“Se bastasse una canzone”

giu 12, 2012   //   by Ines Desideri   //   Attualità, Blog  //  50 Comments

“Se bastasse una grande canzone
per parlare di pace
si potrebbe chiamarla per nome
aggiungendo una voce …” (“Se bastasse una canzone” di Eros Ramazzotti)

Cari amici,

ci sono canzoni che suonano come poesie in musica: arrivano dritte al cuore, lasciando un brivido e un mondo di emozioni.

Quali versi, quali parole delle canzoni italiane arrivano dritte al vostro cuore?

Ciao ciao con un :-) , amici.

Ines

50 Commenti

  • Cari amici,
    nella poesia in vernacolo “Er sabbato sera” confronto le ‘festicciole’, che era abitudine organizzare in casa negli anni della mia adolescenza, e le nottate trascorse in discoteca dai giovani di oggi.

    “Se ballaveno li lenti, abbraccicati,
    co’ ‘na musica dorce ‘n sottofonno,
    e se sognaveno amori appassionati,
    de quelli da fà ‘nvidia a tutt’er monno.
    Quante storie so’ nate o morte là,
    fra ‘na risata, ‘n tuiste e ‘n ciaciaccià.”

    Perché le canzoni di Vasco? Perché più di altre mi hanno tenuto compagnia in un periodo difficile della mia vita, quando – pur essendo circondata da persone care e dagli affetti che contano veramente – mi accadeva spesso di sentirmi sola.
    Era, in realtà, una solitudine astratta: la solitudine di chi è consapevole che dovrà cercare dentro di sé – e non fuori – la forza di dare “un senso” a “questa storia, anche se questa storia un senso non ce l’ha …” (“Un senso” – Vasco Rossi).

    Un caro saluto
    Ines

  • Caro Roberto,
    e così mi avresti rubato il ‘lavoro’, eh?
    Sarà perché non considero un lavoro curare questo spazio, sarà perché per me ogni vostro intervento è segno di interesse e di volontà di contribuire, fatto sta che questo genere di ‘furti’ mi piace molto, sai?
    Dunque … grande Roberto! :-)

    Stiamo parlando di musica. Vediamo, dunque, come il ‘Dizionario dei modi di dire’ del Corriere.it spiega il termine “solfa” che:
    “… usato per solfeggio, deriva dal nome delle due note sol e fa, indica propriamente gli esercizi di lettura ritmica di un brano musicale in cui si pronuncia il nome di ogni singola nota, spesso battendo il tempo con la mano. Nell’uso comune ha assunto il senso figurato di suono o discorso ripetuto, che diventa quindi monotono; da qui è passato a indicare qualcosa che provoca noia e fastidio.”

    E ora il juke box, il cui nome sembra derivare da un genere di “locali che, negli anni Trenta e Quaranta, nel sud degli Stati Uniti si chiamavano juke joints, e juking voleva dire ‘andare in giro a trovare un posto per divertirsi’ o anche semplicemente ‘ballare’. Le ‘macchine da musica a pagamento’ onnipresenti in quei locali cominciarono a essere chiamate juke-box per antonomasia. Juke è una parola arrivata all’americano dal Gullah, lingua parlata dagli afro-americani della Carolina del sud e della Florida: juke significa ‘cattivo’ e da questo dovrebbe essere chiaro che le juke joints erano luoghi malfamati, se non case di malaffare”.
    Non garantisco l’attendibilità di queste informazioni, pescate qua e là in vari siti Internet, nati prevalentemente con lo scopo di vendere … juke box. Ne ho visti di belli: ci farò un pensierino … ;-)

    Ho trovato simpatica la tua ‘battutaccia’, Roberto. A quando la prossima?
    Comunque grazie di cuore.

    A te e a tutti voi, amici, buona domenica.
    Ines

  • Cara Ines,
    una vera sgobbata la tua: ci hai portati a zonzo nel mondo della musica leggera e dei sistemi di registrazione del suono. Grazie e, per dirlo alla tua maniera, “grande!”
    Mi auguro che consideri il risultato della ricerca che segue un omaggio alla tua fatica e non la pretesa di rubarti il lavoro.
    Copincollo da Wikipedia:

    “Il celebre marchio de La voce del padrone rappresenta un Jack Russell Terrier intento ad ascoltare i suoni che provengono dalla tromba di un grammofono. Venne concepito e dipinto da un noto pittore londinese, Francis Barraud.
    Alla morte del fratello Mark, Barraud aveva ricevuto un cane di nome Nipper e un grammofono con molti cilindri su cui era incisa la voce di Mark: pare che Nipper fosse effettivamente solito ascoltare la voce del suo defunto padrone nella posizione ritratta da Barraud.
    Il dipinto, intitolato His Master’s Voice, fu acquistato dalla società Gramophone a scopo pubblicitario, e divenne poi il marchio dell’etichetta discografica. A titolo di gratitudine, Barraud ricevette dalla società un lascito pensionistico annuo di circa 30.000 lire, durato fino alla sua morte.”

    Permettimi ora una battutaccia sul mangiadischi.
    Perché il mangiadischi è morto?
    Per intossicazione da acetato di vinile.

    Saluti a tutti
    Roberto

  • Dal “fonoautografo” al CD (informazioni tratte da Internet).

    1857: L. Scott ideò il “fonoautografo”, capace di trascrivere graficamente le onde sonore ma non di riprodurre il suono registrato.

    1887: Edison realizzò il primo “fonografo” (dal greco “scrittore del suono”), in cui un cilindro costituiva il supporto di registrazione e veniva sfruttato un movimento verticale dello stilo.

    1897: E. Berliner sviluppò il grammofono, che utilizzava un disco con movimento orizzontale. I vantaggi, rispetto al rullo di Edison, erano una velocità più costante, la possibilità di produrre più copie occupando meno spazio. I dischi avevano un diametro di 12,5 cm ed erano registrati su un solo lato.

    All’inizio del Novecento alcune aziende iniziarono a costruire i primi mobili che contenevano il meccanismo che, grazie alla carica data con una manovella manuale, permetteva di far girare costantemente il disco. Furono introdotti il modello “a cassetta” (portatile), “a tromba” e “grammofono”, i quali portarono nelle case le grandi opere della prima metà del ‘900.

    Nel 1908 comparvero i primi dischi incisi su entrambi i lati e nel 1920 fu messo in commercio il primo disco flessibile in carbonio, sostituito nel 1948 da quello in vinile nelle versioni a 78, 33 e 45 giri.

    Con l’avvento del giradischi elettronico e del vinile, dall’inizio degli anni 40 comparvero i primi esemplari del “juke-box”, che veniva installato nei locali pubblici e negli stabilimenti balneari.

    Gli anni 60/70 furono gli anni del boom discografico da cui scaturì l’esigenza di progettare giradischi portatili: nacque allora il “mangiadischi”, alimentato a batteria.
    Il salto dalla tecnologia dei dischi 45 giri e dei “long playing” alla registrazione ottica digitale avvenne nel 1976, quando nacque il CD-Audio (Compact Disc Audio), che nel giro di pochi anni si affermò come mezzo pressoché universale di riproduzione del suono.

    Dopo questa sgobbata ( ;-) ), cari amici, mi resta da capire: di chi fosse veramente “La voce del Padrone” (come si è domandato il nostro Ernesto); perché si usi dire “solfa” riferendosi a un discorso noioso; cosa significhi “juke-box”.
    E ancora: vorrei riportare pochi versi di una mia poesia in romanesco e spiegare brevemente perché – tra tanti autori e tante canzoni che amo – ho scelto Vasco Rossi e il suo repertorio musicale.
    Senza fretta, ma presto ché è tardi e un nuovo tema bussa alla porta. :-)

    Buona giornata e ciao ciao a tutti
    Ines

  • Cari amici,
    inutile piluccare qua e là alla ricerca delle canzoni e dei versi che mi arrivano dritti al cuore più di altri.
    Ho scelto un repertorio intero ed è quello di Vasco Rossi: quasi tutte le sue canzoni riescono ad emozionarmi e più le ascolto più mi emozionano.
    Anche De André e Battisti e … ma confesso: le canzoni di Vasco “mi prendono dentro” veramente.

    Caro Roberto,
    non escludo che la condivisione di gusti e preferenze musicali tra genitori e figli sia un punto di incontro a metà strada o quasi.
    Molti ragazzi apprezzano le migliori canzoni degli anni Settanta e Ottanta. Allcuni cantautori, nati artisticamente in quel periodo, riescono a trasmettere messaggi ed emozioni anche ai giovanissimi: pensiamo a Battisti, a De André, a De Gregori, a Dalla, a Vasco Rossi e a Luciano Ligabue, per esempio.
    Dal canto loro i genitori non disdegnano la buona musica preferita dai ragazzi: Laura Pausini, Tiziano Ferro, Giorgia, tra gli italiani; i Metallica tra i gruppi stranieri.

    A tutti voi, cari amici, buona serata
    Ines

  • La canzone proposta da Ernesto (Se vuoi goder la vita) ha un tema molto vicino a “Il ragazzo della Via Gluck” di Celentano, 1966: l’elogio della sana vita in campagna e, nel testo del “molleggiato”, un tono polemico nei confronti dell’urbanizzazione e della costruzione di case a scapito del verde:
    “Perché continuano a costruire le case
    e non lasciano l’erba
    non lasciano l’erba …”.
    Però nella canzone di Gigli ho trovato una genuinità che manca in quella di Celentano, il quale secondo me ha strumentalizzato il tema, facendone per diversi anni il suo cavallo di battaglia in varie canzoni più per scopi commerciali che per sensibilizzare le masse al problema della cementificazione crescente.
    “Il ragazzo della via Gluck” è stata una delle canzoni della mia infanzia, ma riascoltarla oggi non mi emoziona, anzi mi irrita, proprio per i contenuti che giudico finto-moralistici.

    Saluti a tutti
    Roberto

    • In natura, caro Roberto, niente si crea, niente si distrugge ma tutto si trasforma.
      Il tuo intervento dimostra appunto che la cosiddetta creatività dell’uomo è solo circostanziale e si adatta ai tempi che corrono per pura convenienza.
      Spesso un individuo raggiunge un livello dove si accorge di questa ripetizione, direi meglio di questo scopiazzare che tu hai individuato, e conscio che la copia mai è migliore dell’originale se ne accontenta.
      Se consideriamo che le cose più moderne sono, più presto cadono in disuso, riconosciamo molte delle fallacie della nostra vorticosa vita “moderna”!
      Cordialmente,
      Ernesto

      • In effetti, caro Ernesto, la “pura convenienza” di cui parli può corrispondere alle esigenze di mercato nominate da Ines più volte nel suo interessante sunto sulla storia della musica leggera.
        Per restare in tema, azzardo un’ipotesi: la repentinità con cui i prodotti attuali diventano obsoleti potrebbe denunciare l’astuzia dei produttori, più che la fallacia della vita moderna? Piccole e spesso insignificanti innovazioni tecnologiche, per esempio, sono come specchietti per le allodole per chi cade nella trappola dell’ultimo modello di questo o quel marchingegno elettronico.
        Infine: “spesso genitori e figli condividono gusti e preferenze” (musicali), scrive Ines. Sarebbe interessante capire se sono i genitori che si avvicinano alle preferenze dei figli oppure il contrario.
        Saluti a tutti
        Roberto

  • “Basta poco
    per esser furbi
    basta poco
    basta pensare che son tutti deficienti” (“Basta poco” di Vasco Rossi)

    Ho appena ricevuto un messaggio privato che posso (e desidero) condividere con voi, ragazzi.
    Riporto e commento, dunque.

    “Io ho fatto un viaggio a Londra, UK e mi hanno rubato la mia borsa con il passaporto e gli affetti personali…”
    D’accordo: portiamo sempre con noi gli “affetti personali”, ma ‘con noi’ significa nel cuore, non nella borsa!

    “… L’ambasciata mi ha solo rilasciato un passaporto temporaneo ma io devo pagare il biglietto e saldare le fatture alberghiere …”
    Immagino che sia un volo in prima classe, che l’albergo avesse tutto il firmamento e il trattamento fosse… all inclusive.

    “… Io ho fatto contattare la noia banca ma mi ci vorrebbero 5 giorni lavorativi per accedere ai fondi nel conto da Londra…”
    Che ‘noia’ ‘sta banca, ma soprattutto che lentezza!

    “… *** è la migliore opzione per inviarmi denaro…”
    Ecco: mi stavo appunto chiedendo come inviarti denaro.

    “… Fammi sapere se hai bisogno dei miei dati (nome completo/località) per fare il trasferimento. Puoi raggiungermi via email o al telefono ***…”
    La tua perspicacia mi lascia di stucco! Come hai fatto a capire che ardo dalla voglia di conoscere il tuo nome completo, il tuo indirizzo e il tuo numero di telefono? Ah, quando si dice “leggere nel pensiero”!

    “…Fammi sapere se puoi essere d’aiuto…”
    Subito, bellezza: no.

    Occhio, amici: “basta poco per esser furbi: basta pensare che son tutti deficienti”. ;-)
    Ciao ciao
    Ines

  • 3 luglio 2012

    “I’m glad it’s your birthday
    Happy birthday to you” (Beatles)

    ” … sono nata, alle 16.40 del 3 luglio …” (dal sito di Ines Desideri)

    Felice compleanno, carissima Ines. :-)
    Roberto

    • Carissimo Roberto,
      che pensiero gentile! Grazie di cuore e tre :-) :-) :-) , visto che oggi è 3 luglio. Pensa se fosse stato il 31 …
      Ciao ciao
      Ines

  • Caro Ernesto,
    non escludo che la canzone “Vivere” sia stata composta proprio per esorcizzare la ‘paura di vivere’ di quegli anni: in fondo avevamo una guerra mondiale alle spalle e all’orizzonte tensioni politico-sociali europee che avrebbero scatenato un altro conflitto.
    Ho l’impressione, poi, che le canzoni degli anni Trenta siano quelle che hanno iniziato a creare una netta distinzione tra la musica colta e la musica di svago e di evasione: cantare, insomma, come antidoto alle preoccupazioni e ai problemi incombenti. Non credi?

    Caro Gianni,
    sono d’accordo con te. Per quanto si tenda ad attribuire alle “canzonette” un valore contenutistico di scarso valore, esse rappresentano il sottofondo musicale dei diversi periodi della nostra vita e, soprattutto, delle esperienze che hanno segnato quei periodi.
    Tu accenni, per esempio, alle festicciole organizzate tra amici, spesso in casa, in occasione dei compleanni e … sotto lo sguardo vigile dei genitori del/della festeggiato/a.
    I lenti ballati “senza luce”, il gioco della “scopa” (nulla a che vedere con le carte da gioco!), le prime infatuazioni: tanti teneri ricordi legati a un motivetto di musica leggera.

    Caro Roberto,
    le manifestazioni canore legate all’iniziativa “Pavarotti & friends” hanno saputo coniugare felicemente- a mio avviso – diversi generi musicali e diversi registri espressivi, unendo un certo spirito di giocosità e l’impegno sociale: iniziativa lodevole sotto ogni punto di vista, secondo me.
    Con i bei versi di “Mesopotamia” (come di buona parte del repertorio musicale di Battiato) torno a chiedermi se possiamo definire ‘leggera’ tutta la musica chiamata così.

    Grazie dei vostri gentili contributi, amici.
    A tutti voi una serena giornata.
    Ines

  • Cara Ines,
    sugli intrecci tra musica classica e musica leggera può essere utile ricordare l’iniziativa benefica Pavarotti & Friends, durante la quale il grande tenore italiano ha duettato con numerosi cantanti italiani e stranieri, spaziando con loro dalla musica da opera a quella leggera.
    Tra gli italiani che hanno affiancato Pavarotti in quelle occasioni ci sono Pino Daniele, Zucchero Fornaciari, Giorgia, Fiorella Mannoia, Ligabue, Jovanotti, Laura Pausini ed Eros Ramazzotti, che ha cantato con “Big Luciano” proprio la canzone scelta da te per introdurre questo tema: “Se bastasse una canzone”.

    Di Franco Battiato, invece, mi piace ricordare (oltre a “La cura” nominata da te) l’inizio di “Mesopotamia”, che in qualche modo si ricollega ad alcuni discorsi da noi fatti qui nel blog quando abbiamo parlato del passato e dei ricordi.

    “Lo sai che più si invecchia
    più affiorano ricordi lontanissimi
    come se fosse ieri
    mi vedo a volte in braccio a mia madre
    e sento ancora i teneri commenti di mio padre
    i pranzi, le domeniche dai nonni
    le voglie e le esplosioni irrazionali
    i primi passi, gioie e dispiaceri.”

    Saluti a tutti
    Roberto (Lucca)

  • Cari amici del forum
    Indubbiamente la musica occupa un posto di rilievo nella nostra sfera emozionale e condiziona fortemente i ns stati d’animo. Molti momenti significativi della ns vita sono segnati dalla musica e così molti ricordi sono collegati a una canzone . Molto spesso sono quelli della ns giovinezza quando i sentimenti e le emozioni erano forti e spesso travolgenti.
    “Senza luce” è la canzone della mia adolescenza e dell’impegno ad organizzare festicciole tra amici o in qualche scantinato nobilitato con il nome di club; erano gli anni sessanta e in provincia non c’erano né discoteche né soldi per fare cose diverse.
    “Grande grande” di Mina mi ricorda i tempi delle comitive giovanili e delle Pasquette passate sui prati montani della mia regione .
    Poi ancora Battisti, i Pooh, Massimo Ranieri per gli anni delle scelte consapevoli e durature.
    Fra qualche anno ricorderò questo periodo della mia vita collegato alle canzoni di Vasco e della Pausini ascoltate da un cd e cantate dopo una ricca cena in compagnia degli amici.
    Non so se per voi è così ma le fasi della mia vita, nei miei ricordi , sono sempre collegate ad una o piu canzoni.
    Un caro saluto
    Gianni

  • Cari amici,
    se la musica leggera occupa un intero capitolo di un testo scolastico del liceo classico un motivo (che prescinda dalla curiosità degli adolescenti per questo tema) deve pur esserci.
    Poiché mi sembra un’analisi interessante, desidero condividerne con voi una sintesi “a puntate” da me elaborata.
    Spero non la troviate noiosa. Naturalmente i vostri commenti saranno, come sempre, graditi.
    Gli spunti sono tratti da “La scrittura e l’interpretazione” (AA.VV.).

    La distinzione tra musica leggera e musica classica si afferma definitivamente nel Novecento, ma già nel secolo precedente la così detta musica di svago era stata opera di autori come Strauss (i suoi valzer sono famosi), Wagner (uno dei musicisti più rivoluzionari del suo tempo), Offenbach (compositore di commedie musicali).
    Nel Novecento, invece, la ricerca ‘colta’ si fa più ardua, mentre per il pubblico di massa si chiedono prodotti ‘facili’, legati ai temi dell’attualità e orientati verso la conquista del mercato.

    Non mancano, comunque, intrecci tra la musica colta e la musica leggera: all’inizio del Novecento musicisti raffinati come Debussy, Ravel e Stravinskij hanno imparato molto dal jazz; i tenori Pavarotti, Domingo e Carreras hanno cercato un punto di incontro tra linguaggi musicali diversi, mentre il cantautore Franco Battiato si è cimentato anche nell’opera lirica e nella musica sacra.
    Si ritiene innegabile, comunque, che un’aria di Verdi e una canzone dei Beatles non sono state scritte per lo stesso pubblico né presuppongono lo stesso mondo.

    Alla prossima, amici.
    Buona giornata a tutti voi.
    Ines

    • Seconda puntata, cari amici. :-)

      La musica leggera rappresenta per i giovani un momento di confronto personale con dei modelli di vita e di riflessione sulle proprie vicende, ma anche di aggregazione, di riconoscimento in un gruppo o in una tendenza.
      Essa diventa così un segno di identità, in alcuni casi volta a contrastare i gusti musicali della generazione precedente, anche se oggi i confini sembrano sfumare, poiché spesso genitori e figli condividono gusti e preferenze.

      Per quanto riguarda la cultura musicale giovanile, si può affermare che essa è riconoscibile per i suoi temi, per le forme espressive e i linguaggi, ma risulta difficile capire fino a che punto sia la voce di un bisogno autonomo di espressione e fino a che punto i suoi autori riflettano un bisogno indotto dal mercato.

      A tutti voi, amici, buona giornata.
      Ines

      • L’argomento predominante della musica italiana è l’amore, mentre difficilmente si possono percepire in essa forme di contestazione o di trasgressività.
        Negli anni Sessanta ebbe una certa fortuna la canzone politica, legata ai movimenti politici e studenteschi, ma oggi questo genere sembra definitivamente tramontato: qualunque sia l’argomento, ognuno deve poter riconoscersi nella situazione evocata dalla canzone.
        Questo comporta una certa genericità nei contenuti e un linguaggio semplice.
        Se poi la canzone è scritta per essere lanciata d’estate non lascia spazio neanche per la malinconia, che sarà sostituita dalla spensieratezza vacanziera e da un ritmo ballabile.

        Per quanto riguarda il linguaggio si notano profonde trasformazioni nel corso dei decenni.
        Se un brano musicale degli anni Trenta (p.e. “Parlami d’amore Mariù″- 1932) accostava agli stereotipi del linguaggio comune espressioni di origine colta, negli anni Sessanta la patina letteraria scompare e sopravvive la convenzionalità poetica (p.e. “Non son degno di te” – 1965) con una maggiore vicinanza al parlato.
        D’ora in poi la lingua delle canzoni e la lingua informale tendono sempre più a coincidere, nonostante alcune eccezioni: ne è la conferma, per esempio, “Non è tempo per noi” (1990), in cui i legami logico-sintattici della lingua sono sacrificati a vantaggio di una certa originalità linguistica ed espressiva.

        Finisce qui la terza puntata, cari amici.
        A tutti voi un caro saluto
        Ines

        • La musica leggera si è affermata nell’ultimo secolo soprattutto grazie alle tecniche di diffusione e di commercializzazione (radio, dischi, televisione, …), diversificandosi nel tempo allo scopo di soddisfare diverse esigenze culturali e di mercato.

          Accanto alle proposte convenzionali e stereotipate (tanto nelle parole quanto nella musica), si riscontrano filoni di ricerca qualitativamente elevata, costituiti soprattutto da cantautori (De André, Bennato, Dalla, De Gregori, Guccini, …) che uniscono la sperimentazione letteraria e la ricerca di effetti musicali di fruizione semplificata.

          Ciò non esclude una buona qualità dei testi, che presentano tematiche sociali: abbiamo così un uso del linguaggio secondo criteri poetici che riesce a coinvolgere un vasto pubblico.
          Da non dimenticare, infine, il contributo di alcuni poeti ‘alti’ alla scrittura di testi di canzoni: tra questi è utile ricordare Italo Calvino, Franco Fortini, Pier Paolo Pasolini e Roberto Roversi.

          Cari amici,
          si conclude qui l’excursus “a puntate” nel mondo della musica leggera.
          Restano da soddisfare, per quanto mi riguarda, alcune curiosità sul grammofono. Senza fretta. :-)

          A tutti voi auguro buona giornata.
          Ines

  • Carissimo Luigi,
    conosco “Stelutis alpinis” e la trovo molto intensa, dunque comprendo perché la consideri la “canzone del cuore”.
    Quanto alla “strage di Porzùs” ho letto qualcosa in Internet, dopo il tuo suggerimento, ma desidero approfondire con calma la conoscenza del tema.
    Quando pensiamo alla guerra oppure ne parliamo, spesso sono gli eventi e i personaggi passati alla Storia a predominare, ma credo che ogni comunità e ogni famiglia che abbiano vissuto quegli anni conservino la memoria di guerre apparentemente minori (considerate erroneamente tali perché spesso ignorate) che assumono tuttavia la potenza devastante dei drammi subiti e vissuti in silenzio.
    Penso che sia molto importante far conoscere questo mondo sommerso, perché si renda giustizia a quanti sono stati inevitabilmente sacrificati e dimenticati dalle pagine della Storia mondiale.

    Caro Roberto,
    bella la tua testimonianza sull’amicizia. Mi coglie – ad essere sincera fino in fondo – in un momento di profondo disincanto al riguardo. Ne riparleremo, se avremo voglia, quando sarò riuscita a dipanare la matassa dei pensieri che ultimamente e a questo proposito girano nella mia testa.
    Non ho una “canzone del cuore” (come l’ha chiamata Luigi), forse desidererei averla, forse mi manca, ma sono veramente tanti i versi che “mi prendono dentro” (ora sono io che rubo una tua bella espressione).
    Vorrei riportarne alcuni, presi qua e là da varie canzoni. Senza fretta.
    Inizio con “La cura” di Battiato.

    “TI salverò da ogni malinconia,
    perché sei un essere speciale ed io avrò cura di te…
    io sì, che avrò cura di te.”

    Buona giornata, amici.
    Ines

    • Cara Ines,
      tra le canzoni a me più care, ovvero che ricordo con più tenerezza, è questa cantata da un giovane Gigli dal titolo “Se vuoi goder la vita”. Purtroppo ricordo anche che il solco era logoro assai e della musica già se ne sentiva pochina.
      L’opera più ardua era il limare le puntine che non se ne trovavano di nuove :-(
      Io non dovevo andarci in campagna, già c’ero; mah! era meglio quand’era peggio???

      Una casetta in campagna,
      un orticello, una vigna.
      Qui chi vi nasce vi regna
      non cerca e non sogna la grande cittá.
      Un dolce suon di zampogna
      che tanto batte nel cuore.

      Se vuoi goder la vita
      vieni quaggiú in campagna,
      é tutta un’altra cosa
      vedi il mondo color di rosa,
      quest’aria deliziosa
      non é l’aria della cittá.

      Saluti cari a tutti

      Ernesto

      PS: La versione che ricordo la si può ascoltare quì:

      http://www.italiasempre.com/verita/sevuoigoderlavita1.htm

      • Caro Ernesto,
        ritrovare “Ciucciu bellu” è stata per me un’emozione, perché la associo a mio padre e a un momento particolarmente dolce della mia infanzia.
        “Se vuoi goder la vita”, invece, era una delle canzoni preferite da mia madre: la cantava quando era allegra, perché le ‘sue’ canzoni assecondavano lo stato d’animo. Quelle tristi erano per i momenti di malinconia, quelle allegre per i momenti di contentezza.

        Immagino che le puntine da limare fossero quelle del grammofono, di cui oggi si vedono alcuni esemplari in vendita nei negozi di antiquariato.

        “Era meglio quando era peggio?”, ti domandi, caro Ernesto.
        Credo sia difficile rispondere a questa domanda, perché sono molti i fattori (spesso personali) da tenere in considerazione, ma non dimentichiamo che la nostalgia è uno di questi e forse tra i più significativi, visto che – sotto alcuni aspetti – è persino ingannevole: setaccia i ricordi (via quelli tristi, lascia soltanto i migliori) e, per giunta, li restituisce alla memoria addolciti per il fatto stesso che appartengono a un tempo lontano e finito, irripetibile, ma soprattutto ricco di sogni, di progetti, di ambizioni, come è naturale che sia a vent’anni.
        Se a questa considerazione aggiungiamo il pensiero delle persone care che ci hanno lasciato …
        Ma che cosa sono, innanzitutto, il “meglio” e il “peggio”?

        Vi auguro una giornata ‘color di rosa’, cari amici.
        Ines

        • Cari tutti,
          ricordandole trovo le parole finali di “Vivere” in particolare contrasto con la vita odierna…
          Sembra che affoghiamo in triboli creati proprio per dimenticare di “VIVERE”…
          Ah! L’indimenticabile Tito Schipa!

          Vivere,
          senza malinconia.
          Vivere,
          senza più gelosia.

          Vivere pur se al cuore
          ritorna un attimo di nostalgia.
          Io non ho più rancore,
          e ringrazio chi me l’ha portata via.

          Ridere,
          sempre così giocondo.
          Ridere,
          delle follie del mondo.

          Vivere,
          finché c’è gioventù
          perchè la vita è bella
          la voglio vivere sempre più.

          Lo si puo’ ascoltare andando a:

          http://www.italiasempre.com/verita/vivere1.htm

          Cordialmente
          Ernesto

  • Cari amici,
    forse abbiamo una o più canzoni per ogni momento della vita (gioioso o triste, come scrive Luigi), poi altre per ogni persona a cui siamo vogliamo bene e altre ancora per ogni sentimento?
    Prendiamo, per esempio, “Per un amico in più″ di Cocciante: un inno all’amicizia, alle gioie che una bella amicizia può regalare e al dolore che morde se l’amico “discreto e muto” si congeda per sempre, se muore.
    Questa è una canzone che mi prende molto dentro, per esempio, se ripenso a un amico speciale e alle cose speciali che ho vissuto in sua compagnia in quel periodo della vita (e ti rubo una bella espressione, Ines) in cui avevamo davanti un futuro astratto che ora è diventato il passato concreto e, per certi versi, duro e pesante.

    “perche’ mi sento molto ricco e
    molto meno infelice
    e vedo anche quando c’e’ poca luce
    con un amico in piu’
    con il mio amico in piu’
    non farci caso tutto passa hanno
    tradito anche me
    almeno adesso tu sai bene chi e’
    piccolo grande aiuto
    discreto amico muto”

    Saluti a tutti
    Roberto (Lucca)

  • Carissima Ines,
    credo che la canzone che “arriva dritta al cuore”, sia legata al tempo (età), luogo, e situazione
    che si sta vivendo nel momento ( gioioso o triste) in cui la si ascolta.
    E nella mia vita, posso dire, che canzoni così ce ne sono state, anche se adesso non riesco a farne “un podio”, a sentire quella che più di altre …
    Ma una “canzone” del cuore ce l’ho. E’ una composizione di questa mia terra ; ma per noi friulani, più che una canzone, un canto, è la preghiera laica di un popolo.
    Si chiama ” Stelutis alpinis” ed è dello stesso autore di ” Serenade”, Arturo Zardini.
    In sole due strofe, racconta la guerra, la morte, e insieme, la natura, l’amore.
    La melodia è semplice, dolce, struggente.

    Francesco De Gregori ne ha fatta una versione in italiano. Non a Caso. Suo zio partigiano,
    che combatteva quassù, sulle mie montagne, tra le brigate “bianche” fu vigliaccamente assassinato, assieme a molti altri suoi compagni ( tra i quali il fratello di P.P. Pasolini), da “fratelli” italiani schierati tra le brigate partigiane “rosse”.
    Il massacro avvenne a Porzùs, una località della Carnia.
    Anche questa, caro Ernesto, è una di quelle verità nascoste, dimenticate, delle quali solo recentemente si è cominciato a “parlare”.
    Su google : ” La strage di Porzùs”

    Mandi
    Luigi

  • Caro Roberto, grazie!
    Ehm … non sapevo che esistesse una canzone italiana con il mio nome. La ascolterò volentieri: spero che, tra l’altro, mi porti qualche spiffero dal Nord che renda l’aria afosissima di questi giorni più sopportabile.

    E la traduzione in friulano della poesia di Ernesto? A me sembra che il nostro Luigi si sia superato. Grande!

    A tutti voi, amici cari, buona giornata e un :-)
    Ines

  • Cara Ines,
    sono sicuro che conosci la canzone di Paolo Conte “L’incantatrice”.
    Pochi versi per te, perché c’è il tuo nome!

    Era Ines, da molto lontano, un
    lontano intoccabile….
    Era estate, ho sentito l’inverno
    arrivare dagli angoli, da tutti i
    mille spifferi del nord….

    A tutti gli amici del blog cari saluti
    Roberto

  • Gentilissimo Ernesto,
    intanto, ” il paradiso può attendere” ; e anch’io amo la “compagnia”.
    Per la “traduzione” dialetto-dialetto, ci provo. Con le rime … come possono.

    Un sun
    I soi ki, sìto sìto
    davànt al fogolàr
    intant ca sbalòta la pignata
    e la sevòla a è quèta.

    La sevòla, il musèt
    un fiacsùt di cabernèt
    una sglìnsa di prosciùt
    e i soi content di dùt.

    i sìnt il mus cal ròne
    la gialìna coccodè
    e il pursìt a nol stà in piè.

    Il vigièl i vorès mangià,
    (po’ è ‘na roba ki no sai)
    i mi svèi, i soi cà.

    Mandi mandi
    L.G.

  • Cara Ines,
    come dissi ancora in altre occasioni mi piace il paradiso ma preferisco l’inferno :-)
    In fondo credo siamo diventati tutti così!

    Il vino che si produceva in casa non aveva agenti aggiunti per fermare la fermentazione e alla fine della stagione era più vicino all’aceto che al vino.
    Ma “citella” sta più per vinello prodotto da uve poco mature e quindi asprigno.
    Si beveva all’ultimo quando altro non c’era.
    Quando “mu rusbiglio” “stongo andó mu su’ddormito”; la gatta mi sveglia dove ero rimasto addormentato, pur la mente aver vagato!
    Buona giornata,
    Ernesto

    …che si domanda insieme a Santippe: ma dove sono andati a finire gli Angeli e gli Arcangeli? Tutti a gozzovigliare agli Inferi?

    • Caro Ernesto,
      si beveva la “citella”, insomma, quando si erano prosciugate le botti migliori.
      Come sicuramente tu sai, “pijà d’aceto” a Roma si riferisce anche alle persone e sta per “offendersi”, assumere un comportamento da persona “acida”.

      Bella domanda quella di Santippe (che saluto con affetto) e tua, ma non so rispondere se non con una domanda, anche se dicono non sia educato: per giunta è provocatoria, dunque sono doppiamente maleducata. E vabbe’ … :-)
      Ma perché, gli angeli esistono? Sulla Terra, intendo.

      Vi lascio con l’augurio di una serena giornata e con alcuni versi della canzone “Gente” di Laura Pausini, cari amici.

      “Non siamo angeli in volo venuti dal cielo
      ma gente comune che ama davvero
      gente che vuole un mondo più vero
      la gente che insieme lo cambierà.”

      Ines

      PS. Non ci crederete, ma sono ancora alla ricerca della canzone che più di ogni altra mi arrivi dritta al cuore.

  • Un uomo buono muore e va in Paradiso. Lì si ritrova solo. A un certo punto ha fame e sete ma intorno non c’è niente e nessuno.
    Perplesso, butta un occhio verso l’Inferno e vede che laggiù, invece, è pieno di gente che mangia, beve e si diverte.
    Proprio in quel momento vede passare un angelo e allora gli domanda:
    - Scusi, cherubino, ma come mai all’Inferno è pieno di gente che si diverte e gozzoviglia mentre io, che sono stato buono, sono qui da solo e senza niente da mangiare?
    E l’angelo:
    - Cosa pretenderebbe? Che aprissimo il locale per una persona sola?!

    :-)

    @ Ernesto.
    Perché nella poesia “Nu sonno” … “gliù fiaschitto” è pieno di “citella”? Se non è vino che ha ‘preso d’aceto’ (e sarebbe un vero peccato) che cosa è la “citella”?
    Dove sei quando “tu rusbigli”?

    Buona domenica a tutti, cari amici.
    Ines

  • Cari tutti,
    ho notato che, nel leggere e poi tradurre per capire in un dialetto e per estensione lingua, si può fare per associazione di idee grafiche più che leggere e far senso di ogni singola parola.
    Insomma la grafia delle parole diventa quasi un ideogramma.
    Questa è la base anche della lingua cinese mi pare…
    Qualche idea o commento?
    Buona giornata a tutti
    Ernesto

    • Carissimo Ernesto,
      il mio Q.I. risulta essere nettamente inferiore alla media ( :-) ), ma lo porto con me senza farne un dramma, anzi con una certa fierezza, oserei dire.
      Se mi parli di ideogrammi innanzitutto mi tornano in mente quelli rupestri della Preistoria (pochissimi anni prima che tu ed io nascessimo, ahinoi), dei quali lo studioso Leroi Gourhan scrisse che sarebbero “simboli il cui significato si incentra sulla figura principale dell’insieme”.
      Poi, per associazione di idee e restando nella Preistoria, mi vengono in mente i pittogrammi e gli psicogrammi (non psicodrammi!).
      Infine penso alle lingue cinese e giapponese, che scrivo e parlo fluentemente, ma che evito in questo spazio per non mettervi a disagio. ;-)

      Detto questo e senza dimenticare quanto ho affermato riguardo al mio Q.I., caro Ernesto, potrei aggiungere che forse nel tradurre ritroviamo una certa primordialità linguistico-espressiva. Oppure ho imboccato la pista sbagliata?
      Buona giornata anche a te
      Ines

  • “Dimme na vota sola:
    “Te voglio bene”
    e po’ famme murí!”

    Ehm … stavo cantando “Catena”, cari amici.

    Veniamo a noi: grande Ernesto con la sua personale interpretazione di “Serenade”.
    Su Paradiso e Inferno …
    Vi racconterò una barzelletta
    poi, con calma, senza fretta:
    or che la rima è assicurata
    sarà per noi una gran giornata.

    Non badate, non badate! :-)

    Pronta a soddisfare la curiosità del nostro Luigi: traduco “Serenade” dal furlan in italian.

    “Hai due occhi che sono stelle
    una boccuccia che è un bonbon
    e basta solo che tu mi parli
    perché io mi metta in ginocchio.

    Armoniosa è la vocina
    come il canto dell’usignolo.
    Sei un angelo o una bambina?
    che così tanto prendi il mio cuor”

    La traduzione è libera, caro Luigi, per rendere la canzone più gradevole in italiano.
    Per correttezza è giusto che precisi che l’interpretazione fornita da Internet contiene anche la traduzione, ma non l’ho copiata!
    Un dubbio, invece: la “bociute” della prima strofa significa “boccuccia”, mentre “bociùte” (con l’accento sulla “u”) della seconda sta per “vocetta”?

    E la traduzione in furlan della bella poesia di Ernesto? Io non so tradurla, se non in italiano e in romanesco, ve lo dico subito!

    Buonissima giornata, amici.
    Ines

  • Carissimo Ernesto,
    in paradiso, in paradiso.
    Dicevo che era “peccato” tradurla in italiano (anche se mi piacerebbe lo facesse Ines, che di friulano, ormai, ne sa quanto me), ma così, da dialetto a dialetto è stata proprio una tentazione che “porta dritto in paradiso” . E leggerla è stato… un’emozione. Grazie.
    “Frùte” = bambina , ma si usa anche per bambine “grandicelle”.
    L’ ultimo verso dice: ” Sei un angelo, o una bambina ? che così tanto prendi il mio cuore”.
    Da questa mia dura, ma dolcissima terra
    un sincero Mandi.
    L.G.

    • Ah! Luigi,
      avrei dovuto pensare alle radici teutoniche del Friulano! :-(
      Ma grazie dell’invio direttamente in Paradiso, un posto dove tutti vogliamo andare ma quando ci accorgiamo che bisogna estinguersi per andarci cambiamo solfa…
      Il Paradiso mi piace per il clima, l’Inferno per la compagnia. :-)

      Dato che di canzoni ne so proprio poco rilancio con una composizione in dialetto che non è difficile da tradurre in Friulano, credo!
      Eccola!

      Nu Sonno…

      Rusumenne zitto zitto
      puddunanzi a gliù cammino
      mentro la pignata frolla
      ca s’a cotta la cipolla.

      La cipolla, la pizzola
      gliù fiaschitto du citella
      nù puzziglio du prusutto
      so contento propio a’ntutto!

      Sento gli’asono c’araglia
      la caglina coccodè
      gliù purceglio c’ammauglia

      La vitella vò magnà,
      la iiattuccia zomp’anzino
      mu rusbiglio i stonc’aquà…

      Saluti ancora!

      Ernesto

  • Viva Internet 1, amici!
    Ho trovato “Serenade”! Per ora l’ho ascoltata due volte nell’interpretazione di una voce tenorile, poi la canterò anch’io, ché non mi lascio mica intimorire da un tenore, eh? :-)

    Viva Internet 2, amici!
    Ho ritrovato una canzone della mia infanzia!
    Che emozione, credetemi.
    Un’immagine di … qualche anno fa, se permettete.
    Sono sulla porta della stanza e mio padre è seduto sul bordo del letto matrimoniale: si sta slacciando le scarpe (è appena tornato a casa, dopo una giornata di lavoro), è di spalle e intanto canta:

    “Quandu m’è morta moglima
    non ‘ndeppi dispiaciri
    senza suspiri e lacrimi
    le ietti a sutterrari.
    Mò chi m’è mortu u ciucciu
    ciangiu cu gran duluru
    ciucciu bellu di stu cori
    comu ti pozzu amà …”

    Sollevando lo sguardo mi vede attraverso lo specchio, si volta, sorride e mi fa l’occhiolino. Gli corro incontro.

    Ho ritrovato “Ciucciu bellu di stu cori”!
    Credevo fosse una canzone siciliana, invece è calabrese e mio padre la cantava alla … romana.

    Ora vado a cercare la canzone del povero diavolo innamorato di Maria, così potrò cantare anche quella.

    Ciao ciao a tutti
    Ines (contenta per “Ciucciu bellu”)

    PS. Non versare una lacrima per la morte della moglie e struggersi per un ciuccio, però …

  • Amici cari,
    scusatemi e scusatemi ancora.
    Negli ultimi giorni alcuni impegni importanti mi hanno impedito di seguire i vostri interventi con l’attenzione che meritano.
    Perdonata? No?! Almeno giustificata, suvvia! :-)

    Pensando alle canzoni citate da Luigi, da Ben e da Roberto, mi sono chiesta se possono essere considerate parte del repertorio di musica leggera: a me non sembra, visto che affrontano temi tutt’altro che leggeri …

    Quanto al dramma dei giovani che muoiono nelle strade (le tristemente famose “stragi del sabato sera”), hai ragione, caro Roberto: addolora sapere di tante vite spezzate sul nascere.
    Può accadere per una distrazione, per un errore o per sfortuna (trovarsi nel posto sbagliato nel momento sbagliato), ma lascia comunque un senso di attonito stupore pensare come possa bastare un attimo per distruggere quel bene prezioso che è la vita.
    Mi riferisco non soltanto ai giovani che muoiono, ma anche a chi rimane, ai loro familiari: nulla torna come era, dopo una tragedia simile, lo sappiamo.

    Caro Ernesto,
    impostazione perfetta, come sempre.
    Perché una canzone ci arrivi dritta al cuore non è detto che debba strapparcelo e strizzarcelo e infine stenderlo al sole a seccare, eh? ;-)
    Ci sono canzoni che ci emozionano molto perché ci riportano a un periodo della nostra vita, a un ricordo, a una nostalgia. Sì, alla nostalgia dell’incanto con cui le ascoltavamo negli anni pieni di sogni e di progetti, quando il futuro era astratto. Ripensarci dopo, a distanza di tempo e quando il futuro astratto si è tramutato in passato concreto, porta con sé grandi emozioni, non credi?
    Sperare? Sempre, carissimo Ernesto: se non altro per fare un dispetto alla vita.
    Se è lecito chiedere: perché sostieni che oggi la nostra schiavitù è la libertà?
    E il grammofono? Era quello girato con una manovella? Ho un vago ricordo di racconti interessanti di questo genere. Sbaglio forse?
    Poi arrivarono il giradischi e il mangiadischi …

    Carissimo Luigi,
    sono d’accordo con te: tradurre in italiano una canzone dialettale sarebbe uno scempio.
    Chissà se questa miniera a cielo aperto che è Internet mi permetterà di ascoltare “Serenade”?
    Farò un tentativo. Se riuscirò ad ascoltarla proverò anche a cantarla. Non garantisco nulla sulla qualità della pronuncia, però mi piacerebbe ascoltarla e cantarla, ecco.

    A tutti voi, cari amici, un grazie di cuore per i vostri contributi e buona giornata da un’afosissima Lanciano.
    Ines

  • Il nostro Ernesto ha ragione. Cambiamo disco.
    E restando sul dialetto.
    Da una delle più belle canzoni della tradizione friulana : Serenade.
    ” Tu as doi voi ca son do stèlis
    ‘ne bociute cal jè un bon bon
    e quànc che sol tu mi fevèlis
    jò i starès in zèenoglon.

    Armoniose jè la bociùte
    come il cjànt dal rusignòul
    jèstu un agnùl o pur ne frùte ?
    che co tant chjoì il miò cùur.

    Tradurla sarebbe un “peccato” poetico.
    Un saluto a tutti.
    mandi mandi.
    L.G.

    • Caro Luigi,
      sarò dannato in eterno, ma la tentazione è stata più forte di me:

      Tei du occhii ca paruno stelle
      I na voccuccia tra le più bbelle
      Na parola con’nnu sorriso
      E m’fai sentì du ì’n paradiso.

      E tanto beglio sentitte parla’
      Nu ruscignolo mu para sentì
      Tu si ‘nn’angiolo munuta’cqua’
      Festa a’gliu coro i vita pu’mmì!

      Credo che “starès in zèenoglon” lo avrei potuto tradurre in “mi manda in brodo di giuggiole” ma non ho voluto essere irriverente.
      Non ho afferrato bene “frùte” ma non associo bene nemmeno “angeli” e “frutti” (in dialetto) così ho improvvisato sul tema con variazioni che forse mi manderanno solo al purgatorio… Lo spero almeno…
      Cari saluti a tutti…
      Ernesto

  • Carissima Ines,
    d’impeto volevo rispondere all’intervento che nomina le catene.
    Mi sono trattenuto perché non sapevo come impostarlo.
    Non credo lo sappia ancora ma ci proverò nel migliore dei modi.
    Spero di farcela!
    Dopotutto quasi tutti i contribuenti fino ad ora hanno parlato solo di morte e tristezza!
    Ma ci sarà ancora qualche lumino acceso per sperare?
    Me lo chiedo e non so rispondermi.
    Una canzone che ricordo in particolare era cantata da Carlo Buti e usciva dal trombone del grammofono marca RCA col cane Nippy che sembrava ascoltare la Voce del Padrone!
    Ma chi era il padrone? La melodia, le parole, l’autore della musica o il paroliere?
    Chi era lo schiavo allora?
    Le poche parole che ricordo:

    Pe’ me tu si’ catena…
    Pe’ ll’ate si’ Maria…
    Io perdo ‘a vita mia,
    Maria! Marí’, pe’ te!

    Poche accorate parole in dialetto, la bella del momento che incarcera il povero diavolo innammorato.
    Lui che si strugge e metaforicamente muore di pena per lei che fa la difficile…
    …e poi capisco: Oggi non è più Maria la catena che ci tiene schiavi!
    Oggi la nostra schiavitù è la libertà! :-(

    Cordialità a tutti

    Ernesto

    da un afoso Toronto

  • “Dopo il silenzio soltanto è regnato
    tra le lamiere contorte,
    sull’autostrada cercavi la vita,
    ma ti ha incontrata la morte,
    ma ti ha incontrata la morte.

    Vorrei sapere a che cosa è servito
    vivere, amare, soffrire,
    spendere tutti i tuoi giorni passati
    se così presto hai dovuto partire,
    se presto hai dovuto partire …”

    Cara Ines,
    queste parole del grande Guccini (il titolo è “Canzone per un’amica”) sono fra quelle che mi arrivano dritte al cuore, come scrivi tu, perché sono molti i giovani che muoiono così come succede nella canzone, troppo presto, quando la vita dovrebbe essere ancora tutta da vivere.

    Saluti a tutti
    Roberto (Lucca)

  • Caro Luigi,
    sicuramente “Auschwitz” è un brano che fa venire la pelle d’oca, perché si ispira a un fatto realmente avvenuto: non tratta di concetti astratti, che restano tali anche se nobili, ma di una delle atrocità della seconda guerra mondiale.
    Allora il mio pensiero va a Primo Levi e al suo “Se questo è un uomo”, la migliore testimonianza sull’Olocausto che io abbia letto.
    Alla prossima.
    Mandi mandi
    Ines

  • “Son morto con altri cento
    son morto ch’ero bambino
    passato per il camino
    e adesso sono nel vento.
    ……………………………….
    Mi chiedo, quando sarà,
    che l’uomo potrà imparare
    a vivere senza ammazzare
    e il vento si poserà ”
    Cosi comincia, e finisce ” Auschwitz”, di Francesco Guccini, altro grande poeta italiano.
    E’ una “canzone” che a quelli della mia generazione ha insegnato tanto,
    e potrebbe insegnare ancora molto. A molti.
    Mandi mandi.
    L.G.

  • Un paio di anni fa partecipai quasi per caso ad un concerto dei Nomadi e da allora non li ho più abbandonati. Ci andai con mia figlia e, dopo pochi giorni, questa canzone divenne importante per affrontare un brutto momento. Più di una volta mi sono commosso ascoltandola. Ne metto una parte.
    Da “La libertà di volare”

    Dimmi cosa vuoi fare,
    È come stare alla catena.
    Senza saper dove andare,
    E respirare a malapena.
    Aspetti ancora un sorriso, che ti permette di sperare.
    Che ti fa sentire vivo, fedele alla tua linea e continuare
    Ma ti piacerebbe fuggire lontano
    E fermare chi si è permesso…
    Di legare ad un muro le tue speranze
    Per provare qualcosa a se stesso.
    E allora tiri di più… e ti arrabbi di più
    Vivi, corri per qualcosa, corri per un motivo…
    Che sia la libertà di volare o solo di sentirsi vivo…
    Corri per qualcosa, corri per un motivo…
    Che sia la libertà di volare o solo per sentirsi vivo…
    Vedrai che prima o poi
    Qualcuno verrà di sicuro a liberarti.
    Vedrai che ce la farai…
    Non è detto che per forza devi fermarti.

    Ciao Ines

    • Caro Ben,
      hai scelto una canzone dei Nomadi (altro gruppo storico) molto intensa, a partire dal titolo.
      Mi colpiscono i versi ” E fermare chi si è permesso/di legare ad un muro le tue speranze/per provare qualcosa a se stesso”: dimostrano, a mio avviso, come la prepotenza di alcuni possa impedire ad altri di sentirsi liberi.
      Non è forse vero che la prepotenza è l’arma dei deboli e dunque di chi ha bisogno di “provare qualcosa a se stesso”?

      Associare una canzone a un momento difficile, Ben, può comportare due reazioni opposte: una sorta di repulsione per quella canzone oppure il piacere di ascoltarla ancora e di rinnovare, ogni volta, le emozioni che ci ha dato in un’occasione particolare.
      Mi sembra che a te corrisponda la seconda reazione. Anche per me è così … chissà perché, però.

      Grazie del tuo contributo e ciao, caro Ben.
      Ines

      • Forse perché quelle parole ci sono di conforto in quel momento e ci aiutano ad affrontarlo, ricordandoci cose che magari già sappiamo, ma non abbiamo l’energia sufficiente per metterle in pratica. E allora funzionano come una scossa, e ci fanno risvegliare, e ci fanno ritrovare.
        Ciao Ines.

        • Hai ragione, caro Ben: è molto probabile che il desiderio di ricordare un momento sereno o, come in questo caso, riascoltare una canzone che ci ha colpiti ci aiutino a sopportare lo sconforto e, soprattutto, a cogliere nel ricordo uno spiraglio di luce.
          Ciao ciao.
          Ines

  • “Ho veduto nascere il sole dai ghiacci di Thule,
    le onde adulte della Guascogna, gli squali bianchi,
    i tucul, le case dei ricchi,
    e ho pianto ”
    Cosi iniziava “Ho veduto”, da ” Senza orario senza bandiera” .
    Cantavano i New Trolls, su testi di De Andrè.
    E’ una parte della “colonna sonora” della mia vita.
    Era, è, solo una canzone ; ma mi ha aiutato ad imparare a guardare il mondo e la vita.
    Mi ha aiutato ad imparare a tradurre in parole, sensazioni ed emozioni.
    Era il 1968. Avevo 18 anni.
    Mandi mandi
    L.G.

    • Che beeeella canzone, caro Luigi!
      Sai che non la conoscevo? Be’, io sono nata nello stesso anno di “Profumi e balocchi” – sic! – e nel 1968 ero già “nel mezzo del cammin di nostra vita”, insomma ero una “matusa”, capisci?
      :-)
      Bando agli scherzi: ricordo bene i New Trolls, ma questa canzone no e l’ho appena ascoltata.
      Non è un caso, del resto, che i brani di De André siano entrati nella musica leggera italiana come poesie.
      Sicuramente, Luigi, possiamo imparare da una buona canzone: dipende da noi, dalla nostra sensibilità, saperne cogliere il messaggio.
      Nel famoso 1968 avevi 18 anni. Secondo te cosa significa aver avuto 18 anni nel Sessantotto?
      Rispondi soltanto se hai voglia, naturalmente.

      Tra parentesi: ho notato che hai smesso di essere una “G” sdraiata al sole. Lo avevo notato anche nel tuo precedente intervento. Grande Luigi.
      Grazie e mandi mandi
      Ines

  • In LiberaMente il nostro Ernesto ha citato e riportato una parte della canzone “Profumi e balocchi” (1929).
    Ne conservo un ricordo nitido, ma soprattutto tristissimo. Mi rivedo bambina mentre ascolto questa canzone dalla radio e mi torna in mente lo struggimento, misto a rancore, che provavo al pensiero della piccola che, nel ritornello, implora e insieme rimprovera la mamma, perché non compra mai balocchi per lei.
    Il rancore, naturalmente, era rivolto alla madre egoista e vanitosa, che compra soltanto profumi per sé.
    Il finale della canzone lascia presagire la malattia e la morte della bambina, che interpretavo come una grave ingiustizia: secondo la mia logica (avevo circa 6-7 anni) i cattivi dovevano essere puniti e i buoni premiati, ma nella canzone accadeva il contrario.
    A 6-7 anni non si può capire che la peggiore condanna per un genitore è sopravvivere a un figlio.

    E ora una nota di allegria, amici.
    Una delle prime canzoni di Marco Masini fu “Brutta” che – se ricordo bene – fa più o meno così:
    “Brutta
    ti guardi e ti vedi brutta
    ti perdi nella maglietta
    e non vuoi uscire più.”

    Alcuni anni fa, durante una giornata sulla spiaggia, un gruppo di animatori ne cantò una versione allegramente rivisitata:
    “Brutta
    ammazza quanto sei brutta
    Dario Argento te aspetta
    te vòle scritturà.” :-)

    A tutti voi, cari amici, buona giornata
    Ines

Lascia un commento