Cercata o temuta o subita: la solitudine

lug 8, 2012   //   by Ines Desideri   //   Attualità, Blog  //  35 Comments

“… Mille volte son stato così solo
dacché son vivo, e mille uguali sere
m’hanno oscurato agli occhi l’erba, i monti
le campagne, le nuvole.
Solo nel giorno, e poi dentro il silenzio
della fatale sera … “

Cari amici,

innanzitutto desidero suggerirvi la lettura della bellissima poesia di P.P. Pasolini “Senza di te tornavo”, dalla quale sono tratti i versi riportati.

La solitudine, dunque: una condizione che ritengo tutti conosciamo. Possiamo a volte desiderarla, per ritrovare noi stessi e raccogliere i pensieri nei momenti di smarrimento o di riflessione interiore. A volte la temiamo, se – per un capriccio della mente – ci sorprendiamo a prefigurarci il vuoto che deriverebbe se venissimo privati di chi amiamo. 

Ci sono persone ed età nell’esistenza di ognuno in cui la solitudine sembra mostrarsi come una sorta di condanna: da accettare, da sopportare, da subire in silenzio.

Concreta e, quindi, reale;  astratta perché immaginaria; figlia di ragioni importanti o di un vizio della mente e forse figlia del tempo che stiamo vivendo. Oggi si è veramente più soli di quanto si fosse in passato?

Secondo me ognuno di noi conosce molte solitudini. Parliamone, grazie.

Ines

35 Commenti

  • Caro Roberto,
    per quanto riguarda il brano di J. Marìas non trovo molta attinenza (sebbene questa fosse l’intenzione dell’autore) tra l’affermazione “Buona parte della gente ama perché la si obbliga ad amare” e la spiegazione da lui data.
    Secondo me non è vero che amiamo perché qualcuno ci obbliga a farlo: l’amore (“sano”, per riprendere la felice espressione del nostro Luigi) e la coercizione non percorrono la stessa strada.
    Diverso è, a mio modesto avviso, quanto Marìas afferma sulla casualità: non di rado accade, infatti, che incontri fortuiti cambino il corso della nostra storia, la quale così cambierà il corso di altre storie, le quali a loro volta …
    Se avviene per disgrazia o per fortuna sta a ognuno di noi stabilirlo, ma non sempre ne siamo capaci.

    Per “pacca sulla spalla” (metaforicamente parlando, certo) intendo le frasi di circostanza dette a volte dagli altri (anche dagli amici, purtroppo) a mo’ di incoraggiamento nei momenti difficili.
    Ma, ora che ci penso, questo può essere uno spunto per il tema appena sfornato.
    “Con moooolta calma”, caro Roberto. Grazie.

    Un cordiale ciao ciao a tutti.
    Ines

  • Caro Luigi,
    il tuo commento è stato illuminante. Dico seriamente: a volte mi incaponisco a cercare una “verità più vera”, qualcosa che si avvicina il più possibile alla perfezione concettuale, ma hai ragione. Siamo il risultato delle somme, delle sottrazioni, delle moltiplicazioni e delle divisioni a cui abbiamo preso parte. E’ stupefacente come i nomi delle operazioni aritmetiche (per rimanere nel campo dei problemini matematici da risolvere) si adattino alle situazioni della vita!

    Caro Marìas,
    ci hai detto in forma letteraria (un po’ farraginosa per la mia intelligenza poco letteraria: io non sono Manzoni, purtroppo) una verità che getta pesanti ombre sul principio dell’autodeterminazione, sostenuto dalla notte dei tempi: nessun “homo faber” e tutto è affidato al caso? Ho una crisi esistenziale, a causa tua!

    Cara Ines,
    se dovessimo gettare alle ortiche tutti gli opportunisti che si dichiarano amici solo per il loro tornaconto povere ortiche!
    Probabilmente l’espressione “pacca sulla spalla” (che hai usato più volte) ha un senso metaforico. Che cosa intendi esattamente, se è lecito chiedere?
    Imparare a fare buon uso del nostro tempo libero, è un ottimo suggerimento, ma spesso finiamo stritolati dagli ingranaggi delle relazioni inevitabili oppure sottomessi alle abitudini, che non sempre è facile sradicare.

    Saluti a tutti (Marìas compreso, per rispetto alla padrona di casa)
    Roberto

  • Cara Angela,
    al bando gli amici che latitano nei momenti difficili: non sono veri amici e personalmente preferisco la solitudine alle amicizie che durano il tempo di quattro risate insieme, di una … pacca sulla spalla e del “volemose bene” finché tutto fila liscio.
    L’amicizia non può che essere reciprocità e condivisione sincere. Il resto alle ortiche, via, senza alcun indugio.

    Essere padroni di sé stessi e del proprio tempo: si può imparare, Angela, ma richiede la giusta determinazione e, soprattutto, la consapevolezza di scegliere un percorso accidentato, che significa una serie inevitabile di tentativi e fallimenti, almeno inizialmente.
    Eppure sono convinta che sia possibile e che giovi alla salute interiore.
    Se soltanto ci interrogassimo più spesso …Come trascorriamo il nostro tempo libero? A chi lo dedichiamo? Ci piace ciò che facciamo e sono veramente quelle le persone a cui vogliamo offrire quel minuto, quell’ora, quella giornata? E soprattutto: siamo pienamente consapevoli di quanto il nostro tempo sia prezioso, perché non è infinito, come sembra essere a vent’anni?
    Naturalmente non mi aspetto che Lei o altri rispondiate a queste domande nel nostro blog: sono alcune delle possibili domande che ognuno può porre a sé stesso e trovare dentro sé stesso le risposte.

    Un caro saluto
    Ines

  • E’ sicuro che, come scrive Luigi Girardi, noi pensiamo e ragioniamo sulla base delle esperienze vissute e che non basta che una frase sia stata detta da un Grande dell’umanità per essere considerata vera e inconfutabile da tutti.
    Volendo scegliere una citazione nella quale riconoscermi sono orientata verso quella che segue, di Ovidio, perché molte volte ho sperimentato sulla mia pelle come l’amicizia, anche la migliore, dura finché dura la nostra felicità o, quantomeno, la nostra disponibilità a mostrarci sereni e finanche spensierati nello stare con gli altri.
    “Molti ti saranno amici finchè sarai felice, ma quando verrà il brutto tempo, resterai solo.”

    Ciò che lei, cara Ines, ha scritto a proposito dell’essere padroni del proprio tempo (come e con chi spenderlo, almeno in quella che potremmo chiamare la seconda parte della vita) è bello e sarebbe un sacrosanto diritto soprattutto per chi si è speso molto, in termini di energie, di sacrifici, di impegno costante, per gli altri (la famiglia e il lavoro, soprattutto).
    Ma mi sembra difficile da mettere in pratica, purtroppo: mi fa pensare a un’inversione non facile da praticare, se abbiamo sempre anteposto gli altri a noi stessi. Si torna al discorso del sano egoismo tanto esaltato, ma che spesso si risolve in parole senza attuazione pratica.

    Cordiali saluti
    Angela

  • Semplicemente: “Grande Luigi!” :-)
    Condivido in pieno il tuo ultimo intervento. Mi riconosco nella citazione di Leonardo e aggiungo una mia modesta riflessione: penso che per ognuno di noi esista un tempo per dare agli altri e un tempo per dare a noi stessi.
    Naturalmernte non vedo un confine netto tra i due, né penso che “dare agli altri” escluda “dare a noi stessi” (o il contrario), ma soltanto che c’è un’età in cui le responsabilità verso gli altri superano di gran lunga quelle che avvertiamo nei confronti di noi stessi ed è giusto che sia così.
    Poi arriva l’età in cui “Chi è solo, è tutto suo”, cioè padrone di sé stesso più di quanto abbia potuto esserlo precedentemente: padrone, dunque, del proprio tempo e soprattutto padrone di scegliere come e con chi spenderlo. Anche in solitudine e in silenzio, se quello è il suo bisogno, perché no?
    Grazie, caro Luigi.

    A te e a tutti voi, amici, buona giornata.
    Ines

  • @ Angela, brevemente, sugli scambi virtuali.
    Prendersi del tempo prima di rispondere è lecito: ognuno ha i propri impegni ed è giusto che gli altri lo comprendano.
    Non rispondere affatto mi sembra comunque una mancanza di correttezza, a meno che non si sia espresso chiaramente il desiderio di non ricevere messaggi: la “virtualità” non esime dal rispetto delle buone maniere.
    La ponderatezza della risposta sovente corrisponde alla fumosità, che personalmente non gradisco.
    Cordialmente
    Ines

  • Caro Roberto,
    torniamo alla citazione di Einstein.
    Penso che la propensione alla solitudine sia una caratteristica personale e che l’età influisca soltanto perché si acquisisce la piena consapevolezza della brevità e dell’incertezza del futuro, consapevolezza che spinge sia a privilegiare alcuni rapporti e a trascurarne altri, sia a ritrovare sé stessi per il bisogno di riflettere su quanto è stato e su quanto potrà essere.
    Se una persona è tendenzialmente solitaria per indole lo diventerà ancor di più con l’avanzare degli anni; se per indole preferisce la compagnia alla solitudine non escludo che l’età la spinga a ridurre le occasioni per stare con gli altri.
    Credo sia un processo inevitabile e persino provvidenziale, perché il lento distacco da ciò che è terreno sia meno sofferto.
    Se accade che gli anziani si sentano soli (ed è vero che oggi accade più che in passato) è perché ‘reclamano’, in cuor loro, la compagnia (intesa innanzitutto come presenza affettiva, non soltanto fisica) delle persone più care, le uniche che contano veramente.

    Un caro saluto
    Ines

  • ” … come le coppie che si uniscono credendo entrambi di aver scelto coscientemente. Non che uno dei due sia stato costretto dall’altro, o convinto se si preferisce; di certo entrambi sono stati costretti, in un momento qualunque del lungo processo che li ha portati a unirsi – non trova? – e poi a restare insieme per un certo tempo, o fino alla morte. Magari sono stati costretti da un fattore esterno o da qualcuno che non fa più parte della loro vita, li obbliga il passato, l’infelicità, la loro storia, la loro sfortunata biografia. O anche da cause che ignorano o che non sanno vedere, quella parte di retaggio personale che tutti possediamo e non conosciamo …” (J. Marìas – “Un cuore così bianco”).

    Come promesso alcuni giorni fa, caro Roberto.
    A tutti voi, amici, un cordiale saluto.
    Ines

  • “Chi è solo, è tutto suo”, ha scritto Leonardo da Vinci.
    Ho riportato questo pensiero di un altro Grande della storia dell’umanità, da aggiungere a quelli di Einstein, Marias… (e di quanti altri ancora potremmo citare), per una considerazione
    che vi prego di non ritenere frutto di “presunzione”.
    Io credo che per la “sfera” dei sentimenti e delle emozioni che appartengono a ciascuna
    persona, non esistono “verità” che possano essere affermate da altre persone, comunque sia il riconosciuto, alltissimo, valore intellettuale di quest’ultime.
    Einstein può, come ha fatto, enunciare una verità scientifica (fino a quando qualcuno non ne dimostra il contrario) ; Leonardo ha rappresentato una “verità” di sublime bellezza della composizione pittorica ; Marias (non lo conosco, ma se Ines lo legge…) può aver espresso una “verita” di espressione letteraria; ma quello che dicono sulla solitudine e/o
    (dai , per questa volta passatemelo) sull’amore, è solo un contributo che danno sulla base della loro esperienza di vita, e “vale” quanto quello di Angela, di Roberto, di Gianni, di Ines, e di tutti coloro che “camminano per la strada”.
    Poi, è evidente, che ognuno di noi, “normali”, possa riconoscersi in quello che i Grandi esprimono, e può “far bene” sapere che ” io la penso come Leonardo” o che ” ma guarda, Leonardo la pensa come me”.
    Adesso devo salutarvi perchè ho un problemino matematico, ed io su questo non riesco
    “a pensarla” come Einstein ( e il cielo sa quanto mi piacerebbe).
    Mandi mandi
    L.G.

  • Cara Angela,
    accennando, nell’introduzione al tema, a “molte solitudini” mi riferisco sia all’intensità con cui proviamo questa condizione sia alla varietà delle sue forme.
    L’intensità e la varietà, se considerate singolarmente e ancor più se unite, generano di volta in volta – a mio avviso – una solitudine diversa, pur avendo ognuna alcune caratteristiche comuni.
    Dalla perdita di una persona cara scaturisce la più grande delle solitudini, alla quale non c’è rimedio, soprattutto se il sentimento che ci ha uniti nel comune percorso terreno è stato molto intenso.
    Non a caso parliamo allora di solitudine (o vuoto) incolmabile: è reale, profonda, definitiva e ‘inguaribile’. Ne siamo consapevoli o no, credo che una parte di noi muoia con la persona cara che ci lascia e di cui avvertiremo la mancanza per il resto dei nostri giorni.

    L’assenza fisica, secondo me, è una delle possibili cause della solitudine, ma non l’unica né la più determinante nel generarla: è possibile sentire la mancanza di una persona fisicamente lontana eppure sentirla vicina dal punto di vista interiore grazie a una telefonata o a un messaggio scritto e questo contribuisce a superare in parte la distanza e, dunque, la solitudine.
    La presenza fisica, invece, potrebbe creare soltanto un inganno: la persona c’è ma è come se non ci fosse (ne abbiamo parlato), perché è distratta da altre attività oppure perché manca (in una particolare contingenza o spesso o sempre) quel filo invisibile (nessuna fisicità) che unisce e fa sentire vicini, in comunione l’uno con l’altro.

    Nel Suo intervento ci sono diversi spunti, cara Angela.
    La ringrazio per averli offerti e ringrazio quanti di voi, amici, vorranno lasciare il loro contributo personale.
    Per ora mi fermo qui, sia per evitare di dilungarmi eccessivamente sia a causa di alcuni impegni importanti.

    Caro Roberto,
    conto sulla tua pazienza. Anche il tuo commento merita la mia attenzione e sinceramente preferisco chiederti di aspettare, anziché lasciare una risposta frettolosa.

    A tutti voi, amici, buona giornata.
    Ines

  • Gentile Ines,
    quando parliamo della vera solitudine non possiamo che riferirci alla mancanza di una o più persone che per noi contano e quanto più una persona conta tanto più forte è la solitudine che proviamo.
    Chiaramente potremo parlare di solitudine risolta, se così possiamo chiamarla, quando ristabiliamo un rapporto che era stato interrotto con l’assenza e in questo vedo la fisicità della solitudine e l’unica vera solitudine.
    Per spiegarmi meglio: mi sento veramente sola se viene a mancare, per un certo tempo, la presenza fisica di una persona a cui sono legata da un rapporto di amore, di affetto, di amicizia, eccetera.
    Se l’assenza è definitiva (la morte di una persona cara) la solitudine resta irrisolta ed è la più lacerante che esista.
    Tutte le altre possibili forme di solitudine secondo me sono sensazioni che proviamo e spesso possono essere passeggere.
    Per spiegarmi meglio faccio un esempio personale: mi succede a volte di provare solitudine se non mi sento compresa, se mi aspetto un aiuto morale, come un po’ di attenzione o qualche parola di incoraggiamento, da parte di una persona sulla quale so di poter contare, che invece si rivela inadeguata ad aiutarmi in quel determinato frangente.

    Su quanto ha scritto la signora Fernanda a proposito dei contatti tramite tastiera, invece, non li condanno totalmente: è ovvio che non possono sostituire i rapporti diretti (la fisicità di cui ho parlato) ma li giudico apprezzabili se intrattenuti nella giusta misura e con le persone giuste.
    Senza voler tessere le lodi della virtualità, che si pone comunque come un’alternativa che non può soddisfare tutti i nostri bisogni relazionali, vi trovo alcuni vantaggi da non sottovalutare: la libertà di prendersi del tempo (in termini di ragionevole correttezza, è ovvio) nel rispondere a un messaggio ricevuto, la libertà di non rispondere affatto se non desideriamo farlo (in un incontro diretto questo diventa complicato, se non imbarazzante) e la possibilità di riflettere, non sempre possibile in uno scambio diretto.
    Se manca l’immediatezza della replica (come ha fatto notare, tra l’altro, la signora) si guadagna però la ponderatezza della replica, caratteristica da non sottovalutare soprattutto da parte delle persone impulsive.
    Cordialmente
    Angela

  • Cara Ines,
    la citazione di Einstein, anche se geniale o forse proprio per questo, mi lascia perplesso.
    Da una parte mi sembra verosimile che con l’avanzare dell’età la solitudine può essere gradita, a differenza degli anni giovanili: sarei cioè propenso a pensare che più gli anni aumentano minore è il gusto di stare in compagnia o, almeno, si cominciano a privilegiare alcune compagnie a scapito di altre, viste come meno importanti o meno gratificanti.
    Dall’altra parte però medito sulla solitudine mal sopportata dalle persone anziane, argomento spesso trattato dai mass-media proprio perché considerato un problema della società attuale (come d’altronde per i bambini, dei quali abbiamo parlato). Da qui allora il senso di inutilità e di abbandono in cui vivono molti dei nostri anziani.
    Oppure, mi chiedo, sbaglio ad ‘estendere la riflessione di Einstein alla maggioranza delle persone e andrebbe collocata invece tra i privilegi (per riprendere quanto ha scritto Gianni) di alcuni grandi?

    Saluti a tutti
    Roberto

  • Caro Roberto!
    Mi sembra ovvio che ognuno risponda e intervenga a modo suo, anche perché qui non cerchiamo definizioni (di cui sono pieni i vocabolari, le enciclopedie e i libri), ma i nostri punti di vista e il tuo, a proposito dell’amore sano, mi sembra interessante.
    L’amore perfetto?! Ma no, certo che non può esistere, visto che parliamo di un sentimento umano e nulla di ciò che è umano può essere perfetto.

    Per quanto riguarda l’affermazione di J. Marías posso assicurarti che non ha attinenza con il famoso verso di Dante da te citato e che forse la sua riflessione non è così astrusa come sembra.
    Mi ero ripromessa di farti rispondere, a questo proposito, dallo stesso Marías, riportando un brano di “Un cuore così bianco”, ma … ho dimenticato di portare il libro a Roma, mi dispiace.
    Lo farò appena mi sarà possibile.

    Caro Gianni,
    permettimi una battuta scherzosa sulla frase dell’artista di cui hai parlato.
    Se il matrimonio è uno scambio di solitidini – io consegno la mia all’uomo che sposo e lui, a sua volta, mi consegna la sua – non sarebbe meglio se ognuno si tenesse la propria, con la quale (per giunta) ha già un rapporto consolidato, una confidenza collaudata? :-)
    Bando agli scherzi, ora. Veramente non sono sicura che ci si sposi soprattutto per sfuggire alla solitudine, a meno che non ci si riferisca a una particolare solitudine, intesa come l’assenza della persona a cui donare amore e da cui riceverlo e con la quale costruire un futuro.
    Altre riflessioni alla prossima.

    A tutti voi, amici, un cordiale ciao ciao.
    Ines

  • Cari amici del blog,
    eccomi di nuovo a voi. Vi leggo su questo nuovo argomento che tocca un po’ tutti noi da vicino e che ha ispirato i più grandi poeti. Per dirla con Luigi Girardi la solitudine è quasi sempre strettamente connessa con l’amore. Naturalmente noi cerchiamo una persona per condividere la ns. esistenza e sfuggire alla solitudine. Un artista intervistato da un giornalista sulla definizione di matrimonio (ma vale anche per le unioni di fatto) disse: Il matrimonio è l’atto con cui consegniamo la ns solitudine al nostro compagno.
    Mi pare che questo valga per la maggioranza delle persone. Ci sono poi delle eccezioni e spesso coincidono con persone dotate di grande creatività capaci di dare il meglio di sé nella solitudine. Ci sono gli asceti che nella solitudine cercano il contatto con il soprannaturale, o i grandi scienziati che nella solitudine intuiscono le leggi ancora sconosciute che regolano il cosmo, o i grandi poeti /scrittori che nella solitudine concepiscono capolavori. A queste persone speciali è la solitudine che crea la compagnia delle loro creazioni . A voler essere pessimisti la solitudine è una condizione privilegiata solo per asceti o geni, mentre a noi poveri mortali quasi sempre risulta insopportabile .
    Un caro saluto
    Gianni

  • Cara Ines!
    Ma tu credi che sia facile rispondere alle tue domande “birichine”, come quella di definire l’amore sano? Per me no, però ci provo lo stesso, ovviamente a modo mio.
    L’amore (a chiunque sia rivolto) è sano se riesce a mediare tra i bisogni e le aspirazioni di chi ama e quelli di chi è amato nel miglior modo possibile.
    Se amore sano dovesse essere uguale ad amore perfetto, diciamo chiaramente che non esiste, perché mettiamo in amore (soprattutto in amore) la parte più autentica di noi stessi, ossia anche i nostri limiti e difetti.
    Cosa ne pensi?

    Marias, lo scrittore spagnolo di cui parli, dice uno sproposito bello e buono, secondo me.
    Se fosse vero che “buona parte della gente ama perché la si obbliga ad amare” saremmo quasi sempre in presenza di un amore malato, perché estorto, senza la spontaneità che dovrebbe avere questo sentimento.
    Se invece Marias ha fatto proprio il verso dantesco “Amor ch’a nullo amato amor perdona” il discorso cambia, ma resta il fatto che lo ha tradotto in modo sbagliato: Dante intende che a nessuna persona amata è concesso (perdonato) di non ricambiare. Siamo cioè nell’ambito della reciprocità dei sentimenti: la simpatia, l’antipatia, l’amore …

    Ho trovato una citazione di Einstein sulla solitudine. La copincollo, perché, guarda caso, mi sembra geniale:
    “Io trascorro la mia vita in quella solitudine per noi tanto penosa nella gioventù, ma così gradita negli anni della maturità“.

    Saluti a tutti
    Roberto

  • Calma, ragazzi, calma. Rispondete uno alla volta, per favore. E che modi! Tutti insieme non ci si capisce nulla … :-)
    Visto che nessuno ha risposto alle mie domande birichine sull’amore, beccatevi ‘sto riassuntino sulla vita di P. Florenskij (l’autore di “Osservate più spesso le stelle”) , così imparate. ;-)

    Palev Florenskij (1882-1937) fu un filosofo, un matematico e un religioso russo.
    “Da quel dicembre del 1937 alla metà degli anni Ottanta il nome di Florenskij era stato completamente cancellato, rimosso dalla coscienza pubblica del Paese …”, scrisse di lui N. Valentini nel 2006.
    Nel febbraio 1933 Florenskij fu arrestato e condannato a 10 anni di lager, poi trasferito sulle isole Solovki, dove sorgeva un antico monastero, successivamente trasformato nel primo gulag comunista.
    Venne fucilato l’8 dicembre 1937, ma le autorità sovietiche comunicarono ufficialmente che era morto nel 1943. Soltanto negli anni Ottanta i familiari conobbero la data esatta del suo decesso e la vera causa.

    E ora guardiamo la mia posta elettronica, di cui mi piace condividere con voi alcuni messaggi pubblicitari ‘spassosi’.
    “Cosa fai domani? Hai 24 ore per decidere!”
    Primo: cosa farò domani non sono affari tuoi, se permetti.
    Secondo: se non decido entro le prossime 24 ore cosa mi succede?

    “Ciao, Ines, c’è un regalo per te”.
    Avete notato, amici, il tono confidenziale dei messaggi pubblicitari? Ti danno sempre del tu e ti salutano con un “ciao”, come se si fosse amici. Allora mi domando: “Quand’è che abbiamo mangiato insieme?”

    Infine: piovono le offerte promozionali degli alberghi nelle località balneari. Spesso arrivano con gli scambi di messaggi privati tra amici (innocenti e inconsapevoli). Sono in calce e continuano a offrire “bambini gratis fino a 6 anni”. E dopo … te li tolgono?

    Buona giornata a tutti
    Ines

  • Caro Roberto, era ora!
    Confesso che cominciavano a mancarmi i tuoi interventi così … ben articolati. :-)
    Accenno brevemente al mio rapporto con la solitudine, la compagnia e il silenzio.
    Mi piace stare in compagnia, ma alle compagnie che non gradisco preferisco la solitudine e comunque ci sono momenti in cui desidero restare sola, a prescindere dalla qualità della compagnia: quando mi sento triste, per esempio, oppure quando voglio “fare il punto della situazione” oppure quando svolgo delle attività durante le quali la presenza di altre persone distoglierebbe la mia attenzione.
    Preferisco il silenzio ai discorsi banali, alle “conversazioni da ascensore”, alle “pacche
    sulla spalla”, al pettegolezzo.
    Nel complesso sto bene in compagnia di me stessa e nel silenzio, ma quando si presentano belle occasioni per stare con gli altri che mi “garbano”, per parlare e scambiare opinioni o per fare baldoria insieme di certo non mi tiro indietro, anzi mi ci butto a capofitto.

    Per quanto riguarda l’amore lo intendevo coniugato nelle sue possibili varianti, cioè nel senso più ampio, ma soprattutto chiedevo quali caratteristiche dovrebbe avere, secondo voi, perché lo consideriate “sano” (non malato, non deviato).
    Naturalmente questo spunto iniziale non preclude la possibilità di parlare dell’amore nel modo in cui ciascuno di noi desidera.

    A tutti voi, cari amici, auguro una serena giornata.
    Ines

  • Cara Ines,
    è nella natura umana il bisogno di stare in compagnia. I bambini, per tornare al mio ultimo commento e alla tua risposta, cercano spontaneamente la compagnia degli altri bambini, perché con loro possono giocare e parlare da pari: per questo è preoccupante che non frequentino a sufficienza i loro coetanei. La compagnia degli adulti, soprattutto se ha come unico scopo la sorveglianza perché sono assorbiti dalle loro faccende, non elimina l’impressione di solitudine, anzi la accentua.
    Passano gli anni ma il bisogno resta lo stesso: gli adolescenti cercano spontaneamente la compagnia di altri adolescenti, gli adulti di altri adulti. Certo più si cresce più la personalità individuale assume caratteristiche definite e questo porta ognuno a scegliere le persone che gli vanno a genio e ad allontanare quelle che non gli corrispondono (il feeling di cui hai parlato). Lasciamo stare il discorso dei rapporti obbligatori, ossia quelli che per ragioni disparate si è costretti a intrattenere anche se non garbano neanche un po’, altrimenti ci perdiamo in un labirinto pazzesco.
    Il bisogno naturale di stare in compagnia però non esclude che ci siano momenti in cui abbiamo bisogno di stare soli. Lo vedo un po’ come un’occasione per fare il punto della situazione, se lo intendiamo come dovremmo, ossia guardare dentro se stessi e anche fuori senza essere distratti e quindi risucchiati da altri pensieri o attività o persone.
    Secondo me non è sano cercare sempre la compagnia (che significa essere terrorizzati dalla solitudine) e non è sano cercare sempre la solitudine (che significa temere la compagnia).
    Il silenzio. Alcuni anni fa ho letto un articolo in cui si elogiava il silenzio e le ragioni sono evidenti: soltanto nel silenzio possiamo approfondire i nostri pensieri o problemi personali e analizzarli come si deve. Non parliamo di alcune attività che impongono il silenzio, altrimenti altro labirinto.
    Ma anche per il silenzio vale la misura che sarebbe bene dare alla compagnia e alla solitudine. Non è una misura fissa, uguale per tutti: ognuno dovrebbe saperla riconoscere, in base alla propria personalità e ai bisogni che giudica prioritari.
    E pensare che volevo parlare dell’amore…Sarà per la prossima volta.

    Saluti a tutti
    Roberto

  • Carissimo Ernesto,
    che bel ‘botta e risposta’! Simpaticissimo.
    Sono d’accordo su tutto e, per celia, aggiungo che le persone che portano il cellulare “attaccato alla cintola” mi hanno sempre fatto pensare ai pistoleri. Questi tenevano una colt nella fondina, oggi si tiene un telefonino nella custodia. Armi diverse ma sempre armi: una sparava proiettili; l’altro parole, parole, parole …
    Silenzio: quello ambito dal tuo amico poeta, per raccogliere i pensieri; quello temuto e quello subìto, ma raramente cercato, forse proprio perché ci costringe a incontrare noi stessi. Strano come ci piaccia stordirci tra la gente, anche tra coloro che non conosciamo e con cui non abbiamo nulla da condividere, pur di non ritrovarci soli con noi stessi.
    Eppure …

    Carissimo Luigi,
    l’esperienza personale che ci hai raccontato la dice lunga sulle persone che credono di poter essere padrone del nostro tempo come del loro: il problema (io lo considero tale, per quanto mi riguarda) è che le persone così sono sempre più numerose e convinte di essere nel giusto, di reclamare un loro sacrosanto diritto. Sic e, a mo’ di rafforzativo, anche :-( .
    Grande Luigi che ha manifestato senza indugio alcuno il proprio disappunto!
    Ah, l’amore … La risposta di Bobbio è degna di encomio, perché ha in sé una grande verità.
    Mi è piaciuto molto anche il tuo accenno all’amore “che cerchiamo dal primo all’ultimo respiro”. Domanda birichina: qual è? :-)
    Comunque hai ragione: l’amore temuto o subìto non è un amore sano e allora un’altra domanda birichina (oggi mi va così).
    J. Marías, scrittore madrileno, fa dire a uno dei suoi personaggi in “Un cuore così bianco”:
    - Buona parte della gente ama perché la si obbliga ad amare.
    Tra un no, un sì e un forse (per mantenere lo stile espressivo dell’autore), secondo voi è così?

    A tutti voi, cari amici, buona giornata
    Ines

  • Carissima Ines
    sì, c’è uno “stretto legame” tra amore e solitudine, ma credo che l’amore “subito o temuto”
    sia un amore “deviato”, “malato” ; non quello che “cerchiamo” dal primo all’ultumo respiro.
    A Norberto Bobbio chiesero, in quella che credo sia stata la sua ultima intervista, quale fosse , secondo lui, la cosa più importante della vita. Rispose : ” L’amore che abbiamo dato, e l’amore che abbiamo ricevuto”. E questo non può essere un amore “temuto o subito”.

    Cellulari, la “via di mezzo”. Credo si debba cominciare a reagire. Esperienza personale.
    Un tale mi chiede insistentemente un appuntamento per una situazione di lavoro. Situazione nella quale io potevo essere utile a lui. Dopo una serie di tentativi, sulla sua proposta di giorno e ora, viene da me. Arriva, ci salutiamo, si siede. Dopo due minuti suona il suo cellulare, mi dice – scusi- e risponde; ma invece di dire ” sono occupato, ti richiamo”, inizia una intensa conversazione. Dopo un minuto, mi alzo dalla mia scrivania, mi metto la giacca e gli dico ” lei , per me, è troppo impegnato”. E me ne sono andato. Non l’ho più ricevuto.

    Carina quella del prete che avverte che ” durante la messa, il Padreterno non ti chiama al telefono”. Più che “carina”.

    Mandi mandi
    L.G.

  • Torniamo a noi, caro Ernesto.
    Secondo il galateo è maleducazione tenere il cellulare sulla tavola imbandita.
    Lascerei da parte alcune regole che a me sembrano troppo rigide, ma tra queste e lo smanettare maniacale con i cellulari in qualunque posto e in qualunque situazione una via di mezzo deve pur esistere, no?
    Si inizia con l’essere padroni di questi strumenti, si finisce col diventarne schiavi.
    Il fuocherello a cui si rivolge il poeta tuo amico d’infanzia non invitava forse, nelle sere d’inverno, le famigliole infreddolite a sedersi in semicerchio davanti ad esso e a scambiare quattro chiacchiere (spesso erano aneddoti trasmessi per generazioni) prima di andare a coricarsi?
    Oggi invece “tutti corrono davanti alle televisioni” (“Senza parole” – Vasco Rossi).

    Caro Roberto,
    nel proporvi questo tema ho accennato alla solitudine subìta pensando innanzitutto ai bambini, perché per loro si presentano due fattori che, a mio avviso, non bisogna trascurare: l’inconsapevolezza (soprattutto in tenera età) e l’apparenza.
    Infatti a differenza di noi adulti che, nel soggiacere (seppur a malincuore) a una solitudine imposta, siamo razionalmente coscienti della nostra condizione e dunque potenzialmente capaci di ribellarci ad essa, i bambini la vivono senza averne piena consapevolezza, vi si adattano e spesso finiscono per considerarla la normalità.
    Per giunta la solitudine dei bambini ha in sé l’inganno dell’apparenza: a meno che non siano abbastanza grandicelli, in casa con loro c’è sempre un adulto, affacendato e distratto, presente fisicamente eppure assente, perché impegnato in altre attività.

    Caro Ben,
    trovo veramente suggestiva l’idea di celebrare una messa in un bosco, sai?
    Penso che, in fondo, si possa considerare “luogo di culto” non soltanto la chiesa, ma qualunque spazio: l’importante non è dove, ma come si partecipa, cioè con quale spirito, non credi?
    Sarebbe interessante sapere se e quanto la Fede possa contribuire a colmare la solitudine.
    Neanche io conoscevo Palev Florenskij e i suoi bellissimi versi “Osservate più spesso le stelle”: ho fatto una ricerca su Internet e presto riporterò alcune informazioni su di lui.
    Da bambina osservavo le stelle tutte le sere, quando ero in campagna dai nonni, d’estate (ricordo di averlo raccontato agli amici del blog) e provavo sensazioni che mi sono rimaste nel cuore.

    Grazie, cari amici, e un cordiale ciao ciao a tutti
    Ines

    • *Torniamo a noi, caro Ernesto.*
      Certo, cara Ines, torniamo a noi.

      *Secondo il galateo è maleducazione tenere il cellulare sulla tavola imbandita.*
      Secondo me il telefono è il più grande maleducato: Può squillare in ogni momento senza preavviso. Che tu sia disposto a rispondere o no. Avere il cellulare attaccato all’ombelico in ogni momento poi è il massimo della dipendenza da marchingegni. Che aspetti una chiamata superimportante ogni secondo? Chi credi di essere Nembochidde che deve sempre volare a spegnere un altro vulcano in Patagonia?
      Il prete della mia parrocchia ha messo un cartello all’ingresso della chiesa:
      “Spegni il cellulare! Il Padreterno non ti chiama di sicuro mentre sei a casa Sua.”
      Quando vedo una persona che ha il telefonino attaccato alla cintola, anche quando è in sala da ballo o ad una festa, penso che la solitudine lo mangia ed è disperato per uno squillo, anche se per errore.

      *Lascerei da parte alcune regole che a me sembrano troppo rigide, ma tra queste e lo smanettare maniacale con i cellulari in qualunque posto e in qualunque situazione una via di mezzo deve pur esistere, no?*
      Certo che c’è: A meno che si aspetti la notizia che il caprone partorisca lascialo in macchina! Non c’è cosa più rude di rispondere al telefono se sei quello che ha iniziato la conversazione.

      *Si inizia con l’essere padroni di questi strumenti, si finisce col diventarne schiavi.*
      L’ho sempre mantenuto: Alcuni oggetti sono buoni servi ma cattivi padroni e noi ce li cerchiamo con la bugia!

      *Il fuocherello a cui si rivolge il poeta tuo amico d’infanzia non invitava forse, nelle sere d’inverno, le famigliole infreddolite a sedersi in semicerchio davanti ad esso e a scambiare quattro chiacchiere (spesso erano aneddoti trasmessi per generazioni) prima di andare a coricarsi?*
      Si, Ines, invero era spesso così ma il poeta, nel nostro caso, si autoinvitava ad un momento di solitudine per star solo con la sua coscienza, esaminarla e riflettere.
      Oggi non cerchiamo un momento di solitudine ne siamo immersi.

      *Oggi invece “tutti corrono davanti alle televisioni” (“Senza parole” – Vasco Rossi).*
      Non ho commenti, questo tizio non so chi sia ma sono d’accordo.

      Caramente
      Ernesto

  • Ciao Ines, Ciao a tutti.
    Ho letto i vari interessanti commenti, il tema della solitudine è molto ampio, e allora vorrei allargarlo un po’, inserendo qualcosa che ho ascoltato domenica scorsa in un contesto un po’ particolare: una messa nel bosco con un gruppo di una trentina di adolescenti. Alla fine fu letto quello che segue, di Pavel Florenskij (che non conosco).

    Osservate più spesso le stelle.
    Quando avrete un peso sull’animo,
    guardate le stelle o l’azzurro del cielo.
    Quando vi sentirete tristi, quando vi offenderanno,
    quando qualcosa non vi riuscirà,
    quando la tempesta si scatenerà nel vostro animo,
    uscite all’aria aperta e intrattenetevi, da soli, col cielo.
    Allora la vostra anima troverà la quiete

  • TG1 della sera di ieri (sabato): si parla dei bambini video-dipendenti. Trascorrono in media 3 ore al giorno davanti alla TV e altre 3 al giorno a giocare con marchingegni vari, per un totale di 6 ore, ossia 1/4 della giornata.
    Scorrono le immagini di bambini sulle spiagge italiane e non stanno costruendo castelli di sabbia o tirando due calci al pallone, bensì giocando con l’iphone. Una mamma intervistata parla dell’importanza di “socializzare”, parola molto in voga da anni.
    Niente di nuovo, perché da almeno un decennio si è lanciato l’allarme della dipendenza dei bambini dai video-tutto (tv, pc, play station, ecc…), dei bambini parcheggiati davanti alla televisione, dei bambini SOLI, perché i genitori sono sempre impegnatissimi e le occasioni (oltre che gli spazi) per stare con i loro coetanei sono diventate una rarità.
    Solitudine subita e delle più preoccupanti, secondo il mio punto di vista.

    Saluti a tutti
    Roberto

  • Caro Luigi,
    hai citato l’amore che, insieme alla solitudine, ha ispirato e continua a ispirare varie forme di espressione artistica.
    Secondo me anche l’amore, come la solitudine, può essere cercato, temuto o subìto.
    Vedo uno stretto legame tra l’amore e la solitudine: come avevo accennato nell’introduzione al tema, infatti, una delle ragioni del sentirsi soli è proprio l’assenza-privazione delle persone che amiamo, soprattutto se è definitiva, senza ritorno.

    Caro Roberto,
    le persone con cui condividiamo il cuscino e i pensieri sulla vita e sul mondo sono le più care.
    Per quanto riguarda me sono: i miei genitori e i miei fratelli, mio marito e i miei figli.
    L’espressione mi è venuta in mente ricordando che da bambina per molti pomeriggi ho ‘condiviso il cuscino’ con mia madre, in un periodo in cui fu malata e che – come in un cerchio che si chiude – ho spesso condiviso nuovamente il cuscino con lei nei suoi ultimi mesi di vita.
    Questa riflessione mi ha spinta a chiedermi quante e quali fossero le persone con cui ho avuto una tale confidenza affettiva da poter condividere con loro “il cuscino” e i pensieri, senza riserva alcuna: sono quelle che ho citato.
    Con gli amici posso condividere i pensieri (quanti dipende dal rapporto stabilito), ma non il cuscino, che nella mia espressione ho scelto come simbolo di condivisione totale.

    A tutti voi, cari amici, buona giornata.
    Ines

  • Però, cara Ines, non possiamo negare che dipendiamo sempre più dai marchingegni di cui ci parla simpaticamente Ernesto e che sovente rinunciamo a incontrarci, a scambiare qualche parola direttamente, a trascorrere qualche ora insieme, vuoi per pigrizia e vuoi per la fretta che attanaglia le nostre giornate.
    Trovo pur vero tuttavia che molti rapporti sono artificiosi (come filtrati) e che tu hai ragione quando sostieni che stare in compagnia non esclude la solitudine: certamente è necessario che tra due o più persone vi siano interessi comuni e una certa affinità di carattere perché si crei il giusto feeling.
    Alla tua domanda se oggi siamo più soli che in passato risponderei di sì, per diversi fattori, tra i quali il fatto che siamo distratti (e attratti) da una quantità esorbitante di stimoli. Tornano dunque in ballo i marchingegni, dalla televisione al computer, dall’iphone ai social network.
    Adesso sarei però curioso di capire cosa, o meglio chi intendi quando scrivi delle persone “con cui condividere il cuscino e i pensieri sulla vita e sul mondo”.
    Chi ha detto che la curiosità è donna?
    Saluti a tutti
    Roberto

    PS. Dimenticavo di dire a Ernesto che la solitudine è una cara amica se siamo noi a cercarla, invece diventa una nemica se è lei che viene a cercare noi e ci trova!

  • Gentile Fernanda,
    sono d’accordo: la solitudine subita, non desiderata, dà un senso di profonda emarginazione, a differenza di quella cercata che, per il fatto stesso di essere tale, presuppone la possibilità di scegliere e coinvolge la volontà personale.

    Di Facebook, Twitter ed altri social network abbiamo parlato in questo spazio, sottilineandone i lati positivi e negativi, naturalmente ognuno secondo il proprio punto di vista.
    La mia opinione è che sfuggire alla solitudine attraverso un social network è un inganno, poiché “aggregazione” (reale o fittizia che sia) non significa “compagnia” e dunque “assenza di solitudine”.
    Non sono iscritta a Facebook&Co. e ho spiegato le ragioni (condivisibili o no) della mia scelta.
    L’unico spazio pubblico cui attualmente partecipo è questo blog, che non considero una via di fuga dalla solitudine ma un’occasione per incontrarsi idealmente, scambiare e confrontare opinioni su temi che (credo) coinvolgono le esperienze di vita e il mondo interiore di tutti noi.

    Secondo me stare seduti uno accanto all’altro davanti a una tazza di caffé non sempre significa stabilire un rapporto umano, nel senso più profondo del termine: possiamo sentirci soli anche stando in compagnia, se tra noi e l’interlocutore manca quel “sentire comune” che spesso chiamiamo “feeling”.
    Il rapporto umano, come a volte è inteso oggi, non sempre corrisponde alla giusta attenzione per l’altro (al suo sguardo, al suo tono) e per quanto riguarda alcune mie esperienze personali l’immediatezza della replica sta nella sollecitudine con cui l’interlocutore riporta sé stesso al centro della conversazione.

    Grazie del contributo e cordiali saluti
    Ines

    • Carissima Ines,
      l’oceano che circonda l’isola del nostro IO si allarga oggi sempre di più.
      Il fenomeno, in generale e secondo me, è dovuto alla velocità sempre in aumento dei marchingegni che caparbiamente usiamo per comunicare e che permettono una istantaneità sempre più lesta. Siamo restii a comunicare direttamente a voce, troppo lento; indirettamente con lettere scritte, ancora più lento; una telefonata magari… ma si! mandiamo un “TXT Message” :-( … vedo sempre più frequentemente, anzi abitualmente, gruppetti di amici al ristorante ognuno attaccato al suo “Iphone” che come un pazzo pesta coi polpastrelli sulla ridotta tastiera invece di pagare attenzione al pasto appena postogli sotto la barba, tutti appartati per paura che qualcuno scopra chissà quali arcani discorsi criptati…
      Peggio se si tratta di una coppia che, invece di conversare a tu per tu, bisticcia sulla tastiera microscopica…
      A parte questo fenomeno, cui ci abituiamo celermente, subentra la necessità che è ormai una assurda chimera, quello della privatezza.
      Se il primo fenomeno ci allarga l’oceano intorno, il secondo restringe la superfice della nostra ormai minuscola isola…
      Si dice che chi è la causa del proprio male pianga se stesso! No?

      La mia solitudine è la mia amica.
      Mi fa raccogliere nei miei pensieri senza l’interferire dei rumori esterni.

      Se sento il bisogno di non essere solo, saluto con un sorriso la prima persona che incontro, non sempre ottengo un saluto in ricambio ma mi sento subito meglio.

      Considera questi pochi e poveri versi di un poeta, amico d’infanzia, che sapeva appena appena scrivere, lasciamo stare l’analizzare sentimenti!

      O fuoco fuocherello
      Quando tutto intorno tace
      Nel tuo dolce ritornello
      M’addormento in santa pace…

      Saluti cordiali a tutti
      Ernesto

      • Caro Ernesto,
        dove t’eri cacciato … solo soletto?
        Il nostro Luigi – fortunatamente “a solitudine zero” – avrebbe avuto la precedenza, ammesso che si aspettasse una mia risposta, ma tu mi provochi e dunque conto sulla sua comprensione.

        “Lasciamo stare l’analizzare i sentimenti!” … Che volemo fà, allora? Chiudemo baracche e burattini e s’annamo a beve ‘na biretta fresca? :-)
        Il nostro IO, che tu chiami “isola”, a me sembra un continente, tanto per cominciare.
        L’unico continente sulla Terra, tanto per continuare e concludo: tranne casi eccezionali siamo sempre più propensi a considerare sempre noi stessi, i nostri problemi e i nostri bisogni più importanti degli altri, dei loro problemi e bisogni.

        Passiamo all’oceano, che mi fa tornare in mente la bellissima canzone “Cigarettes and coffee” di cui ora ricordo soltanto pochi versi:
        “Siamo isole nell’oceano della solitudine
        e arcipelaghi le città io ti vorrei raggiungere
        l’amore accende i fari nelle tenebre …”

        L’oceano della solitudine, dicevamo: secondo me può essere un oceano, un mare, un laghetto o un torrente. Dipende da noi, è una nostra scelta.
        I marchingegni hanno sostituito la nostra volontà?! No, scusami, caro Ernesto, non è così o almeno non per tutti è così.
        Diciamo che perché l’oceano diventi un torrente facile da guadare occorrono fatica, impegno, disponibilità, buona volontà e meno egoismo.
        Occorre troppo? Teniamoci allora il nostro IO-continente e gli oceani.

        Ah, che simpatico ‘sto bisticciar (amichevole, sia chiaro) a colpi di tastiera … ;-)
        “Altro dirti” alla prossima.
        Ciao ciao
        Ines

  • Già il fatto di intavolare una discussione su una tastiera e non seduti magari davanti ad una tazza di caffè mi da la misura della solitudine nella quale vivo.
    I vari facebook, twitter mi danno l’idea di vivere un’illusione di aggregazione che in realtà non c’è, si è sempre più soli; manca il rapporto umano, lo sguardo dell’interlocutore, il tono in cui si dicono le cose e non per ultimo, l’immediatezza della replica.
    Si parla di solitudine, quella che temo più di tutte è la subita, mi da il senso di emarginazione.
    Diversa è la solitudine cercata, in questo caso non si è veramente soli, ci fanno compagnia i pensieri, si è con loro ed avere la possibilità di uscire dall’isolamento voluto, ci fa apprezzare questi momenti.
    Saluti
    Fernanda

  • Non credo ci siano tante altre “cose” della nostra vita che si possono “cercare, subire o temere”. Questi tre contrastanti verbi definiscono tutta la complessità di questo
    “stato” dell’anima (o dello spirito), che ognuno “cerca, subisce o teme, in modi , tempi
    o situazioni difficilmente “confrontabili” con quelli ( magari gli stessi) di altri .
    Con l’amore, la solitudine ha “riempito” le biblioteche, i teatri, i dischi, e i cinema di tutto il mondo.
    Così, come in questi versi di Pasolini, e in quelli straordinari “tre” di Quasimodo ( e senza scomodare l’amatissimo Giacomo ), l’essenza della solitudine emerge, con una “terribile”
    sfumatura , anche in quei versi di Montale che si concludono con :
    “. . . ed io me ne andrò zitto tra gli uomini che non si voltano, col mio segreto”.
    Buona giornata a voi tutti, a “solitudine zero”.
    Mandi mandi
    Luigi

  • Cara Angela, bentornata.
    Naturalmente apprezzerò un Suo commento sul libro.
    Per quanto riguarda la Sua domanda posso assicurarLe che durante quell’anno non mi sono mai sentita sola.
    Penso che la spiegazione sia in quanto ha scritto il nostro Luigi: in situazioni così delicate tutto il nostro essere è spinto a pensare e ad agire secondo la volontà di non lasciarci sopraffare dal male (inteso nel senso più ampio) e di combatterlo.

    Carissimo Luigi,
    ti ringrazio per la testimonianza personale.
    Nel leggere la tua frase “Non posso, evidentemente, rispondere per Ines” mi è tornata in mente ancora una volta una mia convinzione: il dolore è una delle poche situazioni della vita in cui ci riscopriamo somiglianti gli uni agli altri più di quanto comunemente pensiamo.
    Hai dunque espresso perfettamente non soltanto le tue sensazioni di allora, ma anche le mie.
    Ora aspetto le altre cose che volevi scrivere sulla solitudine. Con curiosità, ma senza fretta, eh? :-)

    Caro Roberto,
    no! Non parlarmi di soggezione, altrimenti mi metti in … soggezione, credimi. Non scherzo.
    Penso che se ci riferiamo alla vera solitudine, intesa come assenza totale di persone con cui condividere “un cuscino e i pensieri sulla vita e sul mondo”, hai ragione: non possiamo desiderare ciò che abbiamo e ancor meno possiamo desiderare ciò che abbiamo ma non vorremmo avere.
    Se invece parliamo di altre solitudini (sono dell’idea che ognuno di noi ne conosca diverse) non escludo che ci siano momenti in cui ci piace restare soli, anche se le abbiamo vissute, temute o subite.

    A tutti voi, amici, cari saluti da una Roma afosissima.
    Ines

  • Stavo per scrivere altre “cose” sulla solitudine (lo farò in un altro post), ma mi ha colpito
    l’osservazione di Angela sulla “mancanza” della solitudine ne “La misura del coraggio”.
    Non posso , evidentemente, rispondere per Ines, ma posso accennare a quella che è stata
    la mia personale esperienza in una situazione simile a quella raccontata in questo libro.
    Mio figlio, a sei mesi, si ammala e deve essere operato ad un rene.
    Credo che il dolore, e lo sforzo (ogni attimo, ogni ora, ogni giorno) di trovare dentro se stessi
    quel coraggio che ti consente di vivere, per te e per lui, non lasci “uno spazio” per la solitudine.
    O, almeno, in tutto quel periodo io non l’ho mai sentita.
    Mandi
    Luigi

  • Gentile Ines,
    torno dopo un periodo di esilio volontario, durante il quale ho letto (due volte) “La misura del coraggio”.
    Scriverò, se permette, le mie impressioni nello spazio preposto a questo scopo appena potrò farlo, compatibilmente con i miei impegni.
    Trovo ora lo spinoso argomento della solitudine. Subito la mente è tornata alle pagine del suo pregevole libro: credo che non vi sia tema o stato d’animo o sentimento che sia sfuggito alla sua analisi (nel libro), ma non ricordo riferimenti alla solitudine.
    Me ne sono resa conto soltanto adesso, leggendo la sua presentazione del nuovo tema.
    Non si è mai sentita sola in quell’anno?
    Grazie e un saluto cordiale a lei e a tutti.
    Angela

  • Cara Ines,
    non nascondo che entrare per primo in un nuovo tema mi mette un po’ di soggezione e che il “No comments” iniziale mi dà l’impressione della solitudine: è come entrare in una stanza e trovarsi soli ad aspettare che arrivino gli altri, non so se rendo l’idea.
    Una considerazione per vincere la soggezione: la solitudine può essere desiderata soltanto da chi non la teme perché non la subisce e non la conosce bene.
    Cosa ne pensi?

    Saluti a tutti
    Roberto

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