Carpe diem

gen 1, 2013   //   by Ines Desideri   //   Attualità, Blog  //  16 Comments

“Sai… gli antichi Egizi avevano una bellissima credenza sulla morte. Quando le anime si presentavano in paradiso gli dei facevano due domande e a seconda di come rispondevano venivano ammessi o no: hai trovato la gioia nella tua vita? La tua vita ha portato gioia agli altri?” (dal film “The bucket list” – 2008)

“Non è mai troppo tardi”: questo è il (pessimo, a mio avviso) titolo italiano del film da cui è tratta la frase citata. Protagonisti un cinico, spregiudicato Jack Nicholson – che sembra recitare sé stesso, tanto gli viene naturale immedesimarsi nel ruolo – e un saggio, elegante Morgan Freeman.
La critica cinematografica italiana – tranne La Stampa – ha stroncato la pellicola. A me è piaciuta: “De gustibus …” o “Questione di feeling”, poco importa, ma mi è piaciuta.

Cari amici,
inauguriamo il nuovo anno parlando di gioia, secondo lo spunto offerto dalla frase proposta, per arrivare insieme al “Carpe diem”, che ritengo sia il tema centrale del film, del quale – tra l’altro – mi farebbe piacere parlare con voi, qualora lo aveste visto.
Può portare gioia alla vita altrui chi non l’ha trovata nella propria?

Bertornati in Attualità, amici. A tutti un cordiale ciao ciao.
Ines

16 Commenti

  • Per ridere un po’, ragazzi. O sorridere: fa comunque bene.
    Protagonista Francesco Totti, ecco alcune barzellette trovate in Internet.

    Totti è disperato:
    - Oddio è morto er nonno! Stava a giocà a briscola…
    - Collasso?
    - E che ne so, mica me so messo a guardaje ‘e carte!

    Totti per Natale riceve in dono un libro.
    Lo apre e trova scritto: “Sommario” e lui:
    - Piacere, Soffrancesco!

    Una ragazza vede Totti con in braccio un bellissimo gatto e gli chiede:
    - Che bel gatto … è maschio o femmina?”
    E Totti:
    - Aho, è maschio! Nun vedi che c’ha i baffi?”
    :D
    Ciao ciao
    Ines

  • Cara Angela,
    rispondo alla sua domanda: sicuramente sì, ma non vedo la scrittura come un sogno, bensì come una passione a cui non so e non desidero rinunciare; invece coltivo altri sogni, che coinvolgono sia il fare sia l’essere e il secondo aspetto indubbiamente mi sta a cuore più del primo.

    Cari amici,
    conto di tornare presto in “Parole nel tempo” con un nuovo tema. Presto, ma senza fretta … ehm: appena sarò guarita dall’influenza, insomma. :D
    A tutti voi buona giornata
    Ines

  • La mia analisi dei punti deboli, perché poco credibili, del film era unicamente razionale, mentre è ovvio che un film prospetti invece situazioni ed evoluzioni dettate dall’immaginario dell’autore, a meno che non tratti con assoluta fedeltà una storia realmente accaduta.

    L’espressione di carattere allegorico di Gianni (“morire sul set della ns esistenza”) mi spinge a un’osservazione: la vita non è un film scritto da altri che noi interpretiamo più o meno passivamente, ma è la realtà quotidiana, in parte decisa da noi e in parte scritta da altri.

    Le persone per le quali la lista dei sogni ancora da realizzare corrisponde a ciò che hanno fatto e continuano a fare sono sicuramente rare e probabilmente fortunate. Dico “probabilmente” perché non trovo impossibile che alcune di loro siano prive di sogni, per mancanza di intraprendenza oppure per passiva accettazione delle loro condizioni di vita.
    Se è lecito, una domanda a Ines come scrittrice, rifacendomi all’ultimo sogno della Melato: può annoverare la scrittura tra i sogni da continuare a realizzare?

    Cordiali saluti a tutti
    Angela

  • Cari amici del blog,
    la ns conduttrice ci fornisce interessanti spunti di discussione.
    Riguardo alla lista delle cose che ognuno di noi compilerebbe al momento di conoscere la durata della propria vita penso che questa sia fortemente influenzata dalle singole esperienze individuali.
    Ognuno di noi coltiva dei sogni che poi la vita permette di realizzare totalmente o in parte. Anche in funzione di quanto sentiamo realizzati i sogni la ns lista sarà più o meno lunga, più o meno articolata. Quelle rare persone che nella vita hanno realizzato i propri sogni compileranno una lista con un solo desiderio: Voglio continuare a fare tutto quello che ho fatto finora.
    Questo può anche essere una chiave di lettura di come noi possiamo affrontare la morte. Se abbiamo realizzato i ns sogni la felicità è nelle cose di tutti i giorni , anche le più piccole e insignificanti e in fondo siamo pronti a morire sul set della ns esistenza.
    Un caro saluto a tutti
    Gianni

  • Caro Roberto,
    saltare a piè pari i tuoi interventi? Ma proprio no, scherziamo?
    Poi: se bastasse mescere il vino per dimostrare di essere saggi, saremmo tutti, o quasi tutti, saggissimi … :D
    Concordo con te: sicuramente le parole che hai scelto del carme di Orazio sono le più significative, poiché rappresentano la fugacità della vita e, dunque, l’importanza di saper ‘cogliere l’attimo’, inteso come capacità di vivere pienamente e intensamente ogni giorno come se fosse l’ultimo, ma anche perché – a mio avviso – ogni giorno è unico, diverso da quelli che lo hanno preceduto e da quelli che verranno.
    Grazie dei tuoi ricchi e interessanti interventi, caro Roberto.

    Dal settimanale “Io donna” del Corriere della Sera (12 gennaio)
    Sembra ispirarsi al tema che stiamo trattando l’articolo “Quelle 5 cose che devo (ancora) fare” di Lia Ferrari: “Before I die …”, si legge nella fotografia che precede le nove liste di sogni da realizzare, stilate da persone comuni, tra le quali una pensionata, un’insegnante, un fotografo e … un bambino di 8 anni.

    Venerdì 11 gennaio è scomparsa Mariangela Melato, che a mio avviso è stata una grande donna e un’attrice di indubbio talento.
    Il Corriere della Sera del 12 gennaio le dedica due meritatissime pagine: “L’ultimo sogno: tornare in teatro. I mille volti di una donna moderna” è il titolo dell’articolo di M. Porro, che aggiunge “Ha combattuto la malattia, ha continuato a ridere e a recitare. Con tanti progetti in testa.”
    Quando “l’ultimo sogno” è continuare a coltivare la passione di sempre: nulla di nuovo, nulla di diverso, ma semplicemente continuare a fare ciò che si è fatto per tutta la vita.

    A tutti voi, cari amici, buona domenica
    Ines

  • A parer mio il “carpe diem” è soggetto a una doppia interpretazione.
    La più comune (e grossolana) è quella che vediamo applicata da molte persone: il consumismo sfrenato, il corri-corri diffuso, la fretta che perseguita, il voler fare il passo più lungo della gamba, il pretendere tutto e subito, la prevaricazione, … sono alcuni esempi di questa interpretazione.
    C’è invece un’altra interpretazione, quella “cum grano salis”, direi più sottile ed elaborata in piena coscienza, che (detto onestamente) forse sfugge a molte persone e che corrisponde, per il mio modo di pensare, a ciò che ha affermato e fatto proprio Gianni: saper discernere le priorità, ognuno secondo gli obiettivi personali e “relazional-affettivi” che si è posto, cercando di unire le responsabilità e i doveri (che non possono essere ignorati appellandosi al “carpe diem”!) e il diletto, se così possiamo chiamare l’insieme delle attività, ma anche dei rapporti, che consapevolmente abbiamo eletto come prioritari nella nostra esistenza.

    Alcune parole del Carme vanno sottolineate, a mio giudizio: “non è giusto saperlo”, “breve è la vita”, “fugge il tempo geloso: carpe diem, non pensare a domani”.
    Concordi, cara Ines? Concordate, amici del blog?
    E ora “sii saggia: mesci il vino”, paziente Conduttrice!

    Cari saluti a tutti
    Roberto

  • Cara Ines,
    ho un’oretta buona di tregua e molte cose da dire, ma la mia capacità di sintesi è scarsa, perciò chiedo a te e agli amici del blog di avere pazienza oppure di saltare a piè pari il mio “blablare” (scritto).

    Non mi dispiace la chiave di lettura proposta da Reiner; al contrario mi sembra un’alternativa meritevole, che preferisce, come reazione a una diagnosi angosciante, la sfida finale a un comportamento rinunciatario e rassegnato ad aspettare col cuore in gola l’ora X.
    Aggiungo che, contrariamente a quanto sostiene Angela (che saluto cordialmente), non vedo la scelta dei due protagonisti così paradossale, almeno per ciò che riguarda la volontà di reagire e affrontare con energia positiva l’ultimo tratto del percorso terreno.
    Ho conosciuto malati terminali di cancro (e tra questi un caro amico, purtroppo) che realmente hanno trovato la forza di “godersi” quell’ultimo tratto, mettendo in pratica il “carpe diem” con ammirevole coraggio, ovviamente tenendo conto delle loro possibilità economiche e degli aspetti affettivi, perché in effetti anch’io penso che in qualunque modo si decida di riempire QUEL lasso di tempo ognuno sceglierebbe di farlo restando insieme alle persone più care.
    Non vedo strampalata la nascita di un sincero rapporto di amicizia (come avviene nel film), che può instaurarsi invece proprio in virtù della condivisione e della vicendevolezza del sentire.
    Il titolo italiano del film è banale e fa pensare a quella trasmissione televisiva degli anni Sessanta (se non vado errato) che ha alfabetizzato una buona fetta della società italiana.
    Sarebbe stato meglio lasciare il titolo originale (come fanno per diversi film americani), visto che mi sembra perfettamente aderente alla trama.

    Il “carpe diem” di Orazio è pregevole e merita un intervento a parte. A seguire.
    Roberto

  • “Non domandarti – non è giusto saperlo – a me, a te
    quale sorte abbian dato gli dèi, e non chiederlo agli astri,
    o Leuconoe; al meglio sopporta quel che sarà:
    se molti inverni Giove ancor ti conceda
    o ultimo questo che contro gli scogli fiacca le onde
    del mare Tirreno. Sii saggia, mesci il vino
    – breve è la vita – rinuncia a speranze lontane. Parliamo
    e fugge il tempo geloso: carpe diem, non pensare a domani.”

    Cari amici,
    questi sono i versi del carme 11 del primo libro delle “Odi”, composte da Orazio dopo il 30 a.C.
    “Carme”, ripreso dal latino “carmen” (da “cano”, canto), indicava in origine un testo in versi a carattere rituale ed è stato successivamente adottato per definire diversi generi poetici, di carattere sia sacro sia profano.
    Da Petrarca in poi e fino a Pascoli, “carmina” sono chiamate le poesie liriche in lingua latina.
    Foscolo, andando contro la tradizione, chiama carmina i suoi “Sepolcri”, sottolineandone così l’appartenenza ideale a un genere di tono solenne e di stile elevato.

    A tutti il mio cordiale ciao ciao
    Ines

  • Cara Angela,
    le sue osservazioni sono indubbiamente valide, ma penso che R. Reiner (il regista) abbia voluto offrire una chiave di lettura – e dunque un’interpretazione – di questo tema che superasse i confini dei facili stereotipi che solitamente ruotano intorno alla “morte annunciata”: disperazione, rinuncia, abbandono, perdita della dignità personale.

    Quelle che lei definisce “situazioni paradossali” costituiscono, a mio avviso, una risposta-reazione che, seppur con un vago sapore di inverosimiglianza, si rivela possibile, soprattutto per quanto riguarda il rapporto di amicizia tra i due protagonisti.
    La malattia e la consapevolezza di essere vicini al capolinea abbattono, il più delle volte, le barriere delle differenze sociali, economiche e culturali, poiché riconducono l’uomo all’essenzialità della propria natura.

    La ringrazio per il suo gentile contributo.
    A lei e a tutti buona giornata
    Ines

  • Se analizziamo la storia del film nell’ottica del “tutto è possibile” mi sembra scontato che anche il paradosso diventa possibile. Francamente trovo paradossali varie situazioni della trama.
    Le elenco:
    - un ricco proprietario di cliniche e un meccanico ricoverati nella stessa struttura ospedaliera, ma il meccanico Carter probabilmente non dispone dei mezzi economici per essere curato in una clinica americana, probabilmente privata;
    - l’estrazione sociale dei due personaggi crea serie differenze non soltanto economiche, ma anche culturali e di interessi, aspettative e priorità che non favoriscono l’instaurarsi di un solido rapporto di amicizia;
    - nell’apprendere che restano a loro disposizione pochi mesi di vita è possibile che Edward, ricco e solo, decida di trascorrerli avventurosamente in giro per il mondo; invece è molto probabile che Carter, “circondato dagli affetti familiari”, scelga di spenderli con le persone care, piuttosto che con un estraneo, diventato da poco suo “amico”;
    - lo stato di sconforto estremo e di deperimento organico di un malato terminale non facilitano i sogni e ancora meno la loro realizzazione, soprattutto se quest’ultima è eccessivamente velleitaria.
    Da queste considerazioni deduco che il regista abbia trattato un tema estremamente delicato con faciloneria, forse in cerca una forma di originalità e forte dell’ingaggio di due mostri sacri del cinema mondiale.
    Cordiali saluti
    Angela

  • Edward (Nicholson) e Carter (Freeman) sono due uomini molto diversi tra loro: un ricco proprietario di cliniche, cinico e solo, il primo; un meccanico umile e saggio, circondato dagli affetti familiari, il secondo.
    Ciò che li fa incontrare è la diagnosi di una grave malattia, il cancro: si ritrovano così a condividere, inizialmente con una vaga insofferenza reciproca, la stessa stanza di ospedale e la speranza, sempre più debole, di guarire.
    Quando i medici li informano che l’evolversi della malattia è inarrestabile e che a entrambi restano soltanto pochi mesi di vita, Edward propone a Carter di realizzare insieme tutti i sogni – ciò che avrebbero voluto fare prima di morire e non hanno ancora fatto – che Carter aveva cominciato a scrivere per sé su un foglio (da qui il titolo originale “The bucket list”).
    Inizia così la loro avventura in giro per il mondo, a tratti rocambolesca e inverosimile, eppure emozionante perché vede nascere una sincera amicizia tra i due uomini e, con l’amicizia, due uomini ‘nuovi’.
    La loro avventura finisce quando Carter si rende conto che la sua fine è a un passo e dice all’amico che “è ora di tornare a casa”. Sarà il primo a morire e lascerà a Edward una racccomandazione: “Trova la gioia nella tua vita”.
    Le loro ceneri saranno deposte, le une accanto alle altre, sulla vetta dell’Himalaya.

    Ora, cari amici, smettete di accapigliarvi per essere i primi a intervenire, per favore. :D
    A tutti buona giornata
    Ines

  • Cara Ines,
    chi non ha conosciuto la gioia (perché non l’ha mai provata) probabilmente non può darla agli altri, se escludiamo casi eccezionali.
    Ma penso anche che, tranne casi eccezionali, tutti abbiamo provato e proviamo delle gioie nella vita, mentre ciò che può differenziarci gli uni dagli altri sono i fattori che le procurano.
    A questo riguardo mi sembra di notare l’affermarsi di una concezione fuorviata della gioia, in quanto spesso viene attribuito un valore importante a cose e condizioni dalle quali possono derivare soltanto gioie effimere o addirittura fittizie.
    Cari saluti a tutti
    Roberto

  • Caro Luigi,
    il tema (scolastico) di cui parli è molto complesso, soprattutto se proposto a un quindicenne, ma il fatto che la professoressa lo abbia riletto dopo molti anni e, soprattutto, in un momento così delicato dell’esistenza dimostra che i suoi ottimi insegnamenti avevano incontrato un’ottima sensibilità: la tua.

    La ricerca della felicità o della gioia nonostante la consapevolezza della morte, anzi quando la consapevolezza diventa concreta, ossia certezza del suo approssimarsi: è questa la sfida di Edward (Nicholson) e di Carter (Freeman) nel film “The bucket list”.
    A riparlarne presto.

    A te e a tutti auguro una serena giornata
    Ines

  • Caro Gianni,
    ne “La vita fugge e non s’arresta un’ora” (tema affrontato alcuni mesi fa) abbiamo osservato come la consapevolezza della fugacità della vita diventi sempre più presente in noi con l’avanzare dell’età. Ricordo, in particolare, che questa considerazione fu espressa molto bene dal nostro Roberto.

    Penso che sia proprio l’indefinito, ossia quello che tu chiami “un ben definito numero di minuti”, a ingannare la mente umana, o meglio a favorire l’autoinganno, complici il timore che ogni dubbio solleva e lo sconvolgimento interiore che il pensiero della fine può provocare, quando supera la barriera dell’astrattezza in cui è spesso relegato.

    Tu hai sempre presente di avere “un ben definito numero di minuti e non di più″ da vivere, ma non sai quale sia questo numero: da tale dicotomia (“ben definito” in assoluto e “indefinito” perché sconosciuto, il mistero per eccellenza) può scaturire l’inganno dell’infinito, inteso come un tempo che manca di un termine preciso, pur nella consapevolezza – prevalentemente astratta – che infinito non può essere.

    Ringrazio te e il nostro Luigi per il vostro contributo. A presto per altre riflessioni, amici.
    Ines

  • Proprio simpatici questi egiziani.
    Alla prima domanda, la risposta (comunque non scontata, perchè non è così per tutti) può essere abbastanza “semplice”: sì ; i genitori, l’amore, i figli, gli amici, momenti del lavoro.
    Per la seconda, sto con Nicholson : “chiedilo a loro”. Lo so, non vale, e gli egiziani dèi non mi avrebbero fatto entrare nel loro cielo, lì, tra le stelle di Orione.
    Solo una cosa. Ero al secondo anno dell’ istituto tecnico industriale; la meravigliosa insegnante di lettere (una fortuna, forse anche una “gioia” della mia vita) ci diede un compito in classe proprio sulla relazione tra la “ricerca della felicità e la consapevolezza della morte”.
    Tanti anni dopo (io avevo 40 anni, lei intorno ai 60) la incontrai a Udine (dove abitava).
    Davanti ad un caffè , lei mi chiese se mi ricordassi di quel tema. Risposi di … “no”.
    Lei mi disse: “Allora, dopo averlo corretto lo trascrissi, come facevo anche con altri, su un quaderno. Da qualche anno ho un serio problema di salute e ci sono “momenti” nei quali vado a rileggere quello che, sulla felicità e sulla morte, scriveva un ragazzino di 15 anni.” Non riuscii a risponderle. E non ne ebbi più occasione: morì poco tempo dopo.
    “Quello che ho scritto me l’ha insegnato Lei ” era la risposta . Non data. Mai dimenticata.

    Mandi
    L:G.

  • Cari amici del blog,
    qui passiamo da argomenti … leggeri (i regali riciclati) a quelli di cruciale importanza della ns condizione esistenziale e va bene: in fondo il contrasto è il motore delle ns emozioni.
    Tendenzialmente sono portato a focalizzare pochi concetti, ma chiari. Così ho la chiara consapevolezza che, pur non potendo conoscere la durata della mia vita, essa è limitata. Ho sempre presente che mi resta da vivere un ben definito numero di minuti e non di più!
    Spesso mi capita di incontrare persone che per cosa dicono e come si comportano sembrano convinte di essere immortali. Questo ne condiziona il modo di interpretare la vita rimandando al futuro quanto di bello e interessante potrebbe essere fatto al momento presente. Queste persone moriranno, rimandando a dopo la morte la propria realizzazione!!
    Allora meglio attenersi al concetto epicureo del “carpe diem” letto in chiave positiva. Ho fatto mio un concetto espresso da un illustre uomo del passato : “Vivi ogni giorno della tua vita come se fosse l’ultimo”. Questo non significa bruciare in un giorno tutti i propri averi nel timore di non esserci domani, ma al contrario impegnarsi ogni giorno nella propria realizzazione personale e nel perseguire con tenacia il raggiungimento dei propri obiettivi.
    Utilizzare il proprio tempo, che è limitato, al meglio per il lavoro, la famiglia, il divertimento, il riposo, i rapporti sociali, gli hobbies. Cercare di non sprecare nemmeno un minuto nell’inedia oppure in attività imposte da convenzioni, luoghi comuni, persone estranee alla propria vita. In una parola vivere intensamente rispettando i tempi biologici, nel perseguimento della propria realizzazione.
    Un caro saluto a tutti
    Gianni

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