  • Cara Ines,
    secondo me bisogna distinguere fra l’uso moderato delle parole straniere e l’eccesso.
    Utilizzo senza problemi le parole entrate a pieno titolo nel nostro linguaggio senza chiedermi la ragione e comunque non accetto che si parli di pigrizia o di ignoranza, come scarsa conoscenza del significato di quei termini.
    Tanti sono gli anni che vengono usati che si sono perfettamente integrati nella nostra lingua, con il vantaggio della brevità e della chiarezza.
    La causa dell’eccesso invece può essere nel gusto di ostentare la conoscenza di una lingua straniera e in un atteggiamento xenofilo, deprecabile quanto il suo opposto.
    Saluti a tutti
    Roberto (Lucca)

  • “La gente pensa che se riesce a dimostrare di aver ragione l’altro cambierà idea, ma non è così.” (da “Un giorno questo dolore ti sarà utile” di Peter Cameron)

    Cari amici,
    mi sembra che la frase che ho riportato sia adatta al nostro dibattito, anche se penso e mi auguro che nessuno di noi voglia dimostrare di avere ragione, ma soltanto difendere le proprie opinioni con passione, come è giusto fare, secondo me. Penso e mi auguro che nessuno si aspetti o addirittura pretenda di far cambiare idea all’altro, non soltanto perché ognuno ha il diritto di conservare le proprie idee se così desidera, ma anche e soprattutto perché nessuna idea è totalmente giusta o sbagliata, nessun pensiero umano può contenere l’assolutezza di una verità indiscutibile.

    Fermo restando che ognuno potrà ancora intervenire sull’aspetto che abbiamo finora trattato, desidero proporvi un altro spunto su questo tema.
    Il nostro Ernesto sostiene che il ricorso sempre più frequente ai termini stranieri è dovuto alla scarsa stima di noi stessi e, di conseguenza, della nostra lingua.
    Chiediamoci se ci sono anche altre ragioni e quali potrebbero essere, se siete d’accordo.

    Ringrazio quanti sono intervenuti finora e in particolare Fausto Raso, che ha gentilmente messo a nostra disposizione la sua competenza linguistica.
    Auguro a tutti voi una serena Pasqua.
    Ines

  • Dopo aver letto l’ultimo commento di Roberto (che ringrazio per il complimenti) mi sono messa a riflettere su due aspetti che desidero esprimere prima di astenermi da altri commenti su questo tema.
    Sulla base del “vestito italiano” suggerito dal Sig. Raso aggiungeremo una “e” anche a parole come “gratis” (latino) e “colon” (greco: molti vocaboli italiani derivano dal greco)? E pronunceremo la “e” finale, per regola muta se priva di accento, di parole francesi come “gaffe, élite, peluche”?
    Preciso: non è una considerazione polemica, è una domanda.
    L’altro aspetto: il ritorno al purismo linguistico auspicato dai Cruscanti spazzerebbe via non solo le parole (“barbare” e non, a questo punto), ma secoli della storia della nostra lingua, che si è evoluta e continuerà a evolversi inevitabilmente. Questo mi sembra veramente preoccupante.

    Anch’io colgo l’occasione per augurare Buona Pasqua a tutti.
    Angela

  • Non credo si possa discutere la correttezza e la serietà delle motivazioni con le quali
    Fausto Raso sostiene che i termini stranieri che non hanno l’ “omologo” italiano debbano avere, almeno, un “abito italiano”.
    Ma resto comunque un po’ perplesso a “vestire d’italiano” termini come “sport” e “film” che diventando “sporte” e “filme” mi “suonano” più romanesco che italiano.
    Mi permetto di riportare quello che scrive Aldo Gabrielli ( che Fausto Raso richiama spesso nel suo “blog”) proprio su ” I film, gli sport” : titolo di un capitolo nel suo “Si dice o non si dice ?” ( edizione del ’76).
    In realtà , qui, Gabrielli tratta il problema dei plurali di questi (e altri) termini, ma concude con : ” …la regola sopra detta deve valere solo per quei vocaboli stranieri che, inseriti da tempo nel nostro linguaggio, fanno parte ormai del nostro lessico …”
    Con l’occasione: a Ines ed a tutti gli Amici che su queste pagine scrivono, migliorando, con l’Italiano, il mio spirito i miei Auguri per una Serena Pasqua.
    Luigi

  • Secondo me sarebbe un errore sottovalutare, nella nostra analisi, il rischio di essere accusati di nazionalismo dai Paesi europei. Gianni ha accennato a questo rischio e anch’io lo vedo possibile: il rispetto per la propria lingua, cercando di preservarla dalle “invasioni barbariche”, non dovrebbe sconfinare nell’esterofobia linguistica, come mi è apparsa invece la posizione dei Cruscanti che seguono questo tema. Il rischio di incidenti diplomatici non deve essere trascurato.
    Il Sig. Raso ha chiamato ” barbare” le parole straniere e da questa sua definizione ho ricavato, per associazione di idee, “invasioni barbariche”, ma gradirei sapere perché ha usato questo termine, se può spiegarmelo.
    Saluti
    Roberto (Lucca)

    • Gentile Roberto,
      ho definito “barbare” le parole straniere, ma senza alcun intento senofobo. Parole “barbare” come le intendevano i nostri padri Latini i quali chiamavano ‘barbari’ coloro che non parlavano latino. Ripeto, senza nessun sottinteso senofobo o sciovinista.
      Cordialmente
      FR

      • Gentile Fausto,
        La ringrazio della delucidazione, ma ritengo fosse indubbio che l’uso di “barbare” da parte Sua non potesse avere intenti senofobi.
        Mi permetto di aggiungere che “barbaro” è definito dal Treccani “straniero, nel senso in cui i Greci e i Romani dicevano barbaro chiunque non fosse greco o romano …”.
        I dizionari etimologici non escludono che “barbaro” sia una voce onomatopeica, sicuramente di origine greca e poi ripresa dai Latini con il significato di “straniero, nel senso di balbettante, incapace di farsi capire” (Devoto-Oli).
        Cordiali saluti
        Ines

        • Gentile Ines,
          mi permetto di aggiungere, a quanto scritto da Lei, che nella nostra lingua c’è, infatti, il ‘barbarismo”. Ecco ciò che dice, in proposito, il Treccani: «barbarismo s. m. [dal lat. barbarismus, gr. βαρβαρισμός, der. di βάρβαρος «barbaro, straniero»]. –

          1. Parola, forma o locuzione errata rispetto alla norma di una determinata lingua o comunque estranea all’uso di questa, introdotta, per lo più senza necessità né giustificato motivo, da una lingua straniera: b. inutile; brutto b.; in senso più astratto, l’uso di parole e modi stranieri: combattere l’invadente barbarismo. In genere, è sinon. di esotismo e forestierismo, ma, diversamente da questi termini, include un giudizio di biasimo».

          Ecco il punto, a mio avviso. Che necessità c’è di adoperare termini stranieri? Quando è strettamente indispensabile usarli perché non c’è l’ “omologo” italiano, usiamoli pure ma diamogli un “abito italiano”.
          Grazie
          Fausto Raso

  • Su Internet si può consultare il dizionario “Sabatini-Coletti”: non lo sapevo ed è stata per me una bella scoperta, resa ancor più bella dal fatto che riporta anche l’anno o il secolo in cui un vocabolo ha fatto il suo ingresso nella lingua italiana.
    Mi sono sbizzarrita a cercare alcune parole inglesi. Per tutte esiste il corrispettivo italiano (anche se spesso più lungo, come era facile immaginare) e delle più comuni riporto l’anno di immissione nella nostra lingua.

    Boomerang/bumerang – 1863
    Sport – 1884
    Film – 1889
    Snob – 1897
    Bar – 1905
    Spot – 1942
    Stress – 1955
    E-mail – 1991
    E-book – 2000

    Nel mio primo commento su questo tema ho accennato alle parole inglesi che da molti decenni sono entrate nel linguaggio comune, invece possiamo osservare che quasi la metà di quelle riportate sono usate da oltre un secolo e che “boomerang” festeggerà il 150° il prossimo anno.
    Fermiamo “e-book” prima che sia troppo tardi e preveniamo l’avanzata dei termini di cui i linguisti dovrebbero saper prevedere l’arrivo nell’immediato futuro: inutile piangere sul latte versato; evitiamo invece di versarne altro.

    Angela

  • Gentile Ines,
    comprendo ma non condivido la Sua richiesta e sono pronta a sostenerne le ragioni.
    Nello Spazio Libero abbiamo parlato dell’impronta data a un blog dal suo moderatore e personalmente ho espresso il mio compiacimento per i criteri con cui Lei ha impostato il Suo. I criteri sono basati sull’analisi e sull’approfondimento, perché a Lei piace così. Io lo seguo e vi partecipo perché anche a me piace così: è la sua peculiarità, ciò che lo differenzia e lo distingue da altri blog.
    Vedrei ora una mancanza di rispetto verso la Sua impronta (e, mi consenta la franchezza, anche verso di me e di quanti La seguono per la stessa ragione) limitare i commenti per “par condicio”.
    Nessuno proibisce ai fautori dello “Stop all’itanglese” (ho appena letto il commento di Roberto) di esporre le ragioni del loro pensiero. Se hanno scelto di non farlo rispettiamo la loro scelta, ma secondo me questa non dovrebbe influire sull’impronta (lodevole, a mio giudizio) che Lei ha dato al Suo blog.
    Con immutata stima
    Angela

    P.S. Seguiranno a breve le date di immissione di alcuni vocaboli inglesi nella lingua italiana, se posso partecipare il frutto delle mie ricerche agli amici del blog. Grazie.

    • Cara Angela,
      La ringrazio della stima (sinceramente ricambiata) e della franchezza, che apprezzo sempre.
      Ho riflettuto su quanto ha scritto e penso che Lei abbia ragione: confesso di essermi posto un problema che non esiste.
      Per questo chiedo scusa a tutti voi, amici: andiamo avanti secondo l’impronta che insieme abbiamo dato al blog.
      Un caro saluto
      Ines

      • Cara Ines,
        non crucciarti e non scusarti per un timore dettato unicamente dalla tua sensibilità.
        Le mie considerazioni, del resto, coincidono con quelle esposte da Angela (con la quale mi complimento per la ricerca sul dizionario), da Ernesto, da Gianni e da Luigi, anche se ho un’obiezione su un concetto di Gianni e su uno di Ernesto.
        Gianni specifica di non essere un linguista, ma penso che nessuno di noi, qui, sia un linguista (vi invito a correggermi se sbaglio) e credo che non sia d’obbligo essere linguisti per ragionare sulla lingua. Gli specialisti lo fanno in modo accademico, noi come osservatori e fruitori della lingua e dei suoi fenomeni, ma i problemi della lingua dovrebbero riguardare e coinvolgere tutti.
        Ernesto vede l’intrusione dei forestierismi come un ritorno al vocabolario degli emigrati, mentre io vedo l’ibridazione da lui temuta più negli adattamenti “filme, sporte, spotto, …”, perché somigliano ai termini di cui stiamo parlando in Aidonchea.
        Rispetto il pensiero dell’Accademico Arrigo Castellani, ma sono propenso a concordare con Francesco Sabatini (anche lui Accademico della Crusca), il quale ha assunto una posizione meno rigida nei confronti delle parole straniere ormai entrate nell’uso comune.
        Perché “fòro” e non “forum” Cruscate?

        Saluti a tutti
        Roberto (Lucca)

        • Gentile Roberto,
          lei si domanda perché “fòro” Cruscate e non “forum”. A mio avviso (non sono un ‘tenutario’ o un moderatore del sito in oggetto) la risposta va ricercata nel termine “forum” che, pur discendendo dal latino, ha una connotazione inglese, come si può vedere consultando il Treccani: «forum ‹fòorëm› s. ingl. [dal lat. forum «piazza, fòro»] (pl. forums ‹fòorëm∫›), usato in ital. al masch. (e pronunciato comunem. ‹fòrum›). (…)».

          * * *
          Foro (sempre dal Treccani):« s. m. [dal lat. forum]. – 1. Presso gli antichi Romani, in origine lo spazio intorno alla casa e alla tomba; più tardi, il centro religioso, commerciale, amministrativo, culturale della città (f. urbano), oppure il luogo, posto presso grandi vie di comunicazione (f. comunale), dove si teneva mercato, si trattavano gli affari, si amministrava la giustizia, si celebravano cerimonie; intorno a questo, spesso si svilupparono importanti centri abitati, della cui origine rimane traccia (…)».

          Cordialmente
          FR

          • Gentile Sig. Raso,
            per “fòro” e “forum” ho consultato i dizionari Sabatini-Coletti e Aldo Gabrielli in Internet.
            Non sto qui a riportare le definizioni (tutti possono prenderne visione), ma mi sembra che riferiscano di due “realtà” differenti, confermando così la mia ipotesi iniziale.
            Lei cita il Treccani e non posso che inchinarmi. Mi sorprende quindi che secondo i Cruscanti anche i vocaboli di etimologia latina debbano essere adattati all’italiano. Questo significherebbe che il criterio della congruenza etimologica (suggerito da Gianni e da Ernesto e da me condiviso) non avrebbe senso e che, tralasciando che una buona metà dei termini inglesi sono di origine latina, la “crociata” andrebbe estesa alle parole francesi e alle stesse parole latine rimaste invariate, soltanto perché non finiscono con una vocale.
            Lei suggerisce di dare un “abito italiano” ai barbarismi (e, a questo punto, anche ai latinismi). L’espressione è efficace, ma nei casi che abbiamo trattato (filme, spotto, ecc…) l’abito resterebbe inglese con l’aggiunta di un accessorio italiano stonato, secondo me: come un pugno nell’occhio, si suol dire.
            Per “barbaro” e “barbarismo” invece il Treccani sembra confermare il valore spregiativo che questi termini hanno sempre avuto e continuano ad avere (“include un giudizio di biasimo”).

            Ovviamente ognuno ha piena facoltà di conservare le proprie idee e a me non resta, per ora, che ringraziarLa della gentile disponibilità e salutarLa cordialmente.

            Roberto (Lucca)

  • Quando, all’inizio delle mie ricerche, mi sono imbattuto in un portale nominato “Stop all’itanglese” ho espresso subito il mio stupore, perché è contraddittorio combattere l’imperversare dell’uso dell’inglese e nello stesso tempo usare “stop” nella denominazione del portale. Ma questo non è l’unico termine inglese presente nella pagina. Si trovano anche: news, &, home, share, feed, mail, web.
    Ho letto attentamente l’intero articolo del moderatore del “fòro” Cruscate a questo proposito, articolo del quale Ines ha (fortunatamente) ripreso poche righe per farne oggetto di discussione.
    “Stress italiano non sarà mai; ma stresse sì” scrive l’autore. Penso che neanche “stresse” sarà mai italiano per i motivi esplicitati sia da Ernesto sia da Gianni e che io mi limito ad approvare con poche parole: una vocale apposta alla fine di una parola straniera non rende italiana la parola, ma crea solamente l’apparenza della lingua italiana.
    Se veramente vogliamo combattere i forestierismi non abbiamo bisogno dell’apparenza (che si tradurrebbe anche in apparente rispetto e in apparente amore) ma di vocaboli che appartengono all’italiano per etimologia e per tradizione linguistica e culturale.
    Il simpatico Ernesto ha parlato di bastardizzazione (o ibridazione) dell’italiano e faceva riferimento al numero crescente delle parole straniere che inquinano la nostra lingua. “Stresse, filme, bumerango, spotto, sporte” per me sono una doppia bastardizzazione (preferisco il termine forte): dell’italiano e dell’inglese.

    Il dovere mi chiama, ma se la padrona di casa permette avrei ancora da esprimere le mie considerazioni su questo argomento.
    Saluti a tutti
    Roberto (Lucca)

    • Caro Roberto,
      naturalmente puoi esprimere tutte le tue considerazioni, ma mi appello al tuo senso della misura affinché la lunghezza dell’insieme dei commenti non raggiunga quella dell’articolo a cui fai riferimento.
      Devo essere sincera: apprezzo molto l’analisi e l’approfondimento di qualsiasi tema, perché considero (ma è il mio punto di vista, sia chiaro) infruttuosa e superficiale la semplice esternazione del proprio pensiero, se priva di una esposizione sufficientemente dettagliata delle ragioni che lo sostengono.
      Ma apprezzo anche il confronto aperto, inteso come l’esternazione di opinioni e argomentazioni diverse e discordanti.
      Finora ho letto molte argomentazioni che convergono in una stessa posizione: no all’uso e all’abuso dei forestierismi ma no anche a “stresse, filme, spotto, sporto, bumerango”.
      Poiché i fautori dell’adozione di questi nuovi vocaboli – finora elci e Fausto Raso – hanno accennato soltanto brevemente alle ragioni del loro orientamento e ritengo giusto che sia rispettata non soltanto la loro scelta linguistica ma anche la loro scelta espositiva, evitiamo di dilungarci eccessivamente: sarebbe come sentir suonare sempre la stessa campana.
      Spero che tu e tutti voi, amici, comprendiate la mia richiesta.
      Vi ringrazio e vi auguro buona giornata
      Ines

  • Gentile Ines,
    mi permetta di ringraziare il Sig. Ernesto Carbonelli per le belle parole di cui ha voluto onorarmi.
    Grazie dell’ospitalità.
    FR

  • Gentile Sig. Carbonelli,
    Le garantisco che “bastardizzazione” non mi ha infastidita e che ciò che Le chiedevo era semplicemente di spiegarmi (come poi ha fatto benissimo) quale allarme volesse lanciare.
    Nei Suoi centrati commenti su questo argomento Lei ha espresso l’impressione che noi italiani abbiamo scarsa stima di noi stessi e della nostra lingua. Penso che abbia ragione e che dovremmo riflettere oggi su questo problema, per il futuro: riflettere oggi per restituire nel prossimo futuro a noi stessi, alla Nazione e alla lingua nazionale una sana, equilibrata dignità.
    Non sono d’accordo sull’eccessivo uso delle parole straniere; mi disturba sentire discorsi in italiano infarciti di espressioni inglesi; sono favorevole alla sostituzione di quelle espressioni con parole italiane per i motivi che ho detto.
    Ho letto con piacere la proposta di Ines di trattare quegli aspetti della lingua che ci inducono a usare termini come “homeless, shopping, week end, single, ecc…” perché li considero anch’io interessanti.

    Gentile Sig. Raso,
    il Sig. Carbonelli, nel suo primo commento, ci ha segnalato i corrispettivi italiani di “film, spot, ecc…”. Perché non cominciamo allora a usare quelli anziché “filme, spotto, ecc…”?
    Non vedo probabile che si sostituiranno parole come “film, sport, bar” e altre entrate nell’italiano comune (come ha precisato il Sig. Gianni), però vedo ancora meno probabile che attecchisca l’abitudine a utilizzare le forme suggerite anche da Lei.
    In parole povere, abbiamo commesso degli errori in passato e ne stiamo pagando le conseguenze, ma riparare oggi aggiungendo una vocale alle parole inglesi non mi sembra la soluzione migliore.
    Per questo motivo sono dell’avviso che si debba lavorare oggi pensando al futuro e per quanto riguarda i vocaboli che ormai sono entrati trovare un compromesso alternativo che non sia una vocale appiccicata alla fine di una parola. Mi sembra una riparazione infelice.
    Non trascuriamo l’aspetto economico che questa operazione richiederebbe: le trasmissioni televisive e radiofoniche, i dizionari da rivoluzionare, per non parlare di convegni, di incontri, di articoli … Qualcuno farebbe tutto questo gratuitamente?

    Cordiali saluti anche a voi
    Angela

  • Cari amici,
    intervengo brevemente per dare il benvenuto al gentile Fausto Raso e per ringraziarlo del suo contributo.

    Desidero invece scusarmi con Luigi per avergli chiesto di spiegare un concetto che aveva espresso con chiarezza.
    A questo proposito penso sia utile ribadire che gli interventi di Luigi (come, del resto, un esplicito riferimento di elci) mirano ad aspetti della lingua che considero molto interessanti e che suggerisco di esaminare quando i commenti relativi al tema proposto si saranno conclusi.

    A tutti auguro buona giornata
    Ines

  • Gentile Sig. Raso,
    forse è meglio che spieghi perché, riferendomi a “filme, spotto, ecc …”, ho scritto “ridicole”: mi hanno fatto pensare all’inglese masticato di cui si parlava in un altro tema e che io giudico buffo e ridicolo.
    Perciò mi scusi (e mi scusino tutti) se ho usato una parola che potrebbe offendere l’orientamento di alcuni.
    Giro a Lei la domanda che ho già rivolto a elci: quale è lo scopo di questo adattamento e soprattutto dell’enorme dispendio di tempo, di energie e di denaro che un tale adattamento comporterebbe?
    Grazie
    Angela

    • Gentilissima Angela,
      non deve scusarsi di nulla, per carità. Ognuno ha le proprie opinioni, che vanno rispettate. Quanto allo scopo dell’adattamento – a mio modestissimo avviso – è quello, per l’appunto, di non parlare “itanglese”. Quando si sfoglia un giornale “italiano” si ha la sensazione di stare un po’ in Italia e molto, moltissimo dall’altra parte dell’Oceano. La lingua ufficiale dell’Italia, fino a prova contraria, è l’italiano. A volte, però, siamo costretti ad adoperare termini anglo-americani che non hanno i corrispettivi italiani. Cosa fare, allora? Adattare le parole barbare alla nostra ortografia.
      Cordialmente
      Fausto Raso

  • Cara Ines,
    per me sport, film, stress, spot stanno benissimo così. Aggiungere la vocale finale, mi sembra la stessa operazione che fanno coloro che per “parlare” spagnolo, tolgono qualche vocale o consonante, e poi aggiungono una “s” finale, all’italiano : andamos – mangiamos – bevemos … ecc.
    In generale quello che mi disturba non sono le singole parole, ma il modo in cui si usano e, spesso, il “concetto” che le supporta. Così per “shopping”: il fastidio non è nella parola in sé, ma nel significato che le si fa assumere. ” Andare a far compere” è una normale necessità; “fare shopping” è un passatempo, un divertimento come un altro.
    Non ci farei grandi battaglie, ma non mi piace nemmeno “week end” . A me sembra che la gente dello spettacolo, i politici, i calciatori ( i socialprivilegiati) trascorrano i loro strameritati week end, mentre la gente normale deve accontentarsi di un po’ di fine settimana.
    Coach potrebbe anche andar bene, è più “veloce” di allenatore. Ma mister ? Qualcuno me ne spiega significato e senso? E poi perchè un allenatore di calcio si offende se lo chiamano coach, e quello della pallacanestro si offende se lo chiamano mister ?
    Da quale profondo ancestrale meandro linguistico- sportivo nasce questa fatal contesa ?
    Non importa, non saperlo non sarà un gran danno.
    Mandi mandi
    Luigi

  • Detto tra parentesi, poiché sono appena all’inizio delle mie ricerche: mi stupisce che un portale che si pone come obiettivo prioritario quello di difendere la lingua italiana dai vocaboli stranieri si chiami “STOP all’itanglese”.
    Saluti
    Roberto (Lucca)

  • Gentile Sig. Carbonelli,
    Lei parla di “continua bastardizzazione” della lingua italiana. A cosa si riferisce in particolare?
    Grazie.
    Angela

    • Gentilissima Angela,
      Forse ho esagerato; chiedo venia: avrei dovuto dire continua ibridazione.
      Le parole che si stanno introducendo adesso nell’italiano non sono come le parole riportate a casa dai nostri emigrati del secolo scorso; mezze inglesi e mezze in dialetto. No, no: quelle che vengono introdotte oggi stanno modificando la struttura dell’italiano corretto. Pensiamoci un momento!
      Oggi è normale chiamare una persona non sposata “single” che gli italiani hanno difficoltà nel pronunziare come gli inglesi hanno difficoltà con “gnocchi” e “secchio”.
      La parola in questione in inglese è un aggettivo e se non associata ad un nome non ha significato.
      Trapiantata in italiano che diventa? Un sostantivo! Di che genere? Di che numero?
      C’è proprio così tanto di disgustante nelle parole celibe/i o scapolo/i e nubile/i o zitella/e?
      Questi vocaboli esistono, o li vogliamo dimenticare dopo aver usato l’intruso per venti giorni?
      Stessa storia con “optional”…
      Stridono. Fanno digrignare i denti!

      Voglio pensare che il Professor Raso, che leggo con piacere, voglia significare nel suo intervento che l’italianizzazione di una parola straniera avvenga nelle modalità descritte DOPO aver esaurito TUTTE le opportunità che la lingua nostra offre e non così alla carlona come è successo con “homeless” che pronunciata con l’inflessione italiana si accosta di più al plurale di frittata che ai senzatetto…
      Ah! quella acca aspirata! Che disperazione!
      Cordialmente
      Ernesto

      • Cortese Carbonelli,
        a mio avviso l’adattamento delle parole straniere alla nostra lingua va fatto solo quando non ci sono i corrispettivi termini italiani (era quello che intendevo dire e non… ho detto rispondendo alla gentile Angela).
        Un saluto e grazie per il suo interessamento alle mie noterelle linguistiche
        Fausto Raso

        • Egr. sig. Raso,
          chiamare i Suoi contributi “noterelle linguistiche”?
          Scherziamo?
          La conosco e seguo da tempo, anche se solo attraverso la grande ragnatela, per accettare questa descrizione dei Suoi contributi alla causa della lingua italiana!
          Ernesto

  • Credo che per molti aspetti, Elci abbia, purtroppo, ragione. Infatti ci sono parole ed espressioni “ridicole ed incolte” (stupide), che dopo alcuni “passaggi” in televisione (soprattutto), vengono da molti usate “normalmente”. Da molti ma non da tutti, per fortuna. Questa “geniale creatività” non si manifesta soltanto nel forsennato uso di termini inglesi e il loro “adattamento” all’italiano ; ma raggiunge il massimo splendore con i neologismi (?) italiani (!). L’estate si avvicina, e gli italiani diventeranno tutti VACANZIERI. Sono gli stessi italiani che la mattina bevono il MACCHIATONE, a pranzo ed a cena (per la linea) mangiano un’ INSALATONA. Poi però, dato che è più ( o che fa ?) “cool”, chiamano il pranzo, colazione.
    Ma, con questo “moderno linguaggio” ho imparato una cosa fondamentale: se ho bisogno di un vestito, una camicia. . . “vado a comperare” un vestito, una camicia . . . Se invece non ho bisogno di niente, vado lo stesso a comperare tante cose che non mi servono, ma sono giustificato, perchè ho semplicemente fatto dello “….. … …” (che mi vergogno perfino a scrivere).
    E dato che in italiano la parola ” allenatore” è scomparsa, provate voi a chiamare “coach” quel signore che “insegna” calcio a vostro figlio (o nipote); o “mister” quello che invece lo allena nella pallacanestro (che credo sia un termine “latino”) ; minimo minimo vi insulteranno per la vostra manifesta ignoranza.
    Scusate lo sfogo.
    mandi mandi
    Luigi

    • Evviva lo sfogo di Luigi!
      Voglio dire: sei il benvenuto e benvenuto è il tuo sfogo, per il quale non c’è bisogno – a mio avviso – che tu chieda scusa, caro Luigi.
      Esprimere le proprie opinioni in modo convinto, come tu hai fatto, è giusto e lecito. Esprimerle in modo sgarbato oppure sarcastico no, ma il problema non si è finora verificato e ne gioisco. :-) Si vede?
      Ti assicuro che MACCHIATONE non l’avevo mai sentito. Per curiosità: è un latte abbondantemente macchiato con il caffè o un caffè abbondantemente macchiato con il latte oppure qualcosa di diverso?
      INSALATONA (non cè lista/carta dei piatti di un ristorante che non riporti questa parola) e molti altri neologismi vengono annualmente serviti dai nostri dizionari.
      Come sappiamo, non mancano i vocaboli transitori del gergo giovanile, che durano una generazione e poi saranno sostituiti (totalmente o in parte) da altri, coniati dalla generazione successiva: parole di passaggio per le quali dovremmo chiederci quanto sia opportuno che siano registrate sui dizionari di lingua italiana, visto che appartengono ai gerghi. Potremo parlarne, se ci va.

      Suppongo, caro Luigi, che la parola che fa “cool” e che hai sostituito con i puntini sia “shopping”. Un mio simpatico amico di Winnipeg (Canada) sostiene che le donne abbiano tre cromosomi: X, Y e … S, il cromosoma dello “shopping”, parola che a lui perdoneremo volentieri perché non parla italiano.

      Forse mi manca il secondo caffé macchiato – “macchiatino”, direi – della giornata, ma temo di non aver capito se condividi l’uso di parole come “coach” e “mister” né se ti piacciono (e dunque adotteresti) vocaboli come “stresse, spotto, filme, sporte” anziché i corrispondenti inglesi “stress, spot, film, sport”.

      Trovo interessante la riflessione di elci sull’ipocrisia insita in alcune parole: “homeless” suona meno irriguardoso di “senzatetto”? Tuttavia questa considerazione, perché sia analizzata in modo ampio e completo, dovrebbe essere estesa ai vocaboli della lingua italiana che hanno sostituito altri della stessa lingua, secondo me: pensiamo a “diversamente abile”, a “operatore scolastico”, a “operatore ecologico”, tanto per citare alcuni esempi.

      A tutti un caro saluto
      Ines

  • Salve a tutti.
    Premetto che amo seguire le discussioni sulla lingua italiana anche se non sono un linguista. Penso che la lingua italiana debba essere salvaguardata dal continuo costante inquinamento di termini di altre lingue, soprattutto inglesi. Ora i casi di inquinamento sono in maniera preponderante collegati con la necessità di nuovi termini per nuove tecnologie, nuovi costumi sociali, nuove metodologie di lavoro ecc…, in una parola dare il nome ad una cosa che prima non esisteva.
    Per questo tipo di necessità escluderei la strada di aggiungere la vocale al termine straniero in quanto una nuova parola nella nostra lingua dovrebbe sempre rispettare l’omogeneità etimologica. Una strada può essere quella che per ogni nuova necessità le autorità preposte alla salvaguardia della lingua propongano un nuovo termine che rispetti l’omogeneità etimologica della lingua italiana (latino e greco) e venga riportato sui vocabolari.
    Faccio un esempio: in campo lavorativo si usa il termine scannerizzare per intendere l’azione di passare allo scanner un documento. L’autorità della salvaguardia della lingua dovrà evitare che questo termine finisca sui vocabolari. Su questi dovrà essere presente solo il termine scandire. Scannerizzare sarà presente nella lingua parlata alla stregua di un termine dialettale.
    Questo però va fatto al momento in cui serve il nuovo termine e non dopo anni quando il termine di altra lingua è entrato nell’uso comune quotidiano.
    Infatti il voler ora sradicare dalla nostra lingua termini come camion, goal, gas,tram, bar ecc… è puramente velleitario in quanto sono stati sdoganati da tutti i vocabolari ed utilizzati correntemente.
    Saluti e a presto
    Gianni

    • Gentile sig. Gianni,
      Ha definito con esattezza quello che i signori di Cruscate dovrebbero fare.
      Il concetto espresso da una parola non è esclusivo ad un particolare linguaggio!
      Come Lei ha fatto poco prima e ho illustrato nel mio intervento precedente, l’uso di termini astrusi all’italiano è dovuto principalmente alla pigrizia e alla necessità di sembrare migliore degli altri.
      Ma il tutto si somma nella storiella della cornacchia spennacchiata che si mette le penne del pavone.
      Una buona ragione, secondo me, è che gli italiani hanno poca stima di loro stessi.
      Se fossero fieri delle loro radici e del loro patrimonio culturale non permetterebbero che la loro lingua venisse orribilmente maciullata come lo è oggi.
      All’estero, cioè guardando nella scatola dal di fuori, per chi l’inglese è la prima lingua ormai, gli annunciatori delle emittenti e i conduttori degli spettacoli offerti oltremare suonano piuttosto ridicoli quando usano parole straniere.
      Onestamente!
      Un saluto cordiale.
      Ernesto
      Toronto

      • Egr. sig. Ernesto
        la ringrazio per l’apprezzamento del mio intervento. Per me è una conferma del ruolo che dovrebbero svolgere le autorità di salvaguardia della lingua. Confermo altresì che per i termini stranieri ormai acquisiti e ufficializzati dai vocabolari c’è poco da fare. A volerli cambiare si corre anche il rischio di essere sospettati di nazionalismo nell’ambito della Comunità Europea.
        Impegnamoci, quando si rende necessario, a creare dei termini italiani per evitare di adottare passivamente quelli provenienti da altre lingue.
        Grazie e saluti
        Gianni

  • Gentile elci,
    prima di lanciare scommesse, può rispondere alla mia domanda: quale è lo scopo di questo adattamento di parole nate inglesi alle regole dell’italiano?
    Grazie
    Angela

  • Gentile Ines,
    vuole sapere se userei parole come “stresse, spotto, filme, sporte?” Categoricamente no.
    Non le userei e mi suonerebbero ridicole se dovessi sentirle pronunciate in questo modo. A quale scopo dovremmo adattare le parole inglesi all’italiano? O le usiamo come sono rispettando per quanto possibile la pronuncia originale oppure al loro posto usiamo la parola italiana che corrisponde, anche se trovo difficile sradicare l’abitudine affermatasi da decenni (quanti non saprei) di dire “stress, spot, film, sport”.
    Non capisco quale sia il problema.
    Angela

    • Quelle parole che a lei suonerebbero ridicole subito, non le suonerebberto più tali dopo 20 settimante, se la televisione incominciasse ad usarli, e sarei anche proprio a scommetterci una pizza. D’altro canto il senso del ridicolo alle nostre orecchie è dato solo dalla formaza della (dis)abitudine, pensi allore a quanto sono ridicole parole come tangentopoli, o (l’ipocrito) chiamare “homelesse” i “senzatetto”.

    • Gentile Angela,
      io, invece, non ho esitazione alcuna ad adoperare “stresse”, “spotto”, “filme” ecc. perché rispecchiano la grafia italiana. Certo, di primo acchito, sono parole dal suono “strano”, però se fossero divulgate dai mezzi di comunicazione di massa (‘massinforma’, se mi passa questo neologismo) in pochissimo tempo ci sembrerebbero “normali”. Il DOP, Dizionario di Ortografia e Pronunzia, ha accolto e messo a lemma, per esempio, “computiere”.
      Cordialmente
      Fausto Raso

  • Carissima Ines,
    stress è pressione, spot è un quadro (parte di una recita), film è una pellicola, sport è esercizio o competizione, computer è computore dal verbo computare!
    Se noi italiani la smettessimo di voler fare i fighetti questi problemi sparirebbero e i signori di Cruscate si potrebbero dedicare ad altri problemi linguistici più consoni al miglioramento della lingua italiana e non alla sua continua bastardizzazione.
    La lingua italiana, come il latino del resto, è basata sulle desinenze. La desinenza ti dice genere, numero e caso.
    Perfetto!
    Ma noi non siamo contenti: vogliamo complicarci le cose e miseramente ci facciamo una figura …
    Il fatto che la maggior parte delle parole ostrogote che vorremmo adottare non finiscono con una vocale, che di per sé non indicherebbe genere, numero o caso, ma che dovremmo aggiungere per italianizzarle, non facilita il discorso.
    Prendiamo il caso della ticchetta, ticchette, ticchetto o ticchetti, che inguacchio! Lo vediamo?
    Perciò adottare le raccomandazioni del Castellani è l’equivalente della quadratura del cerchio!
    Lo so di generalizzare, ma ci serve davvero questa frittataccia con le punte di tabio che sta diventando la lingua italiana?
    Cordialmente
    Ernesto
    Toronto

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