Parole da cancellare

apr 17, 2012   //   by Ines Desideri   //   Attualità, Blog  //  62 Comments

Er sogno

Stanotte me so’ fatto ‘n sogno strano.
M’appare ‘n òmo co’ ‘n vocabbolario,
me guarda fisso e in tono assai bonario
me lo consegna e dice: – Dai, mettece mano.

Io j’arisponno co’ ‘n po’ de soggezzione:
- Sbaji persona … nun so’ tanto istruita
da mette mano e da’ ‘na ripulita …
questo è lavoro da gran professorone!

- Damme retta, nun ce serve la curtura
pe’ capì si ‘na parola è da buttà.
Basta er bòn senso e ‘n poco de umirtà,
pe’ sentì er còre ditte: “Nun è pura”.

Subbito a cercà ‘na parola ch’è ‘n’insidia …
ar volo sfojo e dico: – Ecco la “i!”
Me so svejata in quer momento lì,
mentre che cancellavo er nome “invidia”.

Ines Desideri

Cari amici,
penso che ognuno di noi, se potesse, cancellerebbe molte parole dal vocabolario degli errori, delle debolezze, delle mancanze umane.
Nella poesia immagino di poter abolire – per magia, come soltanto in un sogno può accadere – la parola “invidia”. Non è l’unica, naturalmente, ma lascio volentieri spazio a voi, perché consigliate una o più parole da cancellare idealmente e ne facciamo argomento di conversazione.
Vi ringrazio
Ines

62 Commenti

  • “Ho pena delle stelle
    che brillano da tanto tempo,
    da tanto tempo …
    Ho pena delle stelle.
    Non ci sarà una stanchezza
    delle cose,
    di tutte le cose,
    come delle gambe o di un braccio ?
    Una stanchezza di esistere,
    di essere,
    solo di essere,
    l’essere triste lume o un sorriso …
    Non ci sarà dunque,
    per le cose che sono,
    non la morte, bensì
    un’altra specie di fine,
    o una grande ragione :
    qualcosa così, come un perdono ?”

    Cari amici,
    negli ultimi giorni abbiamo parlato della “pena” nella sua accezione negativa, per nulla cristiana secondo voi e anche secondo me.
    Abbiamo idealmente cancellato molte parole da quello che la nostra Giusy ha definito il “vocabolario dei comportamenti”. Sappiamo che tutto resterà come era.
    Ciò che conta, a mio avviso, è che abbiamo tratto da questo articolo qualche spunto per scambiare opinioni, ma soprattutto che la parola “intolleranza” – una delle prime depennate – non sia intesa soltanto in riferimento alle razze, alle religioni, all’estrazione socio-culturale di un individuo o di un popolo, ma anche alle debolezze e agli errori ai quali – come esseri umani – non possiamo sottrarci.

    La poesia che ho riportato, “Ho pena delle stelle”, è di Fernando Pessoa, lo scrittore e poeta portoghese che seppe esprimere la “saudade” – di cui abbiamo parlato — con grande intensità.

    A tutti voi auguro una serena giornata
    Ines

  • Cara Ines,
    eccomi al mio momento di sano egoismo, dopo essermi scontrata per qualche giorno con l’egoismo e la superbia degli altri.
    Cancelliamo anche la parola superbia, sei d’accordo?
    Mi fanno pena gli egoisti senza freno, i “capisco e so tutto io” che sono i superbi, i maleducati e i prepotenti senza ritegno, quelli che devi solo ascoltare e non vanno mai in pausa-parole per lasciare parlare te, quelli che ti dicono che hai ragione poi appena volti le spalle dicono il contrario.
    La pena che state trattando è umiliante per chi la riceve e per chi la prova.
    Un saluto affettuoso a tutti da Giusy

    • Cara Giusy,
      sono d’accordissimo con te nel voler cancellare la parola “superbia” e spero che tu riesca a ricavare anche altri momenti di sano egoismo, in aggiunta a quelli che dedichi a noi e che apprezzo molto.
      Trovo ottima l’espressione che hai usato per descrivere lo stato d’animo derivante dalla pena: umiliazione. A questa, secondo me, si uniscono il senso di presunta superiorità in chi “ha pena” e di inferiorità in chi la riceve, oltre alla sensazione di impotenza in entrambi. In particolare vedo uno stretto legame tra superiorità, inferiorità e superbia, non credi?
      Grazie e un caro saluto
      Ines

      • Certo, Ines.
        I superbi credono di essere superiori agli altri e non si fanno nessuno scrupolo nell’umiliarli in ogni occasione, facendoli sentire inferiori.
        Roberto ha scritto, per esempio, che non dovremmo sopravvalutare noi stessi e sottovalutare gli altri e questo mi sembra giusto, perché secondo me i superbi sopravvalutano sempre se stessi, anche quando non avrebbero nessun motivo valido per farlo.
        Saluti a tutti da Giusy

  • Cari amici,
    c’è un’espressione che brucia sulla punta delle dita – visto che ci scriviamo – da prima che questo tema fosse proposto: “fare pena”.
    La parola “pena” ha diversi significati: castigo conseguente a una condanna; sofferenza spirituale; preoccupazione; ma anche “accorato sentimento di compassione”.
    La “pena” come è intesa in quest’ultima accezione mi disturba, nonostante le sue buone intenzioni dal punto di vista religioso. Per questo ne ho fatto tema di ampie discussioni private con amici che considerano non spregiativa ma cristiana (e dunque encomiabile) l’espressione “Mi fai pena”.
    Mi interesserebbe sapere cosa provate o provereste se una persona vi facesse pena e cosa immaginate di poter provare se qualcuno vi dicesse o vi lasciasse intendere che gli fate pena.
    Grazie.
    Ines

    • Hai toccato un nervo scoperto, cara Ines.
      Torno dopo qualche giorno di assenza e nella stanza accanto trovo cose così belle che io, in confronto a loro e con il mio blablare, mi faccio pena. :-)
      Unica arma a mia disposizione rimane il rasoio professionale per spaccare il capello in quattro.
      Vengo alla pena con una premessa: moltissime persone si sono corazzate per difendersi da questo sentimento. Varrebbe la … pena chiedersi perché.
      “Provare pena” è una cosa; dire a una persona “Mi fai pena” è un’altra.
      La prima è quella per cui esiste la corazza che non dovrebbe esistere, perché rientra nelle forme di partecipazione umana che abbiamo chiamato empatia, ossia la capacità di immedesimarsi nelle condizioni di un altro essere umano e se possibile dare aiuto materiale o morale, senza spiattellarlo ai quattro venti (secondo l’ottimo suggerimento di Luigi).
      Invece se dico o mi sento dire “Mi fai pena” mi sembra evidente che il messaggio è offensivo.
      Tranne l’abito monacale (ma non dimentichiamo che non sempre l’abito fa il monaco) non trovo nulla di cristiano in una frase così.
      Se qualcuno mi facesse pena o se io facessi pena a qualcuno proverei molta amarezza e anche del risentimento verso la persona oggetto della commiserazione, me stesso compreso se dovessi riconoscere che chi mi ha detto questa frase ha ragione.
      “Meglio essere invidiati che compatiti”: cara Ines, nella tua poesia hai immaginato di cancellare l’invidia; se ho capito bene cancelleresti anche la pena. Come la mettiamo con questo proverbio?
      Saluti a tutti
      Roberto (Lucca)

      • Roberto propone di chiederci perché indossiamo una corazza per difenderci dalla pena.
        Preciso che spesso la indossiamo per tutti i sentimenti rivolti agli altri e molte persone la indossano per i sentimenti in generale, anche per i propri e questo mi sembra preoccupante.
        Secondo me le risposte sono tutte in questo tema (Parole da cancellare): l’egoismo, l’opportunismo, la poca sensibilità, la fretta e la superficialità. Aggiungo, per quanto riguarda la tendenza a corazzarsi anche rispetto ai propri sentimenti, la paura di apparire deboli agli occhi degli altri, ma Ines ha già accennato a questo particolare.
        “Fare pena” non può essere un’espressione cristiana e non ha nulla a che fare con la “pietas”, perché manifesta una posizione di rifiuto e di disprezzo più o meno forte verso la persona a cui è rivolta.
        Rifiuto e disprezzo è quindi ciò che proverei dicendo “mi fai pena”. Se dicessero questa frase a me potrei sentirmi frustrata oppure incompresa. Dipende da come io valuto le ragioni che hanno portato qualcuno a dirmelo, cioè se per me sono valide oppure no.
        Saluti cordiali
        Angela

        • Cara Angela,
          sono d’accordo con Lei: anch’io penso che nelle parole che immaginariamente abbiamo cancellato dal vocabolario si possano trovare le cause della “corazza” di cui Roberto ha parlato.
          Ci tengo a ribadire che non vedo debolezza nell’espressione dei propri sentimenti, ma comprendo chi – per riserbo – non desidera manifestarli.
          Penso che sia importante distinguere chi ostenta il distacco dalle emozioni, come fosse estraneo ad esse, da chi per scelta e ragioni personali preferisce esternarle soltanto in parte o per nulla, con alcune persone oppure con nessuno.

          Caro Roberto,
          mi chiedi come la mettiamo con il detto “Meglio essere invidiati che compatiti”. Poiché mi disturbano sia l’invidia sia la compassione (se intesa in senso spregiativo) personalmente la metto così: cancello anche il proverbio e non se ne parla più. :-)
          “Meglio non essere né invidiati né compatiti”: secondo me, infatti, sia l’invidia sia la commiserazione sottraggono sempre e mai aggiungono. Sottraggono a chi prova l’una o l’altra e a chi le riceve.
          Vorrei approfondire quest’ultima considerazione. Vedremo.

          Hai ragione, caro Roberto: nella stanza accanto è un tripudio di emozioni, ma come sapete spaccare il capello Angela e tu …
          Sembra che stia scherzando, ma non è così: mi disturba – quante cose mi disturbano, eh? – la superficialità e credo che sia chiaro. Apprezzo molto le vostre riflessioni in immersione costante, credetemi.
          Siete una bella squadra, cari amici. Complimenti e grazie di cuore a tutti.
          Ines

          • Cara Ines,
            hai notato anche tu come basta poco a far cambiare il senso della parola pena?
            “Provo pena” dà l’idea della preoccupazione e del dispiacere, invece “Mi fai pena” ha valore negativo.
            Una precisazione sulla manifestazione dei sentimenti: spesso il timore che sia confusa con la debolezza c’è perché molte persone considerano debole e trattano da debole chi li esprime, soprattutto se a farlo è un uomo.
            La situazione sta cambiando, ma fino a non molto tempo fa esisteva questa netta distinzione tra i due sessi: il mondo dell’interiorità e dei sentimenti era prerogativa femminile, mentre all’uomo era assegnata la concretezza dell’agire e del reagire senza lasciarsi coinvolgere emotivamente. Un retaggio educativo, in parte, ma anche una propensione naturale fissata dal nostro DNA?
            Saluti a tutti
            Roberto (Lucca)

          • Caro Roberto,
            forse – e sottolineo “forse”, perché è soltanto una mia ipotesi – “provare pena” è l’espressione di un sentimento che scaturisce spontaneamente dalla partecipazione emotiva a uno stato particolare; una persona che “fa pena”, invece, spinge verso la commiserazione, vissuta da chi la prova come qualcosa di imposto dall’esterno, per niente spontaneo, dunque.
            Non è un caso, infatti, che ci siano persone che amano essere compatite oppure che tendono all’autocommiserazione: sono quelle che definiamo malate di vittimismo.

            Per quanto riguarda i sentimenti penso che non dovremmo lasciarci influenzare dal giudizio altrui, soprattutto se quel giudizio è così limitato da confondere l’esternazione dei sentimenti con la debolezza.
            Probabilmente l’educazione e la cultura hanno contribuito alla distinzione di cui parli, come non escludo che la diversità (esistente tra la donna e l’uomo) nel valutare e manifestare le emozioni dipenda anche da fattori genetici.
            Ciò che conta, secondo me, è restare sé stessi, senza forzature: sacrificare il proprio modo di essere, la propria autentica personalità è una mancanza di rispetto verso sé stessi e verso gli altri.
            Un caro saluto
            Ines

  • Ho scritto “vado e torno”: ho sopravvalutato me stesso e sottovalutato gli impegni che mi aspettavano.
    Cancelliamo “sottovalutare” se stessi e “sopravvalutare” gli altri, perché certamente c’è in noi qualcosa che a un altro manca; sottovalutare gli altri e sopravvalutare noi stessi per la stessa ragione; sottovalutare il passato e il presente e sopravvalutare il futuro, che significa non dare la giusta importanza a ciò che abbiamo vissuto e stiamo vivendo in questo momento caricando invece di aspettative esagerate i progetti e gli obiettivi per il futuro; sottovalutare le nostre risorse umane e morali e sopravvalutare l’importanza dei beni materiali.
    Gli esempi potrebbero continuare, ma questi bastano. Il difficile sta nel trovare la giusta misura di valutazione, ma impegnamoci a cercarla.
    Saluti
    Roberto (Lucca)

    • Temo, caro Roberto, che trovare la giusta misura di valutazione sia quasi impossibile: entrano in gioco, secondo me, diversi fattori che renderebbero questo equilibrio … instabile.
      Innanzitutto l’essere umani e, in quanto tali, imperfetti e dunque destinati a pensieri imperfetti, a valutazioni imperfette, a comportamenti imperfetti.
      Possono incidere, poi, anche i nostri stati d’animo e i sentimenti: chi di noi non attraversa un giorno o un periodo in cui – a causa di un insuccesso, per esempio – ha una percezione alterata di sé e degli altri? e chi di noi non si lascia influenzare, almeno in parte, dall’affetto che nutre verso una persona per attribuirle qualità talvolta superiori a quelle reali? Che cosa è reale, poi? Su questo tema potremmo “blablare” – se ricordo bene hai usato tu questo nuovo termine – per settimane e non so se riusciremmo a trovare le risposte, che sarebbero comunque risposte … imperfette.
      Comunque condivido quanto hai scritto e la volontà di cercare, tra tanti instabili equilibri, il meno instabile.
      Grazie per il tuo contributo e saluti
      Ines

  • Gentile Ines,
    detto senza mezzi termini: credo che oggi buona parte della gente non sappia neanche che cosa sia la sensibilità essenziale, cioè il senso minimo del rispetto o dell’attenzione per gli altri.
    Dirò di più: la sensibilità è spesso vista come una forma di debolezza e questo significa che maggiore è la sensibilità maggiore è la debolezza, secondo il modo di ragionare e di valutare di molte persone.
    Quello che Lei ha scritto sull’opportunismo e l’amicizia mi sembra ricollegabile con il concetto del diritto espresso da Roberto: il diritto di essere compresi, ma non il dovere di comprendere e questo la dice lunga sull’affermarsi di comportamenti viziati in generale.
    Le eccezioni non mancano ma restano eccezioni, mentre dovrebbero essere la regola.
    Mi consenta una domanda. Lei come si comporta se un’amica ferisce la Sua sensibilità, se La delude, se vede tradita la fiducia riposta in lei?
    Grazie
    Angela

    • Cara Angela,
      credo sia probabile che molte persone considerino la sensibilità una forma di debolezza, ma personalmente lo giudico un errore di valutazione, di cui del resto non mi curo. Ho notato infatti che si nascondono più insicurezze e fragilità dietro l’apparenza di un carattere duro e poco sensibile di quante ve ne siano realmente in chi si manifesta senza alcun timore per come è.
      Quanto alla Sua domanda, per non generalizzare, devo fare alcune distinzioni.
      Accade con una certa frequenza che un’amica (o un amico) ferisca la mia sensibilità, ma so con certezza che la maggior parte delle volte lo fa inavvertitamente, in totale buonafede: in quei casi metto da parte la punta di amarezza che ne deriva, perché sono pienamente consapevole di quanto la mia sensibilità sia complessa e persino inaccessibile, dunque incomprensibile.
      Se invece un’amica (o un amico) intenzionalmente ferisce la mia “sensibilità essenziale” – riprendo volentieri la Sua espressione – oppure tradisce la mia fiducia tendo ad allontanarmi da lei, fino a chiudere il rapporto di amicizia. Naturalmente ne soffro, ma considero inevitabile e giusto che sia così: nessuna amicizia sopravvive alle grandi delusioni e alla mancanza di fiducia e di stima reciproche. Per correttezza spiego sempre chiaramente alla diretta interessata le ragioni del mio allontanamento, allo scopo di non lasciare ombre o possibili dubbi.

      Un caro saluto
      Ines

  • Cari amici,
    si parla molto dell’opportunismo nel campo politico e professionale, ma non abbastanza – a mio avviso – degli amici opportunisti, che Angela ha definito “urticanti”.
    Sarà perché attribuisco all’amicizia un valore profondo, sarà perché – lo riconosco – sono severa con gli amici quasi quanto lo sono con me stessa, se c’è un comportamento che considero opportunistico da parte di un amico (o di una amica) è quando loda la mia sensibilità finché da essa può ricavare un beneficio personale, quale può essere il sentirsi ascoltato e compreso, ma la definisce eccessiva se sono io ad aspettarmi da lui (o da lei) la stessa attenzione e la stessa comprensione.
    Ancora: se c’è un comportamento che considero opportunistico da parte di un amico è quando mi apprezza finché sono allegra e brillante, mentre fugge via, si ritira, si eclissa se sono triste.
    Capisco che a nessuno piace la tristezza, ma essere amici non significa anche essere presenti nel momento del bisogno? Oppure si è amici soltanto per dividere i momenti di allegria e divertimento?
    A volte – a mio modesto avviso – basterebbe un passo: fare un passo in più verso l’altro.
    Ma forse sbaglio.
    Saranno graditi i vostri commenti, naturalmente.

    A tutti un saluto amichevole
    Ines

    • Mia cara Ines,
      il tuo sfogo sull’opportunismo mi ha commossa, sai?
      Non capisco perché dici che forse sbagli. Gli amici veri dovrebbero esistere soprattutto nei momenti difficili, non solo quando si tratta di stare in allegria e divertirsi insieme!
      Per il discorso sulla sensibilità torno all’egocentrismo. Forse sono fissata con questo egocentrismo, ma non dipende dalla pessima abitudine di mettere al centro se stessi e i propri bisogni se gli altri non sono capaci di ricambiare con la comprensione chi è disponibile a dimostrarla con loro?
      Un saluto affettuoso da Giusy

      • Cara Giusy,
        sei gentilissima e ti ringrazio di cuore.
        Tuttavia, poiché sono veramente severa con me stessa, credo sia giusto precisare che la mia sensibilità è davvero eccessiva, in alcuni casi. Confesso che a volte la prendo a pugni nella speranza di riuscire ad addomesticarla, ma niente. Comprendo benissimo, dunque, che sia ‘inaccessibile’ a molti e riconosco senza alcun problema che è un mio limite, non un limite altrui. Non posso aspettarmi e non mi aspetto dagli altri una sensibilità pari, sia perché trovo squallido mettere sulla bilancia, ossia pesare, le caratteristiche di ogni individuo, sia perché ognuno va rispettato e accettato per la persona che è, se desideriamo la sua amicizia e se consideriamo che l’amicizia non è un obbligo, ma una libera scelta.
        Ciò che mi amareggia è notare che da alcuni è apprezzato proprio l’eccesso di sensibilità, finché è rivolto alla loro persona … Tutto il resto è quanto ho già esposto.
        Un saluto affettuoso anche a te, cara Giusy
        Ines

    • L’amicizia secondo Confucio:
      “Tre tipi di amici sono utili e tre tipi sono dannosi. Quando gli amici sono onesti, sinceri o intelligenti sono utili. Quando gli amici sono falsi, adulatori o opportunisti sono dannosi.”
      Questo, cara Ines, per dare una risposta filosofica al tuo commento sull’opportunismo.
      Ho però la mia obiezione pronta anche sulla massima di Confucio: gli amici “utili” … Vedere l’utilità nell’amicizia non è una forma larvata di opportunismo?

      Cara Conduttrice,
      prima hai elegantemente glissato, poi hai elegantemente risposto. La classe non è acqua. Brava e grazie.
      Saluti a tutti
      Roberto (Lucca)

      • Caro Roberto,
        l’amicizia e’ gia’ stata trattata tempo fa… e ribadisco quello che dissi: Un vero amico ti succhia il veleno se il serpe ti ha morso su una chiappa… ;)

        Ernesto

        • Caro Ernesto,
          appena sfornata, dai: “Un amico opportunista ti succhia il sangue da un graffio a uno stinco facendoti credere di essere convinto che fosse lì che la serpe ti ha morso.” ;-)
          Ciao! Appena alzato?! Buongiorno, allora.
          Ines

      • Prontissima a risponderti, stavolta, caro Roberto: sì, secondo me valutare l’utilità di un amico potrebbe essere una forma di opportunismo, ma non escludo che nel caso della massima di Confucio vi sia stata una traduzione approssimativa, non fedele al concetto originale.
        Cari saluti e grazie a te.
        Ines

  • Vedo attendibile la teoria di Vico, cara Ines, ma temo che la “nuttata” sia lunghissima e che l’alba sia lontanissima.
    Ho notato che hai elegantemente glissato su una mia domanda…. Mi riferisco alla domanda alla scrittrice Ines Desideri.
    Saluti a tutti
    Roberto (Lucca)

    • Caro Roberto,
      ho glissato?! Davvero?! Quando? Come è potuto accadere? :-)
      Sto scherzando, ma sinceramente non pensavo che la domanda fosse rivolta a me.
      Comunque non credo che il fatto che tu dimentichi spesso che sono una “scrittrice” – parola verso la quale nutro un profondo rispetto (questo spiega il ricorso alle virgolette) – debba necessariamente rappresentare una tua mancanza oppure un mio pregio: né l’una né l’altro, secondo me.
      In fondo, se escludiamo questo spazio ( i “blog”, intendo), tutte le pagine del sito trattano della scrittura e del mio rapporto con essa. Non mi dispiace, dunque, che qui se ne parli poco.

      Un caro saluto
      Ines

  • Cara Ines,
    la tua descrizione del processo di immedesimazione merita tutto l’apprezzamento possibile, ma ripeto: ottime e nobili le ragioni che esponi, ma resto dell’avviso che metterlo in pratica sia difficile, se pensiamo alla brutta piega che hanno preso i rapporti umani.
    C’è troppa superficialità, ci sono l’insofferenza, la maleducazione, l’egocentrismo, la presunzione, il blablare di troppi e pochissimi disposti ad ascoltare come si dovrebbe, cioè con attenzione e disponibilità.
    Non fraintendermi, cara Conduttrice: faremmo bene a non arrenderci di fronte al malcostume che imperversa, ma sconfiggerlo mi sembra un’utopia.
    Luigi parla con sincera ammirazione di Michelangelo, di Leopardi, di Van Gogh, di Beethoven.
    Dalle sue parole si capisce che osservare un’opera d’arte o leggere una bella poesia o ascoltare un brano di musica classica lo emoziona. Emoziona anche me e anch’io provo ammirazione per i Grandi Artisti e per il loro talento, ma quante persone si curano invece soltanto delle apparenze e del superfluo? Quante persone riescono a trarre un insegnamento come quello che Giusy ci ha simpaticamente raccontato sull’invidia?
    Vedo troneggiare la decadenza umana e sociale. Ma non arrendiamoci.
    Saluti a tutti
    Roberto (Lucca)

    PS. Dimentico spesso che la nostra “Conduttrice senza fretta” è una scrittrice: è una mia mancanza per distrazione oppure un suo pregio?

    • Caro Roberto,
      stai tranquillo: non ti fraintendo, comprendo il tuo disincanto (è anche il mio e di molte altre persone) e so benissimo che le nostre conversazioni non potranno combattere o addirittura sconfiggere lo stato di degrado morale e sociale in cui viviamo. Penso soltanto che affrontare il problema possa essere interessante e utile per uno scambio di idee, nulla di più.

      Hai parlato di “decadenza” e mi è tornata in mente la teoria dei “corsi e ricorsi storici” di Giambattista Vico: la nostra dovrebbe essere, quindi, l’età (nella Storia dell’uomo) della civiltà borghese, che si cura unicamente di ottenere sicurezza e benessere. Da ciò deriverebbe il lento ma inesorabile processo di disfacimento e di decadenza fino al ritorno a una nuova barbarie, dopo la quale inizierebbe un nuovo ciclo storico.
      “Ha da passa’ ‘a nuttata …” diceva saggiamente il grande Eduardo De Filippo.

      Un caro saluto
      Ines

  • Luigi ammira le persone che sanno esprimere bene i loro pensieri e anche io, ma lui scrive belle poesie, mentre io neanche quelle! :-)
    Però voglio raccontarvi, amici del blog, di due persone che ho invidiato e della lezione che ne ho ricavato.
    Invidiavo una mia compagna delle medie, perché aveva i capelli lunghissimi e lisci, mentre i miei erano crespi e non crescevano come a lei. Poi lei aveva gli occhi azzurri ed era molto bella, mentre io mi vedevo … insignificante.
    In terza media lei fu bocciata e quello mi fece capire che la mia invidia era sciocca.
    Alle superiori ho invidiato un’altra ragazza perché aveva un filarino con il più bel ragazzo della scuola, che piaceva anche a me.
    La ragazza rimase incinta e il filarino finì perché il ragazzo si dileguò quando seppe che lei aspettava un bambino.
    Anche lì capii la stupidità della mia invidia e siccome avevo diciotto anni capii anche la stupidità dell’invidia in generale.
    Saluti a tutti da Giusy

    • Carissima Giusy,
      quanta genuinità in questo tuo racconto! Complimenti. Ma soprattutto mi congratulo con te perché – come ha già osservato anche Roberto – riuscisti a cogliere da adolescente ciò che molte persone adulte e mature (almeno per età) non riescono a cogliere: la stupidità e, se riflettiamo, la superficialità dell’invidia.
      Parlo di superficialità perché ho notato che spesso l’invidia è rivolta all’apparenza piuttosto che alla sostanza di un essere umano, a ciò che possiede anziché alla persona che è.
      Questo si può comprendere in un bambino e in un adolescente, per la loro inevitabile difficoltà ad andare oltre ciò che si mostra; lo considero meno comprensibile negli adulti che, come tali, dovrebbero aver imparato a non accontentarsi dell’esteriorità.
      Tornando ai tuoi racconti, per esempio, vediamo che la ragazza molto bella non ha avuto successo negli studi e che il più bel ragazzo della scuola non ha avuto l’onestà di assumersi la sua parte di responsabilità in quanto era accaduto. Per quanto riguarda il giovanotto, poi, mi sembra di notare anche un certo opportunismo, di cui torneremo a parlare.
      Grazie della testimonianza, cara Giusy, e un caro saluto
      Ines

      • Gentile Ines,
        possiamo dire che l’opportunismo è fratello dell’egoismo e cugino dell’ipocrisia.
        Anche l’opportunismo è molto comune perché rientra tra i comportamenti di chi pensa soltanto al tornaconto personale e stiamo notando che questo è l’interesse primario di molti. Per questo vedo una parentela stretta tra opportunismo, egoismo e ipocrisia.
        Tra gli opportunisti quelli che trovo maggiormente urticanti sono gli amici: è una brutta scottatura scoprire che un’amica (o un amico) in cui hai riposto piena fiducia si rivela opportunista.
        Provare per credere, come Lei ha scritto di recente in un commento.
        Cordiali saluti
        Angela

        • Cara Angela,
          mi piace che Lei attribuisca parentele tra i vari comportamenti, parentele che – a mio avviso – sono azzeccate.
          Quanto agli amici opportunisti, be’, diciamo che a me non serve provare ancora per credere: ho provato abbastanza, forse e purtroppo.
          Ne parlerò presto dal mio punto di vista, che – è giusto premetterlo – riconosco come particolarmente rigido.
          Grazie del Suo puntuale contributo, cara Angela. A presto
          Ines

  • Invidia. Condivido quello che dice Roberto.
    Io avrei voluto scolpire, a 22 anni, quella “cosa” incredibile (altri aggettivi non trovo) che è
    ” La Pietà” in Vaticano.
    Avrei voluto sentire nell’anima e nella mente la Musica della “Nona” e del maestoso ” Inno alla gioia” .
    Avrei voluto saper trovare i colori per dipingere “le notti stellate” e “il sole sui campi della Provenza”.
    Avrei voluto trovare le parole per scrivere ” La sera del dì di festa” e ” A Silvia”
    Purtroppo non mi è riuscito, né mi riuscirà mai.
    Allora mi resta una immensa (sana) invidia per Michelangelo, Beethoven, Van Gogh e Leopardi.
    E la stessa invidia provo per tutti coloro che riescono a trasformare in parole “cose” che io riesco, a stento, solo a pensare.
    Serena giornata a voi tutti.
    L.G.

    • Caro Luigi,
      la tua non è una sana invidia, secondo me, ma una sanissima ammirazione per il talento artistico e puoi esserne fiero.
      Non sono d’accordo con te, invece, se ritieni di non riuscire a trasformare in parole le cose che pensi, come riescono a fare altre persone.
      Ci riesci benissimo, credimi.

      A te e a tutti buona giornata
      Ines

  • Carissima Ines,
    vorrei farti una domanda sull’immedesimazione e comunque complimenti, perché hai saputo spiegarla molto bene.
    La tua attività di scrittrice facilita l’immedesimazione?
    Grazie e saluti a tutti da Giusy

    • Cara Giusy,
      ti ringrazio dei complimenti ed esprimo la mia opinione per rispondere alla tua domanda: secondo me più che facilitarla la scrittura richiede l’immedesimazione.
      Naturalmente mi riferisco alla narrativa e alla poesia, non alla saggistica: il romanziere e il poeta dovrebbero non soltanto essere capaci di immedesimarsi ma anche permettere al lettore di immedesimarsi a sua volta; è invece da apprezzare l’assenza di partecipazione personale in un saggista, affinché il suo scritto abbia il pregio dell’obiettività analitica.

      Caro Roberto,
      se le marachelle sono tutte qui … viva le marachelle!
      Noto che anche a te piace spaccare il capello in quattro, se possibile anche in otto – :-) – e mi congratulo.
      Trovo molto interessante la tua distinzione tra “essere e avere” riguardo all’invidia e aspetto che i nostri amici si facciano avanti con le loro considerazioni. Le mie resteranno per un po’ in panchina.
      Sull’opportunismo mi pungi sul vivo. Ahi, che dolor! Ma non è che la superficialità mi dolga meno, sia chiaro.
      A riparlarne presto, dunque.

      Avete notato, amici, la cerniera lampo verticale che oggi attraversa il logo “Google”? Simpaticissima! Con un click si apre, come se fosse una vera lampo, ed ecco la biografia di Gideon Sundback (nato il 24 aprile 1880 e morto nel 1954), l’inventore della chiusura lampo.
      A tutti voi un caro saluto
      Ines

  • Cara Ines,
    ti lascio volentieri la patata bollente servita da Angela sull’empatia e rimando a dopo, cioè a patata appena tiepida, le mie obiezioni se ancora avranno senso.
    Predichi bene e razzoli male, cara Conduttrice? :-)
    Ci inviti a disquisire sulle parole che abbiamo individuato finora e tu non hai parlato dell’invidia, segnalata proprio da te!
    Voglio guadagnarmi un altro gettone e allora dico la mia sull’invidia. Questo si chiama “opportunismo”, un’altra voce da cancellare.
    Non considero l’invidia uno dei mali peggiori della società e mi conforta che anche Dante la pensasse come me: ha messo gli invidiosi nel Purgatorio.
    Resta comunque un peccato, che va differenziato a seconda che si provi invidia per ciò che gli altri hanno oppure per come gli altri sono.
    Vedo in giro molta invidia per ciò che gli altri hanno (denaro, automobili, abbigliamento firmato, successo professionale e via discorrendo) e questo dovrebbe rappresentare di per sé un campanello d’allarme, perché forse bisognerebbe ridefinire (ottima l’espressione di Luigi) ciò che conta e ciò che è superfluo.
    Non vedo invece molta invidia per come gli altri sono, per le loro qualità e virtù e sarebbe da chiedersi se dipende dal fatto che queste non sono considerate importanti (altro campanello d’allarme) oppure dal fatto che o non viene manifestata o viene manifestata come ammirazione. Parliamone, che dite?
    Se mi rispondete che non vi garba di parlarne, ho pronta un’altra parola da cancellare: superficialità.
    Questo è un “ricatto” in piena regola e cosa vogliamo fare del “ricatto”.
    Ecco le mie marachelle, cara Ines: ci hai chiesto di fermarci ma io vado avanti imperterrito.
    Saluti
    Roberto (Lucca)

  • “Comprendo e rispetto le tue opinioni, ma …”.
    Che cosa significa veramente “comprendere” e, di conseguenza, che cosa significa veramente “rispettare”, amici?
    Sono sicura della buonafede con cui si pronunciano questi due verbi, ma temo che spesso siano usati con una certa superficialità, per dimostrare una comprensione e un rispetto che sono soltanto apparenti.
    A mio avviso per comprendere veramente una persona, e dunque le sue opinioni, bisogna immedesimarsi in lei – “mettersi nei suoi panni” – e considerare il suo punto di vista come l’unico punto di osservazione possibile in quel momento: non si comprende stando di fronte a chi espone il proprio pensiero, ma spostandosi idealmente al suo fianco, perché si possano cogliere le stesse immagini, le stesse sfumature, gli stessi dettagli.
    Soltanto dopo esserci immedesimati e aver percepito provvisoriamente come nostro il suo punto di vista potremo dire “comprendo”. Se avremo compreso veramente il rispetto sarà spontaneo e il ” ma …” la giusta esternazione delle nostre opinioni.

    Alcuni di voi, cari amici, hanno osservato che immedesimarsi negli altri non è facile e non posso certamente dare loro torto: richiede impegno e umiltà.
    Non possiamo nasconderci che, soprattutto oggi, alla stragrande maggioranza delle persone mancano sia la volontà di impegnarsi sia l’umiltà e non saranno certamente le nostre riflessioni a cambiare alcuni comportamenti.
    Siamo qui per parlarne e riflettere, nulla di più.

    Intanto mi torna in mente l’immagine offerta dal nostro Luigi: il dono offerto quasi di nascosto, lasciato sul davanzale di una finestra chiusa, complici il silenzio, il buio e il timore di umiliare il “bisognoso”. Non era forse un gesto compiuto con la capacità di immedesimarsi nell’altro?
    E il fiore di campo donato in cambio? Un grazie appena sussurrato.

    A tutti un caro saluto
    Ines

    • Gentile Ines,
      intanto l’empatia (ovvero la capacità di immedesimazione) non è una dote di molti: è sintomatico che buona parte delle parole che abbiamo scelto siano da cancellare proprio per mancanza di empatia, se non sbaglio.
      Dall’egocentrismo all’inaffidabilità e passando per l’intolleranza, i pregiudizi, la maleducazione, la spregiudicatezza etica e morale, l’ostentazione, fino all’invidia e all’ipocrisia mi sembra che tutto sia riconducibile essenzialmente a una causa: l’assenza di empatia.
      Poi, ammesso che si sia capaci di immedesimarsi negli altri e nei loro ragionamenti, mi domando se questo non costituisca il rischio di riuscire ad essere tutti tranne se stessi.
      In parole povere: essere accomodanti non significa essere fondamentalmente ipocriti?
      Angela

      • Cara Angela,
        sono d’accordo con Lei su due aspetti: la capacità di immedesimazione non appartiene a molti e la sua mancanza (o eccessiva carenza) può essere una delle cause di diversi comportamenti errati.
        Aggiungo che nella stessa persona possono coesistere l’empatia e l’estraneità rispetto ai ragionamenti altrui: penso che la scelta dell’una o dell’altra dipenda dall’interesse e dai sentimenti che nutre verso l’altro, oltre che da motivazioni profonde che possono impedire di comprendere comportamenti, scelte e reazioni, se sono obiettivamente incomprensibili per motivi etici.
        Porto un esempio: è difficilissimo, se non impossibile, mettersi nei panni di un criminale e osservare dal suo punto di vista le ragioni che lo spingono a esserlo.
        Invece non sono d’accordo con Lei sul rischio di essere “uno, nessuno, centomila” – tutti tranne sé stessi e dunque ipocriti – se ci si immedesima negli altri.
        Lo spostamento immaginario di cui ho parlato non significa rinunciare alle proprie opinioni per sposare quelle altrui, non significa tradire sé stessi per compiacere l’interlocutore di turno e neanche significa ingannarlo, facendogli credere che abbia ragione da vendere, mentre intimamente si pensa il contrario. Questa sì che sarebbe ipocrisia: “essere tutti tranne sé stessi” e “accomodanti”.
        Lasciare provvisoriamente una posizione per osservare qualcosa da un’altra e poi riprendere la propria, se la si considera migliore e spiegandola all’interlocutore con chiarezza (senza lasciare adito a equivoci), non vuol dire essere ipocriti o accomodanti, a mio avviso, ma analizzare una situazione a 360°. Penso invece che sia il modo migliore per poter parlare di rispetto verso gli altri, ma anche verso sé stessi: i paraocchi non arricchiscono né fanno onore a chi li ha, credo.
        Un caro saluto
        Ines

  • Ringrazio il Sig. Carbonelli per la risposta sull’INTOLLERANZA.
    Spero di non essere indiscreta chiedendogli se, come emigrato, sente di aver subito forme di intolleranza o che ne abbiano subito altri emigrati.
    Più in generale sarei interessata a sapere se oggi il Canada può essere considerato un Paese in cui l’intolleranza religiosa, di casta e razziale in qualche modo resistono.
    Vedo i PREGIUDIZI, altra parola scelta dal Sig, Carbonelli, parenti stretti dell’intolleranza, forse i genitori, perché dai pregiudizi legati alla religione, alla casta o alla razza nasce l’intolleranza.
    Non mi è chiara, invece, l’intolleranza per il tempo e conto sulla sua gentilezza, Sig. Carbonelli, per un esempio.
    Angela

    • Cara Angela,
      È veramente difficile esprimere sotto forma di giudizio o commentare su dei sentimenti che spesso sono ben celati dall’ipocrisia.
      L’intolleranza razziale varia tanto da individuo ad individuo.
      Non credo che tra gli umani ci siano elementi che ne sono totalmente scèvri.
      Per me tra i bigotti si trovano gli esponenti maggiori.
      In Canada, come in ogni paese dove ci sono tante nazionalità diverse, è poco sentita ma non escludo che nell’interno delle stesse comunità si affacci il suo disgustoso viso.
      Lo stesso si può dire dell’intolleranza di casta.
      In Canada il multiculturalismo, fortemente voluto da un ministro federale d’origine italiana, che avrebbe dovuto appiattare alla “maccartiana maniera” tutte le divergenze che portano all’intolleranza ha avuto vita breve.
      Siamo intolleranti per il tempo. Non diamo più tempo a noi stessi. Vogliamo tutto adesso o prima. Non ci soffermiamo a sentire l’odore del caffè o ad osservare un tramonto ma siamo in continua competizione con noi stessi; corri, corri, corri: per andare dove? All’inferno?
      Saluti cari
      Ernesto

      • Caro Ernesto,
        intervengo per una riflessione sull’intolleranza per il tempo.
        Sono d’accordo con te: la fretta che ci assale, la smania di correre, la furia di avere tutto e subito ci impediscono di godere i piccoli momenti preziosi che la vita e la natura ci offrono ogni giorno. Vedo in questo una buona dose di ingratitudine.
        Ho inoltre notato che vivere intensamente ogni giornata significa anche rallentare il ritmo del tempo, come se l’intensità e l’attenzione che poniamo nelle azioni e nelle attività quotidiane riusciressero a frenare lo scorrere precipitoso del tempo stesso. Sembra un paradosso, ma penso che sia così. Provare per credere. :-)

        Riporterò nello spazio Letteratura alcuni versi di “La vita fugge e non s’arresta un’ora” di Francesco Petrarca: ritengo che dicano molto a questo proposito. Naturalmente potrete lasciare anche lì i vostri commenti.

        A tutti voi, cari amici, buona giornata
        Ines

      • Gentile Ernesto,
        francamente mi auguro che la Sua idea sull’intolleranza razziale ( Lei pensa che nessun umano ne sia scevro) sia frutto di una visione pessimistica. Sarebbe un grave problema, tenendo conto anche di un fenomeno in crescente aumento in Italia: l’immigrazione, che significa l’arrivo e l’inserimento di altre culture, altre religioni e altre razze.
        Cordiali saluti
        Angela

  • Salve amici del forum
    Condivido la proposta di Roberto a proposito di diritti e libertà quando usati per rivendicare i propri. In questa accezione sono la misura della deresponsabilizzazione del nostro contesto sociale. Volendo arricchire la foto di questo nostro tempo (principalmente in Italia) aggiungerei corruzione ed evasione (fiscale) , se un giorno sparissero dalla nostra quotidianità,
    (continuo ad illudermi che possa accadere) sarebbe il segno della nostra rinascita sociale. Comunque amici ,in attesa che ciò accada, consoliamoci disquisendo sulle proposte della nostra animatrice.
    Un caro saluto
    Gianni

    • Caro Gianni,
      magari bastassero le nostre conversazioni in questo spazio per lenire, almeno in minima parte, le amarezze che derivano dai mali della società!
      Lei accenna alla deresponsabilizzazione, un fenomeno di cui Angela e Roberto hanno parlato: si tratta, in fondo, del “così fan tutti” (cui anche Ben ha fatto riferimento di recente) in virtù del quale un comportamento sbagliato potrebbe apparire meno grave se appartiene a molti: ognuno, forte della constatazione di essere in “buona” compagnia, finisce con il convincersi che quegli errori non siano errori, perché sono un’abitudine diffusa e rientrano nell’andazzo generale.
      Bisognerebbe poi abolire la parola “disonestà“, della quale la corruzione e l’evasione fiscale sono due aspetti: impresa ardua, a mio avviso, perché richiederebbe una presa di coscienza della propria persona, della propria dignità individuale, delle responsabilità che ognuno dovrebbe assumere rispetto a sé stesso e, contemporaneamente, rispetto alla società.

      Cari amici,
      abbiamo individuato una buona quantità di parole da cancellare o da ridefinire (come ha scritto Luigi). Propongo di riflettere insieme su queste, prima di segnalarne altre, affinché la nostra non sia soltanto una lista: aspetto, dunque, le vostre considerazioni.
      Per quanto riguarda me parlerò presto del rispetto come io lo intendo: avevo promesso, infatti, che sarei tornata sull’argomento.
      A tutti voi buona giornata
      Ines

  • Con un po’ di sano egoismo, trovo il tempo per un’altra parola, non da eliminare, ma da ridefinire nel “Vocabolario dei comportamenti” : Solidarietà.
    Molti, per fortuna, sono oggi quelli che si occupano di coloro che vivono “nel bisogno”.
    Molto, troppo spesso però, questo positivo agire viene eccessivamente manifestato, pubblicizzato.
    Torno al mio paese, al tempo dell’ultima guerra; da racconti di mia madre.
    Le famiglie che “stavano bene”, che significava la sicurezza di due pasti al giorno, mandavano qualcuno, la sera, a portare pane, formaggio, una pentola di fagioli, alle famiglie che “stavano male”. Ma queste poche cose non venivano “consegnate” direttamente, ma lasciate sul davanzale di una finestra protetta dagli scuri accostati. La sera dopo, sullo stesso davanzale veniva fatta trovare la pentola pulita, con dentro un fiore di campo o un’altra piccola cosa che “stava” per grazie.
    Mia madre, che apparteneva ad una famiglia dove “stavano bene”, mi raccontava questa cosa “in generale”: non mi ha mai detto se lei aveva mai portato qualcosa o quali fossero le famiglie aiutate.
    Così, credo, che anche la solidarietà dovrebbe “esprimersi” nel silenzio.
    E’ tornato il sole, buona giornata a voi tutti.
    L.G.

    • “Quando invece tu fai l’elemosina, non sappia la tua sinistra ciò che fa la tua destra, perché la tua elemosina resti segreta …” (Vangelo secondo Matteo).
      Un passo del Vangelo, caro Luigi, mi sembra il miglior commento all’immagine che ci hai offerto.
      So di ripetermi nel chiamare “immagini” ciò che ci racconti, ma a me così appaiono e, come sempre, mi emozionano sia per la loro delicatezza sia per i valori umani e morali che trasmettono.
      A te e a tutti buona domenica
      Ines

  • Sto notando, cara Ines, che si presentano tre categorie di parole da cancellare.
    Quelle che dovremmo cancellare: invidia, ipocrisia, egocentrismo, egoismo, inaffidabilità, intolleranza, pregiudizi, applausi.
    Sugli applausi sono d’accordo con Luigi, anzi preciso: non sono una manifestazione di affetto (come tu dici, Ines), ma di consenso e di approvazione. Basta pensare ai luoghi in cui è normale applaudire, che Luigi ha nominato. Capisco che tu vedi l’applauso come saluto affettuoso rivolto a chi ci lascia, ma l’applauso è nato come espressione di approvazione e dovrebbe mantenere quel significato.
    Le parole che siamo costretti a cancellare perché ne abbiamo perso le tracce: educazione e rispetto.
    L’interpretazione che tu dai del rispetto delle opinioni altrui, Ines, è nobile ma di difficile applicazione anche secondo me.
    Infine ci sono le parole che dovremmo cancellare se le riconosciamo giuste e valide soltanto quando tornano utili a noi: diritto e libertà.
    Cosa pensi della mia classificazione provvisoria?
    Tanto per garantirmi il gettone di presenza e per farmi perdonare qualche marachella. :-)
    Saluti a tutti
    Roberto (Lucca)

    • Ottimo lavoro, caro Roberto, ma non vedo marachelle che tu debba farti perdonare.
      Mi permetto di aggiungere, tra le parole di cui abbiamo perso le tracce, il silenzio segnalato due volte dal nostro attento Luigi.
      Grazie e un caro saluto
      Ines

  • Proporrei di eliminare “educazione”; non perchè non sia una Signora “parola”, ma semplicemente perchè è scomparsa. Qualcuno in questi ultimi anni l’ha vista in giro ?
    Sarei felice di averne notizie.
    Un’ altra “parola” che “inizierei” a cancellare è “applauso”.
    L’applauso è perfetto nei teatri, negli stadi, nei ristoranti. Ma nelle chiese ? nei cimiteri ?
    Io sono un ragazzo di campagna e la gente del mio paese, che a stento aveva finito le scuole elementari, mi ha insegnato che di fronte alla morte la testimonianza è fatta solo di silenzio.
    Da sotto la pioggia, un saluto a tutti voi.
    L.G.

    • Caro Luigi,
      sarei felice di darti notizie sull’educazione, ma purtroppo non posso: anche io non la vedo in giro da molto tempo e comincio a preoccuparmi. Sarà malata? Verserà in pessime condizioni di salute? Non ditemi che è passata a miglior vita!
      “Passata a miglior vita”, un eufemismo per “morta”, in questo caso non mi sembra un vero eufemismo, se consideriamo che qui la vita non è delle migliori, a causa nostra.

      Gli applausi, la gente di campagna, la cultura: propongo di approfondire questi temi, amici, perché Luigi ha sfiorato note dolenti.
      No, non capisco come possano entrare gli applausi in una chiesa durante una cerimonia funebre oppure fuori, quando tra due ali di folla plaudente sta passando un feretro, né in un cimitero.
      Penso sia una manifestazione di affetto, forse a significare che non ci si arrende alla morte, che la persona che ci ha lasciati continuerà a vivere nei nostri pensieri e nei nostri cuori. Ma non sarebbe così anche senza applausi? Abbiamo sempre più bisogno di esternazioni plateali, fuori luogo nei momenti di dolore e di raccoglimento? Questo è preoccupante, caro Luigi.
      Veramente vorrei comprendere anche perché, da qualche anno, è in uso che uno dei familiari tenga un discorso durante la cerimonia funebre in chiesa. Il dolore – come tu osservi, giustamente secondo me – ha bisogno del silenzio. Mi sono chiesta più volte dove una persona distrutta dal dolore trovi la forza fisica e interiore per pronunciare un discorso. Non riesco a comprenderlo.
      Grazie, Luigi.
      Da una giornata di timido sole un saluto a te e a tutti voi.
      Ines

  • Un commento, amici, andando con ordine.
    Giusy eliminerebbe sicuramente “egocentrismo” e probabilmente “egoismo”. Sono d’accordo sul primo, ho alcune riserve sul secondo. Poche, ma le ho: esiste anche il così detto sano egoismo. Che cosa ne pensate?

    Cara Angela,
    nel comporre la poesia ho sfogliato i petali di una margherita: “invidia, ipocrisia, invidia …”, perché ero incerta su quale delle due cancellare prima.

    Ringrazio Fausto Raso che gentilmente riporta le definizioni dei vocaboli “egoismo” ed “egocentrismo”.
    Ha ragione, caro Fausto: la differenza sembra poco visibile, ma c’è.
    Poiché Aldo Gabrielli cita anche il contrario di “egoismo” (“altruismo”), per curiosità ho cercato il contrario di “egocentrismo”: è “allocentrismo”.
    Il Signor Raso ha lasciato un intervento in “Da Aidonchea a …” (il tema precedente) e vi invito a leggerlo: è interessante. Scriverò la mia opinione in merito.

    Sicuramente da aborrire le forme di intolleranza che hai elencato, caro Ernesto, e trovo molto significativo il tuo “più conosco gli uomini più amo gli animali”: forse dovremmo riflettere su questa frase e, come ci consigli, dovremmo riflettere di più e più spesso in generale.

    Caro Roberto,
    indubbiamente la tua scelta è “rischiosa”. Non da espulsione, per carità, perché scrivi considerazioni giuste e importanti, a mio avviso, ma eliminare i vocaboli “diritto” e “libertà” non significa eliminare anche i diritti e le libertà altrui?

    Un caro saluto a tutti
    Ines

    • Si parla spesso del sano egoismo, Ines, ma anche questo non è facile da mettere in pratica.
      Se sano egoismo significa pensare un po’ anche a noi stessi e non lasciare i nostri interessi sempre per ultimi con il rischio di abbandonarli perché non avanza il tempo per loro, è giusto che ci sia. Quando mi interesso al tuo blog, per esempio, io mi ritaglio uno spazio per un po’ di sano egoismo.
      Ma trovare la via di mezzo tra pensare anche a noi stessi e pensare troppo o solo a noi stessi, tra il sano egoismo e l’egoismo eccessivo, non è facile.
      Ciao a tutti da Giusy

      • Cara Giusy,
        nell’esprimere alcune riserve a proposito dell’egoismo – cancellarlo o no dal vocabolario dei comportamenti? – ho accennato al così detto sano egoismo, sano perché fa bene, perché aiuta a stare meglio con sé stessi e con gli altri. A mio avviso, infatti, per poter stare bene con gli altri bisogna innanzitutto stare bene con sé stessi. Non sto dicendo nulla di nuovo, sia chiaro, visto che a questo proposito sono stati spesi fiumi di inchiostro in saggi e articoli.
        Per sano egoismo intendo ciò che tu hai descritto: pensare anche a noi stessi, dedicando del tempo alle attività e agli interessi che ci appassionano, senza relegarli sempre all’ultimo posto e all’ultimo momento e, soprattutto, senza provare quei sensi di colpa che a volte prova chi teme di aver egoisticamente sottratto le proprie attenzioni ad altri per dedicarle a sé stesso.
        Trovare il giusto equilibrio tra il sano egoismo e l’eccessivo egoismo non è facile, hai ragione, ma credo che – senza manie di perfezione – sia bene trovare il migliore punto di incontro tra i nostri bisogni e quelli altrui: non saremo soltanto noi a beneficiarne, infatti, ma anche gli altri, perché sapremo offrirci loro con maggiore serenità.
        Riguardo al rispetto (inteso come immedesimazione) torneremo senz’altro a parlarne.
        Come avrai notato, cara Giusy, ho subito aderito alla tua proposta: mi sembra che “vocabolario dei comportamenti” sia un’ottima espressione. Grazie.
        A te e a tutti buona giornata, cari amici
        Ines

  • Cara Ines,
    bella anche questa tua nuova poesia, brava.
    Ringrazio e saluto Ernesto, poi subito a capofitto nel nuovo argomento.
    Mi piace rischiare e così scelgo due parole per le quali potrei rischiare l’espulsione: “diritto” e “libertà“.
    Sono parole belle e sane, ma le persone quasi sempre le usano per reclamare qualcosa che spetta, mai qualcosa che si deve: molti sono pronti a reclamare i loro diritti e le loro libertà e persino a combattere per difenderli. Quanti però sono pronti ad accettare che ad ogni proprio diritto corrisponde un dovere altrui e che pertanto, girando la medaglia, a un diritto altrui corrisponde sempre un dovere proprio?
    Stesso discorso per la “libertà” che non a caso viene associata ai diritti.
    Io ho il diritto (o la libertà) di parlare e tu hai il dovere di ascoltarmi: fin qui siamo tutti bravi.
    Tu hai il diritto (o la libertà) di parlare e io ho il dovere di ascoltarti: qui siamo meno bravi, spesso scadenti.
    Espulso? :-)
    Saluti
    Roberto (Lucca)

  • Gentile Ines,
    se potessi eliminerei l’ipocrisia. Come vede ancora la lettera “i”.
    L’ipocrita non si espone, non rischia, non ci mette del proprio e non arricchisce. Si cura soltanto di compiacere tutti per riceverne compiacimento e a questo scopo cambia continuamente maschera, una diversa per ogni occasione e per ogni persona: è camaleontico, quindi ha grande capacità di adattamento, ma rinuncia a essere se stesso e secondo me il prezzo da pagare in nome dell’adattabilità è molto alto.
    Infine, se fosse soltanto l’ipocrita a pagare quel prezzo mi starebbe bene, perché è una sua scelta. Il problema e ciò che mi indispone è che spesso paga anche chi involontariamente, incautamente o per necessità si trova ad avere a che fare con un ipocrita.
    Il Sig. Carbonelli ha scelto INTOLLERANZA, una parola complessa. Gradirei che mi spiegasse cosa intende, perché (faccio un esempio limite) nel momento stesso in cui scegliamo uno o più comportamenti da abolire immaginariamente, dimostriamo intolleranza verso quei comportamenti.
    Angela

    • Grazie Angela per la domanda ed ecco il mio pensare.

      1) Intolleranza religiosa: Questa dimostra che c’è solo l’inferno. I Cristiani mandano all’inferno tutti quelli che non lo sono, i Mussulmani pure etc… Se la eliminiamo andremo automaticamente tutti in Paradiso. Alle-LUI-a e Alle-LEI-a :-)

      2) Intolleranza di casta: arrivati alla concia delle pelli saremo tutti uguali.
      Il Principe De Curtis nella sua bellissima poesia “La Livella” ha espresso egregiamente questo concetto. Non serve altro commento quindi!

      3) Intolleranza razziale: questa manco ai cani. Qua più conosco gli uomini più amo le bestie!

      Ines direbbe: Ecco, prendi, pesa, incarta e porta casa! :-)
      4) Altra intolleranza: quella per il tempo. Oggi non si pesa e non s’incarta più… Presto, per virtù del primo capitolo e della fretta, andremo per piccioni selvatici appena nati o poco dopo se non ci concediamo un po’ di tempo per riflettere!

      Ernesto
      Toronto

  • Ciao Ines e benvenuto a Ben.
    Ti ricordi, Ines, quando abbiamo parlato dell’egocentrismo nello Spazio Libero?
    Egocentrismo è una delle parole che vorrei cancellare dal vocabolario dei comportamenti, possiamo chiamarlo così?
    Per collegarmi al commento di Ben vorrei dire che l’inaffidabilità può essere una forma di egocentrismo: chi vede se stesso al centro del mondo mette al primo posto il proprio comodo e tornaconto e non si preoccupa degli impegni presi e delle difficoltà che può creare agli altri se non rispetta quegli impegni.
    In fondo Ben parla di persone che pensano soltanto a sé e allora ecco l’egocentrismo o l’egoismo.
    Non so se c’è differenza di significato tra queste due parole ma io le cancellerei subito!
    Saluti da Giusy

    • Gentile Giusy,
      c’è una differenza, anche se non molto “visibile”, tra ‘egoismo’ ed ‘egocentrismo’. Gliela faccio “spiegare” da una persona molto piú autorevole del sottoscritto, Aldo Gabrielli. Leggiamo, infatti, dal suo vocabolario in rete:
      egoismo
      [e-go-ì-ʃmo]
      s.m.
      Atteggiamento di chi si preoccupa soltanto del proprio bene e del proprio interesse, senza nessuna cura dei problemi, delle esigenze e dei diritti altrui: gretto, cieco e.
      ‖ CON. Altruismo

      egocentrismo
      [e-go-cen-trì-ʃmo]
      s.m.
      Tendenza a porre se stessi al centro di tutto, subordinando ogni cosa al proprio interesse personale, alla propria volontà e ambizione.
      Cordialmente
      Fausto Raso

      • Sig. Raso, grazie per la spiegazione, lei è gentilissimo!
        Cara Ines,
        lasciati dire però che mettere in pratica quello che hai scritto sul rispetto e l’immedesimazione non è facile …
        Ma anche che può dipendere da questa difficoltà se ci sono l’egocentrismo, la maleducazione e tanti altri comportamenti sbagliati.
        Saluti da Giusy

  • In questo momento, cara Ines, cancellerei dal vocabolario la parola “inaffidabilità“, perché mi sto scontrando con persone che dicono e poi non fanno, promettono e non mantengono, facendo saltare programmi che uno cura con coscienza.
    E’ un tipo di atteggiamento che rasenta la maleducazione e denota mancanza di rispetto nei confronti del prossimo.
    E guardandomi intorno, mi verrebbe da aggiungere: così fan tutti!
    Non per generalizzare, ma per dire solamente che la maggior parte delle persone, ormai, pensa soltanto per sé.
    A presto.

    • Vedo che è tornato Ben … Bentornato!
      Nel tuo commento hai scelto una parola (inaffidabilità) ma in realtà ne hai fatte fuori almeno altre tre: maleducazione, egoismo, superficialità. Complimenti!
      Una battuta: poiché sia tu che io abbiamo scelto parole che iniziano con la “i” tiro un sospiro di sollievo al pensiero che un comune vocabolario non contiene i nomi propri: tra questi c’è il mio e chissà che qualcuno … ;-)
      “Così fan tutti”, osservi amaramente e poiché – come sai – non mi piace essere accomodante su alcuni argomenti non posso che darti ragione: così fanno in molti, in troppi, purtroppo.
      A questo proposito mi tornano in mente alcune parole di una canzone di Vasco Rossi:
      “Basta poco
      per essere furbi
      basta poco
      basta pensare che son tutti deficienti …”

      Sicuramente torneremo sulle parole che hai segnalato, caro Ben, perché sono “degne” rappresentanti di un comportamento che va alla grande.
      A tutti buona giornata
      Ines

      • Cara Ines,
        per rispetto del tuo nome incomincio anch’io dalla lettera “i”.
        INTOLLERANZA è la scelta del giorno!
        Peccato però che eliminarne l’etichetta non elimina anche gli intolleranti.
        Contribuisco adesso, saltando alla lettera “p” con PREGIUDIZIO.
        Buon giorno a tutti o buona sera, caso che sia!
        Ernesto
        Toronto

        • Caro Ernesto,
          hai ragione: eliminare l’etichetta non elimina purtroppo una tendenza o un comportamento, ma il nostro è un gioco, è fantasia, come per gioco e per fantasia ho immaginato di sognare che avevo sognato …
          Tuttavia, ricordando il vecchio detto “Giocando s’impara”, forse le nostre riflessioni potrebbero guidarci a individuare i vizi e i peccati che maggiormente arrecano danno alla dignità personale e alle relazioni sociali.
          Alla fine tutto resterà com’era, lo sappiamo, ma ragionarne insieme può essere interessante.
          E chissà che, strada facendo, non scopriamo che può essere anche utile … Vedremo, senza fretta.

          A te e a tutti voi, amici, buona giornata
          Ines

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