T come Timidezza

lug 15, 2014   //   by Ines Desideri   //   Blog, Parole nel tempo  //  18 Comments

Timidezza – Pablo Neruda

“Appena seppi, solamente, che esistevo
e che avrei potuto essere, continuare,
ebbi paura di ciò, della vita,
desiderai che non mi vedessero,
che non si conoscesse la mia esistenza.

Divenni magro, pallido, assente,
non volli parlare perché non potessero
riconoscere la mia voce, non volli vedere
perché non mi vedessero,
camminando, mi strinsi contro il muro
come un’ombra che scivoli via.

Mi sarei vestito
di tegole rosse, di fumo,
per restare lì, ma invisibile,
essere presente in tutto, ma lungi,
conservare la mia identità oscura,
legata al ritmo della primavera.”

Cari amici,
dalla poesia che ho riportato si evince che Pablo Neruda fu un ragazzo molto timido.
Anche Tolstoj, Kafka, Freud, Shakespeare, Schumann e Einstein furono ragazzi molto timidi.
Anche io, fino all’età adulta e oltre.
Ah, se avessi saputo che tanti personaggi illustri – personaggi che ammiravo – conoscevano e provavano la mia stessa timidezza… Ah, se lo avessi saputo allora, forse… Forse non sarebbe cambiato niente e, comunque, va bene così.

Segue una riflessione di Pablo Neruda sulla timidezza.

Buona giornata a tutti voi, amici.
Ines

18 Commenti

  • Gli argomenti sono molto interessanti e trattati con grande intelligenza.
    Saluti dal Salento e da Nicola

  • Talento: “valore che può nascere e crescere come un fiore di campo” ma che ha anche “bisogno di essere coltivato come una rosa di serra”.
    Dai, ragazzi: la frase del nostro Luigi mi è piaciuta trooooppo.

    Il vocabolo talento ha subìto un’evoluzione semantica molto interessante: da bilancia a peso; dal peso all’oggetto pesato, cioè la moneta; dal valore della moneta al valore delle doti naturali di una persona.

    Il termine talanta – plurale di talanton, che in origine era il piatto della bilancia – ricorre nella letteratura greca, in particolare nell’Iliade e nell’Odissea, con il significato di “piatti della bilancia” che, sollevati dalla mano di Zeus, rappresentano la volontà divina, ma soprattutto la caratteristica di “peso”.
    Inizialmente il talento equivaleva a una quantità di argento tra i 25 e i 34 chili. Divenne poi una preziosa moneta mediorientale, che assunse un valore diverso a seconda dei luoghi e dei tempi.

    Nell’epoca cristiana al talento fu attribuito un nuovo significato, grazie alla parabola dei talenti (Vangelo secondo Matteo), nella quale il termine diventa il dono di Dio che si moltiplicherà qualora si saprà farne buon uso, ma rimarrà infruttuoso in caso contrario.
    La parola talento acquista così il significato metaforico di “ingegno”, “capacità”: nel linguaggio comune associamo il talento di una persona alle sue doti innate.

    Cari amici,
    troverete il vostro grido di esultanza nella lettera U.
    A tutti voi un cordiale ciao ciao.
    Ines

  • Caro Luigi,
    anch’io considero l’appartenenza un valore fondamentale, da riscoprire, da difendere e da incoraggiare qualora la globalizzazione – termine di gran moda, oggi – ne avesse svilito l’importanza.
    Si può essere “cittadini del mondo” e, nello stesso tempo, sentire forte il richiamo delle proprie radici: il “villaggio globale” non esclude il “natio borgo selvaggio”, a mio avviso.

    Riprendo la tua bella similitudine per spiegare meglio l’incertezza che talvolta mi assale, a proposito del senso di appartenenza: è un fiore di campo, nato e cresciuto spontaneamente, se penso a Roma; è una rosa di serra, coltivata e curata con affetto, se penso alla campagna in cui sono nata.

    Il nostro amato Giacomo: a me fa molto piacere che anche il cinema si sia ricordato di lui. Finalmente.

    Grazie per il tuo gentile contributo, caro Luigi.

    A te e a tutti buona giornata.
    Ines

  • Da dove cominciamo? dai, da Quel Settembre.
    “……….
    Rinnovato hanno verga d’avellano
    e vanno per il tratturo antico al piano
    quasi un erbal fiume silente
    sulle vestigia degli antichi padri”.

    Ho sempre amato questi bellissimi versi. E anche se parlano dei pastori d’Abruzzo, li vedo “proiettati” qui, sui miei monti, i miei fiumi d’erba, il mio Adriatico. La mia Terra.

    La nostra Terra. Ognuno di noi ha il suo “Natio borgo selvaggio”, anche se è una periferia di città. Così come abbiamo il “Dolce paese onde portai conforme, l’abito fiero e lo sdegnoso canto.”
    L’appartenenza è un valore fondamentale (credo) del proprio esistere. Valore che può nascere e crescere come un fiore di campo, o ha bisogno di essere coltivato come una rosa di serra. La Poesia è una Signora Fiorista.

    A proposito. A Venezia hanno presentato “Il giovane favoloso”, un film sul nostro amato Giacomo. Ne ho letto e sentito bene. Un Bel film su Leopardi mi mancava. Davvero.

    Mandi mandi
    L.G.

  • Terra: quanti significati in cinque lettere…

    Tempo e terra sono entrambe parole composte di cinque lettere ed entrambe mi piacciono molto.

    Terra intesa come pianeta del sistema solare e allora, secondo le regole della nostra grammatica, l’iniziale dovrebbe essere maiuscola: Terra offesa, oltraggiata, malata.

    Terra interpretata come Paese: la Patria – diversa da nazione a nazione – cui famosi poeti di tutto il mondo hanno dedicato i loro versi:

    “Alma terra natia,
    la vita che mi desti ecco ti rendo.”
    (“All’Italia”, G. Leopardi)

    E ancora:

    “Ma il tuo popolo è portato
    dalla stessa terra
    che mi porta,
    Italia.”
    (“Italia”, G. Ungaretti)

    Oppure la terra come la intendevano E. Sabato – la zolla che abbiamo calpestato nella prima infanzia e che, se lontani, ricordiamo con struggente nostalgia – e C. Pavese che, pensando alle sue Langhe, scrisse:
    “Un paese vuol dire non essere soli, sapere che nella gente, nelle piante, nella terra c’è qualcosa di tuo, che anche quando non ci sei resta ad aspettarti.”

    Il luogo natio, dunque.
    E allora mi sento combattuta: qual è il mio luogo natio?
    O meglio: a quale terra appartengo e quale terra sento “mia”?
    Quella in cui sono nata oppure…
    “Il vero luogo natio è quello dove per la prima volta si è posato uno sguardo consapevole su sé stessi.”
    (“Le memorie di Adriano”, M. Yourcenar).

    A tutti voi, cari amici, buona giornata.
    Ines

  • “Quando un uomo siede un’ora in compagnia di una bella ragazza, sembra sia passato un minuto. Ma fatelo sedere su una stufa per un minuto e gli sembrerà più lungo di qualsiasi ora.”

    Con questo simpatico esempio A. Einstein spiegò la relatività.
    Chi di noi, amici, non ha sperimentato quanto sembrino lunghe, persino interminabili, le ore di attesa o di tedio e – al contrario – quanto rapidamente passino le ore dedicate alle persone e alle attività che amiamo?
    Eppure un’ora è sempre un’ora: 60 minuti, qualunque cosa stiamo facendo.
    Curiosa, in fondo, questa percezione ‘personalizzata’ del tempo, il cui scorrere è uguale per tutti gli esseri umani, ma viene avvertito come dilatato o contratto, a seconda delle circostanze.

    “Godi, fanciullo mio; stato soave,
    stagion lieta è cotesta.
    Altro dirti non vo’, ma la tua festa
    ch’anco tardi a venir non ti sia grave.”
    (“Il sabato del villaggio”, G. Leopardi)

    Quante volte abbiamo sentito dire, o detto noi stessi, che fino a vent’anni il tempo sembra non passare mai e dopo rotola – quasi precipita – con una velocità vertiginosa?
    Ci ritroviamo “nel mezzo del cammin di nostra vita” quasi allibiti, a chiederci come siano potuti volare via così tanti anni, senza che ce ne accorgessimo.
    E ci ritroviamo, talvolta, a ricordare con nostalgia o con rimpianto proprio quel tempo che, allora, sembrava interminabile.
    Mai contenti, noi uomini.

    A tutti voi, amici, un cordiale ciao ciao.
    Ines

  • “Settembre, andiamo. È tempo di migrare.
    Ora in terra d’Abruzzi i miei pastori
    lascian gli stazzi e vanno verso il mare…”

    “Pastori” di G. D’Annunzio: una poesia bellissima, per me.
    Tempo, terra: a riparlarne presto, cari amici.

    Invece adesso…

    Ma proprio no. Non sono d’accordo con i “pediatri della prestigiosa accademia americana (Aap)”, secondo i quali “le scuole dovrebbero cominciare almeno mezz’ora più tardi”, giacché “tablet e smartphone hanno allungato la veglia” (articolo di M. De Bac, Corriere della Sera, 28 agosto).
    Insomma: i ragazzi “si addormentano sul banco, non rendono, appaiono distratti e irritabili” perché hanno perso circa due ore di sonno per ‘smanettare’ con il telefonino e il tablet, oppure per guardare la televisione.
    Come si pensa di risolvere il problema? Posticipando l’orario di inizio delle lezioni, naturalmente. Una delle tante ‘genialate’, che giustificano e avallano le cattive abitudini, anziché cercare di combatterle e correggerle.
    La mia opinione è confortata dalle parole del prof. M. Vanelli (Università di Parma), parole riportate nello stesso articolo: “Meglio agire a monte, educando i figli fin da bambini a rispettare un certo ritmo.”
    Giustissimo. Ma se i primi a dare il cattivo esempio sono proprio i genitori? Se una mamma “chatta” tramite il telefonino, mentre sta cenando al ristorante con la famiglia e gli amici? Se quella stessa mamma sembra fiera della confidenza che il suo bambino di cinque anni dimostra nei confronti del cellulare? E se non si preoccupa minimamente del fatto che il pargolo preferisca intrattenersi con il telefonino, piuttosto che andare a giocare con i suoi coetanei, che sono lì ad aspettarlo?

    A tutti voi, cari amici, buona giornata.
    Ines

  • Ed ecco di nuovo agosto.

    Cari amici,
    comunque e dovunque trascorrerete le prossime settimane, vi auguro di trascorrerle serenamente.
    A tutti voi un cordiale ciao ciao.
    Ines

  • Caro Luigi,
    penso che la tua “arroganza” corrisponda al romanesco “quanno ce vò ce vò″ – :-) – che non ha bisogno di traduzione e che comprendo benissimo, poiché appartiene anche a me.
    Per giunta la maggior parte delle volte non me ne pento affatto: è una scelta, una ‘risposta calcolata’ all’insolenza altrui.
    Mi sembra molto interessante, a questo proposito, una frase dell’architetto statunitense F. L. Wright:
    “Molto presto, nella vita, dovetti scegliere tra l’onesta arroganza e l’ipocrita umiltà. Io scelsi l’onesta arroganza e non ho mai avuto il motivo di cambiare.”

    Per quanto riguarda la timidezza, ho notato – anche in me stessa – che i timidi e gli “ex-timidi” tendono a superare il disagio derivante da questa caratteristica in situazioni che, con il tempo, diventano familiari perché abituali. Salvo, poi, tornare ad essere timidi in circostanze che, in realtà, sono meno complesse, quale è – ad esempio – la richiesta di informazioni.
    Timore di disturbare: ehm… sono “terrorizzata” dal timore di disturbare.

    Grazie per il tuo gentile contributo, caro Luigi.

    A te e a tutti voi, amici, buona giornata.
    Ines

  • Anch’io sono (come scriveva Roberto), o credo di esserlo, un “ex timido”.
    E nelle “ricadute”, a volte, penso di “usare” più che la sfrontatezza (alla quale si riferiva Angela), l’arroganza. Poi, ripensandoci magari mi pento, ma “in quel momento”, la battuta, la frase arrogante mi viene immediata, al di fuori del mio controllo. Il tempo e l’età, che hanno attenuato la timidezza, stanno anche “lavorando” sull’arroganza, ma ancora…
    Sulla timidezza ha inciso molto la mia attività professionale che mi costringe, molto spesso, a parlare in pubblico e a confrontarmi con diversi interlocutori.
    Il mio primo intervento “in pubblico” è stato durante un’assemblea studentesca del famoso ‘ 68.
    A Udine, dentro un cinema, con quasi mille ragazzi di fronte; e sapevo che la stragrande maggioranza non era d’accordo con quello che stavo per dire. Ma nonostante i brividi, il buio totale davanti agli occhi e la sensazione di “sentir parlare un altro”, sono sopravvissuto.
    E viste le conseguenze, comunque positive, la mia timidezza ha subito un “bel colpo”.
    Ma ancora oggi riesco ad arrossire “senza colpa” ; e se, per strada, devo chiedere un’informazione, ho sempre paura di disturbare. Così aspetto di trovare la persona “giusta”… e ci posso mettere anche una buona mezz’ora.
    Sulla tenerezza, concordo. Deve far parte di una sfera molto privata e intima.

    Mandi mandi
    L.G.

  • Cara Angela,
    anche stavolta – come sempre, del resto – le sue osservazioni, che condivido pienamente, invitano a riflettere.
    Anch’io ritengo che in molte persone e/o circostanze la spavalderia nasconda la timidezza, ma può verificarsi anche il contrario, sebbene più raramente: che una persona ‘piena di sé’ si finga timida, allo scopo di ispirare tenerezza, per il tornaconto personale.
    In generale non apprezzo le smancerie, la teatralità e la svenevolezza; trovo abominevole l’insincerità e, dunque, trovo abominevole il comportamento di coloro che ostentano sentimenti che non provano. Figurarsi chi finge affetto o ammirazione e poi colpisce alle spalle.
    Che senso ha?

    Per il tu, cara Angela: gradirei che lo usasse con me, ma solamente se lo facesse volentieri, senza alcuna forzatura.

    Grazie per il suo intervento e buone ferie.

    A tutti voi, amici, un cordiale ciao ciao.
    Ines

  • Ultimo giorno di lavoro finito e finalmente anche per me le tanto sospirate ferie.
    Aggiungo qualcosa sui temi che si stanno trattando.
    Sulla timidezza: l’atteggiamento può trarre in inganno e far apparire sfrontate anche le persone timide, le quali cercano di mascherare la timidezza assumendo un atteggiamento spavaldo. Secondo me, al di là delle apparenze, ci sono molte più persone timide di quanto non sembri.
    Sull’uso del tu: sono poco propensa a dare del tu facilmente. Ho notato che tante persone, passando dal “lei” al tu”, credono di potersi permettere un atteggiamento molto più confidenziale e francamente questo mi infastidisce.
    Invece sbaglio (ne sono cosciente) nel perseverare con il “lei” qui nel blog. Mi impegnerò a correggermi.
    Sulla tenerezza: sono d’accordo con Ines ma aggiungo che, al di fuori della sfera familiare e delle amicizie collaudate, forse si farebbe bene a non confondere la tenerezza con l’ipocrisia. Tra la gente che conosco abbastanza bene ci sono persone che si abbracciano, si scambiano baci e belle parole, poi non perdono occasione per parlare male le une delle altre, quando le dirette interessate sono assenti.

    Cordiali saluti
    Angela

  • Cari amici,
    in questi giorni ho riflettuto sulla tenerezza e, in particolare, sul timore che essa può incutere.
    Mi sono chiesta come sia possibile temere qualcosa di cui abbiamo “un gran bisogno”, prendendo per vero – per me lo è – che tutti abbiamo bisogno di tenerezza.
    Forse perché quest’ultima è l’opposto della durezza, in questo caso intesa come ‘refrattarietà‘, almeno apparente, ai sentimenti.
    Forse perché la tenerezza richiama spesso due condizioni: essere piccoli (bambini o cuccioli di animali) ed essere anziani. Non è un caso, infatti, che spesso rivolgiamo espressioni e gesti teneri - una parola dolce, una carezza, un bacio, un abbraccio – a chi, secondo il comune modo di intendere, sembra più debole e indifeso.
    Temere la tenerezza può significare, dunque, temere di apparire deboli e indifesi.
    Personalmente ritengo che si possa – e talvolta si debba – essere duri e forti, con le persone che ci circondano e nelle circostanze della vita, senza escludere i momenti in cui si manifesta il desiderio di offrire e ricevere tenerezza.

    Mi sembra, poi, che questa sia una delle poche espressioni che, con il tempo, si sono evolute in modo singolare.
    I bambini di oggi, ad esempio, ricevono più tenerezze che in passato: i genitori hanno smesso di sostenere che “i figli si baciano solamente quando dormono”, per fortuna. Ma commettono altri errori, a volte persino più gravi, dei quali abbiamo parlato.
    Gli uomini – i ‘maschietti’, intendo – non disdegnano la tenerezza come avveniva un tempo, quando essa era considerata una caratteristica principalmente femminile. Per fortuna non la disdegnano. E se commettono errori, be’, sfido chiunque a dimostrare che noi donne non ne commettiamo.

    Forse, allora, non temiamo la tenerezza, ma la riserviamo a coloro che non la fraintenderanno: mi piace pensare questo.

    A tutti voi, cari amici, buona giornata.
    Ines

  • Tenerezza” (di Sándor Márai, poeta ungherese)

    “La maggior parte delle persone
    non sa amare né lasciarsi amare,
    perché è vigliacca o superba,
    perché teme il fallimento.
    Si vergogna a concedersi a un’altra
    persona, e ancor più ad aprirsi
    davanti a lei, poiché teme di
    svelare il proprio segreto…
    Il triste segreto di ogni essere umano:
    un gran bisogno di tenerezza, senza la
    quale non si può esistere”.

    T come tenerezza, quel sentimento dolcissimo che lascia un brivido dentro e commuove. Quel sentimento di cui abbiamo tutti “un gran bisogno”, ma che a volte temiamo, nel provarla o nel riceverla.

    A tutti voi, cari amici, buona giornata.
    Ines

  • Caro Roberto,
    non saprei dire se è vero che chi è stato molto timido ha “ricadute” – espressione davvero efficace – anche in “età matura”, quando ritiene di aver superato le difficoltà causate dalla timidezza.
    Penso invece che essa assuma caratteristiche diverse, quali la riservatezza o una certa ritrosia, ma naturalmente questa è soltanto la mia opinione.
    Per quanto riguarda me, ad esempio, ritengo di non essere più timida, ma non sono sfrontata: mi considero una persona molto riservata, piuttosto schiva e prudente, forse troppo selettiva.
    Ecco: non saprei dire se queste caratteristiche dipendono dalla timidezza di un tempo.

    Quanto all’episodio che ci hai raccontato, penso sia innegabile che il comportamento del ‘giovincello’ è stato volgare, ma mi domando se e quanto possiamo aspettarci che i nostri adolescenti abbiano buon gusto, visto che la volgarità è considerata da molti, oggi, segno di apertura, di emancipazione e di libertà. Sic.

    Ma proprio no agli insegnanti che permettono che gli studenti usino il tu con loro: se è indubbio, infatti, che tra un docente e i suoi allievi si instauri – per fortuna! – anche un rapporto affettivo, quest’ultimo non giustifica un orientamento confidenziale, a mio modesto avviso.

    Altro che ‘valore affettivo’ del tu, mi viene da aggiungere ora, pensando che a Roma due persone che litigano si danno del tu, anche se non si conoscono e non si erano mai viste prima. :-)
    Mi chiedo se succede anche altrove.

    Grazie per il tuo intervento, caro Roberto, e buone vacanze anche a te.

    A tutti un cordiale ciao ciao, amici.
    Ines

  • Cara Ines,
    posso definirmi un “ex-timido” con tendenza alle ricadute, anche se sono sempre più rare.
    Sono stato un bambino e un adolescente molto timido ed era una condizione che mi creava i disagi che tutti i timidi si trovano a dover affrontare: il rossore improvviso, il batticuore, la difficoltà a parlare in presenza di estranei, la sensazione di “inadeguatezza” nelle diverse situazioni che si presentavano, in particolare se si trattava di situazioni impreviste.
    Ovviamente con il passare del Tempo e con l’esperienza, in particolare con l’ingresso nel mondo del lavoro, ho superato pian piano buona parte della mia timidezza, ma a parer mio chi è stato molto timido non la supera mai definitivamente e la timidezza si ripresenta in forma attenuata, blanda (le ricadute) anche in “età matura”.
    Ora che IN TEORIA dovrei essere un uomo maturo mi rendo conto che la timidezza ha costituito per me un freno, in particolare durante la pubertà e l’adolescenza, perché ha ostacolato sia i rapporti con i miei coetanei più “disinvolti” sia il godimento “a cuor leggero” di quel periodo.
    Nonostante questo, quando oggi osservo la spudoratezza di molti ragazzi penso che un po’ di timidezza (pudore, educazione, rispetto) non guasterebbe.
    Racconto un episodio al quale ho assistito ieri pomeriggio, mentre passeggiavo in centro con mia moglie.
    Un ragazzo (14-15 anni), in compagnia di due coetanee, ha incrociato un sacerdote e lo ha salutato con sussiego; dopo averlo superato si è fermato e si è toccato ripetutamente i genitali (chiedo scusa, ma tant’è), ridendo. Alle amiche che gli hanno chiesto cosa stava facendo ha detto “tocco ferro” e ha continuato a ripetere il gesto ridendo.

    Usare il Tu: ha un valore affettivo e confidenziale, sono d’accordo con te e anch’io sono contrario all’uso indiscriminato del Tu. E’ necessario che tra due persone si sia instaurato un rapporto che consente una reale “parità gerarchica”. Per spiegarmi meglio porto un esempio: mi risulta che ci sono professori che permettono agli allievi di rivolgersi a loro usando il Tu.
    Ammesso che questa forma possa avere un valore affettivo, non bisogna dimenticare che il rapporto tra un insegnante e uno studente non è e non deve essere confidenziale.

    Tanti cari saluti a tutti e buone vacanze!
    Roberto

  • “Diamoci del tu“: quante volte avanziamo o riceviamo questa proposta, amici?
    Nulla di strano, per carità, se l’idea di abbandonare il formale e distaccato “lei” e passare al tu piace a entrambi.
    Ma perché si preferisce sempre più spesso il tu al “lei”? A chiederlo è A. Montelli (Donna Moderna.it); a rispondere è il prof. R. Pani, psicoterapeuta di Bologna.
    Nell’intervista escono termini nuovi di zecca, almeno per me. E orribili, almeno per me: “intimizzare”, “pensionalizzati” e – udite udite – “giovinalizzare”. Sic&Gulp.
    Sembra che si preferisca il tu per “accorciare le distanze” e “intimizzare” i rapporti interpersonali, per abbattere le differenze sociali, per sentirci più giovani di quanto realmente siamo.

    Be’, ragazzi, a me piace dare del tu, ma non a tutti e non per queste ragioni.
    Se entro in un negozio e l’adolescente che vi lavora mi dà del tu vuole “intimizzare” il rapporto o farmi sentire giovane?
    No, grazie: con il suo permesso decido io con chi “intimizzare” e, per favore, non tiri in ballo la discriminazione sociale, che non c’entra niente; con il suo permesso reclamo la libertà di sentire gli anni che voglio, che corrispondono a quelli che ho e raramente mi pesano.
    Forse intende accorciare le distanze lo stuolo di pubblicitari che riempiono di messaggi la mia casella di posta elettronica: “la vacanza dei tuoi sogni”, “avresti mai creduto che ottenere un finanziamento fosse così facile?” e addirittura “Ines, sei stata selezionata per il concorso…”.
    Manteniamo le distanze, per favore.

    Il tu, per me, ha un valore affettivo. Per voi, amici?

    A tutti buona giornata
    Ines

  • “La timidezza è una condizione strana dell’anima, una categoria, una dimensione che si apre la solitudine. È anche una sofferenza inseparabile, come se si avessero due epidermidi, e la seconda pelle interiore s’irritasse e contraesse di fronte alla vita. Fra le compagini umane, questa qualità o questo difetto fa parte di un insieme che costituisce nel tempo l’immortalità dell’essere.”
    (“Confesso che ho vissuto”, Pablo Neruda)

    Anche questo sole è timido. E anche questo luglio.

    Ciao ciao a tutti
    Ines

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