R come Rumore

giu 2, 2014   //   by Ines Desideri   //   Blog, Parole nel tempo  //  17 Comments

Alla “Quiete” autunnale della poesia di Ungaretti si può associare (ovviamente per contrasto) il Rumore, diverso dal suono, in quanto percepito come qualcosa che infastidisce e causa sia disturbi fisici (la sordità e problemi cardio-circolatori) sia problemi psichici, come nervosismo, irritabilità e stress.
Ormai, soprattutto nelle grandi città, ci siamo assuefatti ai Rumori, li consideriamo “normali” e non ci rendiamo conto di quanto ci danneggiano.
Concludo con una citazione concernente il Rumore, trovata su Internet e scritta da Luigi Russolo nel 1913.
“La vita antica fu tutta silenzio. Nel diciannovesimo secolo, coll’invenzione delle macchine, nacque il Rumore. Oggi, il Rumore trionfa e domina sovrano sulla sensibilità degli uomini.”

Cordiali saluti
Angela

17 Commenti

  • Veramente un ottimo articolo. Leggo con attenzione il blog http://www.inesdesideri.it. Avanti così!

  • Cara Fernanda,
    penso che sia impossibile vivere senza ricordi: sarebbe come vivere senza un passato, quel tempo che non è più, ma rappresenta la vita che abbiamo finora vissuto e fa di noi le persone che siamo e che diverremo.
    Personalmente non vorrei dimenticare i miei momenti brutti, neanche i più dolorosi, perché mi hanno insegnato molto. Molto più di quanto io stessa potessi immaginare.
    Se, per assurdo, potessi cancellarli probabilmente non riuscirei a spiegarmi perché oggi sono come sono.
    Grazie per il tuo contributo.

    A te e a tutti un cordiale ciao ciao
    Ines

  • Nella mia cittadina tra le tante vie intitolate a personaggio più o meno famosi, c’è una via con un nome che a me piace molto: Viale della Rimembranza.
    Ricordi che affiorano sempre più frequentemente con l’avanzare degli anni; ci sono di belli, momenti che si vorrebbero rivivere, ma anche di brutti, che ci fanno male e che vorremmo dimenticare. Comunque sia non so immaginare una vita senza ricordi.
    Buona giornata, anche se piovosa.
    Fernanda

  • Caro Massimo,
    ancora una volta grazie per il suo interessante contributo.
    Quanto all’etimologia di romanzo, sappiamo che deriva dall’aggettivo francese romanz, proveniente dalla locuzione latina “romanice loqui”, che significa “parlar romano (e non barbarico)” – (Devoto-Oli).
    Romanz indicava originariamente una qualsiasi lingua volgare derivata dal latino – come precisato da lei – e nel XII secolo prese questo nome ogni testo scritto in lingua volgare e, in seguito, anche un’opera narrativa composta in versi in lingua volgare.

    A tutti un cordiale ciao ciao
    Ines

  • Gentilissima Ines,
    l’aggettivo “romanzo” designa l’insieme delle lingue derivate dal latino (italiano, portoghese, spagnolo, catalano, francese sono le principali) a seguito della dominazione romana.
    Il sostantivo “romanzo” designa un genere narrativo in prosa, più esteso della novella e basato su vicende realistiche o fantastiche dei personaggi.
    L’origine del romanzo è ascrivibile alle antiche letterature orientali, ha conosciuto una prima fioritura nell’epoca ellenistico-romana (primi secoli d.C.) e nel Medioevo si sviluppò inizialmente in Francia, dove affrontò narrazioni legate alla storia classica (“Roman de Troie”) o al mondo cortese e cavalleresco (“Lancelot”).
    Uno sviluppo eccezionale del romanzo si ebbe a partire dal Settecento, soprattutto in Inghilterra e in Francia, fino a diventare il genere caratteristico della modernità.

    Distinti saluti
    Massimo Del Vecchio

  • Cari amici,
    nella R non può mancare Romanzo.
    Sul perché si leggono romanzi “da almeno trecentonovanta anni” verte il discorso pronunciato dallo scrittore Javier Marías a Caracas, il 2 luglio 1995, durante la cerimonia per la consegna del Premio Rómulo Gallegos.

    “Perché continuiamo a leggere romanzi, e ad apprezzarli e a prenderli sul serio e perfino a premiarli, in un mondo sempre meno ingenuo?
    Sembra un dato di fatto che l’uomo – e forse la donna ancora di più – abbia bisogno di una certa dose di finzione, vale a dire, abbia bisogno dell’immaginario oltre che dell’accaduto e del reale.”

    Voi, ragazzi, condividete questa risposta?

    A tutti un cordiale ciao ciao
    Ines

  • Cara Angela,
    il suo “sfogo personale” – non c’è bisogno di scusarsi, comunque – mi invita a riprendere una domanda che ho posto tempo fa, dopo che avevo espresso alcune mie opinioni, come faccio spesso.
    “Pessimismo o realismo?”, era la domanda.
    Dubito del realismo, o meglio dubito che esista una visione pienamente realistica, uguale per tutti e dunque assoluta, di quanto avviene intorno a noi e dentro di noi: ogni accadimento che richiami la nostra attenzione o i nostri sentimenti diventa oggetto di interpretazione personale e, dunque, viene ‘letto’ secondo la nostra propensione – ottimistica o pessimistica – o addirittura secondo lo stato d’animo del momento.
    Personalmente non condivido alcuna forma di assolutezza: vedo, ad esempio, un’interpretazione distorta della realtà sia nell’ottimismo sia nel pessimismo, per eccesso di positività nel primo e di negatività nel secondo.
    Detto questo, ritengo che stiamo vivendo anni molto difficili – constatazione sulla quale ci siamo soffermati più volte – e che ognuno di noi viva periodi propri difficili, a prescindere da ciò che accade fuori.
    Tuttavia penso anche che cedere definitivamente al pessimismo e restarne soggiogati significhi arrendersi. Mi perdoni la sincerità: troppo facile, non crede?
    La ringrazio per aver ricordato il grande Massimo Troisi.

    Caro Massimo,
    reprimenda e reprimere, ‘fratelli’ dell’imposizione e della coercizione, sono – a mio modesto avviso – vocaboli che traducono, essi stessi, un comportamento errato, soprattutto se questo trova applicazione nel processo educativo dei giovani: sono convinta che diano scarsi risultati oppure che generino reazioni opposte, al contrario del ragionamento.
    Sono uscita dal seminato, è chiaro, ma considero molto importante che i ragazzi imparino a ragionare.

    Per convenzione – quasi un banale luogo comune – il cervello è la sede della ragione e il cuore è la sede dei sentimenti. Capita di essere combattuti, a volte, e di non sapere a quale dei due dare retta, vero?
    Ehilà, amici, perché si dice “dare retta“?

    A tutti voi un cordiale ciao ciao.
    Ines

  • Tappa successiva: “reprimenda”, altro vocabolo latino, meno comune dei precedenti, ma usato dalle persone cosiddette “colte”.
    Proviene dal verbo “reprimere” e dalla locuzione latina “reprimendam culpam”. Serve ad esprimere un rimprovero severo e autoritario, volto a reprimere, appunto, un comportamento errato.

    Distinti saluti
    Massimo Del Vecchio

  • Secondo i ricercatori e gli scienziati Ridere fa bene alla salute e porta giovamento ai muscoli, al cuore, alla circolazione, alla mente; produce endorfine e di conseguenza aiuta a scaricare le tensioni e lo stress, a combattere l’insonnia e quindi la stanchezza, che se non superata diventa cronica.
    Il problema è trovare le occasioni propizie per ridere. E’ molto probabile (quasi sicuro) che io sia pessimista, ma soprattutto in questo periodo ho fatto mio il titolo di un celebre film di Massimo Troisi, il bravissimo attore napoletano scomparso precocemente nel 1994: “Non ci resta che piangere”.
    Mi scuso per lo sfogo personale.
    Cordiali saluti
    Angela

  • Caro Massimo,
    la ringrazio di cuore per i suoi contributi: un “viaggio” gradevole e molto interessante, direi.
    Aspetto, dunque, la prossima tappa, se e quando le farà piacere.

    RAI: tre lettere, una sigla, ma quanti ricordi
    Quando ero bambina – parlo dei primi anni Sessanta – in casa si ascoltava la radio.
    Se la memoria non mi tradisce i miei acquistarono il primo televisore nel 1961. Prima di allora, di tanto in tanto andavo a casa di un’amica, che abitava nello stesso palazzo, per guardare con lei la televisione.
    Quando arrivava l’ora del telegiornale, la mia amica cercava di convincermi ad andare a giocare in camera sua, perché – diceva – “il telegiornale è noioso”.
    Io mi ostinavo a voler rimanere davanti al televisore, sostenendo che a me il telegiornale piaceva molto: ehm… non era vero.
    O meglio: a me – che avevo poco più di cinque anni – interessava guardare la televisione, a prescindere da quali fossero le trasmissioni. Di quanto riferivano nel telegiornale non capivo un’acca, ma era pur sempre… guardare la televisione.

    Il televisore, in casa nostra, negli anni Sessanta: era uno soltanto e si trovava in sala.
    “Comincia ad accendere la televisione”, diceva mia madre a uno di noi, dopo cena.
    Tra il momento in cui si pigiava il pulsante e quello in cui apparivano le immagini passavano alcuni minuti: il tempo necessario per aiutare mamma a sparecchiare la tavola.
    Poi ci si sedeva, tutti e cinque, sul divano e si guardava insieme la televisione.
    Quando le trasmissioni finivano l’annunciatrice ci augurava la buonanotte, poi sullo schermo scorreva una rete, con l’inconfondibile sottofondo musicale che chiunque abbia vissuto quegli anni ricorda. Significavano, l’una e l’altro, che subito dopo niente più: sullo schermo soltanto silenzio e buio.

    Oggi la radio si ascolta di meno, la televisione trasmette programmi 24 ore su 24 e ci offre un numero di reti che allora neanche la più fervida fantasia avrebbe osato immaginare: c’erano RAI 1 e RAI 2. Fine.
    Non so se esiste ancora qualcosa che somiglia alla “TV dei ragazzi“.
    Altri ricordi: “Roby e Quattordici”, “La nonna del corsaro nero”, “Gianburrasca”…

    Giacché siamo in viaggio nel mondo della lingua latina, cito una frase detta e ripetuta spesso dal mio professore di Filosofia:
    “Risus abundat in ore stultorum”.
    R come Ridere.

    A tutti voi, cari amici, buona giornata.
    Ines

  • Gentilissima Ines,
    con il suo permesso continuo il “viaggio” tra i vocaboli latini ancora in uso nella lingua italiana e segnalo “raptus” e “rebus”.

    Raptus è il participio passato del verbo “rapere” (rapire), letteralmente significa “rapito” ed è oggi utilizzato come sostantivo, prevalentemente con il significato di impulso incontrollabile a compiere azioni violente oppure sbagliate (raptus omicida; agire in preda a un raptus).
    Rebus è l’ablativo plurale di “res” (cosa), letteralmente “per mezzo delle cose”, oggi comunemente usato in enigmistica per indicare un gioco che consiste nel decifrare frasi composte non di parole ma di figure, ma anche una situazione enigmatica, difficile da risolvere.

    Distinti saluti
    Massimo Del Vecchio

  • Gentilissima Ines,
    anche “referendum” è un vocabolo usato direttamente in latino, un gerundivo che proviene dal verbo “refero” e presente nella locuzione latina “convocatĭo ăd referĕndum” (convocazione per riferire).
    Come è noto a tutti, un “referendum” è una consultazione diretta del popolo, che viene chiamato a pronunciarsi con una votazione, in termini di approvazione o di rigetto, su una specifica legge o su un atto normativo.
    In Italia l’istituto del referendum è stato introdotto nel 1946, quando i cittadini furono chiamati a scegliere fra monarchia e repubblica.

    L’acronimo RAI significa “Radio Audizioni Italiane” e fu il nome assunto nel 1944 dall’EIAR, l’ente Italiano per le audizioni radiofoniche istituito nel 1928.

    Distinti saluti
    Massimo Del Vecchio

  • L’Adunata annuale degli Alpini – di cui ci ha parlato il nostro Luigi – ha riscosso un notevole e meritatissimo successo, anche grazie alla calorosa accoglienza dei pordenonesi, che non si sono lasciati scoraggiare neanche dalla pioggia battente. Grandi.

    Anche la radio ha dato, giustamente, vasta eco a questa importante manifestazione.
    La radio: “Il 6 ottobre 1924 nasce in Italia la prima trasmissione radiofonica. La voce è quella di Maria Luisa Boncompagni.” (dal portale rai.it)

    La radio. Be’, da bambina ero convinta che si chiamasse “aradio”: in un compito in classe scrissi “l’aradio”, già. La maestra sottolineò l’errore e me lo spiegò, con la dolcezza che la distingueva.
    Frequentavo la seconda elementare. Ieri. Sembra ieri.

    A tutti voi, cari amici, buona giornata.
    Ines

  • Cari amici,
    ecco qui, dunque, alcune notizie tratte dall’archivio storico del Corriere della Sera – 2 giugno 1946.

    “È il giorno del referendum istituzionale. Gli italiani sono chiamati a scegliere tra monarchia e repubblica. E insieme ad eleggere i componenti dell’Assemblea costituente che dovrà scrivere la nuova Costituzione. Si vota oggi, fino alle 22, e domani mattina fino a mezzogiorno. È la prima, grande consultazione nazionale dell’Italia libera. [...]
    Per la prima volta in Italia votano in una consultazione elettorale nazionale anche le donne. È già successo in primavera, tra il 10 marzo e il 7 aprile, ma si trattava di elezioni locali [...].
    «Tutti alle urne! E tutti alle urne con serietà, con compostezza, con calma e con un gioioso senso d’orgoglio. Sì, siamo orgogliosi di aver finalmente ritrovato noi stessi; orgogliosi di essere ancora dei cittadini (…)». È l’inizio dell’editoriale non firmato pubblicato dal Nuovo Corriere della Sera in prima pagina. [...]
    Al seggio meglio andare senza rossetto alle labbra. Siccome la scheda deve essere incollata e non deve avere alcun segno di riconoscimento, le donne nell’umettare con le labbra il lembo da incollare potrebbero, senza volerlo, lasciarvi un po’ di rossetto e in questo caso rendere nullo il loro voto. Dunque, il rossetto lo si porti con sé, per ravvivare le labbra fuori dal seggio. Perché, come ha scritto Dorothy Thomson, «non è azzardato affermare che saranno le donne a far pencolare la bilancia in favore della monarchia o della repubblica». [...]
    Nella capitale bar e caffè sono potuti rimanere chiusi fino a mezzogiorno per dare la possibilità a proprietari e personale di andare a votare. Fino alla mezzanotte di martedì è vietata la vendita di bevande alcoliche e superalcoliche…”

    E ora un passo indietro: Q come Quotidiano.
    Il primo quotidiano è nato a Lipsia il primo luglio 1650: era pubblicato da Timotheus Ritzsch e si chiamava Leipziger Zeitung.
    Sembra che il quotidiano più antico d’Italia sia la Gazzetta di Mantova, il cui primo numero – un “aviso” – risale al 1664, ma la Gazzetta di Parma, uscita per la prima volta nel Settecento, assunse con il tempo maggiore continuità e divenne un quotidiano nel 1850.

    A tutti voi, amici, buona giornata.
    Ines

  • “I poeti lavorano di notte
    quando il tempo non urge su di loro,
    quando tace il rumore della folla
    e termina il linciaggio delle ore.”

    Il tema gentilmente proposto dalla nostra Angela – che ringrazio – mi ha fatto tornare in mente la prima strofa di una poesia di Alda Merini, dal titolo “I poeti lavorano di notte”.
    “… il linciaggio delle ore”: è, a mio avviso, un’espressione molto efficace.
    Non siamo sottoposti, amici, anche al linciaggio dei rumori e – come osserva giustamente il nostro Luigi – al linciaggio di tanti discorsi, siano essi ascoltati o letti?
    La parola scritta, in teoria, non emette suoni. Eppure diventa melodia se riesce a suscitare in noi emozioni, se ci invita a riflettere, a ragionare, a sciogliere un dubbio o – perché no? – a dubitare. E diventa rumore quando di essa nulla ci rimane, se non l’amara constatazione della sua reboante vacuità.

    Caro Roberto,
    viva l’Italia, certo.
    Viva la fierezza di essere italiani, viva chi crede – ancora e nonostante tutto – ai grandi valori citati da Luigi: melodia, appunto.
    Ho trovato un articolo molto interessante nell’archivio storico del Corriere.it: data 2 giugno 1946. Ne riporterò alcuni passi.

    Giornali, quotidiani… ah, avevo preparato un breve intervento sui quotidiani.
    Be’, alla prossima, amici.

    Grazie per i vostri contributi.
    A tutti un cordiale ciao ciao
    Ines

  • Oltre ai Rumori così ben riportati da Angela, ce ne sono altri, altrettanto “nocivi” per la salute del corpo e dello spirito. Sono quelli, assordanti, delle “parole” che ogni giorno sentiamo in televisione, da conduttori, politici e giornalisti, con tutti i “famosi” di turno; e leggiamo su molti (magari non tutti) giornali.
    Per fortuna, ci sono alcune occasioni (anche se poche, purtroppo) nelle quali, in contrapposizione a questi Rumori, si alzano verso il cielo benefici Suoni.
    E sono quelli nati, ieri, durante la celebrazione della Repubblica, descritta da Roberto.
    Un anticipo di questo “concerto” l’ho avuto alcuni giorni fa, quando qui a Pordenone si sono ritrovati oltre 400.000 Alpini, per la loro annuale adunata.
    Tre giorni di canti, di trombe e tamburi . Suoni che non sono “solo” musica, ma un segnale, alto, di gente, di un popolo che Ancora crede che ci sia un Valore, altrettanto alto, in Parole come Terra, Paese, Memoria, Appartenenza, Lavoro, Sacrificio, Aiuto, Dignità.

    Mandi fantàas.
    L.G.

  • R di Repubblica, la Repubblica italiana che oggi ha festeggiato il suo 68° compleanno: era il 2 giugno 1946 quando gli italiani furono chiamati alle urne per esprimere la loro preferenza tra la monarchia e la Repubblica. Per la prima volta votarono anche le donne.
    R di Roma, che oggi ha ospitato le celebrazioni in onore della nostra Repubblica: la deposizione della corona d’alloro al Monumento al Milite Ignoto, la sfilata militare lungo i Fori Imperiali, le Frecce Tricolori che hanno attraversato il cielo di Roma.
    Viva l’Italia.

    Cari saluti a tutti
    Roberto

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