LibriAmo

apr 25, 2013   //   by Ines Desideri   //   Blog, Letteratura  //  27 Comments

Cari amici,
vorrei dedicare lo spazio Letteratura, a lungo trascurato, ai libri e alla lettura in generale.
Potremo lasciare qui riflessioni su ciò che preferiamo leggere o il nostro commento a un libro; riportare brani che ci hanno emozionato e farne argomento di conversazione; suggerire o sconsigliare titoli, secondo le opinioni personali; proporre temi inerenti alla lettura.

Come mi ero ripromessa di fare, riporto il mio commento al libro “Ragazzi di vita” di P. P. Pasolini. Sottolineo che si tratta di un commento, non di una recensione, termine da riservare – a mio avviso – ai critici letterari.

LibriAmoci, amici: sentitevi liberi, come sempre. Grazie.
Ines

27 Commenti

  • Caro Marco,
    non credo che i veri professionisti abbiano bisogno di fare ‘comparsate’ nei salotti televisivi per sentirsi gratificati. O no?
    Personalmente trovo inquietanti alcune espressioni usate da M.P. Romero nell’articolo di E. Rosaspina: la “letteratura” rosa sarebbe “confortante, lussuosa, consolatoria”.
    Viviamo dunque un’epoca in cui abbiamo un tale bisogno di conforto, di lusso e di consolazione da cercarli nei sogni irrealizzabili? Mah…
    “Tutto questo parlare d’amore” e soprattutto il modo in cui presumo se ne parli mi sembra un segnale nient’affatto positivo, ma potrei sbagliare.

    Le abitazioni sono cambiate: perché?

    Grazie per il tuo intervento, Marco.
    A te e a tutti voi, amici, buona giornata.
    Ines

  • Cara Angela,
    innanzitutto la ringrazio per aver arricchito la lista dei titoli che contengono la parola “amore”: confesso che non ne conoscevo neanche uno.
    Suppongo che, parlando dei libri cui è “imposto il confino negli umili espositori delle edicole”, ci si riferisse alla collana Harmony, che da molti decenni rappresenta la narrativa rosa per antonomasia.

    A proposito d’amore, riporto una frase tratta da “Storia di una capinera” di G. Verga:
    “L’amo! è un’orribile parola! è un peccato! è un delitto! ma è inutile dissimularlo a me stessa. Il peccato è più forte di me.”
    A pronunciare queste parole – farneticanti, di primo acchito – è Maria, una giovane innamorata, il cui destino è la monacazione.
    “Maria, … perché andrete in convento?” le domanda Nino, anch’egli innamorato.
    “Lo so io, forse? E’ necessario, nacqui monaca.” risponde la ragazza.
    Anche “Storia di una capinera” è un romanzo rosa, ma si distacca dal genere – a mio avviso – poiché mette in luce una consuetudine radicata nella società italiana dei secoli scorsi: non è solamente una storia d’amore, ma anche un’opera che si pone come denuncia del problema storico e sociale delle monacazioni forzate.

    A come “Amore”, di cui pare che tanto si scriva e si parli.
    A come “Anaffettività“, di cui pare si scriva e si parli poco.
    L’aspetto in “Parole nel tempo”, cara Angela.

    A lei e a tutti voi, amici, buona domenica.
    Ines

    • Prima di tutto mi fa piacere che qui si parli di una grande giornalista italiana: Elisabetta Rosaspina, che nei suoi articoli fa delle chiusure da grande scrittrice e non si vede mai nei salotti TV. Ho letto anch’io l’articolo e ho riflettuto sul fatto che oggi dev’essere più difficile scrivere libri d’amore perché rispetto anche a 30 anni fa molto è cambiato nella società. Per sorridere: a partire dagli interni delle nostre abitazioni!
      Sull’elenco che fa Angela: io penso che molti mettano la parola amore nei loro titoli per vendere di più. E’ un po’ come la parola cuore dopo il successo stratosferico della Tamaro con Va’ dove ti porta il cuore, 20 anni fa.
      PS. Anch’io, come Ines, non ho letto nessuno dei libri dell’elenco di Angela.
      Marco Sostegni

  • Altri titoli con la parola “amore” trovati in libreria:
    “L’amore ai tempi della neve”
    “Amori che non sanno stare al mondo”
    “Un amore più forte di me”
    “Istruzioni per cinquantenni in cerca d’amore”
    “Un bel sogno d’amore”
    “L’amore è un difetto meraviglioso”
    “Tutto quello che facciamo per amore”
    “L’amore in un giorno di pioggia”
    “Tutto questo parlare d’amore”

    Sull’articolo di Rosaspina: non so se tutti questi libri rientrano nella narrativa rosa ma, se fosse così, non è vero che ai romanzi rosa “viene perfino negato l’accesso in libreria e imposto il confino negli umili espositori delle edicole”, perché i titoli che ho riportato sono tutti negli espositori delle “novità” consigliate in una grande libreria del centro-città.

    “Vizio” è una parola alla quali normalmente viene dato un significato negativo, perciò secondo me leggere non è un vizio, ma un interesse o una passione, un piacere che arricchisce il livello culturale delle persone. Preoccupa invece che, se le statistiche non danno informazioni sbagliate, questo “vizio” sia poco praticato.

    Cordiali saluti
    Angela

  • Cara Angela,
    riporto l’introduzione a un articolo – reperibile in Internet digitandone il titolo – di E. Rosaspina (“La narrativa (rosa) fa bene all’umore”, Corriere della Sera, 29 settembre):

    “Se leggere è un vizio, la narrativa rosa è dolce come un cioccolatino. Confortante, come un bagno caldo. Lussuosa, come un pomeriggio in una spa. «Insomma, consolatoria», riassume Maria Paola Romeo, editor, agente letteraria e cofondatrice del festival letterario femminile che, da dieci anni, si consuma per tre, voluttuosi, giorni nella magia dei Sassi di Matera. Senza negarsi nulla. Senza complessi di inferiorità, senza imbarazzi quando si disserta di un genere rosa cui, in molti casi, viene perfino negato l’accesso in libreria e imposto il confino negli umili espositori delle edicole.”

    Non so se i libri citati nella mia ’boutade’ rientrano nella narrativa rosa, che solitamente racconta storie d’amore di coppia, un genere che non apprezzo, poiché troppo inverosimili.

    Penso che in ogni libro di narrativa l’amore, coniugato in senso molto ampio, sia una costante; non credo invece che il proliferare di titoli in cui è presente la parola “amore” sia da interpretare come una riscoperta, un appello o un invito a rivalutare questo nobile sentimento, comunque sia inteso.
    Le case editrici individuano le preferenze dei lettori e se buona parte di essi dimostrano di apprezzare particolarmente un determinato genere privilegiano quel genere, per le nuove pubblicazioni.

    Mi farebbe piacere se lei potesse gentilmente riportare altri titoli che contengano la parola “amore”, certo.

    Leggere è un vizio, come afferma E. Rosaspina, nel suo articolo?

    A tutti voi, cari amici, buona giornata. Piove, piove, piove….
    Ines

  • Cara Ines,
    leggendo il vivace “botta e risposta” tra i titoli dei libri che sono in vetta alle classifiche e le sue battute scherzose, ho trovato la conferma a un’osservazione fatta l’altro ieri tra me e me, mentre uscivo da una libreria, dove vado a curiosare quando ho un’ora libera.
    Oltre ai titoli da lei riportati, ce ne sono molti altri in cui figura la parola “amore”. Alla prossima occasione, prenderò appunti e riferirò, se può far piacere.
    Non ho letto finora nessuna di queste recenti pubblicazioni e non so se lo farò in futuro, però mi chiedo, prendendo per scontato che questi libri raccontino storie d’amore o trattino l’amore in senso più esteso, come mai ci sia un interesse così forte e rinnovato per questo argomento.
    Suona come una riscoperta, come un appello, oppure le case editrici hanno riscontrato che questo tema “tira” (le storie d’amore di Moccia hanno avuto grande successo) e quindi lo privilegiano rispetto ad altre tematiche?
    Grazie e cordiali saluti
    Angela

  • Giocando con i titoli dei libri in classifica…

    ‘Come inciampare nel principe azzurro’: libro ricco mi ci ficco. A giudicare dalla posizione in classifica non sono l’unica in cerca di consigli e strategie per inciampare nel principe azzurro, ma tentare non nuoce e la competitività mi stuzzica. Vi terrò informati.

    ‘L’amore graffia il mondo’: ora mi spiego perché la Terra è diventata ‘Bianca come il latte, rossa come il sangue’. Se questi sono i risultati, si provi ad amare di meno, per favore.

    ‘Io ti guardo, Io ti sento, Io ti voglio’: una versione rivisitata della nota vignetta delle tre scimmiette, forse?

    ‘Ti prego, lasciati odiare’: come vedi ce la sto mettendo tutta, baby.

    ‘Il mio nome è Nessuno. Il ritorno’: Polifemo è avvisato; badi all’occhio, invece di far tanto lo sbruffone.

    ‘Fai bei sogni’: eh, si fa presto a dire, ma con tutto quello che succede nel mondo – ‘Sangue, sesso, soldi’ e molto altro ancora – di notte ho ‘Allucinazioni’ da ‘Inferno’, ecco ‘Come stanno le cose’.

    E mentre io mi diletto a giocare con i titoli della classifica domenicale del Corriere della Sera, arriva una notizia che mi rattrista: una delle ‘Ragazze di campagna’ ha inciampato nel principe azzurro; a detta delle sue amiche – ‘Un covo di vipere’, secondo me – s’è fratturata una costola.

    ‘Il piccolo principe’ – “piccolo” perché di statura bassa – ora non fa che ripeterle ‘Io che amo solo te’ e carinerie simili. Domanda: riuscirà la fanciulla a diventare ‘La moglie’ dell’erede al trono? ‘La risposta è nelle stelle’: proviamo a interrogarle, sperando che non facciano scena muta.

    Scappo via, ragazzi, al grido ‘Fermate gli sposi!’: a me Don Rodrigo fa un baffo, anzi un bel paio di impeccabili favoriti.

    Note conclusive: “Io che amo solo te” è anche il titolo di una canzone di Sergio Endrigo; “La metà di niente” – l’ultima fatica canora di Nek, ‘na fatica… ascoltarla senza addormentarsi – è anche il titolo di un bel libro di Catherine Dunne, che ho letto e apprezzato molto alcuni anni fa.

    ‘L’amore è tutto’, leggo. Cominciamo scambiandoci un :-) .

    Ines Desideri

  • Ringrazio Gianni e Angela per i loro commenti su “Gomorra”.
    Molto probabilmente non leggerò il libro, ma ho visto il film – alcuni anni fa – e sinceramente ho capito poco, sia per quella frammentarietà che credevo intenzionalmente riservata alla realizzazione cinematografica, sia perché i dialoghi sono in dialetto napoletano “d.o.c.” e, dunque, per me incomprensibili.

    Quanto scrive il nostro Ernesto riguardo alla riscoperta di Giovannino Guareschi – chi non ricorda con affetto i “duetti-duelli” tra Peppone e don Camillo? – invitano, a mio avviso, ad alcune riflessioni interessanti, cari amici.

    Le riletture sono soprattutto un tentativo di fuga da una narrativa troppo spesso deludente – come sostiene in questo caso Ernesto – oppure possono essere interpretate anche come il desiderio di ‘confrontarsi’ nuovamente, a distanza di tempo, con un libro già letto, per “vedere l’effetto che fa”?

    Libri rivisti e modificati da editori e/o possibili eredi: ritenete sia giusta od opportuna la rivisitazione di un’opera letteraria?

    Grazie, caro Ernesto, per il suggerimento di “Buongiorno Los Angeles”: lo terrò presente per il futuro.
    “La lunga attesa dell’angelo” di Melania Mazzucco, consigliatoci dal nostro Luigi tempo fa: l’ho letto. Un capolavoro, a mio avviso: congratulazioni all’autrice e ancora un ringraziamento a Luigi.

    “… che qualcuno non si bruci le sopracciglia giuocando con la grappa”: già fatto, caro Ernesto.
    “… berla schietta e fredda”: già fatto, caro Ernesto.
    Ora immagina me con le sopracciglia bruciacchiate e alticcia, moooolto alticcia. :D

    A tutti un cordiale ciao ciao
    Ines

  • Ho letto Gomorra e sono d’accordo con il commento del sig. Gianni.
    Il libro manca di organicità ed ha un taglio prevalentemente giornalistico, che lo pone a metà strada tra un romanzo e un saggio di discreta qualità.
    Ha riscosso un importante successo mediatico, determinato sia da un’azione pubblicitaria ben architettata sia perché l’autore è stato rappresentato come un eroe ed osannato per il suo impegno civile e per il coraggio di denunciare fatti e misfatti legati alla camorra.
    Per me Gomorra non è stato un “libro-rivelazione” e il “fenomeno Saviano”, considerato dai suoi sostenitori un guru e una vittima nello stesso tempo, parla troppo e fa parlare troppo di sé per riuscire ad avere credito all’interno di quella ristretta fascia di pubblico capace di un pensiero critico ed autonomo.

    Cordiali saluti
    Angela

  • Ho letto Gomorra subito dopo la pubblicazione, perché mi interessava cercare di capire i meccanismi che governano dall’interno il fenomeno camorristico.
    Mi aspettavo di ricavare una visione d’insieme di questo fenomeno, invece nel libro ho trovato delle storie poco collegate tra loro, che mi hanno impedito di capire le gerarchie della camorra e soprattutto i rapporti di potere tra le famiglie coinvolte.
    Lo stile della scrittura è di tipo giornalistico, ma scadente.
    Nel libro c’è il pregio del dettaglio che trasporta nella condizione e nella quotidianità dei camorristi.
    Gomorra ha l’ambizione di un’opera di impegno sociale e di denuncia, ma gli mancano sia la visione d’insieme che la capacità di sintesi.

    Cari saluti a tutti
    Gianni

    • Cari tutti,

      Leggiucchiando qua e là, recentemente in cerca di letture interessanti e amene, ho trovato poco di sostanza che non sia o straniero e mal tradotto, anche con tutte le attenuanti possibili applicabili, oppure che non elogi il turpiloquio.
      Allora che ti fò? Leggo e rileggo, passo e ripasso e incontro un vecchio amico:
      Giovannino Guareschi che avevo letto pochino all’inizio.
      Rivisto dai figli e ripristinato dai tagli e modifiche voluti dagli editori e dai tempi che correvano all’epoca della pubblicazione originale l’ho ritrovato attuale e spiritoso come sempre e altamente divertente.
      Un Italiano schietto e puro, rinfrescante e scorrevole anche se già un po’ contaminato da vocaboli americani , sempre in corsivo quest’ultimi!
      Anche il rileggere quei racconti che avevo già letto più volte è stato molto piacevole.
      Forse ciò è dovuto alle revisioni fatte dai figli di Giovannino che ora ci presentano lo scrittore e la sua vena vera e piena d’arguzia.

      Seguitando ho notato la pubblicazione in italiano di Buon Giorno Los Angeles di James Frey. L’ho letto in versione originale e lo consiglio altamente; non sono in grado di poter dire che cosa io ne pensi della traduzione ma credo che a ciò siano dovuti alcuni commenti negativi che leggo su ibs.it.

      Ecco la mia contribuzione a LibriAmo, LibriAmo nei lieti calici… :-)

      Buon fine settimana a tutta la tribù sperando che qualcuno non si bruci le sopracciglia giuocando con la grappa (io raccomando di berla schietta e fredda). :D

      Ernesto Carbonelli
      Toronto

  • “Ma voi che cosa intendete per letture d’intrattenimento? Gomorra di Saviano è lettura d’intrattenimento o qualcos’altro?”
    Riprendo volentieri la conversazione proposta da Marco e conto sui vostri commenti, amici.

    Personalmente per “letture di intrattenimento” intendo il genere narrativo che non ha lo scopo di trasmettere messaggi (morali, sociali, politici,…) di particolare rilievo, ma – appunto – quello di “intrattenere” il lettore e distrarlo dai problemi personali e/o morali, sociali, politici.

    Non ho letto “Gomorra”, caro Marco, ma il libro ha riscosso molto successo di critica e di pubblico, per cui ritengo sia impossibile ignorarne il tema principale, chiaramente espresso nel sottotitolo, per giunta: “Viaggio nell’impero economico e nel sogno di dominio della camorra”.
    Non credo, comunque, che rientri nel genere di intrattenimento, poiché descrive – nei minimi dettagli, a giudicare da quanto so – una realtà drammatica: è nato e si pone come testimonianza e denuncia della malavita organizzata; non ha lo scopo di intrattenere e distrarre il lettore, ma di introdurlo e guidarlo in un mondo che può non coinvolgerlo personalmente, ma rimane una piaga morale, sociale e politica che riguarda tutti.

    Qualcuno di voi ha letto “Gomorra”, amici?

    Un caro saluto a tutti.
    Ines

  • Cara Angela,
    secondo Antonio Tabucchi “il racconto è il romanzo di un pigro”, mentre Luis Sepúlveda sostiene: “È questa la sfida che ti permette il racconto: racchiudere in poche parole lassi quasi infiniti di tempo.”

    Penso che scrivere un racconto possa richiedere impegno e fatica maggiori rispetto a un romanzo, soprattutto se interpretato – come a me sembra giusto – secondo il pensiero di Sepúlveda: una storia racchiusa in poche parole, ma non asfittica, perché possa contenere “lassi quasi infiniti di tempo”.

    A mio avviso la struttura di un racconto non dovrebbe discostarsi molto da quella di un romanzo, se non per la brevità, che inevitabilmente richiede lo scarto di scelte stilistiche e di virtuosismi letterari, ma anche di intrecci narrativi complessi e di ampie divagazioni.
    So che non tutti i lettori hanno la stessa opinione, ma per me un buon racconto non può essere che un romanzo “in miniatura”.

    Grazie a lei per l’interessante domanda e un caro saluto.
    Ines

  • Gentile Ines,
    Una domanda: lei pensa che il racconto sia un romanzo “in sintesi”?
    Grazie.
    Angela

  • Jonathan Franzen – “Le correzioni” (pagg. 599 – Einaudi)

    Vincitore del National Book Award, “Le correzioni” è – a mio modesto avviso – un magistrale esempio di prolissità letteraria: se l’autore avesse lavorato sodo di cesoie e sfrondato il romanzo delle pagine superflue e farraginose, delle numerose divagazioni tecnico-scientifiche e finanziarie, la qualità narrativa ne avrebbe tratto grande beneficio.

    Gli anziani coniugi Lambert vivono nel Midwest americano. Alfred, malato di Parkinson, si ostina a rifiutare le cure mediche e a trascorrere buona parte delle sue giornate nel seminterrato dell’abitazione; sua moglie Enid si ostina invece nell’intento di convincere i tre figli, ormai adulti e indipendenti, a trascorrere il Natale tutti insieme.
    Gary, Chip e Denise (i tre figli) sono fuggiti dalla città natia, ma soprattutto dalle “correzioni” che Alfred ha imposto, secondo l’educazione rigorosa e tradizionalista dell’America del dopoguerra: il divario ideologico tra le generazioni, la solitudine e l’egoismo, la crisi della famiglia nella società contemporanea, il fallimento delle “correzioni” – ma anche dei valori morali – rappresentano i temi del romanzo, delineati ora con toni di umorismo, ora con vena caustica.

    Accostare “Le correzioni” di Franzen a “Pastorale americana” di P. Roth – come una parte della critica letteraria ha fatto – mi sembra un azzardo: sebbene i temi trattati siano simili, la statura morale e la carica umana dello “Svedese” (il protagonista di “Pastorale americana”) conferiscono al romanzo di Roth un’intensità cui né i personaggi né la storia della famiglia Lambert riescono ad avvicinarsi.

    Ines Desideri

  • Cara Angela,
    ho letto “Il giardino dei Finzi-Contini” molti anni fa e ne conservo un ricordo sfocato: segno che per me non è stato un romanzo particolarmente significativo.
    Mi permetta tuttavia una considerazione: scrivere delle deportazioni e dei campi di sterminio dopo Primo Levi e il suo “Se questo è un uomo” – un capolavoro, a mio avviso – sarebbe stato un ‘azzardo letterario’.
    Penso che nessun aspetto di quella terribile pagina della nostra Storia sia stato trascurato da Levi nella sua preziosa Testimonianza di sopravvissuto al lager, seguita poi da altre due pubblicazioni di notevole valore umano, morale e storico: “La tregua” e “I sommersi e i salvati”.

    Trovo molto interessante la sua interpretazione del “giardino dei Finzi-Contini”, luogo incontaminato, estraneo alle brutture della guerra, finché fu possibile. Come, del resto, accadde anche ai protagonisti del romanzo di Bassani.

    Grazie per l’interessante commento e un caro saluto.
    Ines

  • Un breve commento su un libro che ho letto da poco, “Il giardino dei Finzi-Contini” di Giorgio Bassani.
    In questo romanzo, ambientato a Ferrara, il giardino, appartenente alla facoltosa famiglia ebrea dei Finzi-Contini, rappresenta il fulcro, perché buona parte delle vicende, molto marginali rispetto al periodo storico (1938-1941), si svolgono in questo ambiente ovattato e preservato dagli orrori della guerra e delle leggi razziali.
    La storia è imperniata sugli anni dell’adolescenza di un gruppo di giovani, sul rapporto di amicizia che si instaura tra loro e sul sentimento d’amore del protagonista per Micol Finzi-Contini. Così il giardino potrebbe simboleggiare l’adolescenza, per buona parte del romanzo non toccata dagli eventi bellici, che emergono soltanto nell’epilogo e in modo superficiale. I punti deboli del romanzo sono, secondo me, la centralità di un amore adolescenziale e la scarsità di un approfondimento sulle drammatiche conseguenze, appena accennate, delle leggi razziali promulgate durante il fascismo.

    Cordiali saluti
    Angela

  • Cara Angela,
    conoscere la biografia di un autore è fondamentale.
    Ciò che intendevo – affermando che, per me, lo scrittore e la sua vita… “restano fuori”- è che, a mio avviso, la lettura di un libro non dovrebbe essere filtrata e interpretata tenendo conto delle esperienze o dei pensieri dell’autore.
    Ho accennato ai pregiudizi e vorrei portare un esempio: considero un pregiudizio bocciare Luigi Pirandello per le sue ideologie politiche, eppure le assicuro che non mancano persone che scelgono, amano o detestano uno scrittore per un ‘marchio’ (politico, religioso o altro) non accettato e non condiviso.
    Un’altra tendenza, abbastanza frequente, che non apprezzo è la ricerca degli aspetti autobiografici in un romanzo, ricerca che spesso si rivela infruttuosa – il più delle volte si tratta di semplici ipotesi – e inopportuna, se sconfina nella curiosità fine a sé stessa.

    Un caro saluto
    Ines

  • Riprendo il tema della vita privata di uno scrittore per esternare la mia idea.
    Conoscere la biografia di un autore è importante e utile perché permette di comprendere meglio le sue opere: infatti i programmi scolastici prevedono, per quanto concerne gli studi letterari, non soltanto la lettura di un’opera ma anche la conoscenza della biografia dell’autore, per consentire agli alunni di avere una visione d’insieme completa.

    Sul brano di E. Sabato. Nelle civiltà primitive e fino a qualche decennio fa è esistita, all’interno della famiglia, una distribuzione dei ruoli che è andata completamente perduta e temo che se oggi qualcuno proponesse di rivedere le posizioni assunte a questo riguardo, anche alla luce di alcuni errori e fallimenti che sono sotto gli occhi di tutti, sarebbe giudicato un ottuso retrogrado.
    Ciò nonostante penso che ristabilire dei ruoli e delle gerarchie all’interno delle famiglie potrebbe aiutare i nostri ragazzi ad avere dei riferimenti più sicuri e da questo ne ricaverebbero un beneficio.
    I nonni come “dispensatori di saggezza”: è indubbio che nessuno meglio di loro potrebbe arricchire i nipoti con quel bagaglio di conoscenze che nessun testo, cartaceo o elettronico, possiede, ma è anche indubbio che oggi in molte famiglie questa “fonte” viene sottovalutata.
    Nel complesso le ragioni di questa rinuncia sono molteplici e comprensibili, ma dovremmo riflettere meglio sulle ripercussioni negative.

    Cordiali saluti
    Angela

  • Caro Luigi,
    per concludere su Pasolini: per me “Ragazzi di vita” è stato un libro interessante – per i motivi che ho esposto – ma non mi ha emozionata, mentre trovo emozionanti molte delle sue poesie.

    Di Melania Mazzucco ho letto “Vita”, in cui l’autrice ricostruisce l’emigrazione di suo nonno Diamante in America: si aggiudicò un meritato (a mio avviso) Premio Strega nel 2003.
    Grazie della segnalazione de “La lunga attesa dell’angelo”: terrò presente questo libro per il prossimo futuro.

    A te e a tutti buona giornata.
    Ines

  • Di Pasolini ho letto solo il suo primo romanzo: “Il sogno di una cosa”; ed è stato il mio primo romanzo “da grandi”; era il 1965 – 66 e avevo 16 anni. L’ho riletto più “avanti”, e anche se ambientato proprio nei miei paesi e con personaggi che riconoscevo anche nella realtà, non mi ha suscitato un grande interesse, né una particolare “emozione”.
    Preferisco il Pasolini poeta “casarsese”, e il regista de “Il Vangelo secondo Matteo”.

    Nello spirito del messaggio d’apertura, mi piace segnalare un libro che, tra quelli letti negli ultimi anni, mi ha invece (rispetto a quanto sopra) interessato ed emozionato.
    Il romanzo è: “La lunga attesa dell’angelo” di Melania Mazzucco (Rizzoli 2008).
    Cenno. Tintoretto, nella sua lunga agonia, racconta il suo affascinante, duro lavoro di artigiano e artista; racconta i suoi amori, la sua famiglia, i suoi figli, e la sua Venezia.
    Un libro intenso, a volte un po’ “duro”, che racconta la complessità di un’anima, dentro la quale (in molte situazioni) si fa fatica a non riconoscersi.
    Mandi mandi
    L.G.

  • Carissimo Roberto,
    apprezzo molto la schiettezza dei tuoi commenti e te ne sono grata.

    Ritengo sia utile, prima di rispondere al tuo valido intervento, una premessa di carattere generale, che riguarda il mio modo di avvicinarmi a un nuovo libro, modo che mi risulta non condiviso da molti.
    L’autore con la sua vita e le sue esperienze, con i suoi pensieri – siano essi ideali o ideologie – e i suoi sentimenti restano sempre fuori, durante la lettura, per me: giudico ciò che ha scritto non la persona che è o è stata, sebbene sia consapevole del fatto che la scrittura rispecchia lo scrittore, a volte più di quanto egli stesso desideri.

    Mi sono avvicinata a “Ragazzi di vita”, lasciando volutamente fuori “l’uomo Pasolini”.
    La grancassa mediatica si è spenta da decenni ormai, ma a mio avviso il romanzo ha sia un valore letterario sia un valore pedagogico.
    Sotto il profilo letterario trovo significativo che si ispiri all’autenticità del verismo verghiano (che apprezzo molto) e contemporaneamente sperimenti una forma espressiva e linguistica che solamente Gadda seppe offrirci, in quegli anni (pensiamo a “Er pasticciaccio…”).
    Sotto il profilo pedagogico il valore dell’opera sta nell’impegno dell’autore ad affrontare un tema, anzi un problema che esiste da quando esiste il mondo, eppure molti fingono di ignorare: l’obbligo alla sottomissione, imposto dai “forti” ai “deboli”.
    Forte della “pecogna” (denaro) che ha nel portafogli, un omosessuale cerca di “rimorchiare” il Riccetto, il debole, l’orfano ma anche l’unico, nel romanzo, che sceglierà di cambiare vita.
    Il Riccetto rifiuta “l’invito” e saranno due suoi amici ad accettarlo: hanno bisogno di denaro per andare con le prostitute.

    Sicuramente Pasolini frequentò le borgate e i “borgatari” romani; credo che la sua omosessualità sia nota a tutti; sembra che fosse attratto sessualmente soprattutto dai “pischelli” (ragazzini) e, a questo proposito, molti ‘intellettuali’ si sono accapigliati per definire fino a quale età si sia “pischelli”.
    “I ragazzini non si toccano”: hai pienamente ragione. Se “l’uomo Pasolini” fu responsabile di abusi sessuali nei confronti di minori, chi può negare che abbia commesso un gravissimo reato?
    Sulla vita privata di Pasolini, nonché sulle cause della sua morte, si è detto e si è scritto di tutto e di più: chi lo difende e vorrebbe farne un “martire”, chi lo accusa di pederastia con tendenza a una ferocia animalesca e per questo lo condanna.
    Ho valutato un libro, secondo i miei gusti personali, dopo averlo letto attentamente, ossia conosciuto. Onestamente non ritengo di poter valutare una persona e la sua vita, senza – per giunta – averle conosciute.
    “Se”, “forse”, “sembra che”: è in queste espressioni il ‘muro’ che ci impedisce di vedere oltre, di conoscere la verità.
    Permettimi una conclusione ‘cruda’: anziché processare i morti, con i quali sono stati seppelliti anche segreti e possibili reati che hanno segnato la loro esistenza, perché – per restare nel tema della pedofilia/pederastia – ora non si pensa a processare e a punire severamente i vivi, rei confessi di simili atrocità?

    A te e a tutti voi, amici, buona giornata.
    Ines

  • Carissima Ines,
    il libro “Ragazzi di vita” scandalizzò l’Italia borghese degli anni ’60 e dopo lo scandalo, la censura e il processo per pornografia, riscosse ampio successo. E’ inutile cercare ora di stabilire se il successo fu una conseguenza della risonanza mediatica oppure se fu meritato per un valore intrinseco.
    Certamente tu, nell’attribuire un valore letterario ed educativo a questo romanzo, non ti sei lasciata condizionare da fatti accaduti mezzo secolo fa e quindi lo hai analizzato con assoluto distacco sia dagli eventi processuali di allora che dalle esperienze di vita del suo autore.
    Hai commentato un libro e giustamente ti sei astenuta dal “commentare” un aspetto particolarmente delicato dell’uomo Pasolini.
    Non mi riferisco alla sua omosessualità, perché ognuno è libero di assecondare le proprie preferenze sessuali. Mi riferisco a un dettaglio oggettivamente illegittimo: sembra accertato che le attenzioni sessuali di Pasolini fossero rivolte ai giovanissimi, cioè a quella fascia di età più fragile e quindi incapace di definire autonomamente le proprie preferenze sessuali e, per di più, a quella fascia sociale di poveri “disgraziati” che si prostituivano (e si prostituiscono) per necessità.
    Se la fortuna e il valore letterario di “Ragazzi di vita” fossero derivati dall’abuso di minori realmente perpetrato dall’autore; se il libro fosse il risultato di esperienze vissute realmente da Pasolini sulla pelle di quei poveri reietti, a parer mio il suo messaggio educativo sarebbe inesistente, perché i ragazzini non si toccano. Le parolacce? Una quisquilia, in questo caso.
    Pasolini omosessuale: libero di esserlo, pieno rispetto, A CONDIZIONE che le sue preferenze sessuali, un suo diritto, non rappresentassero una limitazione e un’offesa alla libertà e ai diritti di altri. Determinate scelte si fanno tra adulti, questo è l’esercizio di un diritto e una scelta libera, NON tra un adulto e un ragazzino, il quale non ha ancora la capacità o addirittura la libertà di scegliere.

    Un caro saluto
    Roberto

  • Cara Angela,
    a mio avviso, in “Ragazzi di vita”, Pasolini ha voluto rappresentare una condizione sociale che sembra non avere diritto alla speranza: figli di alcolizzati, di nullafacenti o di furfanti, i bambini e i ragazzi del romanzo sono spesso sporchi, sempre denutriti, a volte tornano a casa per la notte, ma se non tornano – e accade di frequente – nessuno si preoccupa per loro.
    L’autore ha scelto le borgate romane e gli anni del secondo dopoguerra, ma sono convinta che realtà simili siano esistite ed esistano ancora in ogni posto del mondo: ai reietti senza speranza, e per questo senza principi morali, Pasolini ha voluto dar voce in “Ragazzi di vita”, una voce priva di ogni velo di ipocrisia.

    Quanto ai messaggi educativi, ritengo che il romanzo – se letto senza pregiudizi – ne contenga in quantità maggiore rispetto a tanta narrativa permeata di inverosimile e di banali vacuità, ma soprattutto rispetto a tanti programmi televisivi – alcuni dei quali molto seguiti dai giovani – che considero veramente diseducativi.
    Riguardo al turpiloquio, invece, riporto una frase tratta dalla lettera inviata da Giuseppe Ungaretti al Tribunale di Milano, sede del processo:
    “Le parole messe in bocca a quei ragazzi sono le parole che sono soliti a usare e sarebbe stato, mi pare, offendere la verità farli parlare come cicisbei.”

    La ringrazio per il gentile contributo, cara Angela.
    A tutti un cordiale ciao ciao.
    Ines

  • Gentile Ines,
    francamente trovo difficoltà a commentare un libro che non ho letto, a meno che non se ne vogliano estrapolare i temi principali e discuterne.
    Mi sono documentata su “Ragazzi di vita” tramite Internet. Unendo le Sue osservazioni e il materiale trovato online lo definirei un “romanzo senza speranza”, che non contraddice la Sua definizione ma evidenzia l’assenza di morale nel suo duplice significato, come condotta e come insegnamento.
    Non mi sorprende che il libro sia stato censurato e Pasolini processato, dopo la pubblicazione, anche tenendo conto del periodo di oscurantismo forse eccessivamente moralistico dell’epoca.
    Vorrei adesso applicare a questo romanzo la stessa domanda che Le ho posto in altre occasioni: in quale misura “Ragazzi di vita” può contenere messaggi educativi?

    Cordiali saluti
    Angela

  • Bei modi, amici: vi siete scolato tutto il “cordiale”, senza lasciarmene neanche un sorso – e sì che ne avrei avuto bisogno, eh? – ma soprattutto senza lasciare neanche una parola di commento. E bravi! :-)

    Ah, il ‘mio’ Ernesto Sabato. Da “Antes del fin”:
    ” Nelle comunità primitive, mentre il padre andava in cerca di cibo e le donne si dedicavano ai campi, i bambini, seduti sulle ginocchia dei nonni, venivano educati grazie alla loro saggezza … la saggezza di quei consiglieri, che in generale erano analfabeti, però, come un giorno mi disse il grande poeta Senghor, a Dakar: ‘La morte di uno di quegli anziani era grave quanto per voi sarebbe l’incendio di una biblioteca di pensatori e poeti.’
    In quelle tribù, la vita possedeva un valore sacro e profondo; e i suoi riti, non soltanto belli ma misteriosamente significativi, consacravano i fatti fondamentali dell’esistenza: la nascita, l’amore, il dolore e la morte.”

    Buona giornata, amici.
    Ines

  • Pier Paolo Pasolini – “Ragazzi di vita” (pagg. 242 – Garzanti)

    Credo che “Ragazzi di vita” sia un “romanzo di ambiente e di costume”, poiché i veri protagonisti non sono i personaggi e le loro storie, seppur presenti e ben caratterizzati, ma la borgata romana e i comportamenti degli emarginati dell’inizio degli anni Cinquanta.

    Il Riccetto, Agnolo, il Caciotta, il Begalone, Alduccio, il Ciriola, Genesio – per citare alcuni “ragazzi di vita” – si rivelano, nelle pagine di Pasolini, come ‘strumenti’ per descrivere le giornate di coloro che, nati e cresciuti nella miseria, non tentano la strada del riscatto, ma accettano il marchio assegnato loro dal destino e ne fanno simbolo di appartenenza, ragione di fierezza.

    Vivono di espedienti (rubano, imbrogliano, si prostituiscono), tra le macerie lasciate dalla guerra, la sporcizia, i “grattacieli”, i “blocchi” di case e le baracche di Tiburtino III, dell’Acqua Bullicante, di Torpignattara, del Mandrione e guardano con disprezzo i giovani che lavorano come imbianchini o garzoni.

    In “Ragazzi di vita” è sempre estate: le torride estati romane, con il sudore e la polvere, la fiacca e il fetore, i vestiti sporchi e sdruciti appallottolati alla meglio e tenuti insieme dalla cintura, poi nascosti dietro un cespuglio rinsecchito, per fare il bagno “ignudi” nell’Aniene.

    Si riconosce la partecipazione commossa e lirica dell’autore nelle descrizioni, alcune delle quali non mancano di una vena di schietto umorismo, ma Pasolini non giudica, non condanna, non assolve: consegna al lettore uno spaccato di vita da “borgatari” nella sua cruda, violenta autenticità e, forse, affida al lettore stesso l’onere di farsi giudice – qualora possa esserlo – della dura realtà in cui i suoi personaggi si muovono.

    Il linguaggio descrittivo, ‘piegato’ alle esigenze espressive del contesto sociale, è un armonioso connubio tra l’italiano e i termini dialettali, mentre i personaggi parlano – il più delle volte gridano, le mani portate a imbuto verso la bocca – esclusivamente il romanesco. Il turpiloquio, ricorrente nonostante l’operazione di “ripulitura” imposta all’autore dalla casa editrice, si inserisce, senza forzature od ostentazioni, come un’efficace forma di caratterizzazione sociale e culturale.

    Ines Desideri

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