S come Scrivere

giu 17, 2014   //   by Ines Desideri   //   Blog, Parole nel tempo  //  35 Comments

Condivido l’idea di Marias sul perché si leggono i romanzi: aiutano a staccare la spina, ad allentare le tensioni quotidiane e a distrarci per qualche ora dalle preoccupazioni e dagli impegni. Non vedo una contraddizione nell’essere sempre meno ingenui e contemporaneamente lasciarsi “prendere” da una storia immaginaria: quello che conta è rendersene conto e saper discernere tra l’immaginario e il reale.

Sarebbe interessante, secondo me, cercare di capire perché i romanzieri continuano a scrivere romanzi e “a prenderli sul serio, in un mondo sempre meno ingenuo”.
Lo fanno soprattutto per soddisfare le richieste dei lettori e quindi in un’ottica puramente commerciale, oppure anche loro hanno bisogno “dell’immaginario oltre che dell’accaduto e del reale”?

Cordiali saluti
Angela

35 Commenti

  • Cara Angela,
    l’iniziativa di cui ci ha parlato è encomiabile, purché non sfoci nella “carità pelosa”, che – a mio modesto avviso – è tutt’altro che benevola.
    Sicuramente nessun rapporto di amicizia e di affetto può somigliare a un altro e tanto meno può sostituirlo, per via dell’unicità che ogni essere umano porta in sé e che, di conseguenza, lascia un’impronta unica e irripetibile in ogni rapporto.
    Ritengo, infine, che – se escludiamo situazioni e circostanze particolari – i silenzi delle persone anziane non parlino soprattutto della loro solitudine. O almeno non della solitudine come viene comunemente interpretata, ossia della mancanza di compagnia.
    Mi sembra di cogliervi piuttosto il desiderio di stare con sé stessi, con i propri ricordi e il proprio passato, con quel tempo che non è più e che mai tornerà, un tempo che per quasi tutte le persone che ancora ci sono e che amano non è mai stato, se non attraverso i loro racconti.
    Nei loro silenzi mi sembra di leggere, a volte, anche un certo disincanto e, nello stesso tempo, lo stupore che li coglie quando si guardano intorno e “… Anni fa, me lo ricordo, non era così [...] ed è come se si fossero svegliati all’improvviso senza sapere come sono arrivati lì dove sono. Be’, in un certo senso non lo sanno davvero.” (“Non è un Paese per vecchi”, Cormac McCarthy).

    Cara Fernanda,
    sono d’accordo con te: la solitudine può essere una condizione e allora si è soli, ma può essere anche una sensazione e allora – per diverse ragioni – ci si sente soli.
    Può capitare – e capita – che ci si senta soli anche quando si sta in compagnia: questo vale per qualsiasi età, non soltanto per le persone anziane.

    Caro Luigi,
    congratulazioni al tuo papà, innanzitutto: è così impegnato che se si volesse incontrarlo – che so – per ammirare i suoi quadri o per una partita a briscola bisognerebbe… fissare un appuntamento. :-)
    Se può essere vero che vivere in una grande città e in un appartamento non favorisce i rapporti sociali, è anche vero – a mio avviso – che molto dipende dal carattere delle persone e, in particolare, dalla loro determinazione a “non piangersi addosso” continuamente.

    Grazie per i vostri interventi, cari amici.

    Vediamo vediamo: T come Timidezza, come Tu, come Tempo, come Tentazione

    A tutti voi buona giornata
    Ines

  • Condivido l’opinione di Fernanda, anche se questa è una situazione (condizione) che è più facile trovare nei paesi; lì ogni pur modesta casetta ha un piccolo orto o giardino, e questo, oltre all’impegno della cura, offre la possibilità di relazione con coloro che, come Fernanda, passano “di là” .
    Mio padre ha quasi 88 anni, vive da solo in una casa con un po’ di orto, un po’ di prato e un vignetta sul retro.
    Poi, ancora dipinge (cosa che fa da quand’era bambino), e ogni santo giorno dalle 4 alle 7, ha la briscola con gli amici in osteria. Si prepara pranzo e cena, fa la lavatrice e stira. Quando, 5 anni fa, è mancata mia madre, mia sorella (che abita abbastanza vicino) si era offerta di stirargli (almeno) le camicie. Lui le ha risposto: “Hai imparato a stirare tu, vuoi che non impari io?”
    Non credo si senta solo. E come lui molti altri suoi coetanei del paese. In città non credo sia così “facile” . Vivere dentro quattro mura di un appartamento, magari al 5° – 6° piano è condizione “logistica” che già rende più difficile la possibilità di avere relazioni e interessi “pratici” come l’orto o il giardino. Poi tutto comunque dipende dalle condizioni fisico – psicologiche di ogni persona . Anche in città ci sono anziani, che pur vivendo nell’appartamento che ho descritto, hanno interessi, curiosità culturali e relazioni che li fanno vivere normalmente, e non li fanno sentire soli.

    Mandi mandi
    L.G.

  • Solitudine degli anziani.
    Ci sono anziani soli ed anziani che si sentono soli; voglio dire che ci sono anziani che pur vivendo soli, sentono la solitudine in misura diversa.
    Conosco una donna anziana che vive da sola, sta sempre in movimento, ha una casetta con un pezzetto di terra con fiori ed alberi da frutta, la vedo tutte le mattine indaffarata a togliere le erbacce oppure a tagliare qualche rametto secco, ha sempre qualcosa da fare. Passando mi fermo a salutarla e scambiare qualche parola. C’è poi un altro anziano, vedovo, che nel suo giardino coltiva delle rose molto belle ed ha sempre il suo dafare nel tagliare le siepi o potare le piantine; quando passo con il cane mi saluta ed io mi fermo a fare quattro chiacchiere, lui mi racconta di quando era in Germania a lavorare oppure della moglie.
    Nei volti di questi due anziani non vedo lo sguardo triste, naturalmente è un’opinione molto personale.
    Saluti, Fernanda

  • Secondo me, i silenzi degli anziani “parlano” prima di tutto della loro solitudine.
    Poco fa un servizio del TG2 ha affrontato lo spinoso argomento della solitudine degli anziane e dell’iniziativa di “Televita”, un ente gestito da un gruppo di volontari che dedica una parte del suo tempo libero tenendo compagnia ai vecchi che vivono soli.
    Hanno intervistato una donna di 84 anni, vedova e con 3 figli sposati, che hanno le loro famiglie, gli impegni che tutti conosciamo e perciò pochissimo tempo da dedicarle.
    Questa donna riceve spesso la visita di un volontario, il quale trascorre qualche ora con lei.
    E’ senza dubbio un’iniziativa ammirevole ed è già un grande passo avanti che questo problema sia affrontato e che vengano istituite organizzazioni che si preoccupano di renderlo meno drammatico.
    Il mio dubbio, però, è questo: anche se con il passare del tempo subentra un rapporto di amicizia e di affetto nei confronti del volontario, non penso che questo rapporto possa somigliare minimamente o sostituire quello che si ha con i familiari stretti, come sono i figli e i nipoti.
    E’ meglio di niente, ma (con tutto il mio rispetto per l’iniziativa) mi fa pensare all’effetto placebo di alcuni farmaci.

    Cordiali saluti
    Angela

  • Cari amici,
    S come silenzio: ne abbiamo parlato – circa un anno fa – sottolineandone il valore; un valore da riconquistare, soprattutto oggi che viviamo immersi nei rumori, come ha ben osservato recentemente la nostra Angela.

    Eppure sono convinta che, nei rapporti interpersonali, il silenzio richieda più sintonia di quanta ne richiedano le parole: è necessaria un’ottima intesa, tra due persone, per saper leggere, interpretare, comprendere e rispettare il desiderio di silenzio dell’altro. Perché quel desiderio non sia frainteso.

    Penso, poi, che certi silenzi feriscano più delle parole. Ma so che, a questo proposito, molte persone hanno un’opinione diversa e li considerano una forma di rispetto: meglio tacere – pensano – che urtare la sensibilità altrui.
    Ecco: tornando alla suscettibilità, confesso che mi è capitato di sentirmi offesa da certi silenzi molto più spesso di quanto sia successo con le parole, per quanto aspre potessero essere.

    Ci sono, poi, altri silenzi: quelli di chi vede e finge di non vedere, di chi sa e finge di non sapere; quelli tra moglie e marito, tra genitori e figli,…
    E i silenzi delle persone anziane, cosa dicono?

    A tutti voi, cari amici, buona giornata.
    Ines

  • Cara Angela,
    per quanto riguarda la suscettibilità, ci tengo a sottolineare che ho espresso la mia opinione, non condivisa da molti, per quanto ne so.

    Tempo di saldi, già.
    Per curiosità ho cercato questo vocabolo sul Devoto-Oli. Vi sono due voci: l’aggettivo che sta per “fermo, stabile, sicuro,…” e il sostantivo, definito come “1. Estinzione di un rapporto di credito [...]; 2. Nel linguaggio contabile, la differenza tra la totalità delle partite registrate in dare e la totalità delle partite registrate in avere [...]; 3. Liquidazione a prezzo più basso di un quantitativo di merce residua, onde esaurirla… [Der. di saldare; nel sign. 3 sul modello del fr. solde].”
    Condivido le sue osservazioni, cara Angela, e la ringrazio.

    La commessa sussurra agli avventori che sono iniziati i “presaldi”, come se l’iniziativa fosse un segreto da tenere per sé, ben custodito. Buffo, vero?
    S come segreto, ma anche: come speranza, come sogno, come silenzio.
    La solitudine l’abbiamo trattata ampiamente, ma nessuno ci proibisce di aggiungere altre riflessioni.
    Aspetto i vostri interventi, cari amici. E una proposta per la T, se volete.

    A tutti buona giornata.
    Ines

  • “SALDI!”
    Adesso questa scritta, a caratteri cubitali, riempie tutte le vetrine, ma non vedo la corsa agli acquisti e le code che si formavano davanti ai negozi più prestigiosi fino a qualche anno fa.
    Senza dubbio è colpa della crisi, che ha ridimensionato il “budget” familiare e perciò spinto molte persone a evitare acquisti non indispensabili, ma secondo me c’è anche lo zampino dei commercianti.
    Fino a qualche anno fa se si chiedeva, al momento di pagare, uno sconto su un articolo l’addetto alla cassa (che è quasi sempre il titolare) guardava il cliente come se avesse fatto una richiesta improponibile, assurda.
    Ora proliferano le “vendite promozionali” e, prima dei “saldi di fine stagione”, iniziano i “pre-saldi”, che vengono annunciati dalla commessa con un bisbiglio, per invogliare i clienti agli acquisti.
    Forse anche questa crisi sta insegnando qualcosa a tutti: a dare al denaro il giusto valore e a non sperperarlo.

    Ringrazio Ines e Luigi Girardi per l’attenzione e le risposte ai miei commenti. So che dovrei ringraziare più spesso e mi scuso per questa dimenticanza.
    Se ho capito bene, la suscettibilità (moderata, cioè gestita con senso della misura) è l’altra faccia della sensibilità. Purtroppo, però, è vero (parlo sulla base delle mie esperienze) che è sempre giudicata come un difetto e che viene fatto notare proprio dalle persone che approvano la nostra sensibilità.

    Cordiali saluti
    Angela

  • “Breve composizione vocale e strumentale, destinata all’esecuzione serale o notturna all’aria aperta, intesa per lo più come omaggio alla persona amata…” (Enciclopedia Treccani).
    Troviamo serenate nelle opere di grandi musicisti, quali Mozart, Rossini, Brahms, Čajkovskij. In particolare, molto celebre è la “Eine kleine Nachtmusik” di Mozart.

    Nel periodo in cui mia nonna era una “ragazza in età da marito” – tra i sedici e i diciotto anni circa – la serenata era considerata una dichiarazione d’amore e, nello stesso tempo, una richiesta di fidanzamento. Lo spasimante, accompagnato da alcuni amici e dal suono di musiche spesso improvvisate, si metteva sotto la finestra dell’amata e intonava – o cercava di intonare – canzoni d’amore.

    A volte la serenata veniva fatta anche qualche sera prima dello sposalizio. Oggi si celebra, invece, “l’addio al celibato” o “l’addio al nubilato”.
    “Addio”: vocabolo quanto mai improprio, direi. Poiché i divorzi sono all’ordine del giorno propenderei per la definizione “Arrivederci al celibato/nubilato”, ma questa è un’altra storia, amici: torniamo a mia nonna.

    Nata nel 1903, sposò mio nonno nel 1921.
    Nessuna automobile l’aspettava davanti casa. Con il suo abitino nuovo, e seguita dai familiari, raggiunse a piedi la chiesa, come facevano tutte le ragazze, a quei tempi. Se venivano dalla campagna, qualunque fosse la stagione, calzavano scarpe usate, per evitare che la polvere o il fango delle vie non asfaltate sporcassero le scarpe nuove, che prendevano il posto delle vecchie all’ingresso del paese.
    Nessun ristorante, dopo la cerimonia in chiesa: il pranzo nuziale veniva preparato in casa da parenti e conoscenti della sposa e dello sposo. E non poteva mancare la stracciatella.
    Battesimi, Prime Comunioni e Cresime, Matrimoni: la stracciatella era la regina della tavola imbandita a festa.

    A tutti voi, cari amici, buona giornata.
    Ines

  • Caro Roberto,
    naturalmente scherzavo: non intendo convincerti, ma esprimere la mia opinione.

    Ritengo che definire la sensibilità un pregio e la suscettibilità un difetto sia una semplificazione, spesso utile e persino indispensabile, di due caratteristiche complesse che, per giunta, si richiamano a vicenda e convivono nella stessa persona.

    Lascerei da parte coloro che riservano una spiccata sensibilità prevalentemente o esclusivamente a sé stessi: in questi casi la sensibilità smette di essere un pregio, la suscettibilità assume la netta connotazione di un difetto e parleremmo di persone che si aspettano o pretendono dagli altri ciò che esse per prime dovrebbero offrire, ma non sono disposte ad offrire. Parleremmo di una ‘sensibilità a senso unico’.

    Penso sia naturale, invece, che una persona che manifesta sensibilità verso gli altri si aspetti di essere corrisposta: non si tratta – sia ben chiaro – dello squallido “dare e avere” di un bilancio contabile, ma del bisogno di reciprocità sul quale si fondano i rapporti umani e dal quale scaturisce quel senso di armonia e di equilibrio che gratifica e fa stare bene.

    In una persona sensibile la suscettibilità è la risposta alla mancanza di reciprocità, è l’altro aspetto della sensibilità stessa.
    Se vogliamo considerare quest’ultima un pregio non vedo perché dovremmo considerare la suscettibilità unicamente un difetto: perché usare due pesi e due misure?

    A te e a tutti voi, cari amici, buona giornata.
    Ines

  • “Dovete dunque sapere, incominciò don Cirillo, che ci fu una volta un vecchio avaro, il quale quando del danaro prestato prendeva l’usura del cinquanta per cento gli sembrava regalarlo.
    Ora costui non volendo per la sua tristizia fare la spesa di un forziere di ferro, comprò una cassa da morto; la cerchiò da sé, come seppe meglio, di bandelle di ferro, e vi adattò una vecchia serratura; poi la nascose sotto il letto, e di mano in mano andava a depositarvi la male acquistata moneta.
    Quantunque poco temesse di ladri, per essere casa sua guardata diligentemente, pure onde allontanare ogni sospetto quando mai pervenissero nella stanza, scrisse sopra la cassa «Hic est Christus Dominus meus»: quasi volesse dare ad intendere che quella fosse una reliquia, e così rinforzare la debolezza della serratura con la reverenza della religione.
    La Provvidenza, certamente per punirlo della sua cattiveria, gli dava un figliuolo sprecone quanto egli era avaro, e bevone da vincere il palio con le spugne; giuocatore poi – da mettere su lanzichenetto in mezzo alla brace accesa; né qui si fermava; che possedeva certe altre taccherelle, le quali, voi capite Verdiana mia, che le si vogliono tacere honestatis causa, et caetera.
    Se il vecchio spigolistro tenesse il figliuolo allo stecchetto non importa dire, e se questi lo avesse in fastidio importa dire anche meno.
    Il figlio spiando il padre, un giorno lo vide entrare in camera, chiudersi dentro, e, messo l’occhio al foro della serratura, vide ancora com’egli aprisse la cassa, e vi riponesse dentro buona quantità di danari.
    Al giuocatore venivano a un punto i sudori caldi e freddi addosso: appena il vecchio uscì di casa, ecco quel tristo con suoi ferri e grimaldelli arrovellarsi intorno ai serrami; aperti che gli ebbe si empiva le tasche, e prestamente si allontanava, non senza però avere scritto prima sotto la cassa questa altra iscrizione «Resurrexit, et non est hic».
    E così il malvagio vecchio imparò a sue spese a profanare i testi del santo Evangelo.”

    Brano tratto da “Beatrice Cenci. Storia del secolo XVI” (1853) di F. D. Guerrazzi (1804-1873).

    Ciao ciao, amici.
    Ines

  • Caro Luigi,
    beato te che non avevi dubbi: io ne avevo molti.
    Pronta per un “Master”? Benissimo, così mi… “masterizzo” un po’.
    Che battutaccia, dai.
    La parte di “Serenade” che ci hai offerto è dolcissima, infatti. Grazie.
    Serenata, Sposalizio: mi piacerebbe parlarne un po’, prima di lasciare la S.

    Caro Fausto,
    ah, chi di noi non si è trovato – almeno una volta nella vita – a dover sopportare, suo malgrado, uno spigolistro o una spigolistra?
    Be’, sopportare fino a un certo punto, almeno per quanto riguarda me: a tutto c’è un limite, no?
    C’è un aneddoto interessante, ma soprattutto spassoso – che riporterò integralmente nel prossimo intervento – a proposito di un padre mooolto spigolistro.

    Al ringraziamento per i vostri graditi contributi, amici, unisco il ringraziamento a Fernanda e a Roberto per gli auguri, anch’essi graditi.

    Caro Roberto,
    cercherò di convincerti, puoi contarci. :-)

    A tutti voi un cordiale ciao ciao.
    Ines

  • Cara Ines,
    prima di tutto auguri di Buon Compleanno, anche se sono in “zona Cesarini”.
    Sottoscrivo il tuo commento sulla Sensibilità e la Suscettibilità, ma c’è un punto che mi lascia dubbioso.
    Dici di dubitare che la Suscettibilità sia soltanto un difetto. Il “problema” mi tocca da vicino (anch’io sono un bel po’ suscettibile) e ti sarò grato se riuscirai a convincermi che questo mio “difettuccio” ha anche qualcosa di positivo.

    Cari saluti a tutti
    Roberto

  • S come… Sinceri auguri di BUON COMPLEANNO :-) , un abbraccio, Fernanda.

  • S come spigolistro (essere uno spigolistro).

    Chi è uno spigolistro? Una persona falsa, ipocrita, come spiega, magistralmente, Ottorino Pianigiani:

    “Spilolístro-a Alcuno dal tema di SPECULÀRI contemplare, ma invece è detto dagli SPÍGOLI degli altari, presso cui pongono lor dimora i bacchettoni, o dove si vedono troppo spesso ad applicare moccoli (v. Spigolo). La terminazione – ÍSTRO = – ÀSTRO è dispregiativa.
    Bacchettone, Falso devoto; e dicesi fig. anche di Persona macilenta e sparuta, perocché cotali persone, che studiansi più di parere che d’esser buone, vanno disprezzate della persona e cercano d’apparir magre e pallide in faccia, onde la gente creda ch’elle digiunino.”

    Fausto Raso

  • Promossissssima. Non avevo dubbi. Pronta per un “Master”.
    Si, erano… ragazze. La canzone popolare friulana è quasi tutta dei “maschietti”.
    Uomini rudi e duri, ma capaci di cantare anche cose così:
    Da “Serenade” (sempre con la S)

    “Tu as doi voi ca son dos stèlis
    la bocjute cal jè un bonbon.
    E quant che sol tu mi fevèlis
    iò j starès in zenoglòn.

    Armoniose a è la vosùte
    come il cjànt dal rusignùl.
    Jèstu un agnùl o pur ne frùte?
    Che ko tant chiòj il mio cur.”

    Se “voi ” sono gli occhi, “fevelà” è parlare, “jèstu” è “sei” (interrogativo), “frùte” significa bambina e “chiòj” prendi, credo non serva la traduzione.

    Mandi mandi
    L.G.

  • Oggi sono tesa come una corda di violino, ragazzi: devo sostenere la prova scritta di… Friulano. Devo tradurre la Stàiara!
    Vediamo, caro Prof. Girardi… :D

    “Baciare ragazzi belli*
    non è per niente un peccato.
    Se ne baci uno brutto
    all’inferno sei destinato”

    * Qualora “fantàtis bièlis” significasse “ragazze belle” mi avvalgo del diritto di personalizzare la traduzione, poiché sono una donna.

    “Oh ce bièl ciscjèl a Udin”: quanto mi piace l’esclamazione “Oh”, che è uguale in tutti i dialetti d’Italia.
    Azzardo: “Oh che bel castello a Udine”.

    Promossa o rimandata, Professore?
    Come?! Bocciata?!
    Sic.

    A tutti voi, cari amici, buona giornata.
    Ines

  • Cara Angela,
    dubito che si possa generalizzare o che si possa considerare la sensibilità unicamente un pregio e la suscettibilità unicamente un difetto.
    Ho l’impressione che, molte volte, la prima sia vista come un pregio da coloro che ne traggono beneficio e finché quel beneficio dura; diventa poi – per le stesse persone! – suscettibilità quando l’essere che porta in sé cotanta “squisita delicatezza” (Devoto-Oli) si aspetta da loro un comportamento simile. Non identico, per carità: simile.
    Secondo il Devoto-Oli la persona suscettibile “dimostra un’eccessiva e ombrosa sensibilità verso tutto ciò che sembri rappresentare un giudizio più o meno critico nei propri confronti”: la suscettibilità ‘contiene’, dunque, la sensibilità.
    A mio avviso la principale differenza tra le due caratteristiche è nella ‘destinazione’: la persona sensibile rivolge questa attitudine agli altri, senza escludere – perché dovrebbe? – sé stessa; la persona suscettibile dimostra una spiccata sensibilità soprattutto verso sé stessa, verso i propri sentimenti.
    Il mio “giudizio più o meno critico” nei confronti del nostro Luigi: ha peccato di eccessiva modestia. ;-)

    Caro Fausto,
    ma che bella espressione ci lasciò Napoleone!
    La rima è voluta: la prego di sopportare pazientemente.
    Anch’io, come Luigi, trovo molto suggestiva – e romantica, dai – quella consuetudine: l’albero in fiore, l’albero della libertà, l’albero come simbolo di vita. Quanti significati, vero?
    Dal matrimonio allo sposalizio.
    Mi viene in mente solo ora che forse, in alcune circostanze, usiamo il vocabolo “matrimonio” in modo improprio.
    “Sono andato a un matrimonio/ Sono stato invitato a un matrimonio”: intendiamo la cerimonia (e la giornata) delle nozze.
    In questo caso mia nonna usava il termine sposalizio. E forse non sbagliava.

    Grazie per i vostri interventi, cari amici.
    A tutti voi un cordiale ciao ciao
    Ines

  • “Sposare sotto un albero fiorito” è Bellissima.
    Tutti i matrimoni dovrebbero nascere “sotto un albero fiorito”.

    Sensibilità – Suscettibilità. Anche se penso sia sempre difficile (molto difficile) dare giudizi su sé stessi, ho la “sensazione” di essere un chiaro esempio della “domanda” formulata da Angela.
    Credo infatti di essere sia (almeno un po’) sensibile che (senz’altro molto) suscettibile.

    Stornelli. Qui in Friuli, abbiamo le “Stàiere”. Originariamente un ballo che proveniva dalla vicina Stiria; poi su quella musica i friulani hanno messo parole loro.
    La Stàiara più famosa è “Oh ce bièl ciscjèl a Udin”.
    Attraverso molte strofe, vengono descritti la terra, il lavoro e il carattere (vizi e virtù) dei friulani.
    Una di questa dice:
    ” A busà fantàtis bièlis
    no l’è un frègul di peciàt.
    A busàni une di brute
    a l’ infièr sos desinàt. ”

    Mandi mandi
    L.G.

  • S come “Sposare sotto l’albero fiorito”

    La locuzione sembra sia nata a Roma, ai tempi della Repubblica Romana del 1798.
    Narrano le cronache del tempo che allora i matrimoni si celebravano sotto l’’albero della libertà innalzato sulla piazza del Campidoglio dove i promessi sposi, perché la loro unione fosse ‘legalmente’ valida, dovevano pronunziare alla presenza di un ufficiale dello stato civile la semplice formula: “Questo è mio marito”, “Questa è mia moglie”.
    Da questa usanza è nato, appunto, il modo di dire suddetto, sposare sotto l’’albero fiorito, vale a dire convivere senza regolare matrimonio.

    Fausto Raso

  • Sensibilità e Suscettibilità.
    Può essere interessante (e utile per me) analizzare cosa hanno in comune queste due qualità e cosa le differenzia.
    Le persone sensibili sono spesso anche suscettibili oppure dovremmo pensare che in generale la sensibilità è una dote e la suscettibilità un difetto e che perciò non possono coesistere nella stessa persona?
    Cordiali saluti
    Angela

  • “Quanno ar mattino Roma s’è svejata
    pare n’ pavone quanno fa la ròta
    sembra ‘na pennellata
    fatta d’arcobaleno
    puro si piove…pare ch’è sereno.
    Gira, gira e fai la ròta
    nun te deve mai stancà,
    gira, gira e fai la ròta
    e nun falla mai fermà…”

    Ehm… stavo cantando “Stornelli romani”, cari amici. :D

    Lo stornello è un canto popolare tipico dell’Italia centrale, composto di tre versi, dei quali il primo può essere un quinario – con l’invocazione, spesso rivolta a un fiore – o un endecasillabo, mentre gli altri due sono endecasillabi.
    Quasi sempre era improvvisato, poiché la sua funzione originaria era quella di “canto a botta e risposta”, usato soprattutto durante i lavori agricoli e le veglie.
    Sembra che il nome stornello derivi dal provenzale “estorn” (tenzone poetica).
    Le prime testimonianze di stornelli risalgono al Seicento e si possono attribuire a N. Tommaseo.
    Con il tempo la tradizione dello stornello rimase intensa in tutta l’Italia centrale, specialmente a Roma e nel Lazio, mentre andò attenuandosi nel Nord e nelle regioni meridionali, dove predomina lo strambotto.

    “Poi quanno a sera Roma s’addormenta
    la ninna nanna er Tevere
    je canta
    la musica va lenta
    e un tocco de campane
    de tutte le Basiliche romane.
    Gira, gira e fai la ròta
    nun te devi mai stancà,
    gira, gira e fai la ròta
    e nun falla mai fermà…”

    A tutti voi, cari amici, buona stornellata.
    Ines

  • La simpatia, dicevamo.
    Penso sia bene affidarsi all’analisi etimologica, soprattutto per sfatare una convinzione piuttosto diffusa, secondo la quale simpatia ed empatia sono sinonimi.
    “[Dal latino sympathia, che è dal greco simphateia, composto di syn 'insieme' e pathos 'affezione, sentimento']. Per il Devoto-Oli simpatia è: “Inclinazione istintiva di gradimento verso qualcuno o qualcosa; Concordanza di sentimenti; Capacità innata di rendersi gradito agli altri”.

    Empatia è “[composto del greco en 'dentro' e -patheia '-patia']” e rappresenta “In psicologia, la capacità di porsi nella situazione di un’altra persona, con nessuna o scarsa partecipazione emotiva; diverso quindi da simpatia, che implica sempre nel soggetto questa partecipazione…”.

    È, dunque, evidente – più che nei vocaboli saggezza e sapienza, a mio avviso – che simpatia ed empatia hanno significati differenti.
    Riuscire infatti, a provare intimamente i sentimenti di qualcuno (empatia) non sempre corrisponde al desiderio di condividere quei sentimenti (simpatia).

    A tutti voi, cari amici, buona giornata.
    Ines

  • Cara Fernanda,
    concordo pienamente, ma dubito che la minore propensione a manifestazioni di cordialità – quali sono il sorriso e il saluto – si possa attribuire ai problemi che ognuno ha e al fatto che oggi c’è poco da ridere.
    La nostra società ha conosciuto periodi molto più difficili di quello attuale, a mio avviso: basta pensare agli anni del secondo conflitto mondiale e certamente tutti comprendiamo quale potesse essere lo stato d’animo del popolo, anche se non abbiamo vissuto quegli anni.
    A mio avviso le ragioni sono altre e forse altrettanto preoccupanti: dalla maleducazione all’egocentrismo, inteso come indifferenza per gli altri e massima attenzione per sé stessi, dall’insensibilità alla presunzione. Fino ad arrivare al timore: non possiamo ignorare che molti vedono gli altri come potenziali nemici o, quanto meno, come persone di cui “è meglio non fidarsi”.

    Caro Fausto,
    la sua spiegazione sull’origine dell’espressione “avere il sangue blu” è sicuramente più ‘rassicurante’ di quella che io conoscevo.
    Secondo alcuni studiosi il “sangue blu” era la conseguenza di una malattia, l’emofilia, che ostacola la coagulazione e causa ematomi e gonfiori bluastri. Sembrerebbe che gli aristocratici avessero una maggiore predisposizione all’emofilia per i frequenti matrimoni tra consanguinei.
    Se così fosse, be’, c’era poco da andar fieri del proprio “sangue blu”, ragazzi.

    Grazie per i vostri gentili contributi, cari amici.

    A tutti un cordiale ciao ciao.
    Ines

  • S come “sangue blu” (avere il sangue blu)

    Tutti conoscono il significato scoperto dell’’espressione; pochi, forse, conoscono quello coperto, vale a dire la sua origine.
    Questo modo di dire, dunque, è giunto a noi dalla Spagna del periodo medievale.
    I nobili spagnoli dell’’epoca, in particolare quelli della Catalogna, si vantavano di non essersi mai uniti in matrimonio con gli invasori Mori o con gli Ebrei, per questo motivo le loro vene esterne apparivano più blu di quelle della popolazione di sangue misto che aveva la carnagione più scura.
    Con il trascorrere del tempo l’’espressione è stata adoperata e si adopera tuttora per indicare l’’altezzosità sdegnosa di coloro che si comportano come certi antichi aristocratici.

    Fausto Raso

  • Quando sono in coda al supermercato o al semaforo, mi capita di incontrare lo sguardo di qualche bambino ed allora mi viene spontaneo un sorriso, qualcuno mi guarda stupito, qualche altro risponde al mio sorriso e mi saluta.
    Ho l’impressione che abbiamo perso l’abitudine a sorridere, è vero ognuno ha i suoi problemi e che c’è poco da ridere, ma ogni tanto un sorriso ed un saluto non può fare che bene, sia a chi lo fa che a chi lo riceve.
    Buona giornata a tutti
    Fernanda

  • Caro Luigi,
    ritengo che la sinonimia perfetta non esista, se non per pochissimi vocaboli: tra una parola e un’altra dal significato molto simile c’è sempre una sfumatura che le differenzia.
    Al posto di un determinato vocabolo possiamo usarne un altro, scelto tra i più affini, per evitare di ripetere lo stesso più volte, nello spazio di poche righe.
    Allora usiamo indifferentemente – ad esempio – saggezza e sapienza, consapevoli tuttavia che non sono sinonimi perfetti.

    Di sapientoni se ne incontrano a bizzeffe, lungo le strade della vita.
    Ah, quanto mi piacerebbe credere che si incontrano pochi sapienti e pochi saggi soltanto perché desiderano passare inosservati, giacché la “boriosa ostentazione, con un atteggiamento di cattedratica sufficienza” circola in basso, mentre la sapienza e la saggezza si elevano al di sopra delle umane mediocrità.

    Grazie per il tuo utile contributo, caro Luigi.

    S come Simpatia: che bella parola, ragazzi…

    A tutti voi, amici, buona giornata.
    Ines

  • Il Devoto-Oli definisce la sapienza come (sintetizzo) “ricchezza di conoscenza legata a un profondo “stato” di qualità spirituali e morali”. Se, allora, la sapienza non è Solo un alto livello di conoscenza (cultura), credo che possa essere, correttamente, considerata come elemento fondante della saggezza.
    Una persona dotata di “cultura enciclopedica” (con l’aggiunta anche di quella tecnico-informatica), ma priva di quelle, citate, qualità (doti) morali e spirituali, non può certo essere definita come saggia o come sapiente.
    Sempre il D.-O. definisce “sapientone” colui che della propria cultura (enciclopedica e tecnico-informatica) fa una “boriosa ostentazione, con un atteggiamento di cattedratica sufficienza”.

    A voi tutti,
    Mandi mandi
    L.G.

  • Caro Fausto,
    non conoscevo le locuzioni “fare una sabatina” e “far la cena di Salvino”: grazie!
    Mi domando, però: possibile che tra la “sabatina” – a base di trippa e di vino a fiumi, ho letto – e l’astinenza di Salvino non si trovasse una via di mezzo? :-)

    Nicola Basile cita la Fontana del Moro, alla quale il poeta G.G. Belli dedicò il sonetto “Er Moro de Piazza Navona” (1830).

    “Vedi là quela statua der Moro
    ch’arivorta la panza a Sant’Agnesa?
    Ebbé, una vorta una signora ingresa
    la voleva dar Papa a peso d’oro
    ma er Santo Padre e tutto er Conciastoro,
    sapenno che quer marmoro, de spesa,
    costava più zecchini che nun pesa,
    senza nemmanco valutà er lavoro,
    je fece arrepricà dar Senatore
    come e quarmente nun voleva venne
    una funtana de quer gran valore.
    E quell’ingresa che poteva spenne
    dicheno che ce morze de dolore:
    lusciattèi requia e scant’in pasce, ammenne.”

    L’ultimo verso è la versione romanesca della formula latina “Luceat ei et requiescant in pace, amen”.

    A lei e a tutti voi, cari amici, buona giornata.
    Ines

  • “S come sabatina”, piú specificamente “fare una sabatina”.

    Ecco una locuzione – non desueta, ma probabilmente poco conosciuta –che si adopera quando si vuole mettere in particolare evidenza la “gola” di una persona. In origine voleva dire, infatti, fare una cena molto succulenta dopo la mezzanotte del sabato (donde il nome ‘sabatina’). Nei tempi andati, per aggirare il precetto della vigilia si usava, appunto, fare la sabatina (cena) e questa usanza era particolarmente sentita da coloro che terminavano il lavoro nella tarda serata del sabato.

    Leggiamo da Nicola Basile. «Sotto il pontificato di Innocenzo X s’’incominciò ogni sabato d’’agosto a schiudere il chiavicone che allora era situato sotto la fontana del Moro (a piazza Navona, ndr), e la piazza nella sua parte concava era inondata in men di due ore. E lí gente che guazzava finché le campane annunziavano mezzanotte, che era l’’ora della cena detta sabatina».

    La grande piazza, ora, non viene piú allagata e l’’usanza della “sabatina” è tramontata, ma il modo di dire è rimasto (anche se poco conosciuto) e si dice di persone, appunto, che amano mangiare e bere smoderatamente.
    A questa locuzione si contrappone “far la cena di Salvino”, cioè orinare e andare a… letto. Non sono noti altri particolari di questo modo di dire; non si sa chi fosse tal Salvino e perché si attenesse scrupolosamente a un regime di cosí austera frugalità. L’’espressione, comunque, è di uso prettamente popolare.

    Fausto Raso

  • Cari amici,
    la saggezza e la sapienza hanno trovato ampio spazio in disquisizioni e scritti di grandi filosofi: cito, ad esempio, Aristotele e il suo “Ethica nicomachea”.

    Concordo con le osservazioni di Massimo e di Roberto, che ringrazio per i lori interventi.
    Vorrei aggiungere – sebbene possa rivelarsi superfluo – che il sapere è, a mio avviso, l’insieme delle conoscenze che l’uomo acquisisce nel corso della vita: un insieme in continuo sviluppo, che comprende sia ciò che abbiamo imparato e impareremo attraverso lo studio, sia ciò che abbiamo imparato e impareremo attraverso l’esperienza personale.
    Più semplicemente: considero restrittivo ed errato pensare che il sapere umano si limiti alle nozioni trasmesse dai libri che, per giunta, rimangono conoscenze sterili se non elaborate con giudizio critico.
    Ritengo che la sapienza sia un ‘profondo sapere‘ e che la saggezza sia la virtù che scaturisce dall’esperienza, dalla riflessione, dalla capacità di valutare le situazioni con giudizio etico.
    A mio avviso la saggezza ha in sé un ‘dono’ che manca alla sapienza: la trascendenza.

    A tutti voi, amici, un cordiale ciao ciao.
    Ines

  • Sottoscrivo l’ultimo commento di Massimo Del Vecchio.
    A parer mio la Sapienza e la Saggezza non procedono, nell’individuo come nella collettività, di pari passo e questo è dimostrato dal fatto che mentre il livello culturale (il sapere) è cresciuto notevolmente negli ultimi decenni non possiamo dire altrettanto della Saggezza.
    Non credo di essere l’unico a poter affermare che a volte si trova (o si trovava) più Saggezza in una persona semianalfabeta che in una persona che dispone di una cultura enciclopedica.
    Lo stesso discorso vale per la Serietà e la Seriosità: la prima è una costante che coinvolge ogni sfera e comportamento dell’individuo; la seconda è un atteggiamento che ha per lo più lo scopo di costruirsi un’immagine che non sempre corrisponde alla realtà.

    Cari saluti a tutti
    Roberto

  • “Saggezza, sapienza, serietà, seriosità”
    I sostantivi “saggezza” e “sapienza” hanno la stessa origine: dal latino “sapere” derivano “sapius” (saggio) e il participio presente “sapiens”, che non necessita di spiegazione.
    I due vocaboli sono riportati nei vocabolari come sinonimi, ma secondo la mia personale opinione non lo sono.
    Pur essendo tutti e due i sostantivi collegati ai saperi, a me sembra che i saperi (la sapienza) non garantiscano il raggiungimento della saggezza.
    Accenno all’accrescitivo “sapientone”, persona che non possiede conoscenze superiori rispetto al “sapiente”, come la desinenza potrebbe far pensare, ma le ostenta con evidente atteggiamento di superiorità.
    Anche i sostantivi “serietà” e “seriosità” hanno la stessa origine: dal latino “serius”, ma “seriosità” viene utilizzato soprattutto per indicare un eccesso o un’ostentazione di “serietà“.
    Anche per questi due vocaboli si può dire che non sono sinonimi. Una persona “seriosa” potrebbe non essere… “seria”.

    Distinti saluti
    Massimo Del Vecchio

  • Caro Luigi,
    com’è nel tuo stile, ci offri parole che diventano immagini, che a loro volta diventano – almeno per me – emozioni: grazie di cuore.
    Storia&storie, direi. Si legge una pagina dolorosa della nostra Storia nei tigli di Viale della Rimembranza, ma anche una pagina che fa onore a chi conserva la memoria del sacrificio di vite umane – vite umane: storie anch’esse – causato dalle guerre.
    Tratteggi poi un tenero ritratto di tua Nonna e del suo raccontarti storie, che immagino fossero tratte, in buona parte, dalle pagine mai scritte eppure vive nella memoria, pagine del libro immaginario della Storia della vostra ‘gente’.

    La tua simpatica conclusione, dedicata alla Nonna dispensatrice di storie rese più belle dalla sua fantasia, e il “tresette” mi ha fatto tornare in mente i miei genitori, che di tanto in tanto “si facevano una partita a carte”: scopa, briscola o tresette.
    Finivano per litigare – affettuosamente, è chiaro – perché mia madre, destinata quasi sempre alla sconfitta, una volta sosteneva che papà era troooppo fortunato e un’altra che aveva “fuffato”, mentre mio padre se la rideva sotto i baffi (veri) e rimproverava a mamma di non avere buona memoria, perché non ricordava le carte già giocate.
    Era uno spasso vederli. Nostalgia.

    A te e a tutti voi, cari amici, buona giornata.
    Ines

  • Rimembranza.
    C’è un viale di tigli (lungo 600-700 metri) che collega il mio paese con la vicina frazione di San Giovanni. Si chiama “Viale della Rimembranza”. Alla base di ogni albero, un blocchetto di pietra con una targhetta; sopra è inciso un nome.
    Sono i nomi di coloro (soldati e civili) che hanno perso la vita nelle due guerre. Ricordo, omaggio, riconoscenza. Piccolo segno di grande civiltà popolare. Ogni volta che percorro il viale, mi prende una “strana” emozione, nel vedere quegli alberi che continuano a crescere “su” quei Nomi.

    Scrivere.
    Non credo che mia nonna (classe 1901 – terza elementare) abbia mai letto un romanzo.
    Eppure mi ha sempre raccontato “storie”. Storie vere, inventate, un po’ vere e un po’ inventate.
    E quando io le chiedevo “ma è successo proprio così? “, mi rispondeva: ” A no è proprit dal dut cussì, ma cussì a è pi biela “.
    Credo che raccontare, scrivere o leggere “storie” (corte o lunghe: novelle o romanzi) sia un bisogno “primario” della nostra natura.
    E l’atteggiamento corretto, nell’ascoltarle o nel leggerle, è quello descritto da Angela.
    Quando è uscito “Il codice Da Vinci”, è stato fatto un “gran baccano” (critici, esperti d’arte, una buona parte del mondo ecclesiastico) sul fatto che il libro conteneva: falsi storici, falsi religiosi, falsi artistici, falsi di… ogni tipo. Eppure sulla copertina Non c’era scritto “Saggio”, c’era scritto ” Romanzo”. Era (ed è) SOLO un romanzo. Punto!
    Poi può piacere o non piacere. Nessuno è obbligato a comperarlo, o a continuare a leggerlo, dopo iniziato.
    E’ solo una “storia”, come quelle un po’ vere e un po’ inventate di mia nonna.

    Ah, nonna, so che stai giocando a “tresette” con uno di quei Santi a cui spesso ti affidavi; ma vedi di non “rubare”, perché Quello lì vede tutto e se ti “becca” ti manda per qualche decennio in purgatorio.
    Grazie di Tutto, Nonna.
    Mandi mandi
    L.G.

  • Cara Angela,
    bell’intervento e bella domanda, la sua: complimenti e grazie.

    Anch’io condivido la risposta di J. Marías, sebbene non apprezzi i romanzi che narrano storie ‘campate in aria’, ossia del tutto inverosimili: la mia idea di “immaginario narrativo” e, quindi, le mie preferenze letterarie non si discostano da ‘ciò che non è stato/accaduto ma potrebbe essere/accadere”.

    Esprimo la mia opinione sul suo quesito.
    Non escludo che alcuni autori cavalchino l’onda di un successo facilmente prevedibile e scrivano romanzi che mirano unicamente a soddisfare le aspettative dei lettori, allo scopo di vendere milioni di copie e scalare le classifiche dei “besteseller” e… da cosa nasce cosa, lo sappiamo bene, ma è una scelta personale, che possiamo non condividere ma dobbiamo rispettare.
    Sono invece convinta che anche uno scrittore abbia “bisogno dell’immaginario oltre che dell’accaduto e del reale”, dove per “immaginario” si intende l’idea personale e, dunque, i limiti posti da quell’idea per quello scrittore.

    In fondo, cara Angela, ciascuno di noi ‘è come è’ non soltanto per ciò che ha vissuto – come ho osservato ieri rispondendo a Fernanda – ma anche per ciò che avrebbe voluto e non è riuscito a vivere, per diverse ragioni.
    Parlo dei sogni, delle aspirazioni che abbiamo accarezzato e che non abbiamo realizzato.
    Ma parlo anche di ciò che non abbiamo vissuto e che non vorremmo mai vivere, perché si tratta di esperienze drammatiche che sconvolgono l’esistenza: la morte di un figlio, il suicidio di una persona cara, lo stupro, l’incesto,…
    Se uno scrittore tratta uno o più d’uno di questi temi in un suo romanzo, non significa che desidera vivere quelle esperienze, a meno che non sia uno psicolabile autolesionista: significa, a mio avviso, che vuole ‘denunciare’ qualcosa che accade e, per farlo da romanziere, non può che immaginare di viverlo, ‘calarsi’ nella situazione, lasciarsene coinvolgere e narrarla come se l’avesse vissuta personalmente.

    A lei e a tutti voi, cari amici, buona giornata.
    Ines

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