Io e la scrittura

Ho iniziato a scrivere per diletto brevi fiabe, i cui protagonisti erano spesso animali, quando avevo nove anni. Sono passata attraverso l’esperienza, che accomuna molte ragazze, di tenere un diario segreto, di quelli che hanno il lucchetto e una chiave minuscola.

Ho scritto lunghe lettere d’amore, di amicizia, di sfogo. Alcune hanno raggiunto i destinatari, altre sono rimaste per qualche mese in un cassetto della scrivania, poi sono state appallottolate e gettate.

Ho riempito quaderni di poesie strappate agli anni acerbi dell’adolescenza, di pensieri e riflessioni che erano lo specchio del fermento interiore che ha caratterizzato i vari periodi della mia vita. Erano gli anni dell’introspezione, delle tante domande che non trovavano risposte, dei dubbi e delle paure. Allora scrivere era un atto liberatorio, pura espressione del mio mondo, dei sentimenti, di quella natura mai sazia di analisi personale, umana e sociale che ancora mi accompagna.

Ho scritto il primo romanzo, di natura vagamente autobiografica e mai pubblicato, all’età di ventisette anni: un centinaio di pagine battute con una delle prime Olivetti elettroniche in commercio e rilegate con una copertina rossa su cui ho fatto stampare in nero il titolo La montagna. Da allora molte storie sono nate e hanno preso forma nella mia mente e lì sono rimaste per molto tempo.

Penso che molti scrittori maturino con il pensiero storie, trame, profili di personaggi, ambientazioni, prima di mettersi davanti a una pagina bianca e cominciare a scrivere. È come un desiderio di concepimento che attraversa le strade dell’inconscio prima di assumere i contorni definiti di una storia. È l’astrazione che – potrà essere questione di giorni o di mesi – diventerà “l’infilare una parola via l’altra come perline” di Henry Molise (John Fante – La confraternita dell’uva): una gestazione, lenta, spesso sofferta, eppure certezza che quello – e nient’altro – si desidera realizzare in quel momento.

Allora si vive in simbiosi con la storia che evolve, si dipana, si amplia, si riavvolge fino a raggiungere la compiutezza che precede la nascita: creatura del nostro pensiero, nel vederla proveremo l’amarezza della separazione e, insieme, la gioia del godimento di un frutto maturo dopo una lunga fatica.

Il rapporto che lega lo scrittore alla sua opera somiglia alla passione che unisce due amanti: è un continuo pensare all’altro, cercarlo, trovarvi il completo, assoluto soddisfacimento di reconditi bisogni affettivi ed emotivi. È un sentimento che travolge e risucchia ogni pensiero che sia estraneo; è un amore che nasce e si nutre, giorno dopo giorno, per mesi, per anni – se necessario – di nuove pagine come il rinnovarsi continuo di un incontro amoroso.
Chi scrive, quando scrive, dimentica il resto: la famiglia, gli amici, il pranzo, la cena, le ore che scorrono, il giorno e la notte, gli appuntamenti e gli impegni presi, le promesse fatte, le parole dette o sentite. Chi scrive, quando scrive, intraprende un viaggio che lo condurrà spesso in luoghi e tempi sconosciuti: un viaggio nel mondo interiore di personaggi sempre nuovi che, seppur immaginari, cattureranno la sua attenzione come fossero reali.

Allora scrivere è interpretare uno e più ruoli diversi in ciascuna storia, è vivere molte vite nel tempo di una sola.
È un viaggio verso il lettore, che si immagina catturato dallo stesso coinvolgimento che ha spinto l’autore attraverso quel mondo di realtà, sentimenti, fantasie vibranti di profonde emozioni.

Chi scrive, quando scrive, può farlo soltanto con il cuore, perché se non ci mettesse il cuore, scrivere smetterebbe di essere arte.