” La vita fugge e non s’arresta un’ora”

apr 25, 2012   //   by Ines Desideri   //   Blog, Letteratura  //  66 Comments

“La vita fugge e non s’arresta un’ora;
e la morte vien dietro a gran giornate,
e le cose presenti e le passate
mi danno guerra, e le future ancora…”

Cari amici,

questi versi de La vita fugge e non s’arresta un’ora  - tratto dal Canzoniere di Petrarca – danno la misura della fugacità della vita, ma anche del tormento interiore dell’uomo, da sempre combattuto tra il passato, il presente e il futuro. 

Come sempre aspetto le vostre riflessioni e, se lo gradite, versi di poesie o aforismi su questo tema. Grazie.

Ines

66 Commenti

  • Caro Ernesto,
    prendi il primo volo e ci vediamo all’ombra della Madonnina, anche se non ho capito perché lì.
    Mi riconoscerai dalla bottiglia di Morellino di Scansano e da una canzone. Nell’attesa allungherò il panama e mi rimetterò al buon cuore dei milanesi: se sono fortunato rimedio qualche moneta per l’Aperol. :-)
    Canterò “Whiskey sour” di Dan Hill, d’accordo?
    “Hand me down another whiskey sour
    I’m a willing victim to its spell
    and I just can’t rebel
    I’m far too thirsty and too tired”.

    Un salutone
    Roberto (Lucca)

  • Gentile Sig. Rancati,
    l’ultima volta che ci siamo incontrati era in Alabama nel lontano 1960, non ricorda?
    Non mi creda, sto mentendo spudoratamente e il mio saluto voleva essere una forma di accoglienza che spero le giunga gradita.
    Ernesto e io chiedevamo il minimo sindacale accasciamoni o un gettone di presenza, ma la padrona di casa – chiamata anche ostessa, conduttrice, moderatrice, animatrice, nonché Ines senza fretta – non ha voluto saperne: piange miseria e dispensa sorrisi. C’est la vie.
    Léo Ferré: grande interprete e sublime la sua “Avec le temps”, che ho riascoltato volentieri dopo averne ritrovato traccia qui, grazie a lei.
    “Alors vraiment
    avec le temps on n’aime plus”
    Sarà vero che con il tempo smettiamo di amare?

    Caro Ernesto,
    la ticchetta di sola andata non mi garba: ho famiglia.
    Preferisco il pollaio, se non si trova una sistemazione migliore.

    Saluti a tutti
    Roberto (Lucca)

    • Cari Luigi e Roberto,
      nientepopodimeno che in Alabama vi siete incontrati!
      Avete indossato la divisa incappucciata del KKK e bruciato croci di legno nel frattempo che centellinavate Sour Wiskey e Southern Blue Kentucky?
      Perche’ poi non mi avete avvisato? Sarei stato li’ in un lampo ad aiutarvi con il “Drooling” dell’inglese di quelle bigotte lande!

      :) :) :) Via! Tre faccine e un ;)

      Ernesto, sempre pronto per un Aperol all’ombra della Madonnina!

  • Il tempo.
    Per sfuggire a questo tiranno ora faccio riferimento soltanto al tempo meteorologico. Tieh!
    Ricambio con cordialità i saluti di Roberto, ma non mi ricordo dove ci siamo visti l’ultima volta!
    Bella domanda: dove va la lettura?
    Va dove vuole andare. Da sempre ci si lamenta del livello di lettura, cultura e quant’altro.

    Oggi ci sono dieci volte le librerie di cento anni fa, si pubblicano 60 mila titoli all’anno, non c’è analfabetismo, scriviamo su questo simpatico blog.
    Cara Ines, dicci come la pensi al riguardo.
    Un saluto cordiale a tutti.
    Luigi Rancati

    • Caro Luigi,
      qui tempo meteorologico uggioso: piove da ieri pomeriggio.

      Immagino le librerie di cento anni fa – di cui conservo un vago, nostalgico ricordo :-) – come luoghi in cui si respirava cultura nel senso più ampio del termine, a partire dagli arredi: vogliamo mettere la solidità e il calore degli arredi in legno e le suppelletili moderne, forse più funzionali ma fredde e tristi?
      Il libraio era egli stesso un divoratore di parole scritte, il suo mondo e la sua passione; per lui era un piacere accoglierti, conversare e consigliarti. Forse ti avrebbe deluso – “De gustibus …” – ma, tornando, avresti espresso le tue preferenze e avrebbe saputo soddisfarle.
      Si creava un rapporto di fiducia, ci si conosceva, i clienti affezionati si incontravano e forse si finiva col parlare anche d’altro. Altri discorsi: ancora cultura, non necessariamente letteraria.
      Nelle decuplicate librerie moderne nessuno conosce nessuno. Nessuno chiede, nessuno parla. Si acquista ed è una fortuna se il commesso (o la commessa) ti ringraziano e ti salutano quando ti allontani dalla cassa con il tuo bel sacchetto che contiene almeno due-tre libri: circa 50 euro.

      Si pubblicano 60 mila titoli all’anno: un numero che spaventa. Buona parte resterà sconosciuta ed è inevitabile: spesso si legge ciò che il mercato pubblicizza, ciò che ci assale già dalla vetrina della libreria.
      Ti invito a cercare un vocabolo su uno dei dizionari in rete: troverai la definizione di cui hai bisogno, ma anche il viso di due scrittori famosi, uno per dizionario.
      Non sorridono neanche. Peccato: dovrebbero almeno sorridere, visto che sono in testa alle classifiche settimanali da mesi. Un po’ di gratitudine, suvvia.

      Non c’è analfabetismo. Dubito di questa affermazione, se per analfabetismo intendiamo qualcosa in più del semplice saper infilare una parola dietro l’altra (come scriveva l’illuminato John Fante).

      Di questo e del perché scriviamo sui blog vi invito a parlare nella nuova pagina, amici. LiberaMente.

      Grazie e un cordiale saluto, caro Luigi.
      Ines

      • Carissimi tutti,
        oberato da impegni irrevocabili voglio salutare Luigi e dar lui il benvenuto tra noi digitatori inveterati e assidui computatori ad oltranza!
        Brevemente voglio commentare gli ultimi argomenti trattati…
        Dei non leggenti dico che ce ne sono di due risme; una di analfabeti e una che non vuole leggere. Non so quale e’ la peggiore.
        Sui fatti inevitabili dell’attimo “che si fugge tuttavia” mi piace citare un brano tolto dalla bocca di un noto attore in un noto filmato: “Sa’ che’dde’ ‘lla vita? La vita e’ ‘ccomm’a’ scaletta o’u cagghianare: e’ ‘ccuorta, ‘n salita e ‘cchiena ‘e m….”!
        Meglio forse della maestra che ammazza tutti gli scolari? Meno truculento forse!
        Non so proprio, ma Roberto puo’ ripensarci, anche se il biglietto (la ticchetta) non e’ di andata e ritorno!
        Caramente saluto tutti e a presto spero.
        Ernesto
        Toronto

        • Caro Ernesto,
          ci mancano i tuoi simpatici commenti, ma gli impegni da sbrigare innanzitutto. Noi siamo qui … senza fretta, come sempre.
          Il vostro riferimento (Luigi Rancati prima, tu ora) all’analfabetismo mi ha fatto ricordare una pagina del mio libro di lettura in seconda o terza elementare: pochi anni fa, dunque, e questo spiega perché la ricordo benissimo. ;-)
          Un contadino analfabeta riceveva le lettere del figliolo militare e le portava al parroco che le leggeva, dopo aver inforcato gli occhiali.
          Una volta, due, tre … poi il contadino pensò di andare in città per acquistare un paio di occhiali per leggere e portò con sé l’ultima lettera di suo figlio.
          L’ottico gli fece provare un paio di occhiali e lo invitò a leggere, ma nulla: il poverino non riusciva a decifrare quello scritto.
          Altri occhiali, altri tentativi: una, due, tre volte e … niente.
          - Ma tu sai leggere? – gli chiese l’ottico ormai spazientito.
          - No, se sapevo leggere non venivo a comprare gli occhiali, no?

          Caro Roberto,
          non credo che con il tempo si smetta di amare, ma che i sentimenti cambino con noi e che questo sia naturale.

          A tutti voi un caro saluto
          Ines

  • Salve a tutti.
    Vedo che l’argomento del tempo come misura della ns. esistenza sta avendo molto successo e non ho resistito a condividere con voi questa ulteriore riflessione.
    Naturalmente siamo portati a localizzare le ns. realizzazioni e la speranza di essere felici in un progetto futuro. Così tendiamo a bruciare, trepidanti ed impazienti, il lasso di tempo che ci separa dalla realizzazione di quel progetto salvo poi accorgerci, una volta realizzato il progetto, che la felicità non era là. Allora sprechiamo il tempo che ci rimane nell’attesa continua di realizzarci e raggiungere la felicità, senza accorgerci che corriamo incontro alla fine della ns. esistenza. Questo argomento è stato analizzato da molti grandi poeti, cito solo Leopardi, ma continua ad essere attualissimo. Rincorrere la felicità penso sia una nostra tendenza istintiva che però ci impedisce di vivere pienamente il ns. tempo. Penso di aver capito che la ns. felicità non è nelle grandi realizzazioni ma nelle piccole cose di tutti i giorni. Quando arriva non ce ne accorgiamo e la vediamo solo quando non c’è più.
    Anche in questo il tempo è tiranno.
    Un caro saluto
    Gianni

    • Caro Gianni,
      penso che impegnarsi in un progetto e pensare, senza troppi affanni, al futuro sia un buon espediente per evitare di naufragare nei ricordi, come accade al protagonista de “La sottile linea scura” (di J. Lansdale), di cui Lei ci ha parlato alcuni giorni fa.
      D’altro canto, pensare che la felicità sia sempre e soltanto nel futuro è ingannevole quanto il pensare che sia stata sempre e soltanto nel passato.
      Altrettanto ingannevole mi sembra la tendenza – piuttosto diffusa – a caricare di aspettative il domani e i progetti che coltiviamo: accade spesso, infatti, che da aspettative smisurate e da progetti eccessivamente ambiziosi scaturiscano le delusioni, poiché raramente la realtà corrisponde ai nostri sogni, che spesso hanno la velleità di volare più in alto di quanto sia opportuno. Icaro …
      Non è un caso, poi, che la felicità ci sorprenda nei momenti più inaspettati, che spesso non corrispondono ai grandi progetti e alle ambizioni di cui abbiamo nutrito il nostro tempo.
      Forse ci sorprende proprio per questo: perché non ce l’aspettavamo in qualcosa di così semplice come possono essere l’abbraccio di un bambino, lo sguardo attento della donna o dell’uomo con cui stiamo vivendo la grande avventura che è la vita, una risata spontanea con un amico, un gesto di apprezzamento o di conforto, una parola detta o ascoltata o letta, un tramonto …

      “Hemos perdido aún este crepúsculo.
      Nadie nos vio esta tarde con las manos unidas
      mientras la noche azul caía sobre el mundo.” (Pablo Neruda)

      Quanti crepuscoli perdiamo a causa della furia di correre e correre a perdifiato? Verso dove? Verso l’ultimo dei crepuscoli: il nostro.
      Grazie e un cordiale saluto, caro Gianni
      Ines

      • Mia cara Ines,
        che belli i versi di Neruda che hai richiamato!
        Sono impegnata (e anche un po’ triste) però vi seguo con affetto ogni volta che posso.
        Cosa cerco da me? Più sano egoismo e un pizzico di indifferenza per le brutture della vita che poi spesso sono le brutture umane.
        Ciao a te e a tutti e spero a presto.
        Giusy

        • Carissima Giusy,
          mi rammarica che tu sia triste. Penso che accada a tutti noi: a ognuno per ragioni diverse che – ho notato – sono riconducibili ad alcune ragioni comuni più spesso di quanto immaginiamo.
          Grazie per aver risposto – con la spontaneità che ti distingue – alla domanda “Cosa cerco da me?”. Spero che tu riesca ad avere ciò che desideri: abbiamo osservato insieme che un po’ di sano egoismo ci permette di stare meglio con noi stessi e, di riflesso, anche con gli altri.
          Quanto alle brutture, secondo me, ci sono quelle che la vita stessa ci riserva. Non possiamo ribellarci e, dunque, non ci rimane che accettarle con pazienza e coraggio, senza arrenderci, perché “nessuna notte è infinita”.
          Possiamo invece ribellarci alle brutture umane e – per quanto debole possa rivelarsi la traccia lasciata qui da ognuno di noi – lo abbiamo dimostrato in “Parole da cancellare” mettendone a nudo alcune: conoscerle e parlarne è il nostro umile tentativo di ribellione, l’unico possibile in questo spazio.
          Siamo qui. Ti aspettiamo, cara Giusy.
          Un :-) con affetto
          Ines

  • “La felicità di una madre è come un faro che illumina il futuro, ma si riflette anche sul passato e lo avvolge nella dolcezza dei ricordi.” (Honoré de Balzac)

    A tutti voi buona giornata, cari amici
    Ines

    • Gentile Ines,
      sulla Stampa di ieri c’era un breve articolo sulla “provocazione di Time”, cioè la copertina della rivista americana che riprende una mamma mentre allatta al seno un bambino di tre anni. Per raggiungere il seno materno il bambino è in piedi su una seggiola e sia la mamma sia lui guardano l’obiettivo.
      La foto, accanto alla quale appare il titolo “Are you mom enough?”, è stata scelta dal direttore del Time Rick Stengel per rappresentare “l’attaccamento tra una mamma e un figlio” in occasione della festa della mamma.
      Francamente penso che abbiano esagerato e potrei sembrare una bacchettona se diversi blog e social network non si fossero scatenati contro la “copertina-scandalo”.
      Innanzitutto penso che siamo come sempre molto distanti dalla giusta misura: negli anni in cui io ho allattato i miei piccoli al seno (circa 20 anni fa) c’erano madri che si rifiutavano di farlo per evitare che il seno si rovinasse, nonostante i pediatri spiegassero l’importanza dell’allattamento materno; ora il dottore americano Bill Sears “raccomanda l’allattamento al seno prolungato, la condivisione del letto tra genitori e figli e così via”.
      In seconda analisi non trovo piacevole vedere un ometto (perché così appare il bambino della foto) che succhia il seno materno guardando l’obiettivo: c’è qualcosa di innaturale, di artificioso nella posa di entrambi che offende, secondo me, il valore affettivo dell’allattamento al seno.
      Saluti cordiali
      Angela

    • Passavo di qui per ovviare a una gaffe, ma sarà per un’altra volta.
      Oggi, festa della mamma, preferisco lasciare una bella poesia del mio amato Ungaretti.

      A mia madre

      E il cuore quando d’un ultimo battito
      avrà fatto cadere il muro d’ombra
      per condurmi, Madre, sino al Signore,
      come una volta mi darai la mano.

      In ginocchio, decisa,
      sarai una statua davanti all’eterno,
      come già ti vedeva
      quando eri ancora in vita.

      Alzerai tremante le vecchie braccia,
      come quando spirasti
      dicendo: Mio Dio, eccomi.

      E solo quando m’avrà perdonato,
      ti verrà desiderio di guardarmi.

      Ricorderai d’avermi atteso tanto,
      e avrai negli occhi un rapido sospiro.

      Saluti
      Roberto (Lucca)

      • Cara Angela,
        leggendo il Suo intervento sull’allattamento al seno ho pensato che, come al solito, l’eccesso e l’ostentazione sono diventati il leitmotiv degli ultimi cinquanta anni. Sarebbe interessante cercare di capire perché, lasciando da parte l’ovvia considerazione che lo scopo – nel caso della copertina del Time – è soprattutto commerciale: più stupisci e più solletichi la curiosità, più se ne parla e più copie vendi.

        Tra qualche ora, cari amici, troverete nel blog Attualità un nuovo … non-tema.
        Ricordate lo “Spazio libero” di alcuni mesi fa? Mi piacerebbe ripetere l’esperienza, evitando però di utilizzare la stessa pagina, già ricca di interventi.

        Caro Roberto,
        anch’io amo il tuo amato Ungaretti.
        Della poesia che hai gentilmente riportato mi colpisce non soltanto l’intensità con cui l’autore immagina l’incontro con la madre, ma anche la dolcezza del suo “come una volta mi darai la mano”: l’uomo che torna a essere bambino e che la madre accoglierà e guiderà nel nuovo percorso.

        Buona giornata, amici.
        Ines

  • Dal racconto di Bernardo Atxaga, menzionato dal Sig. Rancati (che saluto cordialmente), emerge lo stato di “decadenza che caratterizza la nostra evoluzione”, argomento che abbiamo affrontato qui nel blog.
    “Non intendo leggere un libro in tutta la mia schifosa vita!” esclama Antonio.
    Mai dire mai, caro Antonio.
    Sarà lui, che tifava Real e aveva aperto un ristorante, a mostrare curiosità per la lettura nella parte finale del racconto, quando il narratore si ritrova unico lettore in un tempo in cui nessuno si appassiona ai libri.
    Nel racconto di Atxaga i veri protagonisti sono, alla fin fine, i libri e in questo senso vedo un collegamento con “Fahrenheit 451″ di Ray Bradbury, la storia inquietante di Montag, milite del fuoco che non spegne gli incendi, ma li appicca in qualunque casa i cui proprietari osino custodire libri.
    Inquietante e premonitore, se pensiamo che Bradbury scrisse questo romanzo all’inizio degli anni Cinquanta, ma contemporaneamente attraversato dalla stessa volontà di riscatto di cui Atxaga mostra un accenno nella parte finale del suo racconto: riscatto della letteratura e, per suo tramite, riscatto dell’uomo dall’imbarbarimento culturale.

    Quale età sta attraversando la lettura, ci chiedi, cara Ines.
    Non è semplice avere un’idea, ma se giudichiamo basandoci sulle statistiche potremmo essere tra quella del bronzo e quella del ferro: non si direbbe infatti che la lettura sia tra le attività preferite dalla società attuale, nonostante la varietà di produzione letteraria che troviamo sul mercato.
    Se volessimo invece guardare il passato, il presente e il futuro dal punto di vista della letteratura mi sembra evidente che molti capolavori siano collocabili nel passato, pochi nel presente e, se andiamo avanti così, il futuro non si prefigura roseo. Nuvoloni scuri all’orizzonte.

    Saluti a tutti
    Roberto (Lucca)

  • Cara Ines,
    eccomi qui dopo innumerevoli traversie digitali.

    Il tempo, quel gran mascalzone, senza misericordia, tic tac non molla mai, non ti dà tregua: tiranno!

    Mi ritornano in mente i bei versi di Léo Ferré

    Avec le temps, va, tout s’en va
    On oublie le visage et l’on oublie la voix
    Le coeur, quand ça bat plus,
    C’est pas la pein’ d’aller chercher plus loin
    Faut laisser faire et c’est très bien
    Avec le temps…

    Lui si rassegna io no.

    Ieri ho letto sul Corriere della Sera un bel racconto di uno scrittore basco – Bernardo Atxaga – “Storia di dieci piccoli lettori e di Antonio che tifava Real”. C’è un accenno al tempo.

    “Gregorio diffidava delle raccomandazioni dell’OMT (Organizzazione Mondiale del Tempo) e non credeva che ci fosse una pandemia causata da un virus che riduceva le ore e i giorni, ma anche lui fu contagiato dalla malattia, e adesso diceva di leggere, ma non leggeva, si limitava ad ascoltare la radio mentre andava in giro in macchina da una parte all’altra. E restammo soltanto in tre.”

    Sì perchè la lettura è una gran divoratrice di tempo . Ma chi ci rinuncia!

    Un caro saluto a tutti gli amici che ritrovo in questo simpatico sito. Ciao.

    Luigi Rancati

    • “C’è qualcosa di nuovo oggi nell’aria …”
      Qualcosa?! Qualcuno, direi.
      Benvenuto, caro Luigi.
      Veramente molto bello il racconto di Atxaga, che oggi è ospite al Salone del Libro di Torino.
      Ignacio (uno dei dieci lettori) paragona le Età dell’uomo – “età dell’oro, dell’argento, del bronzo e del ferro” – al tempo riservato alla lettura: “Quel tempo è peggiorato. Non so se è mai stato d’oro puro, cioè un tempo libero dalle preoccupazioni, dilatato e lento, un tempo che permetteva lunghe sedute o lunghe sdraiate; ma so – perché lo noto negli altri e in me stesso – che adesso leggiamo di sfuggita, ogni tanto, a spizzichi e bocconi, in fretta, assonnati o stanchi …”
      Quale età sta attraversando la lettura, secondo voi, cari amici?

      Hai ragione, caro Luigi, quando scrivi che “la lettura è una gran divoratrice di tempo”, ma – per quanto riguarda me – un buon libro mi lascia sempre l’impressione di aver aggiunto altro tempo a quello trascorso a leggerlo: il tempo inteso come lo scorrere di altre vite, l’evolversi di altre storie, viaggiare in luoghi sconosciuti e incontrare persone nuove.
      Accade anche a te?
      Grazie del tuo ricco contributo.
      Ciao
      Ines

      Ehm … “dopo innumerevoli traversie digitali”: da bambina mi chiedevo spesso perché dovesse essere sempre difficile raggiungere le rose selvatiche più belle e i frutti più dolci di una pianta. ;-)

  • Cara Ines,
    Ben ci ha suggerito una canzone dei Nomadi: che”la terra gira e non ci aspetta” lo capiamo, come ho già accennato, soltanto dopo gli -anta, quando cominciamo a constatare che gli anni rotolano sempre più precipitosamente uno dopo l’altro.
    Capitalizzare le esperienze trascorse e spendere al meglio gli anni che mi aspettano è quello che cerco da me, relativamente al tempo.
    Perché corriamo? Perché la terra gira e non ci aspetta; perché ci lasciamo portare al guinzaglio da una frenesia incalzante.

    Caro Ernesto,
    la vita è una brava maestra che ammazza tutti i suoi discepoli? Perbacco, voglio cambiare maestra! :-)
    A te e a Luigi complimenti sinceri. Che, dopo aver letto i vostri commenti e guardato le tue foto, io mi faccia pena l’ho confessato in camera caritatis e ho ricevuto l’assoluzione della padrona di casa. Mi sento meglio.

    Dai Nomadi e passando per i Queen ecco “Time” dei Pink Floyd:
    “Every year is getting shorter,
    never seem to find the time
    plans that either come to naught
    or half a page of scribbled lines”

    Saluti a tutti
    Roberto (Lucca)

    • Caro Roberto,
      noto che hai le idee chiare riguardo a cosa cerchi da te, complimenti. Io (che ho lanciato la domanda) non ancora …
      Il guinzaglio no! Non dimentichiamo che più intensamente viviamo più il tempo sembra dilatarsi.
      A proposito del vivere intensamente, qualcuno di voi conosce la noia, amici?
      La noia: quel tempo dilatato, appunto, che sembra non passare mai, che ha peso – e che peso! – però manca di intensità, quasi di vita.

      Bellissima la canzone dei Pink Floyd: ti intendi di musica, eh?
      Un salutone anche a te
      Ines

  • Pensierino della sera: si chiamava così, negli anni Sessanta, un pensiero inserito nel programma televisivo “Intermezzo”, in onda su Rai 2 dopo il telegionale della sera.

    Guardando ancora una volta le ultime foto di Ernesto e, in particolare, lo scatto che riprende una casa fatta di sassi e pietra (che Luigi ha descritto come custode discreta di storie e di vita) e il tramonto ho pensato che questa fotografia raccoglie magicamente il passato, il presente e il futuro. Mi sembra di vedere il passato nella vecchia casa di paese, il presente nell’attimo di catturare l’immagine e il futuro nel tramonto del sole (il crepuscolo dell’esistenza, come Gianni lo ha poeticamente chiamato).

    Anche nelle immagini dei fiori colgo una similitudine: lo sbocciare vivace dei nostri sogni, quelli di ogni età della nostra vita.

    Buona notte, cari amici.
    O buongiorno? Chissà …
    Ines

  • Anche se con un po’ di ritardo, ringrazio Ernesto Carbonelli per le sue bellissime foto.
    Sì, sono proprio quelli i muri : di pietra, di sassi, che respirano e trasudano “vita”.
    Ringrazio anche Ines che continua a chiamare poesie queste mie sintesi di cose belle e meno belle che mi succedono, che mi raccontano, o per qualche occasione.
    Mandi mandi.
    Luigi

    • Certo che continuo a chiamarle poesie, caro Luigi: per me lo sono. Che volemo fa’? :-)
      ” … i muri di pietra, di sassi, che respirano e trasudano vita”. Ecco che si presenta un altro dei miei pensieri di bambina di città.
      Inverno pieno e buio pesto fuori. Mi piaceva guardare dalla finestra del nostro appartamento a Roma le altre finestre, rettangoli luminosi che fendevano l’oscurità.
      Allora pensavo che dietro quelle finestre e quelle tende, in quelle case, c’erano famiglie come la mia e lì scorreva la loro vita, che immaginavo molto simile alla nostra.
      Anche questo mi faceva sentire in armonia con il mondo.
      Un caro saluto
      Ines

  • Un po’ di anni fa, un mio amico fece costruire nel cimitero del paese una cappella per il padre che improvvisamente lo aveva lasciato, dopo aver trascorso la vita a coltivare la terra. Questo mio amico mi chiese se mi “venivano due parole”, da incidere sul pavimento, che “dedicassero” quel piccolo edificio a suo padre.
    Queste sono le “due parole”:

    Come una casa
    nella terra,
    nelle sere di pioggia
    nell’oro del grano
    nel “vento d’agosto”
    nei silenzi di neve.
    Profilo di muri
    Sassi di tempo.

    Storia di un uomo.

    Da non molto, a soli 52 anni, il mio amico ha raggiunto suo padre in questa “casa”.
    Mandi.
    L.G.

    • Caro Luigi,
      quelle che tu definisci “due parole” per me sono bellissimi versi di una poesia, i migliori che si potessero offrire in memoria di un uomo che aveva dedicato la propria vita alla terra.
      Ciò che ammiro nelle persone come il papà del tuo amico è quella semplicità – l’essenzialità genuina della gente di campagna – che le tue parole trasmettono pienamente.
      Abbiamo perso tutto questo, purtroppo: forse era inevitabile che accadesse, ma abbiamo osservato – in “Parole da cancellare” – quanto alto sia il prezzo che stiamo pagando e il “debito” che lasciamo ai nostri figli.

      Trovo molto triste che la vita del tuo amico sia stata così breve. Aggiungere altro sarebbe fuori luogo.

      Grazie, caro Luigi.
      Mandi mandi
      Ines

  • Cari amici,
    desidero comunicarvi che in “Parole da cancellare” troverete un altro dei miei … inviti.
    Buona giornata con un :-) , naturalmente.
    Ines

  • Gentili Ines ed Ernesto,
    nessun problema, davvero, anzi vi ringrazio per la gentilezza, per nulla scontata visto il mio caratterino un po’ … spigoloso.
    Saluti cordiali
    Angela

    • Cara Angela,
      apprezzo sempre molto i Suoi contributi sia per la sincerità sia per i contenuti ben circostanziati, dunque non è necessario che mi ringrazi. Sono io che ringrazio Lei della fattiva disponibilità e si senta libera di esprimere il suo pensiero: è per questo che ci incontriamo, anche se soltanto idealmente, no?

      Un caro saluto a tutti voi, amici.
      Ines

  • Vorrei condensare, cara Ines, dicendo che il momento che stiamo vivendo è fatto solo dei ricordi del passato e dei sogni del futuro: un soffio insomma che prima o poi si trasformerà in un rantolo… Mannaggia la miseria che fregatura la vita!
    Una grande maestra che ammazza tutti i discepoli!
    Ma dopo tanto insegnare non ci potrebbe far vivere per sempre?
    Ma ripensandoci forse è meglio così: che ne faremmo di tanti rattrappiti, rincitrulliti, storpi, sdentati, sordi, ciechi e spennacchiati?
    Godiamoci la luna allora… quella di ieri sera :-) 25 mila KM più vicina del normale!

    http://www.facebook.com/photo.php?fbid=3370116605006&l=6e0e028dff

    Quella di oggi è già diversa…

    Come diceva Pratuccio :-) :

    Come l’onda incalza l’onda
    Per le curve della riva
    L’età mesta e la gioconda
    Nei mortali è fuggitiva.
    Ivi lascia a malapena
    Qualche segno sulla rena!

    Con cordiali saluti a tutti.

    Ernesto
    Toronto

    • Caro Ernesto,
      ottima la tua riflessione sul presente: un soffio tra passato e futuro.
      Il rantolo? Siamo sempre pronti, più o meno, visto che non sta a noi decidere, ma vivere per sempre no, grazie.
      “Who wants to live forever ?”: mi torna in mente questo verso della bellissima canzone dei Queen “We are the champions”.

      La luna!
      “Dimmi tu luna in ciel …”.
      Dovete sapere, cari amici, che il nostro Ernesto è anche un ottimo fotografo e ce lo ha dimostrato con i due suggestivi scatti gentilmente condivisi. Grazie.
      Vedere l’immagine che ci hai inviato mi ha fatto tornare in mente un momento della mia infanzia.
      Sono in campagna, dai miei nonni, d’estate. Tutte le sere, dopo cena, mi stendo sull’erba e contemplo il cielo stellato, la luna in particolare. Penso che tutti gli uomini della Terra, dovunque si trovino, se guardano il cielo in quello stesso momento vedono la luna, come me. Questo pensiero mi fa sentire in armonia con il mondo e quasi mi viene da piangere.

      Ero una bambina, caro Ernesto, suvvia …
      Buona giornata
      Ines

    • Caro Ernesto,
      rapita dalla luna ho dimenticato di chiederti notizie di Pratuccio e della sua poesia! :-)
      Ciao
      Ines

      • Ah! Pratuccio,
        bella l’impressione: rapita da Semele sorvoli Giovanni Prati! ;)
        Ernesto

  • Io vado leggermente fuori tema, e rilancio.
    Non si tratta di aforisma o poesia, ma solo di uno stralcio del testo di una canzone

    Ogni strada ha due sensi,
    ogni notte ha due volti,
    ci pensi?
    Se non esistesse il tempo
    non andremmo così in fretta,
    ci pensi, ci pensi..
    La terra gira e non ci aspetta,
    saluta gli anni con la mano e va.
    Cosa cerchi da te?
    L’universo e il tuo destino non volano più.
    Cosa cerchi da te?
    Alza gli occhi verso il sole,
    il calore saprà …
    riscaldarti un’altra verità.

    • Caro Ben,
      noi siamo i maestri del “fuori tema”, perché ci piace così, visto che gli argomenti che propongo sono soltanto spunti e ognuno può liberamente spaziare secondo i propri desideri.
      Nessun problema, dunque.
      Non conoscevo questa canzone dei Nomadi e ti ringrazio di avercela segnalata.
      Non sarei rimasta sorpresa se mi avessi detto che l’hai composta tu: sei un ottimo cantautore e conto di poter duettare con te, un giorno. :-)
      “… non andremmo così in fretta,
      ci pensi, ci pensi …”
      Ci penso spesso, sì, e della fretta abbiamo parlato in “Parole da cancellare”. Perché abbiamo sempre tanta fretta?
      “La terra gira e non ci aspetta,
      saluta gli anni con la mano e se ne va.
      Cosa cerchi da te?”
      Questi versi danno il senso della fugacità della vita e forse, proprio perché il tempo corre via e le prospettive si restringono sempre più, dovremmo fermarci più spesso e chiederci “Cosa cerco da me?”. Prima del solito e abituale (oltre che comodo) “Cosa cerco dagli altri?”, possibilmente.
      Perché corriamo, amici?
      Cosa cerchiamo da noi stessi?
      Un caro saluto, Ben.
      Ines

  • Salve a tutti.
    Questa volta la ns. animatrice ha posto un tema centrale della condizione umana prendendo in prestito i bellissimi e attuali versi del Petrarca. Uno scrittore contemporaneo (passatemi questo accostamento anche se non troppo equilibrato), J. Lansdale, ha cercato di dare la misura di questa condizione in uno dei suoi bei romanzi (La sottile linea scura): “Nell’invecchiare – e in realtà non è che sia poi così vecchio: neanche arrivo ai sessanta – scopro che per me il passato ha più importanza del presente. Non sarà un bene, però è la verità.”
    Infatti cosa è l’esistere se non una sottile linea tra il passato che cresce come ricordi ed il futuro che si ridimensiona come progetti, obiettivi, aspettative , tempo da vivere…
    Cosi, condividendo le parole di Lansdale, quando nei ns. pensieri il passato e i ricordi sono preponderanti rispetto ai progetti per il futuro è il segno del crepuscolo della ns. esistenza.
    Saluti a tutti
    Gianni

    • Caro Gianni,
      secondo me Lansdale, nella frase da Lei riportata, utilizza come termini di paragone due tempi che non possono essere confrontati: il passato e il presente.
      Il primo si estende e si arricchisce gradualmente con il passare degli anni, il secondo non esiste se non come l’attimo che collega il passato al futuro.
      Se invece l’autore intendesse sostenere che per lui – data l’età – l’attimo che è il presente è totalmente (o quasi) immerso nei ricordi è un pensiero che non condivido perché, se così fosse, significherebbe vivere nel passato, ben diverso – a mio avviso – dal riconoscere il valore delle esperienze vissute e trarne l’insegnamento che dovremmo trarne.
      Credo invece che sia inevitabile ciò che Lei sostiene nello scrivere che il passato cresce come ricordi e il futuro si ridimensiona come progetti, obiettivi, …
      Sicuramente, infine, i ricordi aumentano con l’aumentare degli anni trascorsi e i progetti diminuiscono con il diminuire del tempo che rimane, ma non vedo in questo processo interiore naturale il crepuscolo della nostra esistenza: se è vero, infatti, che i ricordi aumentano e aumenta la loro intensità a mano a mano che invecchiamo, è anche vero, secondo me, che hanno la staticità immutabile di ciò che è stato, mentre i progetti (seppur in quantità minore) hanno in sé l’intensità dinamica di ciò che deve ancora avvenire, arricchiti per giunta da due fattori non trascurabili: gli insegnamenti derivanti dalle esperienze e la consapevolezza che le aspettative devono necessariamente mirare a obiettivi perseguibili.
      La ringrazio del contributo e La saluto cordialmente
      Ines

  • Da queste mie parti, tanto tempo fa, le case le costruivano con i sassi. Sassi che i vicini fiumi fornivano in abbondanza; e venivano utilizzati intieri o spaccati a metà.
    Mi capita spesso di passare vicino a queste case ormai ridotte a poveri ruderi; ma c’è sempre qualche lacerto di muro (come i “brandelli” di Ungaretti) con i suoi sassi in fila, che sembra “aver qualcosa da dire”. Infatti questi sassi raccontano di quell’uomo che con mani sapienti li ha divisi e allineati fino a sorreggere il tetto. Raccontano delle donne e degli uomini che dentro quei muri hanno vissuto, delle loro poche gioie, delle molte sofferenze. Delle nascite, delle morti; delle tante vite che si sono succedute in questi “contenitori d’umanità “. Oggi solo un po’ d’erba cresce tra pezzi di legno marcio.
    Eppure, mi sembra di vederlo il muratore che raccoglie il grosso sasso, lo guarda e con un preciso colpo di martello lo divide in due; ne prende un pezzo, lo lava con cura e lo sistema, sul letto di malta, vicino agli altri. Mi sembra proprio di vederlo. Si, era appena ieri.
    Buona serata a voi tutti
    L.G.

    • Caro Luigi,
      ieri sera, dopo aver letto questo tuo scritto, ho pensato che è una fortuna che tu non riesca a esprimere sempre ciò che pensi, anche se non sono della stessa opinione.
      Desidero soltanto dirti che, come mi è accaduto altre volte, aggiungere parole a una riflessione così intensa significherebbe, per quanto riguarda me, aggiungere note sbagliate a una dolce melodia.
      Grazie di cuore e :-) :-) :-) meritatissimi.
      A te e a tutti buona giornata
      Ines

      • Cara Ines,
        le parole del sig. Girardi mi ricordano questo posto.
        http://www.facebook.com/photo.php?fbid=2055925151041&set=a.2055921150941.116027.1031964811&type=3&theater#!/photo.php?fbid=2062088345117&set=a.2055921150941.116027.1031964811&type=3&permPage=1
        Hai ragione; non si possono usare parole per descrivere un sentimento come questo.

        Scriato. Non pensavo tu avessi difficolta’ con questa parola… si dice di chi e’ immaturo di corpo e di mente. Come quelli che rifiutano l’insegnamento della storia ripetendone gli errori.
        Saluti di buona fine settimana
        Ernesto
        Toronto

        • Caro Ernesto,
          che bel regalo! Grazie! :-) :-) :-)
          Come ho scritto per le parole di Luigi, qualsiasi commento alla tua bellissima fotografia sarebbe stonato, almeno per me e almeno per ora.
          Mi state donando belle emozioni, amici.

          Scriato: avevi ragione, caro Ernesto, nel pensare che questa parola non avrebbe dovuto mettermi in difficoltà. La mente obnubilata da altri impegni, ho capito soltanto questa mattina l’origine spagnola del termine, ma la mia domanda era partita e ho preferito aspettare la tua risposta, puntuale e precisa come sempre.
          Dal dizionario etimologico di O. Pianigiani, ora:
          “Crìa da ‘criare’ (spagnolo e portoghese ‘criar’), anticamente per ‘creare’ onde ‘criato=nato’: insetto subito nato (secondo Redi); il più piccolo e balordo uccello de’ nidi, che è l’ultimo a impennarsi e volare; e per metafora dicesi al più stentato e debole di una famiglia: onde si è fatta la voce ‘scriato’, dallo spagnolo ‘descriato’, stento, debole, sparuto …”
          Ma, prima della ricerca etimologica, la voce della nonna “dialettitaliana” che diceva: “un crìo de pane”. Ricordi che si riaffacciano quando meno te lo aspetti …
          Un caro saluto
          Ines

  • Gentile Ernesto,
    il suo ultimo commento mi ha dato la netta sensazione che anche Lei stavolta osservasse il fenomeno della morte e delle reazioni umane dallo stesso punto di vista di Ines.
    Strapparsi i capelli, ammesso che qualcuno lo faccia, può essere la reazione di chi soffre, non di chi assiste a un funerale senza essere fortemente coinvolto affettivamente.
    Il nero, ammesso che qualcuno lo usi ancora, è (nella nostra tradizione) il colore di chi vive il lutto personalmente, non di chi dopo il funerale torna alla sua vita e alle sue abitudini.
    Penso che sia evidente che ogni cultura e ogni religione hanno modi diversi di affrontare la morte.
    La tolleranza di cui abbiamo parlato riguarda anche questo: rispettare le culture diverse dalla nostra, senza scandalizzarci se gli irlandesi onorano il defunto con una ricca bevuta o se un altro popolo giosce della morte vedendola come una liberazione (per il defunto) del fardello materiale della vita terrena.
    Questo non esclude, però, il rispetto della nostra cultura (religiosa e no) e del nostro modo di vivere la morte di una persona che amiamo.
    Detto in sintesi, gentile Ernesto: non vorrei che per dimostrare che siamo mentalmente aperti a visioni molto diverse dalla nostra perdessimo il valore delle nostre tradizioni funebri che sono fortemente radicate e degne dello stesso rispetto.
    Saluti cordiali
    Angela

    • Cara Angela
      in sintesi anch’io.
      Se siamo aperti con noi stessi, siamo aperti con gli altri.
      Se rispettiamo noi stessi rispettiamo gli altri.
      Non vedo conflitti!
      Buona domenica
      Ernesto

      • Cara Angela e caro Ernesto,
        sono sicura che entrambi abbiate preso spunto dal mio scivolone iniziale soltanto per approfondire il tema della morte. Neanche io vedo conflitti, perché non ce ne sono, altrimenti avrei già chiuso i battenti del blog e sarei fuggita a gambe levate. ;-)
        Il mio scivolone iniziale, cari amici: sto lavorando sodo per diventare perfetta, ma temo che dovrete aspettare ancora molti decenni per vedere i primi incerti risultati. :-)
        A tutti voi buona serata
        Ines

  • Caro Roberto,
    anche le tue considerazioni sul passato non scherzano: sono coi fiocchi, i nastrini e le coccarde. Meritano tre :-) :-) :-)

    Altri tre :-) :-) :-) al nostro corrispondente, poeta, filosofo, doppiatore (e chi più ne ha più ne metta) Ernesto per la nuova gradita poesia.
    Arrabbiarmi?! E perché dovrei?
    C’è una parola che non capisco: “scriato”.
    Ti ringrazio anche per il collegamento al sito: lo visiterò con calma.

    Come sempre esprimerò le mie opinioni strada facendo. Aspetto fiduciosa le vostre. Senza fretta, come sempre.
    A presto, cari amici
    Ines

  • Perbacco, cara Conduttrice, che approfondimento coi fiocchi!
    Unisco ai complimenti del Sig. Raso i miei. Qui ce n’è per tutti i palati e portiamo pazienza se manca “er pane di Roma”. :-)

    “La vita fugge e non s’arresta un’ora” scriveva Petrarca: è una riflessione da cui hanno preso spunto i grandi poeti e sulla quale noi comuni mortali ci soffermiamo quando abbiamo superato gli -anta, perché prima (mi riferisco all’adolescenza e ai primi anni dell’età adulta) ci sembra che la vita viaggi con lentezza e soprattutto ci sembra un tempo infinito.
    Maksim Gorkij ha scritto che “la carrozza del passato non conduce da nessuna parte”: obiezione, Vostro Onore.
    La carrozza del passato conduce al presente e al futuro: noi siamo oggi e saremo domani in base a come siamo stati ieri; ci comportiamo e decidiamo oggi o pensando al domani in base alle esperienze e le esperienze sono tutte nel passato.
    Sento spesso dire frasi come “mettiti il passato alle spalle e pensa al futuro”: non sono d’accordo perché, nel bene e nel male, ognuno di noi è il risultato di ciò che ha vissuto.
    “Sottovalutare” e “sopravvalutare”: ho trovato altre due parole da cancellare.
    Vado e torno.
    Saluti a tutti
    Roberto (Lucca)

    • Caro Roberto,
      la seconda parte del tuo intervento mi ha “costretto” all’invio di questa composizione.
      Spero che Ines non si arrabbi troppo dovendo fare la traduttrice e ricercare etimi oscuri…
      Pero’ sono sicuro che lei ama questo “sacrifizio” :-) :-) :-) non credi?

      La Radica

      La radica a na pianta
      La fa tené addriccata,
      Cu iessa null’ancanta
      Gliu vento i la gelata.

      Si’ntè na bona radica
      La pianta più curata,
      Su vè a rufà saluatica,
      Su secca i vè tagliata.

      Radica da tené stretta,
      Pugli’omo è lu passato:
      Ca si isso nnu rispetta

      La storia i gli’antenato,
      E meglio che s’aspetta
      Du rumanì scriato!!!

      Cordialmente
      Ernesto
      Toronto

      • Caro Ernesto,
        andando a senso ho capito il messaggio della tua composizione poetica e il paragone pianta-uomo e radice-passato corona perfettamente il pensiero che ho espresso.
        Sono convinto che il passato, il nostro personale ma anche quello di chi ci ha preceduti, sia un patrimonio importante e anche l’unico di cui abbiamo l’assoluta certezza. Il presente in fondo è l’attimo che collega il passato al futuro e quest’ultimo … di quest’ultimo chi può avere la certezza? “Di doman non c’è certezza”.
        La tua vena poetica è inesauribile, congratulazioni, caro Ernesto.
        Se non sbaglio anche la disponibilità di Ines è inesauribile, per nostra fortuna. :-)
        Saluti
        Roberto (Lucca)

  • Caro Fausto,
    sono io che ringrazio Lei: i Suoi complimenti mi onorano, mi creda.
    Soltanto ieri sera ho ricordato un’espressione usata da mia nonna: “un’accia di filo per rinnacciare”. Sono certa che usasse dire “un’accia di filo” – un pleonasmo, dunque – ma non sono sicura che il verbo fosse “rinnacciare”. Forse era un termine molto simile, che aveva il significato di “rammendare” e la cui etimologia potrebbe essere in “accia”. Non crede?

    Gentile Signor Tommaso,
    credo che “accia” e “accio” siano i corrispondenti di “sedano” in molti dialetti, quali il napoletano, l’abruzzese, il marchigiano e il calabrese, oltre al siciliano, come Lei ci ha gentilmente segnalato. Grazie.
    “Accia”, se inteso come “sedano”, non deriva tuttavia da “acus” (ago), ma da “apium”, cioè “appio” o “apio”, il nome comunemente dato in botanica ad alcune ombrellifere, tra cui il sedano (dal dizionario Treccani) .
    In romanesco il sedano è chiamato “sellero”. Aldo Fabrizi ne fa menzione nella sua ricetta-poesia “Pasta e fagioli”, di cui riporto una strofa:

    “Pasta e fagioli dà virilità:
    co’ un bon sellero, poi, fa riveni’
    la voja de canta’ chicchiricchì…
    che de ‘sti tempi qui è ‘na rarità.”

    Dal “sellero” deriva il termine “sellerone”, usato in romanesco per definire una persona molto alta e magra, per questo simile a un gambo di sedano.

    Roma e il primo maggio vanno a braccetto con fave e pecorino: per questo alcuni giorni fa ho accennato all’importanza delle fave in una risposta al nostro Ernesto.
    Pochi versi, dunque, di un’altra bella poesia di Aldo Fabrizi, “Er pane è bòno co’ …”

    “… le noce, co’ l’uva, intinto ar vino,
    cor miele, co’ la fava e ‘r pecorino,
    e indorato cor buro a la padella.”

    Qualche … mese fa promisi che mi sarei informata riguardo alla “festa del pane”, che si svolge(va) ogni anno in una famosa panetteria in Via Merulana a Roma.
    Il tempo fugge, cari amici, ma ogni promessa è debito.
    La “festa del pane” si è celebrata fino a dieci anni fa. Sospendete i preparativi per la partenza, dunque. :-)
    A tutti voi buona giornata
    Ines

    • Carissima Ines,
      la sua ipotesi – a mio parere – non è nient’affatto peregrina.
      Con stima e cordialità.
      Fausto Raso

      • Caro Fausto,
        nel dizionario etimologico di Ottorino Pianigiani (consultabile in rete) possiamo trovare il verbo “rinacciare” (o “rinnacciare”), sebbene sia una voce dialettale:
        ” ricucire (con ‘accia’ ossia ‘filo’) le rotture dei panni, in maniera che non si veda la magagna, diverso da ‘rimendare’, che si riferisce anche alla tela, mentre si ‘rinaccia’ solamente il panno lano e la ‘rinacciatura’ consiste nel cucire esattamente i due lembi senza farne costura, in modo che la congiunzione non si conosca: e per nasconderla meglio si fa uscire lungh’esso il pelo con la punta dell’ago”.
        Le porgo i miei ringraziamenti e Le auguro buona giornata
        Ines

  • Gentilissima signora,
    in Sicilia, la regione di cui sono originario, il sedano viene chiamato accia, forse proprio perché la sua costa è filamentosa.
    Grazie e saluti cordiali
    Tommaso C.

  • Cari amici,
    nella poesia “Gliu Cristiano” del nostro Ernesto troviamo alcuni termini che reputo interessante approfondire. Vediamoli.

    “Accia” è un vocabolo poco noto, ma riportato in tutti i dizionari con il significato di “filo greggio”. La sua etimologia è nel latino “acus” (ago), da cui deriva anche acciaio.
    Troviamo il termine “accia” nei “Nuovi Poemetti” di G. Pascoli:

    “E venne Rosa dalle bianche braccia
    nella stanzetta del fecondo rito.
    Recava in grembo i bei rotelli* e l’accia.” (“I semi”)
    *rotello: rotolo di tela

    E ancora:
    “… Non è lei che ghiaccia
    i fossi e i fiumi? Non è lei che imbeve
    del suo biancore i lunghi teli e l’accia?” (“Com’è la luna”)

    Anche “zana” (che traduce il dialettale “cunnala”) è un vocabolo italiano, che il dizionario Treccani definisce: 1) Cesta di forma leggermente ovale, poco profonda e fatta di sottili stecche d’ontano o d’altro legno intrecciate (poco diversa quindi dalla paniera, che però è fatta di vimini); 2) Culla, usata dai contadini, formata da una zana che poggia su due supporti di legno convessi, sui quali può esser fatta dondolare anche con un piede.
    Troviamo anche questo termine in una poesia di Pascoli:

    “Lenta la neve fiocca, fiocca, fiocca.
    Senti: una zana dondola pian piano.
    Un bimbo piange, il piccol dito in bocca.” (“Fiocca la neve”)

    Ma “zana” significa anche: 3) Cunetta, piccolo avvallamento del terreno in cui ristagna o scorre l’acqua: nella zana a destra di quella via di campagna scorreva un’acqua, silenziosa nell’ombra (Pirandello); 4) In architettura, e anche nell’oreficeria, cavità a forma di nicchia.

    Tornando ora a “cunnala” nel dialetto romanesco troviamo “cunnola” con il significato di “culla” nella canzone “Madonna dell’Angeli” (1949): merita di essere ascoltata l’interpretazione di Lando Fiorini.

    “È stato come un furmine,
    er pupo nun c’è più, vota è la cunnola,
    strappate er nastro bianco dalla porta,
    che pure Nina è morta!”

    Per quanto riguarda “cercine” il Treccani spiega: (ant. cércino) dal latino “circinus” (compasso, cerchio) – 1) Panno ravvolto in forma di cerchio, che si mette sul capo per sostenere pesi; 2) Specie di fascia o guancialetto o berrettino imbottito che si metteva in capo ai bambini perché cadendo non si facessero male; 3) Di cosa che ricorda la forma di un cercine: “la nuvolaglia che a grandi cercini bianchi incappella la montagna” (Carducci).

    La “croglia” (ossia il cercine), citata da Ernesto, in dialetto romanesco si chiama “coroja”, che è una “corona di panni ravvolti a forma di ciambella che le donne un tempo usavano portare fra il capo e un oggetto pesante”. Probabilmente il dialettale “coroja” deriva da “corolla”.

    Dopo questa parentesi linguistica a tutti voi buona giornata.
    Ines

    • Gentilissima Ines,
      veramente interessante il suo approfondimento linguistico.
      Grazie di cuore e un caro saluto
      Fausto Raso

  • Gentile Ines,
    ho la netta impressone che Lei e il Sig. Carbonelli stiate osservando la reazione alla morte da due punti di vista diversi, non contrastanti tra loro ma complementari. Secondo me Lei vede la sofferenza di chi ha perduto una persona cara, mentre Carbonelli, sia nella poesia sia nel successivo commento, osserva i comportamenti di chi porta conforto a chi soffre oppure onora la memoria del defunto (le celebrazioni nell’antica Grecia) o ancora esorcizza la morte come fanno gli irlandesi.
    Cordiali saluti
    Angela

    • Gentile Angela,
      penso che Lei abbia pienamente ragione.
      Mi scuso dunque con Ernesto per l’osservazione sull’ultima strofa della sua poesia.
      Grazie, cara Angela.

      A tutti voi buona giornata
      Ines

      • Cara Ines,
        esprimere la propria opinione è totalmente plausibile. Anche se Angela ha ragione il tuo commento non mi ha causato rimestamento di budella per cui le tue scuse non sono necessarie.
        Lassamo perde allora occhei? :)
        Sinceramente
        Ernesto

    • Cara Angela,
      Sono sicuro che i miei commenti sono stati influenzati dalla mia collaborazione ad un programma fatto per la televisione locale dove io doppio nel filmato versione italiana, un dottore/filosofo orientale.
      In questo programma si analizzano i comportamenti di alcuni popoli riguardo la morte.
      Il punto di vista degli Indù è sostanzialmente diverso dai Buddisti così come i Maomettani sono radicalmente diversi dagli altri. Tutti naturalmente diversi dal rito cattolico cui noi siamo abituati sin dalla nascita.
      Inoltre il dolore si può esprimere in modi tanto diversi quanti sono diversi i riti nel mondo.
      Il nero associato alle gramaglie non è universale, direi che è piuttosto nostrano.
      Per i Cinesi è infatti il bianco!
      Noi ci strappiamo i capelli, gli Ebrei i panni addosso, noi ci rattristiamo i Bonzi buddisti si rallegrano che l’anima finalmente si è liberata del peso del corpo e può volare in un posto d’eterea (sic) benedizione!
      Saluti
      Ernesto

      PS: se può interessare…
      http://www.ginavalle.com/pages/docum_italian.html

  • C’è una canzone che Edith Piaf cantava nel 1945, poi ripresa negli anni ’70
    dalla “Schola cantorum” : Le tre campane, o La campana del villaggio.
    Mi ha sempre affascinato come, con poche parole e una semplice melodia, questo brano
    riesca a raccontare, in due minuti, la vita di un uomo dentro una comunità.
    La campana suona tre volte : per la nascita, per l’amore, per la morte.
    E la gente (del villaggio) festeggia la sua nascita, festeggia il suo amore (quando si sposa)
    e lo accompagna quando la campana suona per lui l’ultima volta. . .mentre il sole se ne va.
    La versione della “Schola cantorum” era molto bella; ma quella della Piaf fa (ancora) venire
    ” i brividi”, con la sensazione che la vita “duri” il tempo di una canzone.
    Buona giornata a Tutti Voi.
    L.G.

    • Caro Luigi,
      ottima segnalazione, grazie.
      Non conoscevo questa canzone e l’ho ascoltata più volte nell’interpretazione della “Schola Cantorum” (l’unica che ho trovato).
      Condivido le emozioni che ti trasmettono ma … eccomi. Fai un profondo respiro … così … rilassati … Bene. :-)
      ” … e la gente che lo amava non ci pensa quasi più …”: qui deve esserci uno dei miei meccanismi interiori che si inceppa, ahimé.
      Illuminatemi, se potete.
      Ciao. Mandi mandi, caro Luigi.
      Ines

  • Caro Ernesto,
    ci regali un’altra delle tue belle poesie e io ti regalo le mie domande sulle parole che non capisco. Ci stai?
    Non è un elenco lungo, anzi sono due parole soltanto se confermi la spiegazione data da Ines a “rucunsolo” e “faciglia”. Oltre a “culutruni” già chiesto da Ines, cosa significano “accia” e “cunnala”?
    E perché si “travaglia culla TRIPPA”?
    Grazie e un saluto da Giusy

  • Cara Ines,
    fammi contribuire a questo tema con una poesiola in dialetto.
    Naturalmente sempre disposto a chiarire qualche espressione che scappa!
    Ernesto

    Gliu Cristiano

    Nun tè ‘ddosso manco n’accia,
    Gliu cristiano quando nascia.
    Zizza, cunnala i panocotto,
    Magna i dorma i sulla fà sotto.

    Mo su magna la pizzola
    Gioca, cora, va’lla scola.
    Cullo caso i cullo pano
    Su fa n’omo piano piano.

    Va cu macchie, cu frattuni,
    Zompa fossi i culutruni,
    Pu truvà na mucciulosa,
    I nu giorno sa’lla sposa.

    A quà la storia rucumensa
    Ca campenne nci su pensa:
    Su lavora i su travaglia
    Pu la trippa i la famiglia.

    Ogni sera è n’atro giorno,
    Nun poi dice: mu rutorno,
    Dagliu munno nun su cala,
    Ca ‘sta vita nn’è ‘na scala.

    I campenne, camminenne,
    Cullu zzampe tracinenne,
    Gliu cristiano su rusbiglia
    Puddunanzi a na faciglia.

    Na faciglia che n’perdona
    Chiunca sia la persona:
    Appena scorta gliu rufiato,
    Si gli porta accomm’a nato.

    Tutti a piagne gliu poretto,
    I vè misso agliu furnetto,
    Gliu rucùnsolo è pulla via:
    Na magnata i a cusì ssia.

    Ernesto Carbonelli

    • Caro Ernesto,
      grazie della nuova poesia: un viaggio attraverso le stagioni dell’uomo dal primo vagito all’ultimo respiro.
      Un’osservazione, se permetti, poi una parola da tradurre, per favore.
      Anche in questa poesia noto la concretezza e l’essenzialità che caratterizzano il tuo stile, senza ridondanze e retorica: “pane al pane e vino al vino”, insomma.
      Tuttavia, se traduco correttamente “rucùnsolo” in “consolazione”, personalmente provo stati d’animo diversi da quello descritto da te nell’ultima strofa: se assisto alla sepoltura di una persona è perché la considero cara o carissima e difficilmente trovo consolazione “per la via” di ritorno dal cimitero e con una “mangiata”.
      Se ho tradotto “rucùnsolo” in modo sbagliato scusami e correggimi, sii gentile. Se invece l’ho tradotto correttamente illuminami …

      Vediamo ora la parola che non capisco: “culutruni”. Mi confermi, invece, che “faciglia” è la “falce” o qualcosa di simile? Grazie.
      Un caro saluto
      Ines

      • Cari tutti,
        Luigi mi fa ripensare alla scritta sulla campana maggiore del campanile del paese nativo che dice “Corpora viva voco, mortua voce fleo” e quella volta la mia vita era illuminata solo dal fuoco… sarei un ipocrita se dicessi che non rimpiango quei tempi se solo fosse per la schiettezza delle letture. Le letture dei classici, tra i tanti Omero che ci cantava di giochi indetti per i funerali degli eroi caduti. Per ricondurci al “rùcùnsulo’, parola dialettale che significa appunto pranzo o più spesso cena di consolazione.
        Era usanza farlo per una settimana, a turno dai parenti più stretti della famiglia del defunto. Sembra per dileggio come lo dico in dialetto ma dopo un pasto abbondante annaffiato bene gli spiriti si risollevano. Gli irlandesi, all’occasione, credetemi lo ho osservato in Canada, mettono la bara quasi in piedi e sorseggiano a turno passandosi il boccione di wiskey. Dopo un decina di giri qualcuno tira fuori un’armonica e un violino e via… Paese che vai… illuminazione che trovi.
        Mi si chiede, scusate il tono generico ma cerco di prendere una fava con due piccioni per la mia abitudine di essere conciso, cosa sono i “culutruni” e sono le spallette che si ergono nei terreni in collina per renderli più in piano. La “faciglia” Ines ha fatto centro! :-) :-) , due faccine!
        Si dice, quando uno è in assoluta indigenza, che non ha un’accia di filo addosso. Accia è parola italianissima, ma forse desueta.
        “Cunnala” è la zana, un cesto di vimini che le nostre mamme usavano per portarsi i lattanti nei campi e tenerli sott’occhio mentre lavoravano. Quando ne udivano i vagiti li prendevano e li allattavano. La “cunnala” veniva portata in testa con il cercine (la croglia) che funzionava da “ammortizzatore”.
        Grazie Ines della correzione, comunque spiego a Giusy il significato del verso.
        È un eufemismo per l’italiano “Si lavora e si fatica per la panza e per la …”
        Saluti cari a tutti,
        Ernesto
        Toronto

      • Ecco: adesso non dovremmo essere tutti un po’ invidiosi, per esempio?
        Il nostro Ernesto ha una bellissima rosa e noi no, amici! La vedo dal ‘sito di amministrazione’, da cui ora vi sto scrivendo. Ognuno di noi – visto da questo punto di osservazione – si distingue dall’altro con un simbolo geometrico: a ciascuno di noi è assegnato un colore diverso e una forma diversa all’interno di un quadrato. Ernesto questa volta no … ha una rosa che vedrete tutti dal vostro punto di osservazione, che spesso diventa anche il mio.
        Mi ribello e invito tutti voi a unirvi a me, ragazzi! :-)
        Scherzi a parte, veramente mi sto chiedendo come abbia fatto il nostro Ernesto a cambiare il suo simbolo.
        Allora ben gli sta se ha preso una sola fava con due piccioni. Noi di solito prendiamo due fave con un piccione e poiché il primo maggio si avvicina le fave diventano importanti, eh?

        Caro Ernesto,
        grazie delle spiegazioni linguistiche, delle quali tornerò a parlare, se permetti.
        Grazie anche dei chiarimenti riguardo al “rucunsulo”, ma quando voglio sono una bella “capatosta” e tornerò anche su questo argomento, perché temo di non essermi spiegata bene.

        Per ora a te e a tutti voi buona giornata, cari amici.
        Ines

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