Vecio parlar…

mar 5, 2013   //   by Ines Desideri   //   Blog, Parole nel tempo  //  30 Comments

Vecchio dialetto che hai nel tuo sapore
un gocciolo del latte di Eva,
vecchio dialetto che non so più,
che mi ti sei estenuato
giorno per giorno nella bocca (e non mi basti);
che sei cambiato come la mia faccia
con la mia pelle anno per anno.

Girare mi dà fastidio, in mezzo a queste macerie
di te, di me. Dal dente accanito del tempo
avanzi non restano nel piatto, e meno
di tutto i cimiteri: devo dirti cimitero?
E’ vero che non può più esserci oramai
nessun parlare di néne-nonne-mamme? Che fa male
ai bambini il pètel e gran maestri lo sconsigliano?

Ma tu vecchio parlare, persisti. E seppur gli uomini
ti dimenticheranno senza accorgersene,
ci saranno uccelli -
due tre uccelli soltanto magari
dagli spari e dal massacro volati via -:
domani sull’ultimo ramo là in fondo
in fondo a siepi e prati,
uccelli che ti hanno appreso da tanto tempo,
ti parleranno dentro il sole, nell’ombra.

Andrea Zanzotto

30 Commenti

  • Codesto intervento è veramente scritto come si deve, così come tutto il il sito (http://www.inesdesideri.it) in generale.
    Da assiduo affezionato, continuate così.

  • “Acquapassmaccarunistop”

    “Apre il rubinetto dell’acqua, prende dalla sua sporta una manciata di rigatoni e tenendoli nelle mani li mette sotto l’acqua corrente. Rivolgendosi al commesso dice:
    - See (vedi)! Acquapassmaccarunistop.
    Il commesso allora capisce che lei voleva comperare uno scolapasta!”
    (Ernesto Carbonelli in “Aidonchea”, 22/3/2012)

    La protagonista di questa simpatica scenetta, descritta dal nostro Ernesto, ci fece sorridere. Ricordate, cari amici?
    Nel nostro sorriso – osservammo insieme – c’erano la simpatia e l’ammirazione per “Acquapassmaccarunistop”, che non si era arresa alle difficoltà che tutti i nostri emigrati hanno conosciuto e dovuto affrontare in “terra straniera”.
    Ancora con simpatia e ammirazione desidero rivolgere oggi il mio pensiero alla cara “Acquapassmaccarunistop”, che è venuta a mancare pochi giorni fa in Canada.

    A Elvira ed Ernesto Carbonelli giunga il mio caloroso abbraccio.
    Ines

    • Con il tuo permesso, cara Ines, mi unisco al pensiero da te espresso.
      Un fraterno saluto alla Signora Elvira e ad Ernesto.
      Roberto

    • Cara Ines,
      Ti ringraziamo calorosamente per aver voluto ricordare Iolanda, non è sempre una occasione da celebrare quando si arriva al traguardo. Se una vita però è trascorsa in un modo esemplare e vissuta nonostante tutte le avversità che un essere umano può incontrare allora la storia cambia aspetto.
      Quasi analfabeta nel fiore della vita, con due bimbe nate in Italia emigrò in Canada e condusse la sua casa con esemplare coraggio. Si adattò ad un tenore di vita dove non c’erano i familiari cui andare a chiedere aiuto e si fece tutto da sola.
      Mentre il marito lavorava in costruzione lei trovò anche il modo di accudire ai figli, averne altri due e andare a lavorare per aiutare la baracca.
      Troppi aneddoti si potrebbero raccontare su Iolanda; in ultimo fece in modo d’insegnare in tempo alla sorella più giovane a fare le ciambellette al magro che volle fossero servite al suo funerale. Solo lei le sapeva fare come piacevano a tutti i suoi parenti, me incluso!

      Grazie veramente, anche a Roberto
      Elvira ed Ernesto Carbonelli

  • Cari Aldo e Luigi,
    diciamolo chiaramente: qui l’unica impallinata sono io, che ho sbagliato entrambe le risposte. :D
    Bravissimi, invece, il nostro Luigi e il nostro Al.Pi, che ringrazio ancora una volta per averci offerto l’occasione di visitare – almeno virtualmente – la sua amata Milano, città che anch’io amo.

    Caro Roberto,
    bell’intervento, il tuo. Mi sembra chiaro che oggi anche il ‘sapore’ dei dialetti ha perso la genuinità e la freschezza di una volta. Abbandonarli definitivamente al loro destino, tuttavia, mi sembra un errore, per la ragione che anche tu hai espresso: rappresentano una parte significativa del nostro patrimonio linguistico.
    Ma come conciliare i diversi aspetti – tra loro persino contrastanti, a volte – della lingua, senza trascurare, per giunta, che non possiamo escludere dal futuro (il futuro dei nostri figli, soprattutto) almeno la conoscenza dell’inglese?

    Grazie per la vostra preziosa partecipazione, cari amici.

    Qui sta nevicando: “fiocca”, direi nei miei dialetti.
    Mi accingo a lasciare un pensiero personale, poiché – a mio modesto avviso – le parole assumono il loro pieno significato non quando si limitano a riflettere sé stesse, ma quando riflettono chi siamo.

    A tutti voi buona giornata
    Ines

  • Cara Ines,
    parlare oggi della riscoperta dei dialetti, a parer mio, è come rivalutare la genuinità (come in effetti si fa da tempo) dei piatti “poveri” della cucina del passato.
    C’è stato un lungo periodo (qualche decennio, se non erro) durante il quale i dialetti erano visti esattamente come la cucina semplice, diciamo “rustica”, delle nostre campagne: qualcosa da cui si sono prese le distanze, i dialetti sostituiti dalla lingua italiana e la cucina da piatti elaborati, più “chic”.
    Tornando a bomba, adesso si vorrebbe fare marcia indietro, almeno in parte, affiancando all’italiano lo studio dei dialetti: sarebbe utile, non v’è dubbio, salvaguardare il patrimonio dialettale delle nostre bellissime città ma, riprendendo il confronto con la cucina, non sono certo che il “prodotto” sarebbe lo stesso di un tempo.
    Come dell’olio, delle verdure, dei legumi di oggi si dice che non hanno il sapore di una volta, cosi’ dubito che i dialetti che vorremmo rivalutare abbiano conservato le qualità (in termini di correttezza, di espressività e di immediatezza comunicativa) che ebbero quando il dialetto era la lingua comune a tutti e l’italiano riservato a una modesta fetta sociale, quella dei colti.
    Cari saluti a tutta la simpatica compagnia
    Roberto

  • L’errore del primo video richiedeva una grande conoscenza di Milano o molta fantasia investigativa.
    Bisognava procurarsi una piantina del centro di Milano, seguire i percorsi di Daverio e verificare sempre i nomi delle chiese nei dintorni. Sicuramente era un compito molto ma molto difficile per chi non ha familiarità con Milano. Purtroppo credo che pochi milanesi saprebbero trovare quest’errore.

    Daverio, in piazza del Duomo, ad un certo punto parla di un campanile alle sue spalle, definendolo come San Cristoforo.
    In realtà si tratta del campanile ottagonale in stile cremonese del ’300, alto e bello, della chiesa di San Gottardo in Corte. Questa piccolissima chiesa fa parte del complesso del Palazzo Reale, ed era l’antica cappella ducale, con affreschi di scuola giottesca.
    La più modesta chiesa di San Cristoforo, povera ma suggestiva, si trova invece a chilometri di distanza, lungo il Naviglio Grande.
    In questa località (detta San Cristoforo dal nome della chiesa) fino ai primi anni ’50 si trovavano ancora osterie con balera, mescita e possibilità di mangiare gustosi pesciolini fritti (alborelle pescate nel Naviglio). Poi sono arrivate cartiere, stabilimenti, ecc. ed il quartiere è diventato una brutta periferia, nobilitata solo dal Naviglio.
    Immagini di queste chiese si possono trovare su Wikipedia:

    http://it.wikipedia.org/wiki/Chiesa_di_San_Gottardo_in_Corte

    http://it.wikipedia.org/wiki/Chiesa_di_San_Cristoforo_sul_Naviglio

    Ha ragione Luigi Girardi: l’errore del secondo video è mio, avendo frainteso quello che dice Daverio. Pensavo parlasse delle modifiche alla basilica paleocristiana fatte nel XIII secolo (romanico), cui sono seguite altre modifiche nei secoli dal XVI in poi. Il cacciatore è stato impallinato dalla selvaggina.

    Il gioco della caccia “all’errore” era solo un pretesto per mostrare alcune delle bellezze nascoste della mia amata Milano.
    Da noi c’è sempre stato un “demolisci-ricostruisci” e in alcuni casi di pregevoli manufatti romani o medioevali rimane solo qualche resto incastonato in un edificio più recente. Non siamo a Firenze, dove ad ogni angolo che giri c’è un monumento. Se si esce dal tour minimo alla giapponese (Duomo, Cenacolo, Castello, ecc.) a Milano devi girare per chilometri cercando qua e là le cose da vedere.
    Anche nella fascia da tre a sei km in linea d’aria dal centro ci sono monumenti pregevoli (come Villa Simonetta, la Certosa di Garegnano, l’Abbazia di Chiaravalle ed anche San Cristoforo).

    Su Internet è disponibile un tour virtuale della Certosa di Garegnano:

    http://www.marcostucchi.com/Panoramiche/VirtualTour/vt_44.html

    Al.Pi

  • Gentile Aldo,
    mi sono sbagliato, “architettura romantica” è corretto.
    Ho rivisto ed ascoltato, con maggior attenzione, il video nel momento in cui Daverio parla della basilica di San Lorenzo, “partendo” dal colonnato. Ad un certo certo punto dice:
    ” … poi con gli anni sono stati aggiunti pezzi in più, ed è venuta questa architettura che, dall’altro lato, sembra quasi romantica, nel suo accrocchio.”
    Il carattere, la “finalità” dell’architettura romantica infatti, non è quello di realizzare un edificio , tipologicamente ed esteticamente, originale; ma è quello di intervenire su edifici preesistenti, modificandone gli spazi di fruizione utilizzando elementi costruttivi ed architettonici ripresi da stili precedenti.
    E questo è quanto è successo alla basilica di San Lorenzo. Allora la valutazione di Daverio è corretta.
    L.G.

  • “Tu sei romantica
    amica delle nuvole…”

    Ricordate, amici, questa canzone cantata da Renato Rascel e da Tony Dallara?
    Io perdo tempo a cantare e intanto il nostro Luigi fa i fatti: bravo!
    Anch’io ho individuato questo errore. L’altro… be’: o la va o la spacca e l’importante è che Al.Pi non spacchi la sua bacchetta sulle mie dita. :D
    Daverio chiama San Satiro la chiesa che ha il nome di “Santa Maria presso San Satiro”.

    Caro Al.Pi,
    a te il verdetto.
    Quanto alla tua richiesta di chiarimenti a “lessicoenuvole” (non sapevo che si scrivesse tutto attaccato): grande Aldo. Spero che tu possa darci informazioni a tale proposito: significherebbe che sei stato pessimista e che il responsabile della rubrica è aperto al dialogo. Ti sembra poco?

    A tutti voi, amici, buona giornata.
    Ines

  • Ringrazio il Gentile Aldo per averci offerto la possibilità di “vedere” – attraverso i filmati di Daverio – una Milano che spesso chi, come me, a Milano ci va per lavoro, non vede.
    Così, non conoscendo le chiese della città, non mi è possibile individuare il primo errore.
    Il secondo invece, quello che “sposta di quattro secoli un periodo della storia dell’arte”,
    è stato definire “romantica” un’architettura “romanica”.
    Credo che questo di Daverio sia stato più un “lapsus biciclistico” che un errore; è indubbia infatti la sua conoscenza della materia che, come pochi, riesce a “raccontare” con un linguaggio semplice.
    Spero di aver presto l’occasione per vedere di persona questa Milano medioevale, così come spero di riuscire a vedere (non ci sono mai riuscito) il “Cenacolo”.

    Mandi mandi
    L.G.

  • Caro Gianni,
    ho trovato veramente esilarante il suo invito “bando alle ciance e famose un artro litro”.
    Propongo di non bandire le nostre ‘ciance’, perché a me piacciono ‘na cifra o – se preferisce, ma ancora in romanesco – ‘n sacco, senza farci mancare ‘n artro litro. Sì, vabbè, ma de che?
    De vino?! E io che me credevo de’ gazzosa… :D
    Ragazzi, voi come chiamate la “gazzosa” nel vostro dialetto? E comunque, che ne dite de fà ‘n sarto all’enoteca?
    Sarto: non quello che cuce gli abiti, suvvia.

    Condivido pienamente il suo intervento, caro Gianni, ma ho qualche incertezza sull’idea di considerare il dialetto una “seconda lingua”.
    Le vostre opinioni, amici?

    Chiedo venia ad Angela e ad Al.Pi per il “qui pro quo” – zio Paperone è intento a lucidare il suo primo cent – riguardante “lingua” e “lengua”, da me causato, ma pure ‘sto Annoni, eh…

    Caro Aldo,
    che bella sorpresa! L’ho gradita molto: una passeggiata virtuale e piacevolissima alla riscoperta della Milano dimenticata persino da molti milanesi, a giudicare da quanto afferma Daverio. Ma anche molti romani non scherzano.
    L’ho gradita molto, dicevo. Cosa voglio di più dalla vita? Non rispondete “Un amaro…”, per favore, perché qui tra “un artro litro” e la “Milano da bere” (mai capita: chi me la spiega?) sono sbronza al sol pensiero. ;-)
    La caccia agli errori, caro Al.Pi: e mo che forse forse li ho scovati, che vinco?
    Li dico, non li dico, li dico… Voglio essere buooonissima, per una volta. Aspetto qualche ora, per dare anche ai nostri amici il tempo per individuarli.
    Grazie della simpatica proposta, comunque.

    A tutti voi, amici, buona giornata. Aspettando la fumata. Una rima non… voluta.
    Ines

    • Lingua o lengua?

      Non potendo scrivere direttamente ad Annoni, ho scritto alla rubrica “lessicoenuvole” de La Repubblica chiedendo maggiori ragguagli.
      E così la faccenda è chiusa da una bella lastra di silenzio marmoreo.
      O sono troppo pessimista?
      Al.Pi

  • Per il Sig. Piglia.
    Sono spiacente di non poter fornire i ragguagli che mi chiede. Nell’evidenziare la distinzione “lingua-lengua” mi sono attenuta al testo (precisamente l’ultima frase) di Enzo Annoni e riportato da Ines il 9/3.
    Saluto cordialmente
    Angela

  • Cari amici del blog
    l’analisi proposta da Angela sulla salvaguardia dei dialetti mi ha fatto ricordare le correzioni fatte con la matita rossa dalla maestra delle elementari, a causa delle nostre più o meno frequenti incursioni nelle forme dialettali, nei componimenti. Nulla da eccepire, visto che dovevamo imparare l’italiano, ma la durezza con cui venivamo corretti era forse eccessivo.
    Ho sempre pensato al dialetto come un valore culturale da salvaguardare e da conservare come seconda lingua, perché è uno dei principali elementi di caratterizzazione di una comunità, insieme alle sue tradizioni, ai piatti tipici, al vino DOC, ai paesaggi del suo territorio.
    Non vedo come si possa pensare al dialetto come fattore disgregante di un popolo. Al contrario penso che l’unità sia nella varietà; così penso che il dialetto debba essere salvaguardato in quanto mantiene saldo il collegamento con le nostre origini; è l’elemento identitario capace di farci sentire un po’ meno numeri e meno anonimi in questo villaggio globale.
    Detto con la moderatrice, adesso bando alle ciance e famose un artro litro.
    Saluti
    Gianni

  • Cara Angela,
    quanto a “ti amo” e “ti voglio bene” penso che l’osservazione del nostro Luigi possa essere estesa a tutti i dialetti e che il verbo “amare” sia usato anche nella lingua italiana prevalentemente per riferirsi al sentimento che unisce una coppia (fidanzati, sposi, conviventi), mentre “volersi bene” assume un significato più ampio e, solo in apparenza, sembra tradurre un sentimento meno intenso. Solo in apparenza, sia chiaro.

    Da quanto scrive il nostro Al.Pi (a proposito del milanese), parlare oggi di “dialetto” significa parlare di un ibrido, un linguaggio contaminato sia dalla lingua italiana sia da una minore confidenza con il dialetto stesso.
    Salvare, rivalutare, riscoprire le parlate locali: è stato – e continua a essere – oggetto di lunghi dibattiti negli ultimi anni, ma che cosa intendiamo oggi per “dialetto”? Ciò che rimane – poco e storpiato – oppure il “vecio parlar” di Zanzotto?

    Caro Luigi,
    perfetta la tua trasposizione in friulano delle varie tappe amorose, dal “parlarsi” al momento di “andare a dormire”; espressione, quest’ultima, che – se ricordo bene – ho sentito anche da “quelle mie parti”. Ti copio un po’, dai. :-)

    Grazie dei vostri contributi, cari amici. A tutti un cordiale ciao ciao.
    Ines

  • Cara Ines,
    ” a è stada ich” – è stata lei.
    ” A si parlin” – si parlano, lo usavano anche qui da noi, ed era la “fase” iniziale; poi si passava ad ” a fan l’ amòur” fanno l’amore; poi si fidanzavano – “a son morosàas”; e per l’aspetto sentimentale, era come fossero sposati. Se due fidanzati si lasciavano era un dramma. Un dramma che coinvolgeva quasi tutta la comunità (del paese).
    Peggio di un divorzio di oggi.

    Il ” ti amo” nei dialetti, di Angela. In friulano esiste “amòur” e ” innamoràt” , ma il verbo “amare”, non solo non si usa, ma proprio non esiste. Il massimo della manifestazione del proprio amore è ” i ti vuei ben” – ti voglio bene. E vale per tutti i “tipi” di amore: madre-figli, tra fratelli, innamorati; quello che cambia è “il modo” con cui lo si dice.

    Da una canzone popolare : ” Cjapàti , busàti, menàti a durmì ” – Prenderti, baciarti, portarti a dormire”. Per i friulani, il “più bello” era ” andare a dormire”.

    Mandi mandi
    L.G.

  • Sull’amore e i dialetti, mi sembra di scarsissimo uso l’espressione “ti amo” nei dialetti italiani, dove è più frequente dire “ti voglio bene”.
    Facendo tempo fa una ricerca sugli eufemismi ho trovato (ma non ricordo la fonte) “ti voglio bene” come forma eufemistica di “ti amo”: mi sembra un esempio un po’ “forzato”, ma è possibile che possa essere un eufemismo, in particolare se consideriamo che nelle generazioni che hanno preceduto la nostra e nelle quali la lingua prevalente era il dialetto, era presente un’evidente ritrosia, che immagino dovuta all’imbarazzo, per i discorsi che riguardavano gli affetti.
    Mi sembra valida la distinzione fatta in milanese tra la “lengua” (linguaggio) e la “lingua” (muscolo), che nel dialetto risolve l’ononimia che invece troviamo in italiano.

    Un’altro punto che varrebbe la pena di analizzare è il “rapporto” della società attuale con il dialetto: in questo senso, la mia impressione è che da una parte ci sia la precisa volontà di salvaguardarlo e da un’altra l’orientamento a considerarlo un linguaggio superato e soprattutto “etichettato” come forma di sottocultura.
    Cordiali saluti
    Angela

    • E’ vero che non parlando più in milanese (con chi?) ho dimenticato tante cose, ma non mi ricordo di aver mai sentito di una distinzione così raffinata tra “lengua” (per linguaggio) e “lingua” (in senso anatomico e figurativo).
      Il fatto che io non abbia mai riscontrato queste forme, però, non esclude la possibilità che venissero usate in altre zone di Milano, a Porta Cicca, all’Isola o alla Baia del Re o altrove.
      Che io mi ricordi mia nonna ed i miei genitori usavano sempre “lingua” (ed a me dicevano “lingua de gomma”). Mia nonna è nata ed ha abitato, fino al matrimonio, in Curs Magenta; mio padre era del Borgh di Scigollat; mia madre invece abitava davanti alla Piazza d’Armi (quella che sarebbe poi diventata la Fiera Campionaria). Mia moglie (e sua madre e relativi antenati) erano de Lorett. Tutti usavano più spesso la forma “lingua”, raramente “lengua”, senza distinzione.
      Cercando fonti bibliografiche ho trovato:
      - Carlo Porta nelle sue poesie ha sempre usato “lengua”, in tutti i significati.
      - Nei loro Vocabolari, sia il Cherubini che il Banfi registrano solo la forma “lengua”.
      - Il Cletto Arrighi, meno lontano nel tempo, riporta entrambe le forme: lengua come base e lingua come variante grafica, senza differenze di significato.
      Rispetto alle fonti citate, quando io sono nato era passato tanto tempo e la lingua meneghina si era già contaminata con l’italiano milanesizzato. Di quello che si può trovare su Internet è meglio non parlare, visto che il meglio è rappresentato da chi propina per Milanese il dialetto parlato a Melegnano (!) e basta dare un’occhiata al relativo Dizionario per –rabbrividire.
      Sarebbe quindi molto interessante per i cultori della lingua meneghina, se gentilmente la signora Angela fornisse dei ragguagli in merito a quanto ha scritto.
      Cordialmente
      Al.Pi

  • Caro Al.Pi,
    se “duu moros se parlen trii ann”, quando si sposano hanno esaurito gli argomenti di conversazione.
    A parte gli scherzi, sai che trovo curioso che si usasse “parlarsi” per intendere “essere fidanzati”?
    Fidanzati?! I giovani di oggi non si fidanzano. Inizialmente “si fanno una storia”: “Mi sto facendo una storia con…” corrisponde a un rapporto superficiale e probabilmente passeggero; quando la ‘storia’ diventa importante “stanno insieme”; allora lei si chiama “ragazza” (“la mia ragazza”, non “la mia fidanzata”) e lui “ragazzo”, ovviamente.
    E hai ragione, caro Aldo: i bimbi “settimini” sono sempre più rari, come le “fujtine” (se è così che si scrive), le giovani “disonorate” e i matrimoni “riparatori”.

    Tornando ai dialetti, in Internet ho trovato un interessante articolo di Enzo Annoni sul (e in) dialetto milanese (da “Lessico e nuvole” di S. Bartezzaghi – La Repubblica, 17/12/2012).
    Eccone una parte:
    “L’è comè l’italian ch’el ven pronunciaa in modo divers da region a region. I veneti pronucien nò i doppi. Esempi: Ragasi atenti ale dopie (vedi Cesare Marchi: Impariamo l’italiano). I sardi dicono Mangiato io ho, i meridionali m’impari a dire le bugie e via di seguito. El milanes l’è ona lengua come tantiss alter (La lingua l’è quella che gh’emm in bocca)”.

    A tutti voi, cari amici, buona giornata.
    Ines

  • Quanti begli interventi, ragazzi!
    Be’, dopo averne sparata una veramente grossa (che avrei saputo recitare “Vecio parlar” meglio di un veneto) ho deciso di mettermi in punizione per un paio di giorni. Brava, eh? :D

    Gli interventi, dicevamo.
    Dai versi in “marilenghe” di Pasolini – di cui ho appena riletto e ascoltato anche la toccante “Supplica a mia madre” (grazie, caro Roberto) – al ‘poliglottismo familiare’ ricordato dal nostro Luigi, dalla bella poesia del simpatico Ernesto al “farle l’amore”, “a fàighi l’amòur” friulano.

    A proposito di “fare l’amore”: penso che in molti dei nostri dialetti il senso sia proprio “corteggiare”, mentre in italiano assume un significato riferito alla sfera dell’intimità.
    Tra le espressioni che ricordo del mio dialetto d’origine c’è “fa’ l’amore” nel senso di “essere fidanzati” e, quindi, “amoreggiare”. Anche in romanesco è così:
    “Come è bello fa’ l’amore quanno è sera
    còre a còre co’ ‘na pupa ch’è sincera …” (1936).

    Dunque notiamo, caro Roberto, che i dialetti non solo hanno parole ed espressioni difficilmente traducibili in lingua italiana (le traduzioni infedeli non riguardano unicamente due diverse lingue, secondo me), ma che alcune espressioni dialettali possono assumere sfumature di significato differenti in italiano.

    Lascio volentieri la tastiera all’esperto per tradurre “néne” e “pètel”, ma anche “ìch”, se Luigi vorrà essere così gentile. Senza fretta.
    Lascio altrettanto volentieri la tastiera al nostro Ernesto per confermare (o smentire?) le ipotesi avanzate da Roberto.

    “Che tenera nostalgia”: già, caro Luigi. Già.

    Grazie a tutti, amici. Buona giornata.
    Ines

    • Quando mi interessavo di onomastica ho acquistato un libro pretenzioso, un “Dizionario dei dialetti italiani” che però non valeva i soldi spesi e non ho trovato risposte.
      Digitando dizionario italiano friulano su Google ho trovato che nene è la balia. Per petel bisogna proprio aspettare il responso dell’esperto.

      Amoreggiare
      Negli anni che hanno preceduto la II guerra mondiale, quando un ragazzo ed una ragazza si frequentavano e poi si fidanzavano, a Milano si diceva “se parlen”, letteralmente si parlano.
      Due fidanzati, da tre anni, quindi erano duu moros che se parlen da trii ann.
      La mamma che parlava della figlia fidanzata diceva: la mia tosa l’è impègnada.

      Tutto molto serio e romantico, ma sono convinto che i matrimoni anticipati, per permettere al bimbo di nascere ufficialmente “settimino” erano di più nel periodo 1900-1920 che non nel 1960-1980.
      Al.Pi

  • Carissimo Ernesto,
    grazie anche a Roberto, adesso ho capito tutto.
    Tu hai chiesto alla Tua fontana di “darti una mano” a far la corte alla Tua Bella.
    Fare la corte, in friulano, si dice “a fàighi l’amòur”: farLe l’amore.
    E quanti amori (in quel tempo) sono nati ” alla fontana”, dove i ragazzi e le ragazze venivano
    mandati a prendere l’acqua che in casa non c’era.

    In realtà, al mio paese, la fontana era chiamata “pompa”. Pasolini l’ha un po’ “ingentilita”.
    Quando d’inverno avevo freddo (e il freddo era proprio freddo) e mi lamentavo con mia madre,
    lei (sorridendo) mi rispondeva ” sì, a è proprit frèit , i hai jodùt un mus inglasàat la da la pompa”. Si, è proprio freddo, ho visto un asino congelato là alla fontana .
    Che tenera nostalgia.
    Mandi mandi
    L.G.

  • Cara Ines,
    molto bella la poesia di Zanzotto, non v’è dubbio. Confrontando le due versioni (veneta e italiana) noto però che le due parole “néne” e “petel” non sono state tradotte.
    Allora ho due domande: cosa significano queste due parole? Possiamo quindi dire che esistono parole dialettali che tradotte in italiano non rendono appieno il significato che hanno come riescono nel dialetto?

    “Marilenghe”, ricordato da Luigi, è la madre-lingua di Casarza anche per P.P.Pasolini, il quale dedicò a sua madre una “Supplica” che a parer mio merita di essere letta.

    Caro poeta Ernesto,
    avanzo le mie ipotesi per tradurre 3 parole “ostiche” della tua bella poesia: “cupella” è una piccola coppa (o un recipiente simile); “concono” la conca e “uttara” (ùttara o uttàra?) una graziosa fanciulla, la fanciulletta “uttarella”. Ho azzeccato?

    Cari saluti a tutta la compagnia
    Roberto

  • Dedica
    Fontana di aga dal me paìis
    a no è aga pi fres-cia che al me paìis
    fontana di rustic amòur.
    P.P.Pasolini

    Questo è il Friulano di Casarsa, la mia “marilenghe”, che parlavo con mia madre.
    Mio padre invece (avendo vissuto molti anni a Pordenone) mi ha sempre parlato in Veneto, anche perchè lo riteneva più “vicino” all’Italiano.
    A mia sorella (nata 7 anni dopo di me) hanno parlato solo in Italiano.
    Quando io e mia sorella eravamo grandini, e c’era qualche problema che coinvolgeva tutti e quattro, “l’andamento linguistico” (da parte mia, perchè loro tre parlavano ognuno nella propria “lingua”) era pressapoco questo:
    “Ma no gastu visto – ca a è stada ìch – diglielo tu” (verso mio padre, mia madre, mia sorella).

    Sui dialetti, qualcuno ha scritto: “E’ forte il legame tra coloro che hanno cominciato a chiedere pane e perdono nella stessa lingua. ”

    Mandi mandi
    L.G.

    • Caro Luigi che di fontanelle intendi
      Eccoti la mia del mio paese
      E tu se’l dialetto attento apprendi
      Sara’ gentil qual passator cortese!

      Funtanella

      Oh funtana, funtanella,
      Quando iessa la mmatina,
      V’è a rumpiise la cupella
      Du chest’acqua cristallina,
      Dacci ansemi all’acqua tea
      Gliu bondì da parta mea.

      Funtanella, funtanella,
      Cu gliu coro bono bono,
      Quando vè sta uttarella,
      Ci ruimpii gliu concono.
      Appena iessa’qua ruvene
      Dicci ca ci voglio bene.

      Funtanella sfacciatella
      Tu si nata furtunata,
      Ca la uttara più bella
      Solo tu la si baciata.
      Stu secreto gli ruposo
      Ca ‘dumana ma ‘la sposo.
      Ernesto Carbonelli 19??

  • Vecio parlar che tu à inte ’l tó saór
    un s’cip del lat de la Eva,
    vecio parlar che no so pi,
    che me se á descunì
    dì par dì ‘inte la boca ( e no tu me basta);
    che tu sé cambià co la me fazha
    co la me pèl ano par an.

    Girar me fa fastidi, in médo a ‘ste masiére
    de ti, de mi. Dal dent cagnin del tenp
    inte ‘l piat sivanzhi no ghén resta, e manco
    ee tut i zhimiteri: òe da dirte zhimithero?
    Elo vero che pi no pól esserghe ‘romai
    gnessun parlar de néne-none-mame? Che fa mal
    ai fiói ‘l petel e i gran maestri lo sconsiglia?

    Ma ti vecio parlar, resisti. E si anca i òmi
    te desmentegarà senzha inacòrderse,
    ghén sarà osèi -
    do tre osèi sói magari
    dai sbari e dal mazhelo zoladi via -:
    doman su l’ultima rama là in cao
    in cao se zhiése e pra,
    osèi che te à in parà da tant
    te parlarà inte ’l sol, inte l’onbria.
    (Andrea Zanzotto)

    • Caro Al.Pi,
      ho riportato molto volentieri la versione originale di “Vecio parlar”, ma ho preferito non aggiungervi commenti (da ‘sciroccata’, per giunta).
      Ora so benissimo che vorreste ascoltarla recitata da me in dialetto, ma non è possibile per un semplice motivo: sarei così brava, ma così brava da far impallidire un veneto, cari amici. :D
      A tutti un cordiale ciao ciao.
      Ines

  • Cara Ines,
    La poesia di Zanzotto è bella tradotta, ma faccela gustare appieno, riportando la poesia completa in dialetto.

    Lo so che potremmo cercarcela noi, ma sai, la Pigrizia andò al mercato…
    Al.Pi

  • “Vecio parlar che tu à inte’l tó saór
    un s’cip del lat de la Eva,
    vecio parlar che no so pi…”

    Così suonano, in dialetto veneto, i primi versi della bellissima poesia di Andrea Zanzotto, tratta dall’opera “Filò″ e conosciuta con il titolo “Vecio parlar”.
    Finalmente i dialetti, altro tema a me molto caro. Vi aspetto, cari amici.

    A tutti voi auguro una serena giornata.
    Ines

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